LA SAGA DEI SANTI DI BRONZO

PARTE I
Capitolo 07

Non si torna più indietro. Fine o inizio? 

 

Ancora un giorno... e sarebbe stato l’ultimo che li avrebbe visti risvegliarsi l’uno accanto all’altro.

Dalla finestra penetravano le prime luci dell’ultima alba in cui Ikki avrebbe potuto proteggere Shun nelle sue forti braccia.

Per una volta era stato il fratello maggiore a desiderare la presenza di Shun nel proprio letto e, per quanto il piccolo avesse tentato di restare buono e tranquillo, Ikki aveva percepito i suoi tremiti e le guance umide di pianto. Quando infine Morfeo aveva avuto pietà di lui, concedendogli di abbandonarsi al sonno, non aveva potuto salvarlo dagli incubi ed il piccolo aveva scalciato, lamentandosi e gemendo in preda a chissà quale orrenda visione, nel corso dell’intera nottata.

Ikki era rimasto sveglio, ma non perché disturbato dall’agitazione del fratellino: era la sua stessa ansia ad impedirgli il riposo.

Per quanto potesse sembrare ridicolo, tenuto conto che era solo un bambino di nove anni, si sentiva solidale con tutte quelle madri che si vedevano strappare un cucciolo, che vedevano il loro piccolo andare incontro a sofferenze indicibili, davanti al loro sguardo impotente...

Impotenza… ciò che rendeva Ikki furioso e frustrato era la consapevolezza della propria fragilità in quel frangente, della proprio incapacità di poter influenzare, in qualche modo, il corso degli eventi. Aveva trascorso la notte ad abbracciare il fratellino, a riempirlo di baci sulla fronte e ringraziando il cielo, perché il buio impediva a Shun di scoprire le lacrime silenziose che solcavano anche le sue guance: scorgere il suo abbattimento avrebbe infierito sul suo angelo come una pugnalata al cuore che avrebbe reso tutto più difficile.

Ikki si guardò intorno: tutti i compagni erano ancora immersi in un sonno profondo e la sveglia non era ancora suonata. Aveva notato, e non solo lui che, dal giorno dell’estrazione, ai bambini venivano concesse più ore di riposo.

Shun si lamentò e sussurrò qualche parola:

“Ikki-Niichan… Ho tanta paura… voglio stare con te… non lasciarmi partire. . .”

Il ragazzo più grande sentì una fitta al petto: conobbe, più intenso che mai, il dolore acuto di un cuore prossimo a spezzarsi. Lo strinse più forte a sé; anche lui aveva paura. Si era sforzato di acquisire fiducia nelle capacità del fratello, ma proprio non riusciva ad immaginare Shun tra i pochi sopravvissuti, in quell’esperienza atroce che li attendeva.

Come avrebbe potuto, quella creatura così fragile e delicata, sopportare condizioni di vita proibitive, la ferocia di maestri senza scrupoli, se ciò che Tatsumi aveva loro raccontato rispondeva a verità? Come avrebbe potuto il suo angelo biondo, così ingenuo e vulnerabile, incapace di ogni pensiero negativo, subire un addestramento alla guerra?

Ikki si sforzava di immaginare uno Shun tredicenne, che indossava con fierezza un’armatura ed esibiva uno sprezzante atteggiamento da guerriero, ma proprio non ci riusciva.

Come sarebbe stato, Shun, tra sei anni ?

Non ci sarebbe stato nessuno Shun tra sei anni... qualche maestro spietato si sarebbe accanito su quel bambino buono ed indifeso ed avrebbe stroncato la sua vita, nel tentativo di trovare in lui un briciolo di cattiveria in nome di Athena.

Per quanto si impegnasse, Ikki non poteva figurarsi suo fratello più grande di quello scricciolo tremante rannicchiato accanto a lui, Shun sarebbe stato piccolo in eterno... tutto quel che trovava posto nella sua mente erano quei due grandi occhi verdi, sbarrati sul nulla, pieni di terrore e di lacrime... il piccolo corpo ricoperto di ferite provocate dagli addestramenti... l’immagine di Shun che moriva invocando il suo nome, attorniato da esseri senza volto e insensibili, che non mostravano la minima considerazione per le sofferenze di un bambino.

Ikki scosse il capo, nel tentativo di cacciare quella malsana fantasia, non doveva considerarla una premonizione, era dovuta alla sua ansia, alla consapevolezza di non poterlo più proteggere.

Non ci riuscì; senza rendersene conto aveva cominciato a singhiozzare e pregò che Shun continuasse a dormire ancora un po’.

Una mano si posò, solidale, sulla sua spalla: nel riconoscere Hyoga, Ikki rifiutò ogni conforto, respinse malamente il contatto e balzò in piedi, svegliando bruscamente Shun, che si sollevò a propria volta con un gemito di spavento, convinto probabilmente di trovarsi ancora immerso nel proprio incubo. Si stropicciò gli occhi, piagnucolando flebilmente qualche parola incomprensibile, quindi si guardò intorno, con un’espressione da cerbiatto smarrito.

“LASCIAMI IN PACE!” stava gridando Ikki nel frattempo.

“Non fare così, ti prego...” sussurrò Hyoga, tentando di invitarlo ad abbassare la voce “Io... capisco come ti senti…”

“No che non capisci! Anche se hai provato a portarmelo via non potrai mai capire!”

Ikki accompagnò la sfuriata con una spinta che avrebbe gettato Hyoga a terra se questi non fosse stato pronto a reggersi alla sponda del letto alle sue spalle; quindi il ragazzo, furioso e disperato, con indosso unicamente i pantaloni del pigiama, si precipitò correndo come un frolle fuori del dormitorio e scomparve. Tutti i bambini, sottratti al sonno dagli strepiti del compagno, mormoravano, chi curioso, chi seccato e chi, seppur la minoranza, comprensivo..

“Come ti sbagli, Ikki...” mormorò Hyoga, fissando tristemente la direzione nella quale il compagno era scappato via “Se solo sapessi cosa mi lega a te... a tutti questi bambini.... ma soprattutto a Shun.... ho il tuo stesso diritto di considerarlo. . . il mio fratellino …”

Una manina leggera si aggrappò ad una falda del suo pigiama e lui si voltò, ad incontrare gli occhi sgranati di Shun, inginocchiato tra le lenzuola, tremante ed impaurito come un leprotto braccato.

“Che cosa è successo, Hyoga?” mugolò con voce incerta.

Il russo si sedette al suo fianco e gli circondò le spalle con un braccio:

“Non avere paura, cucciolo… va tutto bene…”

Ma gli occhi del bambino si fecero ancora più immensi; man mano che lo stato di veglia progrediva, anche la consapevolezza e i ricordi riacquistavano la loro pregnanza:

“Stasera... dovrò partire... non era un brutto sogno... è proprio vero...”

Una serie di balbettii sconnessi, rivolti a se stesso più che a chiunque altro.

“Oh... Shun...”

Hyoga non sapeva cosa fare, né cosa dire, era terribile non poterlo rassicurare a riguardo. Ma fu lo stesso Shun a riacquisire da solo un po’ di autocontrollo, perché in quel momento c’era qualcosa che gli premeva troppo, più di quanto gli importasse di sé e delle proprie paure:

“ Hyokkun… perché tu e Ikki-Niisan stavate litigando? Dov’è andato lui?”

“Non stavamo litigando, piccolo... lui... è molto triste, sai?”

Con un gridolino di sgomento, Shun saltò giù dal letto:

“Sono un egoista! Devo trovarlo!”

Come già aveva fatto poco prima il fratello maggiore, senza cambiarsi e restando in pigiama, lasciò di corsa la stanza, mentre i compagni assistevano perplessi allo svolgersi della scena. Shiryu e Seiya si avvicinarono a Hyoga.

“Si può sapere che diavolo è successo?” chiese il più piccolo, gli occhi velati dal sonno, massaggiandosi la nuca.

“Quello che tutti sapevamo sarebbe accaduto nel giorno in cui Ikki e Shun avrebbero dovuto separarsi” rispose tristemente Shiryu.

Hyoga non riusciva a distogliere lo sguardo dalla soglia della camera:

“Sì, Shun... vai da lui... solo voi due saprete trovare le parole giuste da dirvi...”

 

 

***

 

 

Ikki era accovacciato ai piedi dell’albero che, da quando erano stati condotti all’istituto, costituiva per lui e per Shun un punto di riferimento costante; il volto nascosto tra le braccia, non riusciva a porre un freno al vortice di pensieri negativi che da ore lo aggredivano senza sosta, privi di qualunque controllo razionale.

Da quando Shun era nato, il fratello maggiore si impegnava affinché il suo tesoro non dovesse mai vederlo in simili atteggiamenti di sconforto, ma non poteva immaginare che, in quel momento, il piccolo lo osservava e che stava odiando se stesso una volta di più.

Povero Ikki-Niisan; non deve affrontare solo la paura di un difficile addestramento, ma anche la preoccupazione per quello che mi succederà.

Shun si avvicinò così silenziosamente che Ikki non lo udì, finché egli si lasciò cadere al suo fianco; solo allora il ragazzo bruno sollevò il capo e si voltò a guardarlo. Quindi sfregò velocemente il braccio sul viso bagnato di lacrime e, con la miracolosa capacità di ripresa conferitagli dal senso di responsabilità nei confronti del piccolo, gli sorrise, riuscendo persino a mostrarsi rassicurante.

Shun ricambiò quel sorriso meglio che poté, anche se era tanto difficile trovare dentro di sé un briciolo di coraggio, poi rimasero a fissarsi così, a lungo, senza parlare.

Infine, una mano di Ikki si allungò ad accarezzare i riccioli del fratello, ai quali la luce dell’alba conferiva un colore singolare e prezioso: sembravano risplendere di luce propria, accendendosi di svariati riflessi in tutte le tonalità del biondo e del rosso. Anche la pelle bianca del bambino era illuminata dai primi raggi del sole, in quel momento particolare della giornata in cui ogni colore appariva strano, quasi magico; Shun era una creatura incantata, perfetta, di una bellezza eterea ma così fragile, che avrebbe potuto scomparire da un momento all’altro al contatto con la triste realtà.

Era quello che stava per accadere? Si chiese Ikki; il suo fratellino sarebbe davvero svanito dal mondo per trasformarsi, definitivamente, in un angelo?

“E io. . . cosa farei senza di te?” un pensiero che si tradusse, suo malgrado, in involontario sussurro.

“Ni… Niisan...” pigolò la voce dell’altro, il suono atroce emesso da un cucciolo agonizzante.

Ikki sussultò, odiandosi profondamente; si stava scoprendo troppo, lasciando sgorgare, all’improvviso e tutte insieme, le proprie debolezze, abbattendo ogni argine proprio nel giorno in cui Shun aveva maggiormente bisogno della sua fermezza mentale.

Il piccolo rivolse lo sguardo a terra:

“Tu credi che non ce la farò, vero Niisan? Per questo stai così male.”

Con uno scatto violento, Ikki si mise in ginocchio e lo afferrò per le spalle:

“No, Shun! Ce la farai! Io sono sicuro che ce la farai! Me l’hai promesso!”

Shun sorrise timidamente, ma con una tristezza tale che il cuore del fratello perse un battito:

“Non avrei dovuto... le probabilità sono contro di me... non avrei dovuto promettere...”

Le dita di Ikki si aggrapparono alla sua carne con tale disperazione da strappargli un gemito di dolore e Shun vide che anche il suo fortissimo fratello tremava e piangeva con l’angoscia di un bambino prossimo a perdere quanto aveva di più caro.

“Oh, Niisan!” singhiozzò il piccolo, avvinghiandosi ad Ikki e nascondendo il volto nel suo vigoroso abbraccio “Vorrei tanto esserti più di aiuto, avere meno paura! Ma non posso immaginare la mia vita senza di te!”

Cosa sto facendo? Pensò Ikki, ero riuscito a trasmettergli un po’ di fiducia e adesso sto rovinando tutto... Perché ho tutta questa paura anche io? Shun non è debole, è solo troppo sensibile, ma farebbe qualsiasi cosa per me, e per potermi rivedere tirerà fuori la sua forza nascosta... ne ha... ne ha da vendere, io lo so, una forza che in pochi possono capire... perché non si vede, non è nel corpo, ma nel cuore… e se non mi sforzo di vederla io, come posso pretendere che la vedano gli altri? Chi può conoscerlo meglio di me?

Lo fissò a lungo e ad un tratto lo vide... lo smeraldo che rendeva tanto preziosi i suoi occhi non aveva perduto il proprio valore, l’innocenza dello sguardo era intatta, il viso conservava i propri lineamenti da fanciullo incorrotto...

Ma colui che si presentava alla vista di Ikki era un ragazzino di tredici anni, bellissimo, aggraziato nelle forme androgine di una creatura incantata, non prive di una discreta fierezza guerriera del tutto esente, tuttavia, da ogni ombra di cruda ferocia, simbolo vivente di chi sa conservare integro il proprio spirito immacolato nonostante le atrocità della vita.

All’immagine di un bambino indifeso e morente si sostituì, così, quella di un tredicenne, quello che Shun sarebbe diventato a dispetto di chi lo sottovalutava, a dispetto di ogni paura e di ogni dolore. Ikki sorrise di nuovo, ma questa volta il sollievo era sincero:

“Ora lo so! So che ce la farai! Guardami negli occhi, Otooto!”

Il piccolo obbedì.

“Osservami attentamente... riesci a capire che ci credo davvero?”

Shun annuì, al colmo dello stupore, perché il fratello aveva davvero una nuova convinzione nello sguardo e in quello sguardo il bambino sapeva, unico a riuscirci, cogliere le sfumature dell’anima.

“Niisan....”

“Ti ho visto... è stato un lampo, ma ti ho visto chiaramente... un bellissimo guerriero di tredici anni, ma sempre il mio tenero otooto... riuscirai a diventare forte senza cambiare! Grazie al tuo cuore e al tuo spirito nobile conquisterai l’armatura e sarai un santo nel corpo e nell’anima!”

Shun era sconcertato, ma Ikki appariva davvero convinto; la sua fiducia gli scese nell’animo, lo avvolse con un calore intenso, protettivo come sempre erano le sue braccia.

Anche il piccolo così ritrovò un sorriso nuovamente sincero nel desiderio di rassicurare; Ikki aveva infuso in lui una nuova dose di fiducia. Dopotutto, forse, aveva davvero qualche speranza di farcela.

Restava tuttavia il terribile senso di colpa nei confronti di Ikki-Niisan, l'incubo di Death Queen Island; contro il senso di colpa gli era impossibile combattere.

“Niisan e tu? Ho paura di Death Queen, paura che ti porti via da me!”

Ikki gli arruffò affettuosamente i capelli mentre rispondeva, spavaldo:

“Non sia mai che un’isola, un uomo con una maschera e delle difficili condizioni climatiche, mi impediscano di tornare da te... Adesso sei tu a non avere fiducia in me? lo sai che sono forte, no?”

“Il... più forte del mondo...”

“E allora su con la vita e pensa ad essere forte anche tu!”

L’idillio fu bruscamente interrotto dall’inconfondibile voce di Tatsumi:

“Finalmente ti ho trovato, microbo! Vai a prepararti, è quasi ora di partire!”

Shun sussultò, mentre il suo sguardo smarrito si spostava, alternativamente, dall’uomo mai apparsogli così simile ad un orco crudele, al fratello il quale, dal canto suo, non riusciva nuovamente a controllare il proprio sgomento.

“Ma è presto” esclamò “deve partire stasera!”

“C’è stato un cambiamento di programma. Il bus che deve prelevare i primi bambini è già arrivato, partirà tra un’ora. Shun verrà condotto al porto dove si imbarcherà per l’Oceano Indiano.”

Totalmente colti alla sprovvista, in un gesto spontaneo i due bambini si strinsero l’uno all’altro; avevano pensato di poter passare insieme tutta la giornata, di potersi preparare per gradi alla separazione e, invece, il destino e gli adulti si accanivano sulle loro paure e sul loro dolore: la ruota del fato avrebbe girato in loro favore, almeno una volta nella vita?

Quell’ultima, brutta sorpresa si rivelò un colpo atroce per Shun; Ikki scorse i suoi tremiti, percepì le lacrime prossime a sgorgare, l’effimero ottimismo di pochi istanti prima sgretolato come friabile roccia, dissolto come neve al sole.

Toccava di nuovo a lui trovare la forza necessaria per entrambi; si accingeva a proteggerlo per l’ultima volta... ma il pensiero non lo fece crollare e si aggrappò alla visione dello Shun guerriero, alla speranza che il fratello avrebbe reagito con la volontà e il suo nobile cuore, quando fosse rimasto solo.

Gli diede una gomitata e gli sussurrò in un orecchio:

“Non provare a fare uscire quelle lacrime... l’hai promesso, non deludermi!”

Shun deglutì, ma riuscì a non piangere. Ikki si alzò e gli tese la mano; le piccole dita tremanti di Shun si posarono su di essa e il più grande le strinse con vigore, attirandolo verso di sé per invitarlo a mettersi in piedi.

“Seguitemi!” sbottò Tatsumi impaziente, voltando loro le spalle e avviandosi a grandi passi senza più degnarli di uno sguardo.

 

 

***

 

 

Le mani di Ikki si muovevano meccanicamente, mentre preparava la poca roba che Shun avrebbe dovuto portare con sé in una minuscola valigia, abbastanza leggera perché un bambino di sette anni potesse reggerla.

La tristezza nel cuore di Shun si faceva sempre più greve ed opprimente, man mano che il fratello finiva di piegare i pochi abiti e li riponeva all’interno il più ordinatamente possibile.

Shun lo osservava, rimanendo immobile al centro della stanza, come se stesse assistendo ad una scena che gli era estranea, in una soffocante atmosfera onirica.

All’improvviso, mentre piegava l’ultima maglietta, le mani di Ikki si bloccarono, lo sguardo rimase basso, fisso davanti a sé, i pugni si strinsero sulla stoffa bianca e tremarono convulsamente. Quell’inatteso attacco di dolore ricondusse bruscamente Shun alla realtà; si portò una piccola mano al petto, assalito da un violento batticuore che gli rese difficoltoso respirare.

Sentì una fitta così forte che emise un singulto molto simile allo squittio di un topolino in trappola ed Ikki si riscosse, per poi guardarlo con una severità tale che il piccolo indietreggiò.

“Vienimi a dare una mano” gli impose Ikki un po’ bruscamente “Fare qualcosa ti aiuterà a non impazzire!”

Lo sguardo del ragazzo più grande, tuttavia, smentiva l’apparente durezza; nei suoi occhi luccicavano lacrime che, Shun lo sapeva, non sarebbero mai sgorgate. Il piccolo mosse qualche passo verso di lui, prese la maglietta dalle sue mani e la strinse al petto, poi rimase di nuovo immobile, con lo sguardo a terra. Le sue orecchie furono raggiunte dal sospiro di Ikki e dal suo sussurro abbattuto:

“Shun...”

La voce con cui pronunciò il suo nome era velata di ansia, accentuata dal fatto che Ikki aveva notato come qualcosa non andasse nel fratellino, ancor prima che lo stesso Shun potesse realizzarlo. Era già al suo fianco quando la stanza prese a girare vorticosamente e le sue gambe cedettero; poi, tutto fu buio, mentre le braccia di Ikki lo accoglievano e lo aiutavano a reggersi in piedi.

Fu un attimo; Shun riaprì gli occhi dopo pochi istanti, mentre il fratello lo fissava con una tale intensità che la sensazione di smarrimento si accentuò.

“Ma che scherzi mi combini, Shun? Ti sembra il caso di svenire?”

Rabbia, disperazione, tristezza, lottavano per prendere il sopravvento nella voce e nell’espressione di Ikki. Shun sbatté un poco le palpebre, quindi sgranò del tutto gli occhi, ancora offuscati da un velo di nebbia mentre si specchiavano, sperduti, in quelli del fratello, il quale lo sostenne e lo condusse verso il letto:

“Sdraiati per qualche minuto... Devi essere in forma quando parti.”

Shun scosse disperatamente la testa e gli gettò le braccia al collo:

“No, abbracciami! Starò meglio solo se mi abbracci!”

Con un sospiro, Ikki lo strinse talmente forte da sollevarlo e cullarlo come faceva quando erano entrambi più piccoli.

In quel momento, la porta della stanza si aprì con un tonfo sgraziato.

“Allora, vi manca ancora molto? Aspettano solo te, microbo!”

Ikki era così teso che il tono roco e prepotente di Tatsumi fece sussultare persino lui; Shun si accoccolò con un tremito violento nel suo abbraccio.

 “Mio fratello si è sentito poco bene... è svenuto...” pur sapendo che il proprio tentativo di impietosire l’inserviente sarebbe stato vano, Ikki non rinunciò a prendere le difese di Shun; l’avrebbe fatto fino all’ultimo istante. . . prima di lasciarlo in balia del destino.

“Mi pare che si sia ripreso adesso, non possiamo favorirlo solo perché. . .”

“Questo significa che lo fareste partire anche se fosse malato?” sbottò Ikki senza permettergli di terminare la frase.

“Chi si lascia abbattere da un semplice malessere avrà vita corta nelle scuole di addestramento; in quei luoghi non prenderanno in considerazione le debolezze di un bambino piagnucoloso, Shun dovrebbe partire anche se fosse in punto di morte, ed andare incontro alla selezione naturale che questo addestramento impone!”

Ikki stava per lasciarsi sopraffare da una rabbia incontenibile, ed avrebbe perso il controllo se Shun non avesse presagito l’approssimarsi della tempesta; raccogliendo tutto il suo umile coraggio, il piccolo si staccò dal fratello e, compiendo qualche posso barcollante, sussurrò:

“Sto.. sto bene... sono pronto...”

Ikki lo guardò con orgoglio e gratitudine, gli circondò le spalle con un braccio e lo accompagnò fuori; il bus attendeva, posteggiato nel vasto cortile. Shun si sentì nuovamente vicino al crollo mentale e si bloccò, osservando quel mezzo come avrebbe osservato un mostro degli Inferi giunto per portarlo alla dannazione.

Il motore era già acceso, gli ultimi bambini stavano salendo; per una volta apparivano tutti simili a Shun con quegli sguardi atterriti, pieni di domande che non avrebbero ottenuto risposta finché non fossero giunti a destinazione… e forse avrebbero perso la vita prima di capire.

Spazientito dall’ennesima esitazione del piccolo, Tatsumi sottrasse Shun alla custodia di Ikki e lo trascinò fino al veicolo, lasciandolo solo quando giunsero nei pressi dello sportello d’entrata, per poi allontanarsi in direzione dell’autista che lo chiamava in cerca di qualche informazione riguardo alle direttive impostegli.

Il bambino rimase immobile, scosso da tremiti violenti, in preda ad un panico tale da non saper prendere alcuna risoluzione; annaspava in un limbo senza via d’uscita quando, approfittando della distrazione di Tatsumi, Ikki lo raggiunse. Percependo la sua presenza al proprio fianco, Shun si riscosse e i due fratelli si guardarono a lungo, con espressioni più eloquenti di qualunque parola; quindi Ikki si sforzò di sorridere ed esclamò:

“Ricordati la promessa che ci siamo fatti e torna come sacro guerriero!”

Shun annuì debolmente, ma era impossibile non notare il suo smarrimento e il suo desiderio di piangere:

“Sì... te lo prometto... ma...”

Lo sguardo ammonitore e incoraggiante di Ikki non servì questa volta; gli occhi immensi e preziosi di Shun luccicavano tanto da risultare abbaglianti, perché il bambino lottava disperatamente al fine di trattenere in essi la quantità straripante di lacrime che volevano uscire.

“Io... vorrei tanto venire con te a Death Queen Island...”

“Shun, ne abbiamo già parlato... io me la caverò... pensa solo a quando ci rivedremo...”

In tutta risposta, il piccolo cominciò a singhiozzare; Ikki aveva immaginato che, nonostante le parole che si erano detti, nonostante i buoni propositi, quello sarebbe stato il momento più atroce e pressoché intollerabile.

“Non mi avevi giurato di essere forte? E ora ti rimetti a piangere come una femminuccia?”

“Niisan.. voglio stare con te...  hai sempre trovato una soluzione a tutto,  perché questa volta no?”

“Otooto... ti prego...”

Shun lasciò cadere il misero bagaglio e si gettò tra le sue braccia:

“Niisan... Niisan....”

“Oh... Shun...”

Benché il suo cuore fosse irrimediabilmente incrinato, almeno quanto quello di Shun, Ikki si impose di riprendere il controllo della situazione; si liberò dal soffocante abbraccio e prese una piccola mano del fratello tra le proprie:

“Non fare così... ti sei sempre fidato di me, no? Ed io ti giuro che andrà tutto bene... ci rivedremo tra sei anni, riusciremo a mantenere la promessa, perché è il desiderio più grande che abbiamo... sarà un desiderio così forte che ci farà vincere... non è forse vero che tu lo desideri quanto me?”

Shun annuì.

“E allora ce la faremo, non può essere altrimenti! Niente e nessuno potrà impedirci di stare di nuovo insieme e quando ci saremo ritrovati, non ci separeremo più!”

“Scu... scusami...”

Ikki gli arruffò affettuosamente i capelli:

“Vai ora...ti stanno aspettando...”

“Shun, aspetta!”

In un coro di voci concitate, tre ragazzini circondarono i fratelli.

“Te ne andavi senza salutarci, imbroglione?” Seiya diede al coetaneo una spinta scherzosa e, allo stesso tempo, colma di affetto.

“Ragazzi” mormorò Shun, regalando ad ognuno di loro il suo dolce sorriso, un po’ incerto per via della commozione. Shiryu gli strizzò un occhio, mentre Hyoga avvicinò il viso al suo per sussurrargli:

“Non hai dimenticato che anche con me hai scambiato una promessa, vero? Un giuramento sacro?”

Shun scosse il capo e lo guardò con la sua espressione più timida ed umile; quanti impegni aveva da rispettare, era stato presuntuoso ad accettarli, a volerli illudere e ad illudere se stesso, anche se per brevi istanti.

Salì a bordo come un automa, lo sguardo fisso e gli occhi vitrei, senza avere più il coraggio di voltarsi a guardare coloro che amava; nel momento in cui si sedette e il rombo del motore gli invase le orecchie, chiuse i sensi a tutto e si raggomitolò nel suo guscio, sforzandosi di non pensare a nulla. Sapeva che, se un barlume di consapevolezza fosse affiorato in superficie, avrebbe rischiato di perdere definitivamente la ragione.

 

 

***

 

 

Saori aveva assistito all’addio dei due fratelli dalla sua stanza lussuosa, affacciata alla finestra e aveva litigato con se stessa per non cedere alla commozione; no, commozione non era la definizione esatta. . . aveva partecipato con il cuore e l’anima, colta dal desiderio di correre di sotto, per imporre a tutti la propria volontà, fermare quella vettura e preservare dal pericolo ognuno di quei bambini, proteggerli ed impedire a chiunque di fare loro del male.

Non puoi salvarli adesso, solo sperare… ma per molti di loro ogni speranza sarà vana. . .

Quanta tristezza anche nella voce di fanciulla sempre così determinata… la voce di chi conosceva bene una realtà, di chi la sapeva inevitabile pur senza riuscire ad accettarla.

Saori si portò le mani alle tempie e scosse disperatamente il capo:

“Taci, taci, taci! Mi hai sempre rimproverato perché non sono gentile con loro e adesso dici che non li possiamo salvare?”

Hai avuto tanto tempo per amarli, per interagire con loro come meritano, per instaurare un rapporto profondo… ma l’hai sprecato… e chissà quanto dovremo lottare, in futuro, per conquistare la loro fiducia…

La bambina non osò più rispondere e non tentò in alcun modo, per una volta, di reprimere l’ondata di lacrime e profonda sofferenza che la colse; abbassò mestamente il capo e camminò fino al letto, rannicchiandosi a gambe incrociate sulle lenzuola, l’orsacchiotto preferito stretto a sé; poi in esso affondò il viso, soffocando i singhiozzi incontrollati che risalirono dal petto dolorante.

 

 

***

 

 

Lo sguardo di Ikki, sperduto come mai prima, aveva osservato l’autobus che scompariva, portando lontano il suo adorato fratello, chissà dove, forse per sempre.

Poi era rimasto a lungo immobile, come se sperasse di vederlo tornare, o forse desiderando ardentemente che si trattasse solo di un brutto sogno, finché Tatsumi si avvicinò a lui e qualcuno osò credere che, per una volta, il grosso inserviente si fosse commosso e avesse deciso di recare un po’ di conforto.

“Sei davvero sicuro che vi rivedrete?”.

Il ragazzo sussultò al suono falsamente mellifluo della voce tanto odiata.

 “Tu davvero non immagini quale luogo lo attende.”

“Che cosa?” ringhiò Ikki verso di lui.

Senza scomporsi di fronte al cipiglio agguerrito del piccolo, Tatsumi ridacchiò e si apprestò ad infierire:

“L’Isola di Andromeda è l’inferno, non ha nulla da invidiare a Death Queen!”

Il bambino fremette e strinse i pugni, ma l’uomo finse di non accorgersene:

“L’Isola di Andromeda... Dietro questo nome grazioso si cela un luogo terribile; durante il giorno la temperatura rasenta i cinquanta gradi, il sole brucia letteralmente la pelle. Quando scende la notte, la temperatura cade al di sotto dello zero, un inferno di gelo! Nessuno è mai tornato indossando un cloth da sacro guerriero, tali estreme condizioni rappresentano il fascino dell’Isola di Andromeda!”

Seguì qualche istante di teso silenzio, poi Tatsumi soggiunse, con il tono di chi si stava divertendo davvero molto e guardando davanti a sé con un ghigno dipinto sul volto:

“Tuo fratello non ha speranze; tu hai preso il suo posto per andare a Death Queen, ma egli morirà comunque sull’Isola di Andromeda” quindi inclinò un poco gli occhi per scrutare il ragazzo, senza mutare, tuttavia, l’espressione sardonica “Grazie a tuo fratello, andrete entrambi dritti all’inferno.”

Concluse il discorso con una risatina alla quale rispose il sordo ruggito di Ikki che, gli occhi feroci rivolti al suolo, tremava d’ira e disperazione. Quindi, senza preavviso, il bambino scattò ed afferrò energicamente la giacca del suo aguzzino, ignorando il rimprovero di quest’ultimo e urlando con tutto il fiato che aveva in gola:

“Riportate indietro mio fratello! Non mi importa se io andrò all’inferno, ma non posso accettare che ci vada mio fratello!”

Tatsumi ridacchiò ancora, tuttavia non poté nascondere del tutto la tensione resa evidente dalle perle di sudore che si materializzarono sul suo viso:

“E’ troppo tardi, il bus è partito… diretto verso l’inferno…”

L’ennesima risatina fu bruscamente interrotta da un pugno che, con violenza inaudita, si abbatté sul volto del corpulento custode, seguito da altri, una gragnola di colpi senza freno esplosi dalle mani di un ragazzino ferito nel profondo, il cui istinto, in quegli istanti, lo spingeva solo a colpire, a distruggere qualunque cosa fosse capitata a portata del suo cieco furore. Nessuno fece in tempo ad intervenire, persino Tatsumi, colto del tutto alla sprovvista, non poté fare altro che incassare senza riuscire a difendersi, sembrava avere di fronte un avversario esperto anziché un bambino che, per quanto dimostrasse più della sua età effettiva, era comunque minuscolo rispetto a lui.

Infine, l’uomo cadde al suolo con un grugnito di dolore e disappunto ma si riprese quasi subito vedendo Ikki spiccare una corsa veloce all’evidente ricerca di una via di fuga. Impossibilitato a raggiungerlo, Tatsumi balzò in piedi ed allertò l’intero istituto.

 

 

***

 

 

Erano talmente palesi le intenzioni di Ikki, che ben presto tutti gli adulti presenti compresero che il piccolo faceva sul serio. Nel giro di pochi istanti era scomparso alla vista e, benché si sapesse che uscire dall’istituto gli sarebbe stato impossibile, gli addetti alla custodia dei bambini erano in subbuglio; ogni centimetro di terreno di casa Kido sembrò trasformarsi in un autentico campo di battaglia, uomini vestiti di scuro, accompagnati da cani addestrati, frugavano ogni angolo quasi avessero a che fare con un evaso pericoloso. Persino gli allarmi risuonarono assordando i bambini ancora ignari dell’accaduto.

Seiya, Hyoga e Shiryu non avevano assistito allo scontro tra Ikki e Tatsumi; una volta salutato Shun, i custodi li avevano allontanati, richiamandoli ai loro doveri, quindi, quando udirono il lugubre ululato della sirena, furono colti totalmente alla sprovvista.

Il piccolino del gruppo fece cenno a due compagni che parlottavano tra loro e che davano l’idea di essere molto informati sulla faccenda.

“Ehy,cosa sta succedendo?” li interrogò, avanzando nella loro direzione.

“Ikki è scappato” rispose ridacchiando colui che si trovava davanti.

A quel punto anche Shiryu si avvicinò, la voce intrisa di tensione:

“Che cosa?”

“Ma perché?” insisté Seiya, non meno ansioso dell’amico.

“Non ne so nulla, ma pare che daranno un premio per la sua cattura.”

A quella rivelazione, altri bambini che si trovavano nelle vicinanze si accostarono, sempre più interessati, mentre dalle labbra di Seiya e dei suoi due amici si levava un’esclamazione di disappunto; evidentemente i custodi erano consapevoli di non potersi permettere di sottovalutare Ikki e, preoccupati per la piega che gli eventi avrebbero preso, avevano deciso di sfruttare persino alcuni dei bambini, comprandoli con vergognose promesse.

Incapace di contenere la propria esplosione di rabbia, Seiya afferrò il colletto del compagno con cui aveva scambiato quelle poche, significative parole:

“Ah, è così? E voi lo state cercando? Siete i leccapiedi di Tatsumi!”

Mentre il malcapitato tentava vanamente di giustificarsi con sconnessi balbettii, Shiryu attirò l’attenzione di Seiya sull’urgenza che più lo premeva:

“Un momento, forse Ikki non sa che le recinzioni sono elettrificate, se cercasse di scappare scavalcando il muro…”

Seiya sussultò; in realtà Ikki lo sapeva, come tutti loro, ne avevano parlato spesso, ma l’impulsivo atto compiuto lasciava pensare che fosse sconvolto per la separazione dal fratellino e la sua mente, in quel momento irrazionale, avrebbe potuto tradirlo.

“Rischia di morire!” gridò Seiya, disinteressandosi ai due vili traditori per lanciarsi alla ricerca dell’amico, seguito a pochi passi di distanza da Shiryu e da Hyoga.

“Aspettate” si bloccò poi Shiryu, trattenendo Seiya per un polso e facendo fermare il russo con un cenno “Se hanno difficoltà a trovarlo i grandi, vuol dire che si è nascosto bene. Correndo così non noteremo mai le sue tracce!”

“Io credo che dovremmo andare sul retro, nel luogo più isolato” propose Hyoga “Alcune volte l’ho visto là, a contemplare la recinzione dal basso.”

Dopo qualche istante, avevano imboccato la direzione indicata da Hyoga e giunsero sul posto proprio in tempo per scorgere Ikki che intraprendeva, con la tenacia degna di un combattente, la scalata al muro di pietra. Seiya non perse tempo; una mano del fuggitivo era ormai sul punto di afferrare il filo spinato. Con un’agilità che non aveva nulla da invidiare a quella di Ikki, il piccolo lo raggiunse in pochi secondi, lo circondò con le proprie braccia e lo tirò giù, in un ruzzolone che coinvolse entrambi e, in seguito al quale, un Ikki furioso si dibatté, tentando di divincolarsi dalla stretta del compagno, decisamente minuscolo se paragonato a lui, ma ben deciso a non lasciare che l’amico si suicidasse inutilmente.

“Smettila, Ikki! Vuoi morire?!”

“Lasciami, non è un problema tuo!”

Un pugno di Ikki colpì con ferocia la guancia del piccolo. Seiya era impotente, Ikki era troppo forte per lui ed in più era preda di una furia incontrollata; lo lasciò dolorante a terra, mentre lui si rialzava, pronto a colpire ancora se il più giovane avesse tentato altre mosse:

“Come potete accettare di essere gli schiavi di Tatsumi, benché siamo tutti orfani?!”

“Ti sbagli” protestò Seiya che, nel frattempo, tentava di rimettersi in piedi “Ci saranno sicuramente altri mezzi per fuggire!”

Nel frattempo, il gruppetto era stato raggiunto da altri ragazzi che, imitando Hyoga e Shiryu, cercarono di circondare Ikki, allo scopo di impedirgli ulteriori colpi di testa; persino Jabu si unì ai compagni. Seiya si mosse, portandosi davanti ad Ikki, ma questi, con un balzo, lo calciò al petto gettandolo ancora a terra e più nessuno fu in grado di impedire il dramma che seguì. Nel giro di pochi istanti, mentre Hyoga e Shiryu urlavano in preda al terrore, la mano del ragazzo più grande si aggrappò alla recinzione.

La scossa fu istantanea: Ikki urlò, venne attraversato da tremiti violenti, poi una sola parola, esile come un estremo respiro, fuggì ancora alle sue labbra;

“Shun…”

Ricadde all’indietro e sulla sua coscienza calarono le tenebre.

 

 

***

 

 

 “Povero Ikki...” mormorò Shiryu, dopo che il compagno privo di sensi, il corpo solcato da scottature e in preda a convulsioni terribili, fu prelevato dagli adulti e portato, ne erano consapevoli, laddove l’avrebbero ulteriormente punito, anziché prestargli le cure necessarie. Nessuno di loro aveva mai visto Tatsumi così furioso.

“Povero Ikki un corno!” brontolò Seiya “Ci ha trattato come dei nemici quando volevamo aiutarlo ed essere dalla sua parte! Per me può andarsene al diavolo!”

“Non dire queste cose... prova a metterti nei suoi panni... come avresti reagito se al posto suo e di Shun, ci foste stati tu e Seika?”

Sul visetto di Seiya, il broncio si mutò in tristezza:

“Io e Seika ci siamo già passati in un momento simile... hai ragione Shiryu... mentre mi portavano via da lei avrei fatto a pezzi quegli uomini se non fossero stati così grandi e forti… avrei distrutto l’universo in quegli attimi, non mi importava niente della mia vita né di nessuno…”

Un attimo dopo, sollevò il volto, illuminato da un lampo di fierezza:

“Ma io conquisterò l’armatura e diventerò un guerriero... e allora gli adulti non potranno più permettersi di comandarmi e di trattarmi così, perché io diventerò più grande e forte di loro!”

 

 

***

 

La sensazione che provò quando sfuggì alla morsa dell’incoscienza fu terribile; non un frammento del suo corpo era risparmiato dalla sofferenza, inoltre c’era il disagio provocato dall’impressione di trovarsi sottosopra. Era buio e l’aria puzzava di vecchio… e di sangue… probabilmente il suo. Due occhi cattivi lo osservavano e, convinto di trovarsi, nonostante tutto, ancora immerso in un incubo o forse di essere precipitato all’inferno, credeva si trattasse dello sguardo sadico di un demone che si nutriva di sola crudeltà.

Poi sprazzi di lucidità fecero gridare sempre di più le sue membra ed il suo cuore e riconobbe chi gli stava intorno, riconobbe i volti e gli abiti dalle tinte spente: Tatsumi e gli altri custodi di Villa Kido… e lui era davvero sottosopra, perché si accorse di essere legato, appeso nel vuoto, vedeva il pavimento sotto di sé muoversi ad ogni oscillazione delle corde strette sulla sua carne, le spire che affondavano incidendo ancor più laddove la pelle era già escoriata dalle scottature.

Mise a fuoco lo sguardo affondandolo in quello di Tatsumi e, dopo i suoi occhi, scorse il ghigno soddisfatto con il quale attendeva, paziente, il suo completo risveglio.

“Bentornato tra noi, piccolo bastardo; volevo essere certo che fossi ben presente a te stesso prima di punirti a dovere!”

Le dita grandi e tozze dell’uomo si posarono sul suo volto e affondarono nelle sue guance, facendolo gemere, ma non vi era alcuna richiesta di pietà nell’espressione di Ikki, solo una rabbia cocente, i suoi occhi blu erano come lame d’acciaio che avrebbero desiderato affondare nel petto del suo aguzzino, atteggiamento che non piacque a Tatsumi, il quale ringhiò un ordine ad un assistente lì accanto. Questi avanzò ed Ikki vide chiaramente un oggetto nelle sue mani ma, prima che potesse distinguere di cosa si trattasse, tale oggetto lo colpì una prima volta, con inaudita violenza. Il dolore si diffuse con tale velocità attraverso le sue viscere che il ragazzo non seppe neanche identificare il punto esatto sul quale il colpo si era abbattuto.

E non ebbe neppure il tempo di reagire con la propria forza di volontà alla sofferenza, perché altre percosse giunsero, senza sosta, una dopo l’altra, sempre più feroci. Aveva già subito punizioni corporali ma quell’accanimento, così come la durata della tortura, era una novità.

La voce di Tatsumi trafisse le sue orecchie, sgradevole alle sue percezioni almeno quanto il supplizio del bastone:

“Maledetto, questa è la punizione che meriti perché non ti venga più la tentazione di scappare! Servirà di monito anche a tutti gli altri! Non risparmiarlo, dovrà subire ancora per un bel po’!”

Poi il bambino udì le parole, più calme e intrise di sorpresa, che l’uomo evidentemente scambiò con qualcuno lì vicino:

“Mi stupisce che dopo una tale scarica elettrica non sia morto… chissà che non sia effettivamente in grado di tornare vivo da Death Queen Island…”

Le percosse si arrestarono; il ragazzo era apparentemente inerme, ogni frammento di carne chiazzato di sangue scarlatto. Tatsumi si avvicinò e, con voce di spettro da un’altra dimensione, non voce di bambino, ma cupa, quasi irreale, quel grumo di sangue e dolore che Ikki era diventato gli parlò:

“U… uccidimi…”

“Cosa?”lo interrogò Tatsumi, perplesso.

“Se non mi uccidi ora… te ne pentirai…”

Il viso di Ikki si mosse, un solo occhio del ragazzo si aprì, per un istante libero dal sangue che colava dalla fronte, fissò Tatsumi con un luccichio che all’uomo parve quello di uno spiritello infernale:

“Giuro che tornerò da Death Queen… e poi vi ammazzerò tutti… di sicuro!”

La minaccia che avvertì in quelle parole e in quello sguardo terrorizzò Tatsumi per il sentore di premonizione di cui era intrisa. Reagì apostrofando il ragazzo con ira:

“Idiota, nessuno è mai tornato vivo da laggiù! Anche tu morirai, come tutti gli altri prima di te!”

 

 

***

 

Tatsumi e i suoi assistenti avevano dato il peggio di se stessi nel mettere in mostra la loro crudeltà; Ikki non ricordava di essere mai stato picchiato in modo talmente selvaggio da fargli credere che non sarebbe sopravvissuto, nonostante alle percosse l’avessero abituato fin dal primo giorno in cui aveva varcato la soglia di Villa Kido.

Senza farsi vedere dagli adulti, qualche lacrima, quando la tortura cessò, l’aveva versata, non sapeva dire se dovuta maggiormente alla sofferenza fisica, all’umiliazione… o alla consapevolezza di aver perduto la parte migliore della sua coscienza, strappatagli crudelmente per venire gettata in un turbine d’orrore senza che lui potesse fare niente per stringerla ancora a sé e proteggerla dalla tempesta.

La terribile scossa che aveva ricevuto dal filo spinato era stata un’atroce prova, ma nell’ottica di Tatsumi né questa, né l’ancor più dolorosa separazione dall’adorato fratellino si erano rivelate punizioni sufficienti.

Poi l’avevano abbandonato lì, sul pavimento, e se ne erano andati senza una parola, mentre lui precipitava nell’oblio, le parole di Tatsumi che riecheggiavano, come la più orribile delle minacce, nel suo piccolo cuore, le parole che descrivevano l’inferno dell’Isola di Andromeda.

“Shun...” continuava a mormorare, i contorni della realtà che sfumavano verso le linee soffuse dell’incubo  “Riportatelo indietro... deve stare con me... io devo proteggerlo... riportatelo da me... ridatemi mio fratello...”

Dopo un po’, potevano essere passate diverse ore come qualche minuto per quel che ne sapeva lui, la porta della cantina si aprì e qualcuno gli afferrò un braccio, facendolo gemere di dolore.

“E’ ora di andare!”

Senza troppe cerimonie, senza accertarsi delle sue condizioni, con ogni evidenza quasi critiche, Tatsumi lo sollevò da terra e lo trascinò fuori, senza che Ikki avesse neanche la forza di chiedersi cosa gli sarebbe accaduto, a quel punto. In fin dei conti, il fondo l’aveva già toccato.

A Tatsumi non importava più nulla di lui, finalmente avrebbe potuto scaricare la responsabilità di ogni bambino nelle mani di qualcun altro e, se uno di loro fosse morto durante il viaggio, non avrebbe dovuto rendere conto a nessuno.

Ikki non rivide i compagni, neanche Hyoga, Seiya e Shiryu prima di lasciare la villa e di venire gettato, ferito e febbricitante, nella stiva di una nave mercantile.

Non gli interessava... non avrebbe voluto rivederli... solo suo fratello era importante.

Il solo pensiero del tenero ed innocente Shun, la sua piccola, luminosa stella l’avrebbe guidato, qualunque orrore gli si fosse presentato davanti agli occhi da quel momento in poi.

 

 

***

 

 

Saori seguiva con lo sguardo l’autobus che portava via uno degli ultimi gruppi; tra i ragazzi saliti su quel mezzo c’era Hyoga.

Spesso si scopriva a chiedersi come stessero i bambini già partiti e si sentiva struggere nell’incertezza, nella consapevolezza che, anche se dopo sei anni avesse rivisto alcuni di loro, forse si sarebbe rivelato impossibile riparare ad un irrimediabile danno.

Cominci a renderti conto della gravità di ciò che hai causato, non è vero, Saori?

Ogni volta che la voce le parlava, ormai, non si lasciava più andare a scenate isteriche; accettava e sospirava, rassegnata, profondamente triste; nessuno di quei bambini, coloro che sarebbero sopravvissuti, sarebbe mai più stato lo stesso… e neanche lei lo sarebbe mai più stata… benché non sapesse affatto in chi o che cosa si stesse lentamente trasformando.

Mentre tornava verso casa, Saori vide Seiya, seduto sotto ad un albero, in un atteggiamento malinconico che raramente si manifestava in quella fisionomia da folletto, solita sprizzare allegria ad ogni gesto. Il più piccolo dell’istituto era tra i pochi ancora rimasti; appollaiato per terra, il volto basso a scrutare in apparenza un ciuffo d’erba, ma probabilmente con lo sguardo perso nel vuoto, trasmetteva una sensazione di solitudine che ben si addiceva al silenzio irreale sceso come una cappa opprimente sul parco e sull’intero edificio. Per quanto se ne fosse stata sempre isolata, Saori era troppo avvezza a sentire schiamazzi e movimento nei dintorni e quell’aura di solitudine la rendeva triste, come abbandonata.

Io l’ho sempre saputo che sotto l’atteggiamento baldanzoso del mio piccolo Seiya si cela una profonda tristezza… ma tu no, vero Saori? Troppo occupata a crogiolarti nel tuo insensato e distruttivo egoismo non sei mai stata in grado di cogliere ciò che esiste sotto la superficie… imparerai? Imparerai, sì… vogliano le stelle che non accada troppo tardi… che non sia già troppo tardi…

La piccola strinse i pugni, reprimendo un ringhio. Un tempo non avrebbe sopportato che la voce le parlasse in quel modo, un tempo non l’avrebbe ritenuta degna di osare tanto con lei, che era una persona importante.

Adesso non si sentiva più così importante e percepiva, anzi, che colei che la rimproverava poteva permettersi qualunque cosa nei suoi confronti… e forse meriterei anche che mi uccidesse… e scegliesse qualcun’altra… si trovò a riflettere in un modo che la terrorizzò.

Una bizzarra urgenza la portò a ricondurre la propria attenzione su Seiya. Perché era tanto malinconico? Credeva di indovinarlo: la nostalgia per la sorella maggiore, dalle cui braccia era stato strappato tempo prima, la nuova solitudine che stava sperimentando dopo che i suoi quattro amici, colonne cui si era appoggiato in quei mesi, erano partiti, lasciandolo nuovamente solo in balia dei soffocanti pensieri.

A passi silenziosi, la bambina si avvicinò a lui, quindi, immobilizzandosi a pochi centimetri di distanza, lo fissò per alcuni istanti, durante i quali egli non mutò posizione e atteggiamento. Infine lei tossicchiò, per palesare la propria presenza e Seiya scattò in piedi:

“Cosa diavolo vuoi?! Non ho tempo da perdere con te!”

Suo malgrado, Saori provò una stretta al cuore di fronte a quella reazione, ma l’orgoglio poco costruttivo di bambina viziata era ancora troppo vivo in lei e, senza sapere perché, sentenziò con tutta la prepotenza che le era solita:

“Non permetterti mai più di parlami in quel modo ed obbedisci al mio ordine: voglio che tu porti in Giappone l’armatura di Pegasus e che la deponga ai miei piedi!”

Finse di non interessarsi alla voce, ancor più infuriata di lei, che strepitò nel suo spirito, quasi volesse trafiggerle il cuore, con il furore del tuono.

“Tappati la bocca!” la apostrofò Seiya “Non mi faccio comandare da una femminuccia prepotente e viziata come te! Riporterò, sì, l’armatura di Pegasus, ma solo per dimostrare che valgo qualcosa e che non sono lo schiavo di nessuno, tanto meno il tuo!”

Sul viso di Saori si dipinse un sorrisetto maligno:

“E se ti dicessi che, solo se mi porti l’armatura, ti permetterò di rivedere tua sorella? Ho il potere di farmi ascoltare da mio nonno.”

Gli occhi di Seiya si inumidirono e, al tempo stesso, si infiammarono d’ira:

“La tua crudeltà è senza limiti, parli solo per dire cattiverie, quando sarò partito non ricorderai nemmeno più la mia faccia, sei troppo egoista perché ti importi realmente quello che sarà di tutti noi!”

“Anch’io so cos’è l’onore, sai?” il tono di Saori si ammorbidì e, in qualche modo, non sembrava neanche più lei mentre parlava “Se me la porterai, io farò di tutto perché tu possa rivedere tua sorella.”

Seiya non seppe più cosa rispondere; era troppa la speranza che quelle parole avevano suscitato in lui, come troppa l’incoerenza che muoveva i comportamenti della nipotina di Kido da un po’ di tempo, ormai.

“Allora me lo prometti?” continuò lei “Ti impegnerai ancora di più se ti giuro che manterrò la parola?”

Seiya annuì, non poté farne a meno; non svanì la rabbia dai suoi occhi, eppure aveva percepito gentilezza nelle ultime parole della bambina, una sorta di comprensione e complicità. Era davvero possibile?

Colto da un inspiegabile smarrimento, corse via, deciso a non dare alcuna soddisfazione a quella bambolina sempre ben vestita che detestava con tutto se stesso.

“Ringraziare ti pesava troppo, vero?!” gli gridò dietro Saori.

Eppure non provava alcuna rabbia nei confronti del fuggitivo; un sorriso, questa volta privo di ogni cattiveria, le illuminò i lineamenti, rendendoli gradevoli come raramente riuscivano ad essere. Le cose sarebbero cambiate tra lei e Seiya.

Sì… le cose cambieranno… e tu… noi… avremo tanto da farci perdonare… sapremo meritare la sua dedizione?

 

 

***

 

Era rimasto solo lui; per qualche motivo a lui ignoto, anziché caricarlo insieme all’ultimo gruppo di bambini sull’autobus partito due giorni prima, a prelevare Seiya era giunta una grande automobile nera. Il cuore gli balzò in gola quando la vide, perché la sua memoria andò ad una macchina identica sulla quale era stato fatto salire a forza: Poi era partita rombando, mentre una bambina dai capelli rossi correva inutilmente lungo la scia lasciata dalle ruote, tendendo una mano impotente verso di lui.

Deglutì; questa volta nessuno l’avrebbe afferrato per trascinarlo a bordo, ignorando i suoi pianti e i tentativi di divincolarsi, mai più nessuno avrebbe leso in tal modo la sua dignità.

Corrugò la fronte, la sua espressione si mutò in un broncio deciso e, lo zaino in spalla, si avvicinò al veicolo, pronto ad andare incontro al proprio destino a testa alta.

Poi si fermò, sussultando; percepiva come una presenza e, pur consapevole che si trattava di un’illogica sensazione, si guardò intorno, mosso dalla speranza di vedere qualcuno.

Ovviamente non scorse anima viva, neanche Tatsumi lo sorvegliava più da lontano; solo le persone all’interno dell’automobile lo attendevano, apparentemente marionette senz’anima disinteressate a qualunque cosa accadesse loro intorno.

Forse è la nostalgia che mi fa immaginare strane cose, pensò il bambino, questo luogo ora così vuoto mi mancherà, perché mi mancheranno gli amici… come mi manca qualcun altro che ho lasciato tempo fa…

La macchina partì non appena fu salito a bordo, ma ebbe il tempo di voltarsi indietro e la sensazione di trovarsi in un sogno già vissuto gli provocò un forte capogiro.

Non appena il mezzo varcò il cancello, una bambina sbucò, come dal nulla e si mise a correre dietro alla vettura, chiamando il suo nome; i capelli non erano rossi, bensì neri come la notte, legati in due codini che ondeggiavano vivaci ad ogni suo passo.

“Miho-chan” sussurrò Seiya, consapevole che non avrebbe in alcun modo potuto, ormai, farsi vedere da lei “Eri tu… non eri più arrabbiata…”

Ogni frammento di quella scena era troppo simile a quella che rappresentava il suo incubo peggiore e il ragazzino era sicuro che Miho, come Seika-Neesan, sarebbe caduta malamente a terra nel vano tentativo di raggiungerlo, senza che lui potesse fare nulla.

Invece lei divenne un puntino sempre più lontano e il piccolo fu sicuro, a un certo punto, che si era fermata, a guardare fissamente davanti a sé, probabilmente incapace di trattenere le lacrime, come lui in quegli istanti.

Tirò su col naso, si voltò e si sedette composto sul sedile posteriore; gli bruciava il fatto che quegli uomini incaricati della sua custodia lo vedessero piangere, tuttavia si consolò, perché sapeva come il suo pianto non fosse dovuto alla paura, ma unicamente al grande affetto che provava verso tante persone che non avrebbe rivisto per molto tempo…. Forse per sempre… non vi era vergogna nel pianto dettato dall’amore… e in nome dell’amore avrebbe lottato da quel momento in poi, nella speranza di incontrarli ancora tutti quanti e di non lasciarli mai più.

 

 

 

***

 

 

E così, l’ultimo bambino era partito, non era rimasto più nessuno.

Saori non aveva più visto Seiya a tu per tu dopo il loro breve scambio di battute e sarebbero passati sei anni prima che si fossero incontrati di nuovo.

“Sei anni... avrò tredici anni… anche Seiya, Shun, Jabu… e gli altri uno o due anni di più; quanto saremo cambiati?”

Tanto, Saori; la partenza dei bambini costituirà, purtroppo, il primo passo verso la fine per molti di loro… ma per altri… e per te… è un inizio…

“So che accadrà qualcosa, l’ho capito, ma non ho capito che cosa… cosa ne sarà dei bambini? E cosa diventeranno? E cosa… diventerò io?”

Si guardò intorno: il giardino, la villa, appariva tutto così vuoto e silenzioso senza i volti e le grida che credeva di odiare.

Cosa avrebbe fatto in quei sei anni? Si sarebbe annoiata a morte in quella grande casa, tutta sola.

Ma poi ti sarà tutto chiaro e capirai… ci annoieremo, ci rattristeremo, soffriremo tanto in questi sei anni… ma quando i sacri guerrieri torneranno, avremo tanto da fare… e la noia non sarà mai più nostra compagna.

La bambina sospirò, oppressa dalla malinconia e dal senso di colpa che accomunava lei e l’altra entità. Sgusciò oltre la soglia dell’immenso edificio e, dopo aver dato un’ultima occhiata fuori, si chiuse la porta alle spalle, mentre le foglie danzavano nella brezza dei primi giorni d’autunno.

Una stagione giungeva al suo termine e una nuova era stava per iniziare.