LA SAGA DEI SANTI DI BRONZO

Libro primo

- I sacri guerrieri -

 

“Le guerre scatenate dagli dei durarono a lungo, molto più tempo di quanto un essere umano possa immaginare… Nel

 campo di battaglia, attorno alla dea Atena, si trovavano i ragazzi che la proteggevano… questi erano i saint!

Erano ragazzi che avevano forza e coraggio da vendere, e arrivavano da tutto il mondo!

La dea odiava le armi, e per proteggerla combattevano solo con i loro corpi, senza l’ausilio di nessun’arma!

I loro pugni fendevano l’aria e i loro calci erano in grado di spaccare la terra… [...]"

(Saint Seiya, vol.1, Edizioni Star Comics)

 

 

 

PROLOGO

 

 

Le gambe non lo reggevano più, ma lui continuava a fuggire, sfidando il dolore delle membra ferite, lo strazio del suo cuore spezzato e tradito da tutto ciò in cui maggiormente credeva. Tra le braccia portava il lieve fardello che in sé racchiudeva la speranza del mondo, sotto le sembianze di un’innocua bambina di pochi mesi di vita, i cui occhi azzurri fissi su di lui esprimevano fiducia ed al tempo stesso conforto nei confronti del giovanissimo eroe che per lei stava donando la sua vita di sacro guerriero devoto alla Dea.

Sulle spalle dell’eroe un secondo fardello, lo scrigno dorato simbolo della sua dedizione e del suo destino di santo consacrato all’ideale di Giustizia, in nome del quale stava morendo, in nome del quale aveva sottratto la creatura celeste all’aggressione di chi, come lui stava facendo, avrebbe dovuto proteggerla; batteva forte il cuore del giovane eroe, batteva per la sofferenza, per la stanchezza, batteva per l’amore ingiuriato, batteva per il responsabile di una catastrofe in atto, suo malgrado vittima dei propri interiori fantasmi, batteva per l’amico bambino che, mosso da illusione di un ordine giusto, aveva colpito più volte il suo corpo riducendolo a quel guscio di sangue e miseria che si trascinava verso una flebile speranza di salvezza, batteva per un fratellino abbandonato che invano, quel giorno, avrebbe atteso il suo ritorno, che avrebbe sofferto in solitudine e oltraggio, perché intorno a lui nessuno avrebbe compreso.

E batteva perché la speranza del mondo, tra le sue braccia, per il momento era salva ma per quanto se lui non avesse raggiunto un posto sicuro? Per quanto se non avesse trovato una soluzione alla solitudine estrema che li circondava? Egli avrebbe dovuto lasciarla, stava morendo e lei era troppo piccola, troppo indifesa, nonostante il divino segreto che celava sotto le sue fattezze di bimba ignara in apparenza ma che già, nei cerulei occhi, scrutava intorno a sé con la consapevolezza che quel cielo, quella luce, quello splendore di un’alba seguita ad una notte in cui le tenebre, in tutti i sensi, avevano dominato, dipendevano da lei, dalla sua forza, dalla sua crescita, dalla sua protettiva presenza tra le creature viventi.

Non ce la faceva più quell’eroe ancora ragazzo, con i suoi quattordici anni immolati sull’altare di Giustizia, gli ronzavano le orecchie, la vista annebbiata non sapeva più godere di un sole la cui distanza si faceva incolmabile, il passo oscillava incerto tra la polvere sollevata dai suoi sandali di antica fattezza, così come la tunica logora drappeggiata intorno ad un corpo di atleta avvezzo alla lotta ed agli stenti, avvezzo ad un’esistenza in cui l’infanzia non era contemplata. Non ce la faceva più ma guardare gli occhi della sua piccola regina, nei quali il cielo rispecchiava il suo incontaminato splendore, lo metteva in comunicazione con le vastità del tutto, con l’eterno scorrere del tempo, con il sussurro dei secoli che avvolgevano nel mistero l’inviolato segreto dei sacri guerrieri di Grecia, un universo parallelo che in perfetta armonia amalgamava, in un’inscindibile miscela al mondo ignota, la realtà ed il mito nato con la storia del mondo. Guardava quegli occhi che trasmettevano al suo cuore un messaggio, non con infantile idioma ma con solenne invito di Dea colma d’amore verso l’eroe fanciullo morente in suo nome, l’invito a resistere ancora, perché le risposte lo attendevano poco distante, ancora qualche passo, ancora un po’ di quell’abnegazione che l’aveva condotto fin lì e si sarebbe potuto riposare, conscio di aver compiuto fino in fondo il proprio dovere, perché una meta li attendeva e qualcuno sarebbe giunto a farsi carico del suo sempre più pesante fardello d’amore.

Un vociare lontano colpì le orecchie del giovane guerriero e tremò il suo spirito solitamente saldo, perché la notte precedente gli esseri umani in cui maggiormente aveva sempre creduto, si erano rivelati la fonte primaria di un disastro incombente su tutti loro; cosa dunque poteva aspettarsi da altri appartenenti al genere umano, sconosciuti ed estranei alla parallela realtà da cui lui proveniva?

Credi,  imploravano ed imponevano le azzurrine iridi della piccina che si affidava a lui, ma al contempo a lei si affidava il ragazzo, per obbedire a quello che sarebbe stato l’ultimo ordine al quale sottostare con solenne trasporto e lei le ordinava di credere, si stava avvicinando ad un luogo affollato ma la direzione era quella giusta. Un raggio di sole abbagliò i suoi occhi che si sforzavano di focalizzare il luogo destinato ad ospitare i suoi ultimi respiri nel mondo; una folla di gente chiacchierava, rideva, gioiva nell’ammirare le spoglie consumate di antiche strutture architettoniche che un tempo ospitavano simulacri di Dei ormai dimenticati dai più.

Il Partenone di Atene si ergeva sull’Acropoli poco distante, i turisti si rincorrevano tra le pietre corrose e seppe di doversi fermare, di non poter avanzare in mezzo a quei moderni animi stranieri che non avrebbero potuto comprendere la sua apparenza, le ferite che gli straziavano il corpo, le sacre vestigia accese di stelle, giacenti nello scrigno dorato, non avrebbero potuto comprendere il suo aspetto di prode d’altri tempi né la sua giovane età celata sotto un volto di maturo, consapevole santo, non avrebbero concepito la millenaria saggezza di due occhi azzurri di bimba.

I primi suoni dopo ore di personale silenzio, accarezzarono le aride labbra assetate, parole rivolte allo sguardo celeste fisso sui suoi occhi dal colore dei boschi:

“Che cosa fare, ora, Mia Dea? Indicami come lasciarti al sicuro perché, fino a quel momento, io non potrò riposare… e tu sola sai intuire quanto bisogno io ne abbia…”

Sul pallido viso paffuto si dipinse un sorriso, la concessione ad arrestare il cammino intrapreso; lui si lasciò scivolare al suolo, al riparo di una roccia che lo difendeva dal sole troppo cocente e, per il momento, da sguardi indiscreti; doveva solo aspettare ed ascoltare se stesso, ascoltare il cosmico canto degli astri che, seppur sempre più debole in lui, aveva ancora qualcosa da dirgli, da raccontargli, qualcosa che doveva sapere, prima di lasciarsi andare del tutto all’oblio. Serrò le palpebre e si impose di allontanare da sé dolore e stanchezza, ogni condizionamento fisico era bandito nel dialogo con le stelle compagne del suo spirito devoto, non aveva importanza la devastazione del corpo, perché il cosmo che ardeva nei cuori di chi lo sapeva cogliere e fare proprio, inglobava e superava i confini della materia, per elevarsi al di sopra di essa e contemplare le vastità dell’infinito, laddove i comuni mortali mai sarebbero potuti giungere.

Rivolgi il tuo cuore ad Oriente, piccolo martire dall’immenso cuore ferito e troverai la risposta.

Schiuse un poco gli occhi, mentre quelli della bimba si chiudevano; lei gli aveva parlato, non l’infante ma la Dea in piena coscienza di sé. Chi avrebbe potuto dire se il suo minuscolo involucro umano se ne fosse reso del tutto conto?

Un’ombra torreggiò su di lui e la ruota del destino compì un giro ulteriore: occhi a mandorla su un viso dalla conformazione orientale lo scrutavano con l’incredulità di chi si era appena imbattuto, senza cogliere il senso del mistero con cui stava intrecciando il cammino, in un soffuso varco tra dimensioni a stretto contatto e si chiedeva, quell’uomo proveniente dall’Est, se per caso non fosse sbucato da un racconto di antiche, epiche gesta quel giovane estremamente bello nel suo martirio. Forse, quel turista predestinato poté scorgere il lieve alone di luce dorata che circondava il ragazzo, avvolgendolo come una calda carezza di stelle, un bagliore che, dopo essersi fatto per un attimo intenso, andò sbiadendo, prossimo a spegnersi del tutto insieme alla vita.

E il santo affidò la Dea a colui che era stato scelto dal fato ed insieme ad essa lo pregò di condurre al sicuro lo scrigno con le sacre vestigia; era un comune mortale quell’uomo, come avrebbe potuto comprendere, concepire, intraprendere la retta via unicamente grazie alle notizie che l’eroe ebbe la forza e la concessione di fornirgli? Eppure la Sua Signora glielo aveva suggerito, il destino aveva intrapreso il proprio corso; sarebbe quindi giunta da Oriente la salvezza per i sacri guerrieri e per il mondo intero?

L’anziano turista lo lasciò, credendolo morto; quanto si sentiva solo, il paladino della Dea, ora che non la teneva più tra le braccia, ora che le preziose vestigia, simbolo ed essenza del suo ruolo di santo, non erano più al suo fianco, a confortarlo con la loro salda presenza! Eppure, ebbe ancora il coraggio di sorridere al cielo, un sorriso rivolto ad Oriente; il suo tempo era finito per sempre ma cinque sorrisi confortarono il suo cuore che quasi più non batteva, cinque sorrisi di guerrieri bambini, come lui, dediti ad un sacro dovere ed all’eterno dilaniarsi dell’anima che tale dovere imponeva a chi lo accoglieva sulle proprie spalle di santo. Era questione di tempo, anni forse ma sarebbero giunti a portare speranza laddove la corruzione e l’errore avevano costretto lui ad abbandonare quanto aveva di più caro.

Adesso poteva riposare, perché il suo fardello era stato affidato in mani sicure; sarebbero giunti e con loro sarebbe tornata la Dea.

 

 

Quando il cosmo del santo si era acceso, mentre egli parlava con il turista giunto da Oriente, qualcosa accadeva in un luogo lontano dall’Acropoli di Atene, lontano in quanto raggiungibile unicamente dagli animi eletti; la medesima aura avvolse un tempio abbarbicato insieme ad altri sul ripido colle delle Tredici Case. Forse, coloro che, tra i pochi abitanti del luogo, erano in grado, in quanto prescelti, di dialogare con l’universo riflesso nei microcosmi dei santi, percepirono l’improvvisa esplosione che scosse le arcaiche mura del nono, in ordine di ascesa, di quegli edifici eretti al tempo dei miti, ma nessuno lesse il messaggio misteriosamente comparso su una parete e per un istante incendiato dall’aureo lampo di luce, lettere incise in greco antico che, subito dopo, scomparvero, in attesa di venire lette, comprese ed interiorizzate da coloro che avrebbero riportato la Giustizia lì dove essa aveva la propria legittima sede:

 

τα        παιδια  ηρθαν  εδο 

αψηνο  την  Αθηνα  σε  σεηα

                               ΑΙΟΡΟΣ[1]



[1] “A voi giovani ragazzi, io affido Athena”. Aiolos