PARTE I
Capitolo 07
Non si torna più indietro. Fine o inizio?
Ancora
un giorno... e sarebbe stato l’ultimo che li avrebbe visti risvegliarsi
l’uno accanto all’altro.
Dalla
finestra penetravano le prime luci dell’ultima alba in cui Ikki avrebbe
potuto proteggere Shun nelle sue forti braccia.
Per
una volta era stato il fratello maggiore a desiderare la presenza di Shun
nel proprio letto e, per quanto il piccolo avesse tentato di restare buono e
tranquillo, Ikki aveva percepito i suoi tremiti e le guance umide di pianto.
Quando infine Morfeo aveva avuto pietà di lui, concedendogli di
abbandonarsi al sonno, non aveva potuto salvarlo dagli incubi ed il piccolo
aveva scalciato, lamentandosi e gemendo in preda a chissà quale orrenda
visione, nel corso dell’intera nottata.
Ikki
era rimasto sveglio, ma non perché disturbato dall’agitazione del
fratellino: era la sua stessa ansia ad impedirgli il riposo.
Per
quanto potesse sembrare ridicolo, tenuto conto che era solo un bambino di
nove anni, si sentiva solidale con tutte quelle madri che si vedevano
strappare un cucciolo, che vedevano il loro piccolo andare incontro a
sofferenze indicibili, davanti al loro sguardo impotente...
Impotenza…
ciò che rendeva Ikki furioso e frustrato era la consapevolezza della
propria fragilità in quel frangente, della proprio incapacità di poter
influenzare, in qualche modo, il corso degli eventi. Aveva trascorso la
notte ad abbracciare il fratellino, a riempirlo di baci sulla fronte e
ringraziando il cielo, perché il buio impediva a Shun di scoprire le
lacrime silenziose che solcavano anche le sue guance: scorgere il suo
abbattimento avrebbe infierito sul suo angelo come una pugnalata al cuore
che avrebbe reso tutto più difficile.
Ikki
si guardò intorno: tutti i compagni erano ancora immersi in un sonno
profondo e la sveglia non era ancora suonata. Aveva notato, e non solo lui
che, dal giorno dell’estrazione, ai bambini venivano concesse più ore di
riposo.
Shun
si lamentò e sussurrò qualche parola:
“Ikki-Niichan…
Ho tanta paura… voglio stare con te… non lasciarmi partire. . .”
Il
ragazzo più grande sentì una fitta al petto: conobbe, più intenso che
mai, il dolore acuto di un cuore prossimo a spezzarsi. Lo strinse più forte
a sé; anche lui aveva paura. Si era sforzato di acquisire fiducia nelle
capacità del fratello, ma proprio non riusciva ad immaginare Shun tra i
pochi sopravvissuti, in quell’esperienza atroce che li attendeva.
Come
avrebbe potuto, quella creatura così fragile e delicata, sopportare
condizioni di vita proibitive, la ferocia di maestri senza scrupoli, se ciò
che Tatsumi aveva loro raccontato rispondeva a verità? Come avrebbe potuto
il suo angelo biondo, così ingenuo e vulnerabile, incapace di ogni pensiero
negativo, subire un addestramento alla guerra?
Ikki
si sforzava di immaginare uno Shun tredicenne, che indossava con fierezza
un’armatura ed esibiva uno sprezzante atteggiamento da guerriero, ma
proprio non ci riusciva.
Come
sarebbe stato, Shun, tra sei anni ?
Non
ci sarebbe stato nessuno Shun tra sei anni... qualche maestro spietato si
sarebbe accanito su quel bambino buono ed indifeso ed avrebbe stroncato la
sua vita, nel tentativo di trovare in lui un briciolo di cattiveria in nome
di Athena.
Per
quanto si impegnasse, Ikki non poteva figurarsi suo fratello più grande di
quello scricciolo tremante rannicchiato accanto a lui, Shun sarebbe stato
piccolo in eterno... tutto quel che trovava posto nella sua mente erano quei
due grandi occhi verdi, sbarrati sul nulla, pieni di terrore e di lacrime...
il piccolo corpo ricoperto di ferite provocate dagli addestramenti...
l’immagine di Shun che moriva invocando il suo nome, attorniato da esseri
senza volto e insensibili, che non mostravano la minima considerazione per
le sofferenze di un bambino.
Ikki
scosse il capo, nel tentativo di cacciare quella malsana fantasia, non
doveva considerarla una premonizione, era dovuta alla sua ansia, alla
consapevolezza di non poterlo più proteggere.
Non
ci riuscì; senza rendersene conto aveva cominciato a singhiozzare e pregò
che Shun continuasse a dormire ancora un po’.
Una
mano si posò, solidale, sulla sua spalla: nel riconoscere Hyoga, Ikki
rifiutò ogni conforto, respinse malamente il contatto e balzò in piedi,
svegliando bruscamente Shun, che si sollevò a propria volta con un gemito
di spavento, convinto probabilmente di trovarsi ancora immerso nel proprio
incubo. Si stropicciò gli occhi, piagnucolando flebilmente qualche parola
incomprensibile, quindi si guardò intorno, con un’espressione da
cerbiatto smarrito.
“LASCIAMI
IN PACE!” stava gridando Ikki nel frattempo.
“Non
fare così, ti prego...” sussurrò Hyoga, tentando di invitarlo ad
abbassare la voce “Io... capisco come ti senti…”
“No
che non capisci! Anche se hai provato a portarmelo via non potrai mai
capire!”
Ikki
accompagnò la sfuriata con una spinta che avrebbe gettato Hyoga a terra se
questi non fosse stato pronto a reggersi alla sponda del letto alle sue
spalle; quindi il ragazzo, furioso e disperato, con indosso unicamente i
pantaloni del pigiama, si precipitò correndo come un frolle fuori del
dormitorio e scomparve. Tutti i bambini, sottratti al sonno dagli strepiti
del compagno, mormoravano, chi curioso, chi seccato e chi, seppur la
minoranza, comprensivo..
“Come
ti sbagli, Ikki...” mormorò Hyoga, fissando tristemente la direzione
nella quale il compagno era scappato via “Se solo sapessi cosa mi lega a
te... a tutti questi bambini.... ma soprattutto a Shun.... ho il tuo stesso
diritto di considerarlo. . . il mio fratellino …”
Una
manina leggera si aggrappò ad una falda del suo pigiama e lui si voltò, ad
incontrare gli occhi sgranati di Shun, inginocchiato tra le lenzuola,
tremante ed impaurito come un leprotto braccato.
“Che
cosa è successo, Hyoga?” mugolò con voce incerta.
Il
russo si sedette al suo fianco e gli circondò le spalle con un braccio:
“Non
avere paura, cucciolo… va tutto bene…”
Ma
gli occhi del bambino si fecero ancora più immensi; man mano che lo stato
di veglia progrediva, anche la consapevolezza e i ricordi riacquistavano la
loro pregnanza:
“Stasera...
dovrò partire... non era un brutto sogno... è proprio vero...”
Una
serie di balbettii sconnessi, rivolti a se stesso più che a chiunque altro.
“Oh...
Shun...”
Hyoga
non sapeva cosa fare, né cosa dire, era terribile non poterlo rassicurare a
riguardo. Ma fu lo stesso Shun a riacquisire da solo un po’ di
autocontrollo, perché in quel momento c’era qualcosa che gli premeva
troppo, più di quanto gli importasse di sé e delle proprie paure:
“
Hyokkun… perché tu e Ikki-Niisan stavate litigando? Dov’è andato
lui?”
“Non
stavamo litigando, piccolo... lui... è molto triste, sai?”
Con
un gridolino di sgomento, Shun saltò giù dal letto:
“Sono
un egoista! Devo trovarlo!”
Come
già aveva fatto poco prima il fratello maggiore, senza cambiarsi e restando
in pigiama, lasciò di corsa la stanza, mentre i compagni assistevano
perplessi allo svolgersi della scena. Shiryu e Seiya si avvicinarono a
Hyoga.
“Si
può sapere che diavolo è successo?” chiese il più piccolo, gli occhi
velati dal sonno, massaggiandosi la nuca.
“Quello
che tutti sapevamo sarebbe accaduto nel giorno in cui Ikki e Shun avrebbero
dovuto separarsi” rispose tristemente Shiryu.
Hyoga
non riusciva a distogliere lo sguardo dalla soglia della camera:
“Sì,
Shun... vai da lui... solo voi due saprete trovare le parole giuste da
dirvi...”
***
Ikki
era accovacciato ai piedi dell’albero che, da quando erano stati condotti
all’istituto, costituiva per lui e per Shun un punto di riferimento
costante; il volto nascosto tra le braccia, non riusciva a porre un freno al
vortice di pensieri negativi che da ore lo aggredivano senza sosta, privi di
qualunque controllo razionale.
Da
quando Shun era nato, il fratello maggiore si impegnava affinché il suo
tesoro non dovesse mai vederlo in simili atteggiamenti di sconforto, ma non
poteva immaginare che, in quel momento, il piccolo lo osservava e che stava
odiando se stesso una volta di più.
Povero Ikki-Niisan; non deve
affrontare solo la paura di un difficile addestramento, ma anche la
preoccupazione per quello che mi succederà.
Shun
si avvicinò così silenziosamente che Ikki non lo udì, finché egli si
lasciò cadere al suo fianco; solo allora il ragazzo bruno sollevò il capo
e si voltò a guardarlo. Quindi sfregò velocemente il braccio sul viso
bagnato di lacrime e, con la miracolosa capacità di ripresa conferitagli
dal senso di responsabilità nei confronti del piccolo, gli sorrise,
riuscendo persino a mostrarsi rassicurante.
Shun
ricambiò quel sorriso meglio che poté, anche se era tanto difficile
trovare dentro di sé un briciolo di coraggio, poi rimasero a fissarsi così,
a lungo, senza parlare.
Infine,
una mano di Ikki si allungò ad accarezzare i riccioli del fratello, ai
quali la luce dell’alba conferiva un colore singolare e prezioso:
sembravano risplendere di luce propria, accendendosi di svariati riflessi in
tutte le tonalità del biondo e del rosso. Anche la pelle bianca del bambino
era illuminata dai primi raggi del sole, in quel momento particolare della
giornata in cui ogni colore appariva strano, quasi magico; Shun era una
creatura incantata, perfetta, di una bellezza eterea ma così fragile, che
avrebbe potuto scomparire da un momento all’altro al contatto con la
triste realtà.
Era
quello che stava per accadere? Si chiese Ikki; il suo fratellino sarebbe
davvero svanito dal mondo per trasformarsi, definitivamente, in un angelo?
“E
io. . . cosa farei senza di te?” un pensiero che si tradusse, suo
malgrado, in involontario sussurro.
“Ni…
Niisan...” pigolò la voce dell’altro, il suono atroce emesso da un
cucciolo agonizzante.
Ikki
sussultò, odiandosi profondamente; si stava scoprendo troppo, lasciando
sgorgare, all’improvviso e tutte insieme, le proprie debolezze, abbattendo
ogni argine proprio nel giorno in cui Shun aveva maggiormente bisogno della
sua fermezza mentale.
Il
piccolo rivolse lo sguardo a terra:
“Tu
credi che non ce la farò, vero Niisan? Per questo stai così male.”
Con
uno scatto violento, Ikki si mise in ginocchio e lo afferrò per le spalle:
“No,
Shun! Ce la farai! Io sono sicuro che ce la farai! Me l’hai promesso!”
Shun
sorrise timidamente, ma con una tristezza tale che il cuore del fratello
perse un battito:
“Non
avrei dovuto... le probabilità sono contro di me... non avrei dovuto
promettere...”
Le
dita di Ikki si aggrapparono alla sua carne con tale disperazione da
strappargli un gemito di dolore e Shun vide che anche il suo fortissimo
fratello tremava e piangeva con l’angoscia di un bambino prossimo a
perdere quanto aveva di più caro.
“Oh,
Niisan!” singhiozzò il piccolo, avvinghiandosi ad Ikki e nascondendo il
volto nel suo vigoroso abbraccio “Vorrei tanto esserti più di aiuto,
avere meno paura! Ma non posso immaginare la mia vita senza di te!”
Cosa sto facendo?
Pensò Ikki, ero riuscito a
trasmettergli un po’ di fiducia e adesso sto rovinando tutto... Perché
ho tutta questa paura anche io? Shun non è debole, è solo troppo
sensibile, ma farebbe qualsiasi cosa per me, e per potermi rivedere tirerà
fuori la sua forza nascosta... ne ha... ne ha da vendere, io
lo so, una forza che in pochi possono capire... perché non si vede, non è
nel corpo, ma nel cuore… e se
non mi sforzo di vederla io, come posso pretendere che la vedano gli altri?
Chi può conoscerlo meglio di me?
Lo
fissò a lungo e ad un tratto lo vide... lo smeraldo che rendeva tanto
preziosi i suoi occhi non aveva perduto il proprio valore, l’innocenza
dello sguardo era intatta, il viso conservava i propri lineamenti da
fanciullo incorrotto...
Ma
colui che si presentava alla vista di Ikki era un ragazzino di tredici anni,
bellissimo, aggraziato nelle forme androgine di una creatura incantata, non
prive di una discreta fierezza guerriera del tutto esente, tuttavia, da ogni
ombra di cruda ferocia, simbolo vivente di chi sa conservare integro il
proprio spirito immacolato nonostante le atrocità della vita.
All’immagine
di un bambino indifeso e morente si sostituì, così, quella di un
tredicenne, quello che Shun sarebbe diventato a dispetto di chi lo
sottovalutava, a dispetto di ogni paura e di ogni dolore. Ikki sorrise di
nuovo, ma questa volta il sollievo era sincero:
“Ora
lo so! So che ce la farai! Guardami negli occhi, Otooto!”
Il
piccolo obbedì.
“Osservami
attentamente... riesci a capire che ci credo davvero?”
Shun
annuì, al colmo dello stupore, perché il fratello aveva davvero una nuova
convinzione nello sguardo e in quello sguardo il bambino sapeva, unico a
riuscirci, cogliere le sfumature dell’anima.
“Niisan....”
“Ti
ho visto... è stato un lampo, ma ti ho visto chiaramente... un bellissimo
guerriero di tredici anni, ma sempre il mio tenero otooto... riuscirai a
diventare forte senza cambiare! Grazie al tuo cuore e al tuo spirito nobile
conquisterai l’armatura e sarai un santo nel corpo e nell’anima!”
Shun
era sconcertato, ma Ikki appariva davvero convinto; la sua fiducia gli scese
nell’animo, lo avvolse con un calore intenso, protettivo come sempre erano
le sue braccia.
Anche
il piccolo così ritrovò un sorriso nuovamente sincero nel desiderio di
rassicurare; Ikki aveva infuso in lui una nuova dose di fiducia. Dopotutto,
forse, aveva davvero qualche speranza di farcela.
Restava
tuttavia il terribile senso di colpa nei confronti di Ikki-Niisan, l'incubo
di Death Queen Island; contro il senso di colpa gli era impossibile
combattere.
“Niisan
e tu? Ho paura di Death Queen, paura che ti porti via da me!”
Ikki
gli arruffò affettuosamente i capelli mentre rispondeva, spavaldo:
“Non
sia mai che un’isola, un uomo con una maschera e delle difficili
condizioni climatiche, mi impediscano di tornare da te... Adesso sei tu a
non avere fiducia in me? lo sai che sono forte, no?”
“Il...
più forte del mondo...”
“E
allora su con la vita e pensa ad essere forte anche tu!”
L’idillio
fu bruscamente interrotto dall’inconfondibile voce di Tatsumi:
“Finalmente
ti ho trovato, microbo! Vai a prepararti, è quasi ora di partire!”
Shun
sussultò, mentre il suo sguardo smarrito si spostava, alternativamente,
dall’uomo mai apparsogli così simile ad un orco crudele, al fratello il
quale, dal canto suo, non riusciva nuovamente a controllare il proprio
sgomento.
“Ma
è presto” esclamò “deve partire stasera!”
“C’è
stato un cambiamento di programma. Il bus che deve prelevare i primi bambini
è già arrivato, partirà tra un’ora. Shun verrà condotto al porto dove
si imbarcherà per l’Oceano Indiano.”
Totalmente
colti alla sprovvista, in un gesto spontaneo i due bambini si strinsero
l’uno all’altro; avevano pensato di poter passare insieme tutta la
giornata, di potersi preparare per gradi alla separazione e, invece, il
destino e gli adulti si accanivano sulle loro paure e sul loro dolore: la
ruota del fato avrebbe girato in loro favore, almeno una volta nella vita?
Quell’ultima,
brutta sorpresa si rivelò un colpo atroce per Shun; Ikki scorse i suoi
tremiti, percepì le lacrime prossime a sgorgare, l’effimero ottimismo di
pochi istanti prima sgretolato come friabile roccia, dissolto come neve al
sole.
Toccava
di nuovo a lui trovare la forza necessaria per entrambi; si accingeva a
proteggerlo per l’ultima volta... ma il pensiero non lo fece crollare e si
aggrappò alla visione dello Shun guerriero, alla speranza che il fratello
avrebbe reagito con la volontà e il suo nobile cuore, quando fosse rimasto
solo.
Gli
diede una gomitata e gli sussurrò in un orecchio:
“Non
provare a fare uscire quelle lacrime... l’hai promesso, non deludermi!”
Shun
deglutì, ma riuscì a non piangere. Ikki si alzò e gli tese la mano; le
piccole dita tremanti di Shun si posarono su di essa e il più grande le
strinse con vigore, attirandolo verso di sé per invitarlo a mettersi in
piedi.
“Seguitemi!”
sbottò Tatsumi impaziente, voltando loro le spalle e avviandosi a grandi
passi senza più degnarli di uno sguardo.
***
Le
mani di Ikki si muovevano meccanicamente, mentre preparava la poca roba che
Shun avrebbe dovuto portare con sé in una minuscola valigia, abbastanza
leggera perché un bambino di sette anni potesse reggerla.
La
tristezza nel cuore di Shun si faceva sempre più greve ed opprimente, man
mano che il fratello finiva di piegare i pochi abiti e li riponeva
all’interno il più ordinatamente possibile.
Shun
lo osservava, rimanendo immobile al centro della stanza, come se stesse
assistendo ad una scena che gli era estranea, in una soffocante atmosfera
onirica.
All’improvviso,
mentre piegava l’ultima maglietta, le mani di Ikki si bloccarono, lo
sguardo rimase basso, fisso davanti a sé, i pugni si strinsero sulla stoffa
bianca e tremarono convulsamente. Quell’inatteso attacco di dolore
ricondusse bruscamente Shun alla realtà; si portò una piccola mano al
petto, assalito da un violento batticuore che gli rese difficoltoso
respirare.
Sentì
una fitta così forte che emise un singulto molto simile allo squittio di un
topolino in trappola ed Ikki si riscosse, per poi guardarlo con una severità
tale che il piccolo indietreggiò.
“Vienimi
a dare una mano” gli impose Ikki un po’ bruscamente “Fare qualcosa ti
aiuterà a non impazzire!”
Lo
sguardo del ragazzo più grande, tuttavia, smentiva l’apparente durezza;
nei suoi occhi luccicavano lacrime che, Shun lo sapeva, non sarebbero mai
sgorgate. Il piccolo mosse qualche passo verso di lui, prese la maglietta
dalle sue mani e la strinse al petto, poi rimase di nuovo immobile, con lo
sguardo a terra. Le sue orecchie furono raggiunte dal sospiro di Ikki e dal
suo sussurro abbattuto:
“Shun...”
La
voce con cui pronunciò il suo nome era velata di ansia, accentuata dal
fatto che Ikki aveva notato come qualcosa non andasse nel fratellino, ancor
prima che lo stesso Shun potesse realizzarlo. Era già al suo fianco quando
la stanza prese a girare vorticosamente e le sue gambe cedettero; poi, tutto
fu buio, mentre le braccia di Ikki lo accoglievano e lo aiutavano a reggersi
in piedi.
Fu
un attimo; Shun riaprì gli occhi dopo pochi istanti, mentre il fratello lo
fissava con una tale intensità che la sensazione di smarrimento si accentuò.
“Ma
che scherzi mi combini, Shun? Ti sembra il caso di svenire?”
Rabbia,
disperazione, tristezza, lottavano per prendere il sopravvento nella voce e
nell’espressione di Ikki. Shun sbatté un poco le palpebre, quindi sgranò
del tutto gli occhi, ancora offuscati da un velo di nebbia mentre si
specchiavano, sperduti, in quelli del fratello, il quale lo sostenne e lo
condusse verso il letto:
“Sdraiati
per qualche minuto... Devi essere in forma quando parti.”
Shun
scosse disperatamente la testa e gli gettò le braccia al collo:
“No,
abbracciami! Starò meglio solo se mi abbracci!”
Con
un sospiro, Ikki lo strinse talmente forte da sollevarlo e cullarlo come
faceva quando erano entrambi più piccoli.
In
quel momento, la porta della stanza si aprì con un tonfo sgraziato.
“Allora,
vi manca ancora molto? Aspettano solo te, microbo!”
Ikki
era così teso che il tono roco e prepotente di Tatsumi fece sussultare
persino lui; Shun si accoccolò con un tremito violento nel suo abbraccio.
“Mio
fratello si è sentito poco bene... è svenuto...” pur sapendo che il
proprio tentativo di impietosire l’inserviente sarebbe stato vano, Ikki
non rinunciò a prendere le difese di Shun; l’avrebbe fatto fino
all’ultimo istante. . . prima di lasciarlo in balia del destino.
“Mi
pare che si sia ripreso adesso, non possiamo favorirlo solo perché. . .”
“Questo
significa che lo fareste partire anche se fosse malato?” sbottò Ikki
senza permettergli di terminare la frase.
“Chi
si lascia abbattere da un semplice malessere avrà vita corta nelle scuole
di addestramento; in quei luoghi non prenderanno in considerazione le
debolezze di un bambino piagnucoloso, Shun dovrebbe partire anche se fosse
in punto di morte, ed andare incontro alla selezione naturale che questo
addestramento impone!”
Ikki
stava per lasciarsi sopraffare da una rabbia incontenibile, ed avrebbe perso
il controllo se Shun non avesse presagito l’approssimarsi della tempesta;
raccogliendo tutto il suo umile coraggio, il piccolo si staccò dal fratello
e, compiendo qualche posso barcollante, sussurrò:
“Sto..
sto bene... sono pronto...”
Ikki
lo guardò con orgoglio e gratitudine, gli circondò le spalle con un
braccio e lo accompagnò fuori; il bus attendeva, posteggiato nel vasto
cortile. Shun si sentì nuovamente vicino al crollo mentale e si bloccò,
osservando quel mezzo come avrebbe osservato un mostro degli Inferi giunto
per portarlo alla dannazione.
Il
motore era già acceso, gli ultimi bambini stavano salendo; per una volta
apparivano tutti simili a Shun con quegli sguardi atterriti, pieni di
domande che non avrebbero ottenuto risposta finché non fossero giunti a
destinazione… e forse avrebbero perso la vita prima di capire.
Spazientito
dall’ennesima esitazione del piccolo, Tatsumi sottrasse Shun alla custodia
di Ikki e lo trascinò fino al veicolo, lasciandolo solo quando giunsero nei
pressi dello sportello d’entrata, per poi allontanarsi in direzione
dell’autista che lo chiamava in cerca di qualche informazione riguardo
alle direttive impostegli.
Il
bambino rimase immobile, scosso da tremiti violenti, in preda ad un panico
tale da non saper prendere alcuna risoluzione; annaspava in un limbo senza
via d’uscita quando, approfittando della distrazione di Tatsumi, Ikki lo
raggiunse. Percependo la sua presenza al proprio fianco, Shun si riscosse e
i due fratelli si guardarono a lungo, con espressioni più eloquenti di
qualunque parola; quindi Ikki si sforzò di sorridere ed esclamò:
“Ricordati
la promessa che ci siamo fatti e torna come sacro guerriero!”
Shun
annuì debolmente, ma era impossibile non notare il suo smarrimento e il suo
desiderio di piangere:
“Sì...
te lo prometto... ma...”
Lo
sguardo ammonitore e incoraggiante di Ikki non servì questa volta; gli
occhi immensi e preziosi di Shun luccicavano tanto da risultare abbaglianti,
perché il bambino lottava disperatamente al fine di trattenere in essi la
quantità straripante di lacrime che volevano uscire.
“Io...
vorrei tanto venire con te a Death Queen Island...”
“Shun,
ne abbiamo già parlato... io me la caverò... pensa solo a quando ci
rivedremo...”
In
tutta risposta, il piccolo cominciò a singhiozzare; Ikki aveva immaginato
che, nonostante le parole che si erano detti, nonostante i buoni propositi,
quello sarebbe stato il momento più atroce e pressoché intollerabile.
“Non
mi avevi giurato di essere forte? E ora ti rimetti a piangere come una
femminuccia?”
“Niisan..
voglio stare con te... hai
sempre trovato una soluzione a tutto, perché
questa volta no?”
“Otooto...
ti prego...”
Shun
lasciò cadere il misero bagaglio e si gettò tra le sue braccia:
“Niisan...
Niisan....”
“Oh...
Shun...”
Benché
il suo cuore fosse irrimediabilmente incrinato, almeno quanto quello di
Shun, Ikki si impose di riprendere il controllo della situazione; si liberò
dal soffocante abbraccio e prese una piccola mano del fratello tra le
proprie:
“Non
fare così... ti sei sempre fidato di me, no? Ed io ti giuro che andrà
tutto bene... ci rivedremo tra sei anni, riusciremo a mantenere la promessa,
perché è il desiderio più grande che abbiamo... sarà un desiderio così
forte che ci farà vincere... non è forse vero che tu lo desideri quanto
me?”
Shun
annuì.
“E
allora ce la faremo, non può essere altrimenti! Niente e nessuno potrà
impedirci di stare di nuovo insieme e quando ci saremo ritrovati, non ci
separeremo più!”
“Scu...
scusami...”
Ikki
gli arruffò affettuosamente i capelli:
“Vai
ora...ti stanno aspettando...”
“Shun,
aspetta!”
In
un coro di voci concitate, tre ragazzini circondarono i fratelli.
“Te
ne andavi senza salutarci, imbroglione?” Seiya diede al coetaneo una
spinta scherzosa e, allo stesso tempo, colma di affetto.
“Ragazzi”
mormorò Shun, regalando ad ognuno di loro il suo dolce sorriso, un po’
incerto per via della commozione. Shiryu gli strizzò un occhio, mentre
Hyoga avvicinò il viso al suo per sussurrargli:
“Non
hai dimenticato che anche con me hai scambiato una promessa, vero? Un
giuramento sacro?”
Shun
scosse il capo e lo guardò con la sua espressione più timida ed umile;
quanti impegni aveva da rispettare, era stato presuntuoso ad accettarli, a
volerli illudere e ad illudere se stesso, anche se per brevi istanti.
Salì
a bordo come un automa, lo sguardo fisso e gli occhi vitrei, senza avere più
il coraggio di voltarsi a guardare coloro che amava; nel momento in cui si
sedette e il rombo del motore gli invase le orecchie, chiuse i sensi a tutto
e si raggomitolò nel suo guscio, sforzandosi di non pensare a nulla. Sapeva
che, se un barlume di consapevolezza fosse affiorato in superficie, avrebbe
rischiato di perdere definitivamente la ragione.
***
Saori
aveva assistito all’addio dei due fratelli dalla sua stanza lussuosa,
affacciata alla finestra e aveva litigato con se stessa per non cedere alla
commozione; no, commozione non era la definizione esatta. . . aveva
partecipato con il cuore e l’anima, colta dal desiderio di correre di
sotto, per imporre a tutti la propria volontà, fermare quella vettura e
preservare dal pericolo ognuno di quei bambini, proteggerli ed impedire a
chiunque di fare loro del male.
Non puoi salvarli adesso, solo
sperare… ma per molti di loro ogni speranza sarà vana. . .
Quanta
tristezza anche nella voce di fanciulla sempre così determinata… la voce
di chi conosceva bene una realtà, di chi la sapeva inevitabile pur senza
riuscire ad accettarla.
Saori
si portò le mani alle tempie e scosse disperatamente il capo:
“Taci,
taci, taci! Mi hai sempre rimproverato perché non sono gentile con loro e
adesso dici che non li possiamo salvare?”
Hai avuto tanto tempo per
amarli, per interagire con loro come meritano, per instaurare un rapporto
profondo… ma l’hai sprecato… e chissà quanto dovremo lottare, in
futuro, per conquistare la loro fiducia…
La
bambina non osò più rispondere e non tentò in alcun modo, per una volta,
di reprimere l’ondata di lacrime e profonda sofferenza che la colse;
abbassò mestamente il capo e camminò fino al letto, rannicchiandosi a
gambe incrociate sulle lenzuola, l’orsacchiotto preferito stretto a sé;
poi in esso affondò il viso, soffocando i singhiozzi incontrollati che
risalirono dal petto dolorante.
***
Lo
sguardo di Ikki, sperduto come mai prima, aveva osservato l’autobus che
scompariva, portando lontano il suo adorato fratello, chissà dove, forse
per sempre.
Poi
era rimasto a lungo immobile, come se sperasse di vederlo tornare, o forse
desiderando ardentemente che si trattasse solo di un brutto sogno, finché
Tatsumi si avvicinò a lui e qualcuno osò credere che, per una volta, il
grosso inserviente si fosse commosso e avesse deciso di recare un po’ di
conforto.
“Sei
davvero sicuro che vi rivedrete?”.
Il
ragazzo sussultò al suono falsamente mellifluo della voce tanto odiata.
“Tu
davvero non immagini quale luogo lo attende.”
“Che
cosa?” ringhiò Ikki verso di lui.
Senza
scomporsi di fronte al cipiglio agguerrito del piccolo, Tatsumi ridacchiò e
si apprestò ad infierire:
“L’Isola
di Andromeda è l’inferno, non ha nulla da invidiare a Death Queen!”
Il
bambino fremette e strinse i pugni, ma l’uomo finse di non accorgersene:
“L’Isola
di Andromeda... Dietro questo nome grazioso si cela un luogo terribile;
durante il giorno la temperatura rasenta i cinquanta gradi, il sole brucia
letteralmente la pelle. Quando scende la notte, la temperatura cade al di
sotto dello zero, un inferno di gelo! Nessuno è mai tornato indossando un
cloth da sacro guerriero, tali estreme condizioni rappresentano il fascino
dell’Isola di Andromeda!”
Seguì
qualche istante di teso silenzio, poi Tatsumi soggiunse, con il tono di chi
si stava divertendo davvero molto e guardando davanti a sé con un ghigno
dipinto sul volto:
“Tuo
fratello non ha speranze; tu hai preso il suo posto per andare a Death
Queen, ma egli morirà comunque sull’Isola di Andromeda” quindi inclinò
un poco gli occhi per scrutare il ragazzo, senza mutare, tuttavia,
l’espressione sardonica “Grazie a tuo fratello, andrete entrambi dritti
all’inferno.”
Concluse
il discorso con una risatina alla quale rispose il sordo ruggito di Ikki
che, gli occhi feroci rivolti al suolo, tremava d’ira e disperazione.
Quindi, senza preavviso, il bambino scattò ed afferrò energicamente la
giacca del suo aguzzino, ignorando il rimprovero di quest’ultimo e urlando
con tutto il fiato che aveva in gola:
“Riportate
indietro mio fratello! Non mi importa se io andrò all’inferno, ma non
posso accettare che ci vada mio fratello!”
Tatsumi
ridacchiò ancora, tuttavia non poté nascondere del tutto la tensione resa
evidente dalle perle di sudore che si materializzarono sul suo viso:
“E’
troppo tardi, il bus è partito… diretto verso l’inferno…”
L’ennesima
risatina fu bruscamente interrotta da un pugno che, con violenza inaudita,
si abbatté sul volto del corpulento custode, seguito da altri, una gragnola
di colpi senza freno esplosi dalle mani di un ragazzino ferito nel profondo,
il cui istinto, in quegli istanti, lo spingeva solo a colpire, a distruggere
qualunque cosa fosse capitata a portata del suo cieco furore. Nessuno fece
in tempo ad intervenire, persino Tatsumi, colto del tutto alla sprovvista,
non poté fare altro che incassare senza riuscire a difendersi, sembrava
avere di fronte un avversario esperto anziché un bambino che, per quanto
dimostrasse più della sua età effettiva, era comunque minuscolo rispetto a
lui.
Infine,
l’uomo cadde al suolo con un grugnito di dolore e disappunto ma si riprese
quasi subito vedendo Ikki spiccare una corsa veloce all’evidente ricerca
di una via di fuga. Impossibilitato a raggiungerlo, Tatsumi balzò in piedi
ed allertò l’intero istituto.
***
Erano
talmente palesi le intenzioni di Ikki, che ben presto tutti gli adulti
presenti compresero che il piccolo faceva sul serio. Nel giro di pochi
istanti era scomparso alla vista e, benché si sapesse che uscire
dall’istituto gli sarebbe stato impossibile, gli addetti alla custodia dei
bambini erano in subbuglio; ogni centimetro di terreno di casa Kido sembrò
trasformarsi in un autentico campo di battaglia, uomini vestiti di scuro,
accompagnati da cani addestrati, frugavano ogni angolo quasi avessero a che
fare con un evaso pericoloso. Persino gli allarmi risuonarono assordando i
bambini ancora ignari dell’accaduto.
Seiya,
Hyoga e Shiryu non avevano assistito allo scontro tra Ikki e Tatsumi; una
volta salutato Shun, i custodi li avevano allontanati, richiamandoli ai loro
doveri, quindi, quando udirono il lugubre ululato della sirena, furono colti
totalmente alla sprovvista.
Il
piccolino del gruppo fece cenno a due compagni che parlottavano tra loro e
che davano l’idea di essere molto informati sulla faccenda.
“Ehy,cosa
sta succedendo?” li interrogò, avanzando nella loro direzione.
“Ikki
è scappato” rispose ridacchiando colui che si trovava davanti.
A
quel punto anche Shiryu si avvicinò, la voce intrisa di tensione:
“Che
cosa?”
“Ma
perché?” insisté Seiya, non meno ansioso dell’amico.
“Non
ne so nulla, ma pare che daranno un premio per la sua cattura.”
A
quella rivelazione, altri bambini che si trovavano nelle vicinanze si
accostarono, sempre più interessati, mentre dalle labbra di Seiya e dei
suoi due amici si levava un’esclamazione di disappunto; evidentemente i
custodi erano consapevoli di non potersi permettere di sottovalutare Ikki e,
preoccupati per la piega che gli eventi avrebbero preso, avevano deciso di
sfruttare persino alcuni dei bambini, comprandoli con vergognose promesse.
Incapace
di contenere la propria esplosione di rabbia, Seiya afferrò il colletto del
compagno con cui aveva scambiato quelle poche, significative parole:
“Ah,
è così? E voi lo state cercando? Siete i leccapiedi di Tatsumi!”
Mentre
il malcapitato tentava vanamente di giustificarsi con sconnessi balbettii,
Shiryu attirò l’attenzione di Seiya sull’urgenza che più lo premeva:
“Un
momento, forse Ikki non sa che le recinzioni sono elettrificate, se cercasse
di scappare scavalcando il muro…”
Seiya
sussultò; in realtà Ikki lo sapeva, come tutti loro, ne avevano parlato
spesso, ma l’impulsivo atto compiuto lasciava pensare che fosse sconvolto
per la separazione dal fratellino e la sua mente, in quel momento
irrazionale, avrebbe potuto tradirlo.
“Rischia
di morire!” gridò Seiya, disinteressandosi ai due vili traditori per
lanciarsi alla ricerca dell’amico, seguito a pochi passi di distanza da
Shiryu e da Hyoga.
“Aspettate”
si bloccò poi Shiryu, trattenendo Seiya per un polso e facendo fermare il
russo con un cenno “Se hanno difficoltà a trovarlo i grandi, vuol dire
che si è nascosto bene. Correndo così non noteremo mai le sue tracce!”
“Io
credo che dovremmo andare sul retro, nel luogo più isolato” propose Hyoga
“Alcune volte l’ho visto là, a contemplare la recinzione dal basso.”
Dopo
qualche istante, avevano imboccato la direzione indicata da Hyoga e giunsero
sul posto proprio in tempo per scorgere Ikki che intraprendeva, con la
tenacia degna di un combattente, la scalata al muro di pietra. Seiya non
perse tempo; una mano del fuggitivo era ormai sul punto di afferrare il filo
spinato. Con un’agilità che non aveva nulla da invidiare a quella di
Ikki, il piccolo lo raggiunse in pochi secondi, lo circondò con le proprie
braccia e lo tirò giù, in un ruzzolone che coinvolse entrambi e, in
seguito al quale, un Ikki furioso si dibatté, tentando di divincolarsi
dalla stretta del compagno, decisamente minuscolo se paragonato a lui, ma
ben deciso a non lasciare che l’amico si suicidasse inutilmente.
“Smettila,
Ikki! Vuoi morire?!”
“Lasciami,
non è un problema tuo!”
Un
pugno di Ikki colpì con ferocia la guancia del piccolo. Seiya era
impotente, Ikki era troppo forte per lui ed in più era preda di una furia
incontrollata; lo lasciò dolorante a terra, mentre lui si rialzava, pronto
a colpire ancora se il più giovane avesse tentato altre mosse:
“Come
potete accettare di essere gli schiavi di Tatsumi, benché siamo tutti
orfani?!”
“Ti
sbagli” protestò Seiya che, nel frattempo, tentava di rimettersi in piedi
“Ci saranno sicuramente altri mezzi per fuggire!”
Nel
frattempo, il gruppetto era stato raggiunto da altri ragazzi che, imitando
Hyoga e Shiryu, cercarono di circondare Ikki, allo scopo di impedirgli
ulteriori colpi di testa; persino Jabu si unì ai compagni. Seiya si mosse,
portandosi davanti ad Ikki, ma questi, con un balzo, lo calciò al petto
gettandolo ancora a terra e più nessuno fu in grado di impedire il dramma
che seguì. Nel giro di pochi istanti, mentre Hyoga e Shiryu urlavano in
preda al terrore, la mano del ragazzo più grande si aggrappò alla
recinzione.
La
scossa fu istantanea: Ikki urlò, venne attraversato da tremiti violenti,
poi una sola parola, esile come un estremo respiro, fuggì ancora alle sue
labbra;
“Shun…”
Ricadde
all’indietro e sulla sua coscienza calarono le tenebre.
***
“Povero
Ikki...” mormorò Shiryu, dopo che il compagno privo di sensi, il corpo
solcato da scottature e in preda a convulsioni terribili, fu prelevato dagli
adulti e portato, ne erano consapevoli, laddove l’avrebbero ulteriormente
punito, anziché prestargli le cure necessarie. Nessuno di loro aveva mai
visto Tatsumi così furioso.
“Povero
Ikki un corno!” brontolò Seiya “Ci ha trattato come dei nemici quando
volevamo aiutarlo ed essere dalla sua parte! Per me può andarsene al
diavolo!”
“Non
dire queste cose... prova a metterti nei suoi panni... come avresti reagito
se al posto suo e di Shun, ci foste stati tu e Seika?”
Sul
visetto di Seiya, il broncio si mutò in tristezza:
“Io
e Seika ci siamo già passati in un momento simile... hai ragione Shiryu...
mentre mi portavano via da lei avrei fatto a pezzi quegli uomini se non
fossero stati così grandi e forti… avrei distrutto l’universo in quegli
attimi, non mi importava niente della mia vita né di nessuno…”
Un
attimo dopo, sollevò il volto, illuminato da un lampo di fierezza:
“Ma
io conquisterò l’armatura e diventerò un guerriero... e allora gli
adulti non potranno più permettersi di comandarmi e di trattarmi così,
perché io diventerò più grande e forte di loro!”
***
La
sensazione che provò quando sfuggì alla morsa dell’incoscienza fu
terribile; non un frammento del suo corpo era risparmiato dalla sofferenza,
inoltre c’era il disagio provocato dall’impressione di trovarsi
sottosopra. Era buio e l’aria puzzava di vecchio… e di sangue…
probabilmente il suo. Due occhi cattivi lo osservavano e, convinto di
trovarsi, nonostante tutto, ancora immerso in un incubo o forse di essere
precipitato all’inferno, credeva si trattasse dello sguardo sadico di un
demone che si nutriva di sola crudeltà.
Poi
sprazzi di lucidità fecero gridare sempre di più le sue membra ed il suo
cuore e riconobbe chi gli stava intorno, riconobbe i volti e gli abiti dalle
tinte spente: Tatsumi e gli altri custodi di Villa Kido… e lui era davvero
sottosopra, perché si accorse di essere legato, appeso nel vuoto, vedeva il
pavimento sotto di sé muoversi ad ogni oscillazione delle corde strette
sulla sua carne, le spire che affondavano incidendo ancor più laddove la
pelle era già escoriata dalle scottature.
Mise
a fuoco lo sguardo affondandolo in quello di Tatsumi e, dopo i suoi occhi,
scorse il ghigno soddisfatto con il quale attendeva, paziente, il suo
completo risveglio.
“Bentornato
tra noi, piccolo bastardo; volevo essere certo che fossi ben presente a te
stesso prima di punirti a dovere!”
Le
dita grandi e tozze dell’uomo si posarono sul suo volto e affondarono
nelle sue guance, facendolo gemere, ma non vi era alcuna richiesta di pietà
nell’espressione di Ikki, solo una rabbia cocente, i suoi occhi blu erano
come lame d’acciaio che avrebbero desiderato affondare nel petto del suo
aguzzino, atteggiamento che non piacque a Tatsumi, il quale ringhiò un
ordine ad un assistente lì accanto. Questi avanzò ed Ikki vide chiaramente
un oggetto nelle sue mani ma, prima che potesse distinguere di cosa si
trattasse, tale oggetto lo colpì una prima volta, con inaudita violenza. Il
dolore si diffuse con tale velocità attraverso le sue viscere che il
ragazzo non seppe neanche identificare il punto esatto sul quale il colpo si
era abbattuto.
E
non ebbe neppure il tempo di reagire con la propria forza di volontà alla
sofferenza, perché altre percosse giunsero, senza sosta, una dopo
l’altra, sempre più feroci. Aveva già subito punizioni corporali ma
quell’accanimento, così come la durata della tortura, era una novità.
La
voce di Tatsumi trafisse le sue orecchie, sgradevole alle sue percezioni
almeno quanto il supplizio del bastone:
“Maledetto,
questa è la punizione che meriti perché non ti venga più la tentazione di
scappare! Servirà di monito anche a tutti gli altri! Non risparmiarlo, dovrà
subire ancora per un bel po’!”
Poi
il bambino udì le parole, più calme e intrise di sorpresa, che l’uomo
evidentemente scambiò con qualcuno lì vicino:
“Mi
stupisce che dopo una tale scarica elettrica non sia morto… chissà che
non sia effettivamente in grado di tornare vivo da Death Queen Island…”
Le
percosse si arrestarono; il ragazzo era apparentemente inerme, ogni
frammento di carne chiazzato di sangue scarlatto. Tatsumi si avvicinò e,
con voce di spettro da un’altra dimensione, non voce di bambino, ma cupa,
quasi irreale, quel grumo di sangue e dolore che Ikki era diventato gli parlò:
“U…
uccidimi…”
“Cosa?”lo
interrogò Tatsumi, perplesso.
“Se
non mi uccidi ora… te ne pentirai…”
Il
viso di Ikki si mosse, un solo occhio del ragazzo si aprì, per un istante
libero dal sangue che colava dalla fronte, fissò Tatsumi con un luccichio
che all’uomo parve quello di uno spiritello infernale:
“Giuro
che tornerò da Death Queen… e poi vi ammazzerò tutti… di sicuro!”
La
minaccia che avvertì in quelle parole e in quello sguardo terrorizzò
Tatsumi per il sentore di premonizione di cui era intrisa. Reagì
apostrofando il ragazzo con ira:
“Idiota,
nessuno è mai tornato vivo da laggiù! Anche tu morirai, come tutti gli
altri prima di te!”
***
Tatsumi
e i suoi assistenti avevano dato il peggio di se stessi nel mettere in
mostra la loro crudeltà; Ikki non ricordava di essere mai stato picchiato
in modo talmente selvaggio da fargli credere che non sarebbe sopravvissuto,
nonostante alle percosse l’avessero abituato fin dal primo giorno in cui
aveva varcato la soglia di Villa Kido.
Senza
farsi vedere dagli adulti, qualche lacrima, quando la tortura cessò,
l’aveva versata, non sapeva dire se dovuta maggiormente alla sofferenza
fisica, all’umiliazione… o alla consapevolezza di aver perduto la parte
migliore della sua coscienza, strappatagli crudelmente per venire gettata in
un turbine d’orrore senza che lui potesse fare niente per stringerla
ancora a sé e proteggerla dalla tempesta.
La
terribile scossa che aveva ricevuto dal filo spinato era stata un’atroce
prova, ma nell’ottica di Tatsumi né questa, né l’ancor più dolorosa
separazione dall’adorato fratellino si erano rivelate punizioni
sufficienti.
Poi
l’avevano abbandonato lì, sul pavimento, e se ne erano andati senza una
parola, mentre lui precipitava nell’oblio, le parole di Tatsumi che
riecheggiavano, come la più orribile delle minacce, nel suo piccolo cuore,
le parole che descrivevano l’inferno dell’Isola di Andromeda.
“Shun...”
continuava a mormorare, i contorni della realtà che sfumavano verso le
linee soffuse dell’incubo “Riportatelo
indietro... deve stare con me... io devo proteggerlo... riportatelo da me...
ridatemi mio fratello...”
Dopo
un po’, potevano essere passate diverse ore come qualche minuto per quel
che ne sapeva lui, la porta della cantina si aprì e qualcuno gli afferrò
un braccio, facendolo gemere di dolore.
“E’
ora di andare!”
Senza
troppe cerimonie, senza accertarsi delle sue condizioni, con ogni evidenza
quasi critiche, Tatsumi lo sollevò da terra e lo trascinò fuori, senza che
Ikki avesse neanche la forza di chiedersi cosa gli sarebbe accaduto, a quel
punto. In fin dei conti, il fondo l’aveva già toccato.
A
Tatsumi non importava più nulla di lui, finalmente avrebbe potuto scaricare
la responsabilità di ogni bambino nelle mani di qualcun altro e, se uno di
loro fosse morto durante il viaggio, non avrebbe dovuto rendere conto a
nessuno.
Ikki
non rivide i compagni, neanche Hyoga, Seiya e Shiryu prima di lasciare la
villa e di venire gettato, ferito e febbricitante, nella stiva di una nave
mercantile.
Non
gli interessava... non avrebbe voluto rivederli... solo suo fratello era
importante.
Il
solo pensiero del tenero ed innocente Shun, la sua piccola, luminosa stella
l’avrebbe guidato, qualunque orrore gli si fosse presentato davanti agli
occhi da quel momento in poi.
***
Saori
seguiva con lo sguardo l’autobus che portava via uno degli ultimi gruppi;
tra i ragazzi saliti su quel mezzo c’era Hyoga.
Spesso
si scopriva a chiedersi come stessero i bambini già partiti e si sentiva
struggere nell’incertezza, nella consapevolezza che, anche se dopo sei
anni avesse rivisto alcuni di loro, forse si sarebbe rivelato impossibile
riparare ad un irrimediabile danno.
Cominci
a renderti conto della gravità di ciò che hai causato, non è vero, Saori?
Ogni volta che la voce le parlava, ormai, non si lasciava più andare a scenate isteriche; accettava e sospirava, rassegnata, profondamente triste; nessuno di quei bambini, coloro che sarebbero sopravvissuti, sarebbe mai più stato lo stesso… e neanche lei lo sarebbe mai più stata… benché non sapesse affatto in chi o che cosa si stesse lentamente trasformando.
Mentre
tornava verso casa, Saori vide Seiya, seduto sotto ad un albero, in un
atteggiamento malinconico che raramente si manifestava in quella fisionomia
da folletto, solita sprizzare allegria ad ogni gesto. Il più piccolo
dell’istituto era tra i pochi ancora rimasti; appollaiato per terra, il
volto basso a scrutare in apparenza un ciuffo d’erba, ma probabilmente con
lo sguardo perso nel vuoto, trasmetteva una sensazione di solitudine che ben
si addiceva al silenzio irreale sceso come una cappa opprimente sul parco e
sull’intero edificio. Per quanto se ne fosse stata sempre isolata, Saori
era troppo avvezza a sentire schiamazzi e movimento nei dintorni e
quell’aura di solitudine la rendeva triste, come abbandonata.
Io l’ho sempre saputo che sotto l’atteggiamento baldanzoso del mio piccolo Seiya si cela una profonda tristezza… ma tu no, vero Saori? Troppo occupata a crogiolarti nel tuo insensato e distruttivo egoismo non sei mai stata in grado di cogliere ciò che esiste sotto la superficie… imparerai? Imparerai, sì… vogliano le stelle che non accada troppo tardi… che non sia già troppo tardi…
La piccola strinse i pugni, reprimendo un ringhio. Un tempo non avrebbe sopportato che la voce le parlasse in quel modo, un tempo non l’avrebbe ritenuta degna di osare tanto con lei, che era una persona importante.
Adesso
non si sentiva più così importante e percepiva, anzi, che colei che la
rimproverava poteva permettersi qualunque cosa nei suoi confronti… e
forse meriterei anche che mi uccidesse… e scegliesse qualcun’altra… si
trovò a riflettere in un modo che la terrorizzò.
Una
bizzarra urgenza la portò a ricondurre la propria attenzione su Seiya.
Perché era tanto malinconico? Credeva di indovinarlo: la nostalgia per la
sorella maggiore, dalle cui braccia era stato strappato tempo prima, la
nuova solitudine che stava sperimentando dopo che i suoi quattro amici,
colonne cui si era appoggiato in quei mesi, erano partiti, lasciandolo
nuovamente solo in balia dei soffocanti pensieri.
A
passi silenziosi, la bambina si avvicinò a lui, quindi, immobilizzandosi a
pochi centimetri di distanza, lo fissò per alcuni istanti, durante i quali
egli non mutò posizione e atteggiamento. Infine lei tossicchiò, per
palesare la propria presenza e Seiya scattò in piedi:
“Cosa
diavolo vuoi?! Non ho tempo da perdere con te!”
Suo
malgrado, Saori provò una stretta al cuore di fronte a quella reazione, ma
l’orgoglio poco costruttivo di bambina viziata era ancora troppo vivo in
lei e, senza sapere perché, sentenziò con tutta la prepotenza che le era
solita:
“Non
permetterti mai più di parlami in quel modo ed obbedisci al mio ordine:
voglio che tu porti in Giappone l’armatura di Pegasus e che la deponga ai
miei piedi!”
Finse
di non interessarsi alla voce, ancor più infuriata di lei, che strepitò
nel suo spirito, quasi volesse trafiggerle il cuore, con il furore del
tuono.
“Tappati
la bocca!” la apostrofò Seiya “Non mi faccio comandare da una
femminuccia prepotente e viziata come te! Riporterò, sì, l’armatura di
Pegasus, ma solo per dimostrare che valgo qualcosa e che non sono lo schiavo
di nessuno, tanto meno il tuo!”
Sul
viso di Saori si dipinse un sorrisetto maligno:
“E
se ti dicessi che, solo se mi porti l’armatura, ti permetterò di rivedere
tua sorella? Ho il potere di farmi ascoltare da mio nonno.”
Gli
occhi di Seiya si inumidirono e, al tempo stesso, si infiammarono d’ira:
“La
tua crudeltà è senza limiti, parli solo per dire cattiverie, quando sarò
partito non ricorderai nemmeno più la mia faccia, sei troppo egoista perché
ti importi realmente quello che sarà di tutti noi!”
“Anch’io
so cos’è l’onore, sai?” il tono di Saori si ammorbidì e, in qualche
modo, non sembrava neanche più lei mentre parlava “Se me la porterai, io
farò di tutto perché tu possa rivedere tua sorella.”
Seiya
non seppe più cosa rispondere; era troppa la speranza che quelle parole
avevano suscitato in lui, come troppa l’incoerenza che muoveva i
comportamenti della nipotina di Kido da un po’ di tempo, ormai.
“Allora
me lo prometti?” continuò lei “Ti impegnerai ancora di più se ti giuro
che manterrò la parola?”
Seiya
annuì, non poté farne a meno; non svanì la rabbia dai suoi occhi, eppure
aveva percepito gentilezza nelle ultime parole della bambina, una sorta di
comprensione e complicità. Era davvero possibile?
Colto
da un inspiegabile smarrimento, corse via, deciso a non dare alcuna
soddisfazione a quella bambolina sempre ben vestita che detestava con tutto
se stesso.
“Ringraziare
ti pesava troppo, vero?!” gli gridò dietro Saori.
Eppure
non provava alcuna rabbia nei confronti del fuggitivo; un sorriso, questa
volta privo di ogni cattiveria, le illuminò i lineamenti, rendendoli
gradevoli come raramente riuscivano ad essere. Le cose sarebbero cambiate
tra lei e Seiya.
Sì… le cose cambieranno… e tu… noi… avremo tanto da farci perdonare… sapremo meritare la sua dedizione?
***
Era
rimasto solo lui; per qualche motivo a lui ignoto, anziché caricarlo
insieme all’ultimo gruppo di bambini sull’autobus partito due giorni
prima, a prelevare Seiya era giunta una grande automobile nera. Il cuore gli
balzò in gola quando la vide, perché la sua memoria andò ad una macchina
identica sulla quale era stato fatto salire a forza: Poi era partita
rombando, mentre una bambina dai capelli rossi correva inutilmente lungo la
scia lasciata dalle ruote, tendendo una mano impotente verso di lui.
Deglutì;
questa volta nessuno l’avrebbe afferrato per trascinarlo a bordo,
ignorando i suoi pianti e i tentativi di divincolarsi, mai più nessuno
avrebbe leso in tal modo la sua dignità.
Corrugò
la fronte, la sua espressione si mutò in un broncio deciso e, lo zaino in
spalla, si avvicinò al veicolo, pronto ad andare incontro al proprio
destino a testa alta.
Poi
si fermò, sussultando; percepiva come una presenza e, pur consapevole che
si trattava di un’illogica sensazione, si guardò intorno, mosso dalla
speranza di vedere qualcuno.
Ovviamente
non scorse anima viva, neanche Tatsumi lo sorvegliava più da lontano; solo
le persone all’interno dell’automobile lo attendevano, apparentemente
marionette senz’anima disinteressate a qualunque cosa accadesse loro
intorno.
Forse è la nostalgia che mi fa immaginare strane cose, pensò il bambino, questo luogo ora così vuoto mi mancherà, perché mi mancheranno gli amici… come mi manca qualcun altro che ho lasciato tempo fa…
La
macchina partì non appena fu salito a bordo, ma ebbe il tempo di voltarsi
indietro e la sensazione di trovarsi in un sogno già vissuto gli provocò
un forte capogiro.
Non
appena il mezzo varcò il cancello, una bambina sbucò, come dal nulla e si
mise a correre dietro alla vettura, chiamando il suo nome; i capelli non
erano rossi, bensì neri come la notte, legati in due codini che
ondeggiavano vivaci ad ogni suo passo.
“Miho-chan”
sussurrò Seiya, consapevole che non avrebbe in alcun modo potuto, ormai,
farsi vedere da lei “Eri tu… non eri più arrabbiata…”
Ogni
frammento di quella scena era troppo simile a quella che rappresentava il
suo incubo peggiore e il ragazzino era sicuro che Miho, come Seika-Neesan,
sarebbe caduta malamente a terra nel vano tentativo di raggiungerlo, senza
che lui potesse fare nulla.
Invece
lei divenne un puntino sempre più lontano e il piccolo fu sicuro, a un
certo punto, che si era fermata, a guardare fissamente davanti a sé,
probabilmente incapace di trattenere le lacrime, come lui in quegli istanti.
Tirò
su col naso, si voltò e si sedette composto sul sedile posteriore; gli
bruciava il fatto che quegli uomini incaricati della sua custodia lo
vedessero piangere, tuttavia si consolò, perché sapeva come il suo pianto
non fosse dovuto alla paura, ma unicamente al grande affetto che provava
verso tante persone che non avrebbe rivisto per molto tempo…. Forse per
sempre… non vi era vergogna nel pianto dettato dall’amore… e in nome
dell’amore avrebbe lottato da quel momento in poi, nella speranza di
incontrarli ancora tutti quanti e di non lasciarli mai più.
***
E
così, l’ultimo bambino era partito, non era rimasto più nessuno.
Saori
non aveva più visto Seiya a tu per tu dopo il loro breve scambio di battute
e sarebbero passati sei anni prima che si fossero incontrati di nuovo.
“Sei
anni... avrò tredici anni… anche Seiya, Shun, Jabu… e gli altri uno o
due anni di più; quanto saremo cambiati?”
Tanto, Saori; la partenza dei
bambini costituirà, purtroppo, il primo passo verso la fine per molti di
loro… ma per altri… e per te… è un inizio…
“So
che accadrà qualcosa, l’ho capito, ma non ho capito che cosa… cosa ne
sarà dei bambini? E cosa diventeranno? E cosa… diventerò io?”
Si
guardò intorno: il giardino, la villa, appariva tutto così vuoto e
silenzioso senza i volti e le grida che credeva di odiare.
Cosa
avrebbe fatto in quei sei anni? Si sarebbe annoiata a morte in quella grande
casa, tutta sola.
Ma poi ti sarà tutto chiaro e
capirai… ci annoieremo, ci rattristeremo, soffriremo tanto in questi sei
anni… ma quando i sacri guerrieri torneranno, avremo tanto da fare… e la
noia non sarà mai più nostra compagna.
La
bambina sospirò, oppressa dalla malinconia e dal senso di colpa che
accomunava lei e l’altra entità. Sgusciò oltre la soglia dell’immenso
edificio e, dopo aver dato un’ultima occhiata fuori, si chiuse la porta
alle spalle, mentre le foglie danzavano nella brezza dei primi giorni
d’autunno.
Una
stagione giungeva al suo termine e una nuova era stava per iniziare.