Vicinanze

 

 

L’aurora boreale… quante volte ho assistito a questo spettacolo meraviglioso e terrorizzante per coloro che ad esso non sono abituati? Quante volte di queste luci arcane si sono nutriti i miei occhi e il mio spirito? Quante volte mi sono fermato a contemplarla, per perdermi nei miei pensieri, per far rivivere i miei ricordi… i miei lutti dovrei dire…

Non posso farne a meno; devo tornare sempre qui, a piangerli, uno per uno… a farmi del male, certo, in quanti me lo dicono? Eppure è più forte di me, sento di doverlo fare, di non poter vivere la mia vita se non in funzione di coloro che non ci sono più… sento di doverlo, a ciascuno di loro… in primo luogo a  colei che, questo stesso giorno di quindici anni fa, mi ha messo al mondo, sacrificandosi in seguito, per permettermi di sopravvivere… Il primo di tanti lutti dei quali io sono stato la principale causa… Cristal Saint, amato maestro, Isaac, amico del cuore… per me ha donato la vita e io ho infranto il suo sogno di Giustizia, quel sogno che io stesso dovrei incarnare ma del quale so, con assoluta certezza, di non essere degno.

E poi c’è lui, il maestro del mio maestro, l’uomo che sognava il sacro guerriero perfetto, l’uomo che in Isaac vedeva l’incarnazione terrena di tutti i propri ideali di autentico santo guidato dalle stelle del Cigno… Camus, Aquarius gold saint… gli ho strappato l’allievo migliore, l’ho ucciso in combattimento alle Dodici Case e lui, resuscitato da Hades, è stato in grado di concedermi una nuova possibilità in quell’ultimo, straziante abbraccio che dovrebbe aver suggellato la nostra riconciliazione.

Eppure il fantasma del disonore e del disprezzo non ha abbandonato la mia malata immaginazione; ero tutto ciò che gli restava in fondo, l’unico tassello in cui riporre le proprie speranze e la fiducia me l’ha concessa perché non ne poteva fare a meno… ero la sua ultima speranza…

Non intendo affermare, con questo, che mancasse di sincerità, no, non potrei mai ma a me si era aggrappato con tutte le sue forze… già… la forza della disperazione, perché l’onore dei saint venisse mantenuto alto, perché dai miei fratelli e da me dipendeva, ormai, la salvezza di Athena… perché i santi d’oro solo su di noi, ormai, potevano fare affidamento. Tale fiducia era ben riposta nei miei quattro compagni, ma io che ho fatto? Mi sento, ancora adesso, una completa nullità… io che passivamente ho assistito al terribile gesto di dedizione di Shun e Ikki, io che durante il cammino mi sono appoggiato, come un peso morto, alla saggia guida di Shiryu, alla determinazione di Kanon, io che, sempre passivamente, nulla ho fatto per impedire che quella lama maledetta infierisse con inaudita ferocia contro Seiya, sacrificatosi con il suo solito, sconfinato, generoso coraggio… salvo per miracolo, come noi tutti… noi cinque ed Athena… Camus e gli altri gold saints non sono tornati con noi…

Crollo in ginocchio, sollevando, con pugni disperati, lo strato di neve e ghiaccio sotto le mie mani… non è tornato Camus e io ancora non ho fatto assolutamente niente che potesse renderlo orgoglioso di me, io che sogno una sua parola, un suo sguardo atto a farmi comprendere che per lui valgo qualcosa, che ho reso onore, in qualche modo, alla memoria dei suoi due prediletti, strappati a questo mondo per causa mia.

L’immancabile abbraccio giunge ad avvolgermi, da dietro, una fronte gentile si posa sulla mia schiena; come al solito è arrivato, lieve come un angelo, alle mie spalle. Chissà da quanto vegliava in silenzio su di me, con il completo rispetto della mia solitudine, senza mettermi in imbarazzo, sapendo quanto mi fa sentire umiliato il mostrarmi debole? Eppure sa intuire, al tempo stesso, quando ho un disperato bisogno di mettere da parte questo orgoglio e di percepire la sua discreta presenza al mio fianco, la sua dolcezza, che sempre arriva al momento giusto, ad accarezzarmi l’anima e il cuore distrutti.

“Ti stai ancora tormentando senza necessità, Hyoga-kun… lo sai… quante volte dovrò ripetertelo?”

Come può capire, lui che ha fatto tanto per questa terra, per la nostra Dea, lui che mai si è reso indegno di fronte alla memoria di un maestro dal cuore colmo d’affetto per lui? E come posso, io, accusarlo in un modo egoistico di non comprendermi, dopo che tanto ha sofferto, povero fratellino troppo buono, sempre in grado di accantonare il proprio dolore per alleviare quello altrui, il mio… lui sa darmi tutto l’amore che ha dentro… io mai so ricambiarlo perché nel mio animo covo solo rabbia, risentimento, tutti quei maledetti sentimenti negativi che mi rendono ombroso e crudele, anche con chi non lo meriterebbe affatto… solo io lo meriterei… sì, ho meritato il disprezzo di Camus e ora non merito affatto la dedizione di questo mio compagno, mio fratello, mio amico ed amante… non merito il dolce Shun… lui meriterebbe molto di più di ciò che il mio spirito nero è in grado di offrirgli!

E così, come al solito, reagisco d’impulso e mi strappo violentemente da quell’abbraccio che sempre mi rende vulnerabile, trasparente, agli occhi dell’unica persona al mondo alla quale, seppur non sempre, riesco a concedere qualcosa di ciò che ho dentro. Mi rialzo, fuggendo da lui, mentre sento il suo sguardo, estremamente paziente, ancora fisso sulla mia schiena; lo conosco talmente bene che, pur senza guardarlo, mi ritengo in grado di descrivere perfettamente quale deve essere la sua espressione; mi fermo, dopo pochi passi e mi volto, scoprendo, senza stupore, di averla indovinata: seria, triste ma non perché ritiene di avere subito un’offesa… è triste per me ma estremamente calmo, come se volesse trasmettermi la sua immensa, innocente saggezza. Ha un anno in meno di me, eppure, man mano che cresciamo, io mi sento tanto piccolo ed insignificante di fronte a lui… tanto infantile… superficiale…

Rimango muto; non so mai cosa rispondere a quegli sguardi che quasi mi mettono soggezione. E pensare che tanto a lungo lo abbiamo considerato il piccolo, il bambino del nostro gruppo, il nostro gioiellino da spronare e trascinare in quelle battaglie nelle quali si mostrava recalcitrante… non per vigliaccheria, no di certo… un sentimento del tutto opposto ha sempre fatto battere il suo cuore: quella generosità universale che da sempre gli crea difficoltà a ricorrere alla violenza, non importa quanto malvagio possa essere il nemico di fronte a noi… lui non vede malvagità, in nessuno, ma solo errori di valutazione che, con suo immenso dolore, hanno portato a forse evitabili spargimenti di sangue.

E’ proprio il mio fratellino a prendere ancora l’iniziativa, muovendo qualche passo leggero verso di me; osservo incantato i suoi stivali di gomma che lasciano impronte sulla bianca distesa, piccole, fragili ed effimere, come è lui all’apparenza… quali inganni può causare un’approssimativa considerazione delle cose e quanta forza si cela in tale sembianza di evanescente fanciullo!

Giunge di fronte a me e, con una flemma che farebbe invidia a guerrieri tanto più adulti, allunga le braccia, fino a posarle sulle mie spalle abbattute; non si arrenderà mai, lo so, finché non sarà riuscito a trasmettermi ciò che vuole dirmi. Nonostante questo, prima di parlare nuovamente, mi attira verso di lui e mi stringe, nascondendo il volto sul mio petto… ed è in questi momenti, in questi atteggiamenti, che rivedo il cucciolo in cerca di affetto, forse soltanto perché è molto più basso di me, più probabilmente perché la sua dolcezza è quanto di più puro e perfetto si possa trovare in ogni angolo dell’universo.

Quindi si scosta un po’ e una sua mano scivola lungo il mio corpo, fino a giungere all’altezza del mio cuore, per fermarsi lì… ed è come se tutta quella purezza scendesse in me, rendendomi leggero ed in pace con il mondo intero… ha qualche potere nascosto il mio Shun? Ma no… nessun mistero… è lui ad essere naturalmente e meravigliosamente magico.

“Lui è qui sai, Hyoga? Insieme a tutti coloro che ami… Camus è entrato nel tuo cuore, qui dove io tengo la mano… sento la sua anima pulsare con tutte le altre… con la tua…”

Le mie labbra si schiudono, ma nessun suono riesce a formulare la mia mente in subbuglio; è in grado di sondare la mia anima in tal modo? Forse gli ho accennato, alcune volte, questo tormento, con la mia poca capacità di aprirmi… questo tormento tra tanti… come ha potuto comprendere che io, adesso, proprio con questa angoscia dialogavo fin quasi a sentirmi male?

Come intuendo i miei pensieri, mi sorride, con quel sorriso timido e rassicurante a un tempo che appartiene solo a lui e, in un altro gesto tipicamente suo, inclina di lato il capo, leggermente, sfuggendo al mio sguardo con espressione irresistibilmente ritrosa:

“Non ti ho letto nella mente, Hyoga-kun… hai nominato il tuo maestro quando sei caduto in ginocchio…”

Poi, forse rendendosi conto di avere palesemente ammesso che mi stava spiando, si fa improvvisamente incerto e annaspa, alla disperata ricerca di una giustificazione:

“Io… passavo per caso e… ti ho visto.. ti ho sentito… scusa, Hyoga-kun… non volevo essere invadente ma…”

E’ arrossito… ora è veramente un cucciolo e non so cosa mi trattenga dall’afferrarlo e stringerlo contro il mio petto, per rassicurarlo, per dirgli che io sono a conoscenza del suo costante vegliare alle mie spalle, so che non lo fa per invadenza ma per il troppo, infinito amore della sua anima… e vorrei trovare il coraggio di dirgli quanto a me non dispiaccia affatto, quanto io ne abbia bisogno, quanto gli devo e quanto gli sono grato per la sua presenza, per la sua sopportazione, per la sua vicinanza…. Ma è inutile… non riuscirò mai ad ammetterlo… non riuscirò mai a rassicurarlo come lui riesce a rassicurare me e, pur rendendomi conto perfettamente delle innumerevoli pecche che ho nei suoi confronti, non riesco a mettere una pezza a questo frammento crudele del mio carattere. Così non rispondo e distolgo gli occhi… tanto lo sa che non sono realmente arrabbiato, mi conosce troppo bene ormai.

Il mio evidente disagio è più forte di tutto ciò che mi circonda… anche del disagio di colui che amo, perché io sono un inguaribile egocentrico, in grado di scorgere solo i propri problemi quando soffro come ora sto soffrendo. Vorrei allontanarmi adesso, scappare via dalle sue attenzioni ma al tempo stesso, senza osare chiederle, spero ardentemente e con ogni probabilità vanamente, in ulteriori parole da parte sua, parole atte a rassicurarmi ancora, parole atte a darmi una prova di ciò che mi ha detto e di cui appariva tanto certo.

Mi sono allontanato dalla sua mano che si attardava sul mio cuore e ora siamo immobili, l’uno davanti all’altro, persi in un silenzio sospeso, ovattato nell’immacolato candore a me immensamente caro.

Un leggero movimento del capo di Shun mi spinge a riportare su di lui la mia attenzione; i suoi occhi sono levati verso il cielo, verso lo spettacolo multicolore che la volta celeste riversa sulla terra.

“Io credo… che anche lui, in questo momento, vorrebbe dirti quanto loda, con tutto sé stesso, il giorno della tua nascita… quanto per lui questo giorno sia importante…”

Come posso credergli? Come posso dare un minimo credito a queste parole quando io sono da sempre assolutamente certo del contrario? Camus il giorno della mia nascita lo ha sempre maledetto e rimpianto con tutto sé stesso… se non fossi mai nato sarebbe stata una benedizione per lui, se il destino avesse preso per mano quell’altro allievo, il prediletto… e forse lui, più degno sacro guerriero del Cigno, avrebbe rivestito il mio ruolo con tutto il valore che mai mi è appartenuto…

Non me ne rendo conto, ma queste cose le sto urlando, sto inveendo contro Shun, che mi fissa sbigottito, gli occhi così enormi da imprigionare, nella loro superficie smeraldina, tutte le gradazioni del cielo variopinto sopra di noi. Quando mi avvedo della mia esplosione di rabbia… o di disperazione dovrei dire… ammutolisco, indietreggiando di un passo, terrorizzato da me stesso; detesto perdere il controllo, soprattutto perché so di deludere il sacro Aquarius, una volta di più… detesto dimostrargli, sempre e comunque, quanto io sia inetto, quanto possa essere umiliante, anche per un maestro, il completo fallimento del proprio allievo… e io sono stanco di ferirlo…

“Come puoi dire così?!”

Sussulto; la voce di Shun, in risposta al mio delirio, si è alzata di parecchie ottave. Non è adirato, lo conosco, ma questo è il suo modo per esporre le proprie ragioni quando occorre tirare fuori una certa dose di carattere allo scopo di dare una scrollata a chi gli sta davanti… e anche quando cerca di mostrarsi più duro, severo, la sua voce è un canto, una dolce melodia, mai riuscirebbe a renderla sgradevole alle orecchie altrui, neanche quando, forse, lo vorrebbe. Diventa più acuta e risuona come una supplica disperata in questi casi, incrinata, come prossima al pianto eppure colma di dignità, di forza… la forza che il suo spirito generoso sa esprimere in ogni manifestazione.

Mi viene incontro, con foga, afferra le mie mani e i suoi occhi ardono… l’aurora boreale sembra bruciare in essi, incendiandoli e incendiando anche me, che mi trattengo a stento dall’arretrare in preda ad un reverenziale rispetto di fronte a quel piccolo, maestoso angelo pieno di determinazione. Non mi permette di distogliere lo sguardo dal suo, rincorre i miei occhi, costringendomi a fissarli nei suoi… e rieccolo grande, tanto più grande di me… e io ora sono di nuovo un inutile bimbo spaventato.

Solo quando è sicuro che i miei occhi non possono più sfuggirgli ricomincia a parlare, senza abbassare il tono ma addolcendolo, rendendolo prossimo alle lacrime preziose che tanto spesso fluiscono dalla fonte del suo cuore, senza mai risultare irritabili, come lo sarebbero le lacrime di un debole… come lo sono le mie…

“Ricordi, Hyoga-kun? Ricordi quell’abbraccio, quella stretta che vi ha uniti, il suo sguardo… ricordi? Sei disposto a giurare, senza dubbio alcuno, che non vi era affetto in quell’istante, che non vi era orgoglio da parte di Camus nel momento in cui ti ha affidato, senza remore, senza rimpianti, la salvezza di Athena e del mondo?”

Deglutisce, riprende fiato, forse aspettandosi che io commenti qualcosa ma sono totalmente incapace di prendere in mano la situazione, di comportarmi come i fatti richiederebbero e la confusione mi fa girare la testa. E così è lui a proseguire, con più calma, abbassando il tono:

“Sei troppo preso dalle tue dolorose convinzioni, esse ti impediscono di aggrapparti a quella che è stata la realtà dei fatti… ma tali convinzioni sono ingrate, proprio nei confronti della persona cui le rivolgi…”

Si blocca, evidentemente addolorato per ciò che si è sentito costretto a dirmi ma se ha espresso una tale opinione ne è sicuramente convinto… Shun non mentirebbe mai… forse potrebbe sforzarsi di addolcire le verità più dolorose, ma la sincerità è parte integrante della sua essenza.

“Shun… io…”

Un balbettio confuso è tutto ciò che la mia mente riesce a formulare mentre le sue dita sottili e femminee si stringono ancor più sulle mie e le sue palpebre si chiudono un po’, lasciando filtrare tra esse le pozze di limpido smeraldo:

“Ascolta tutto l’amore che ti circonda, Hyoga… alza gli occhi al cielo e libera la tua anima da ogni ombra che la opprime… lasciala volare fin lassù e ascolta… ascolta attentamente, senza che i fantasmi scaturiti dalle tue vane paure offuschino i tuoi sensi…”

Nel medesimo istante il suo volto si solleva, fissando qualche punto distante, lassù… ma non appare casuale quel gesto.

Qualcosa dentro di me si sblocca, come se aprissi gli occhi per la prima volta, dopo una cecità durata mesi; non ha tutti i torti Shun… è vero che mi sono costruito la mia personale verità, tenendo in considerazione unicamente me stesso e in questo modo ho cancellato il calore, l’intensità di quell’abbraccio… un calore che sento scendere in me ora, miracolosamente, in questa notte che, ora lo so con certezza, ha davvero qualcosa di magico.

I miei occhi seguono la magnetica guida dei fulgidi occhi di Shun e incontrano il sacro spettacolo che, fin da quando ero bambino, incendia il mio spirito, mi estrania dalla terra sulla quale i miei piedi si posano, per innalzarmi fino alle sconfinate vastità del tutto… ma mai come in questo istante nel quale sembrano svanire, in un soffio improvviso del gelido vento siberiano, i confini di spazio e tempo.

In questa immensità io vago, solo, finché una mano si tende verso la mia, una mano dall’Elisio dei saints e poi due occhi, i suoi occhi, i capelli del colore infiammato delle foglie in autunno si allargano, lunghissimi, come tante filigrane preziose ad incorniciare il pallore del suo viso… solo una volta l’ho veduto così dolce… quella volta, quando tra le mie braccia divenne cenere… anzi no… si mutò in polvere di stelle…

E ora come allora, la mia voce si esprime in un singhiozzo incrinato, mentre tento, invano, di afferrare quella mano incorporea:

“Camus…”

Le sue labbra restano invece solo lievemente schiuse, ma immobili… eppure odo la sua voce, parole di amore puro che inebriano la mia anima:

“Il mio allievo… il mio orgoglio… colui che ha salvato la mia dignità di saint, colui che ha protetto il mio onore e tenuto alto il mio nome… colui che, componente necessaria di quel frammento di speranza del quale Athena aveva assoluto bisogno, ha contribuito con il proprio ruolo a strappare il mondo alle tenebre… Sacro guerriero di Cygnus… grazie… distendi ancora le tue ali protettive sulla terra preziosa e tieni alta la testa, sempre, perché io, Aquarius, ti amo e sono fiero di te!”

 

 

Sono di nuovo in ginocchio e sto di nuovo piangendo ma, questa volta, le mie lacrime sono la testimonianza perfetta della traboccante felicità che provo… per la prima volta in vita mia, forse, mi sento realmente degno di vivere e soprattutto, degno di essere ciò che sono: Hyoga, sacro guerriero di Cygnus al servizio di Athena, allievo di Camus gold saint di Aquarius e di Cristal, signore dei ghiacci, come un padre per me… io, parte del loro orgoglio, insieme a colui che è stato e sempre sarà un autentico fratello… Isaac…

Lo ammetto… avevo messo da parte la lieve presenza che mai ha abbandonato il mio fianco ma, con la sua solita discrezione, senza mostrare di essersi affatto offeso, umilmente, è lui, Shun, a farsi notare… non per mettersi al centro dell’attenzione, ma per richiamare i miei sensi su qualcosa che desidera mostrarmi:

“Io… credo che ci sia ancora un messaggio per te, Hyoga-kun…”

Sta ancora fissando le psichedeliche onde di colore proiettate dall’aurora boreale, così anche il mio sguardo ritorna ad accompagnare il suo; due puntini minuscoli si staccano dalle tinte multiformi della volta celeste artica. Mi alzo e, quasi seguendo la semplice spinta di un istinto del quale non so definire l’origine, sollevo una mano; due cristalli di ghiaccio, perfettamente intatti e incorruttibili, si posano sul mio palmo aperto. Una lacrima scende leggera dai miei occhi, in mezzo ad essi e sorrido, riempiendo la notte con un sussurro che le palpitazioni del mio cuore, anziché la voce, rendono più consistente:

“Buon compleanno anche a te, maestro mio…”

Vicini per nascita, benché a distanza di anni, vicini come questi due cristalli… vicini, come due autentici ed inseparabili dominatori delle energie fredde!