PARTE I
Capitolo 06
Promesse, speranze e sacri giuramenti
Il
cuore di Mitsumasa era greve e triste; cosa aveva fatto a quei ragazzi? E
come poteva lui essere certo che la vicenda nella quale, sette anni prima,
si era trovato coinvolto, non fosse in realtà una colossale menzogna, uno
scherzo, o una follia? Se chiunque avesse saputo lo avrebbe preso per pazzo
e per questo motivo, confidando nel proprio ascendente sociale e politico,
aveva agito nel più completo segreto, forte del suo essere pressoché
intoccabile. Per il mondo al di fuori di quelle mura, i bambini che aveva
raccolto nell’istituto non esistevano, non avevano un’identità dal
momento stesso in cui le famiglie che si erano prese cura di loro erano
scomparse dalla faccia della terra.
Dai
sedili posteriori dell’automobile, il suo sguardo si rivolse
all’esterno, verso il sole nel quale tentò di trovare una qualunque
ispirazione per dare un senso al tutto. Il Fato lo aveva sostenuto nella sua
attività di raccolta, rendendogli più semplice la possibilità di agire
nell’ombra: di fatto, i ragazzini non avevano altri membri familiari alle
spalle interessati ad occuparsi di loro.
E in ogni modo, io sono il padre… sono un uomo potente… una mia parola e loro… mi apparterebbero comunque, su di loro avrei pieni poteri… nessuno oserebbe contrastarmi.
Sospirò;
sicuramente non andava fiero delle conclusioni che aveva tratto, né fiero
di se stesso e della società nella quale viveva.
Inoltre
c’era la possibilità che quei sacrifici inflitti ai bambini fin dal
momento in cui erano giunti nelle sue mani e le prove ancora più dure che
li aspettavano alle scuole di addestramento, luoghi d’altronde misteriosi
anche per lui, che mai li aveva effettivamente trovati in quegli anni di
ricerca e viaggi, avrebbero finito per rivelarsi nient’altro che
cattiverie gratuite. Molti di quei ragazzini sarebbero morti per niente, tra
inimmaginabili atrocità: stava privando i suoi figli di tutto ciò che un
padre avrebbe dovuto garantire alla propria discendenza.
Eppure,
quel ragazzo incontrato sette anni prima, evento che aveva segnato la sua
esistenza, gli aveva affidato un messaggio che non aveva potuto non
ascoltare, una missione che, glielo aveva suggerito l’istinto, forse il
cuore nonostante tutto pulsante nel suo petto, andava compiuta a tutti i
costi.
Dopo
quel memorabile soggiorno in Grecia si era messo in moto, per lui, un
ingranaggio i cui meccanismi sembravano azionati da una volontà superiore a
lui e a qualunque altra creatura.
Ogni
tassello dava l’idea di trovarsi perfettamente al proprio posto: il suo
impulso a viaggiare e ad unirsi con così tante donne nel giro di poco tempo
si era rivelato strabiliante per lui stesso che, in gioventù, mai era stato
un libertino. Ognuna di quelle relazioni aveva dato almeno un frutto e lui
si era scoperto padre di un centinaio di figli, tutti maschi, sparsi per
tutto il globo. Era una bizzarria, un’anomalia che difficilmente il mondo
avrebbe accettato; l’etichetta di persona perversa ed immorale gli sarebbe
stata impressa addosso senza possibilità di redenzione. Ulteriore motivo
per cui era preferibile che tanti dettagli di quel suo istituto speciale non
richiamassero l’attenzione dell’opinione pubblica.
Durante
uno dei primi di quei viaggi, i suoi passi l’avevano condotto in Grecia e
lì, grazie a quell’incontro, aveva compreso che tutto era accaduto per
uno scopo: lui si era trasformato in uno strumento del destino e degli dei e
allo stesso modo quelle donne, mai realmente amate come un uomo dovrebbe
amare una compagna. Altrettanti strumenti, marionette senza possibilità di
scelta, erano i bambini che quelle fugaci relazioni avevano donato al
mondo… e ad una folle causa.
Se
le avventure degli ultimi otto anni fossero uscite in qualche modo allo
scoperto, ogni sua elucubrazione sull’intera vicenda sarebbe apparsa, ad
occhi esterni, come una costruzione mentale atta a giustificare le
depravazioni e le crudeltà inflitte a cento fanciulli sfruttati da lui come
burattini, approfittando dell’ingenua credulità propria di ogni bimbo. Il
mondo l’avrebbe bollato come un mostro, esattamente come già facevano i
suoi figli. E sapeva che fuori da lì si parlava, si facevano congetture,
sapeva di essere al centro di un mistero inestricabile al quale i media
tentavano di conferire spiegazioni plausibili. Com’era ovvio Mitsumasa non
aveva alcuna intenzione di fare chiarezza.
Il
veicolo oltrepassò il cancello dell’istituto e si fermò davanti al corpo
principale dell’edificio; l’autista scese per primo ed andò ad aprire
la portiera ma i sensi di Mitsumasa, mentre posava i piedi a terra e si
ergeva, in tutta la sua alta maestosità, singolare per un uomo di origine
giapponese, furono immediatamente attratti da una scena che si ripeteva
troppo spesso, così come troppo spesso si reiteravano le coercizioni di
Saori nei confronti dei piccoli ospiti del maniero. Era giunto il momento di
porre una drastica fine a tutti quegli errori che avrebbero ritardato la
maturazione della bambina e di ciò che viveva dentro di lei, oltre che
compromettere il suo rapporto con coloro che un giorno avrebbero dovuto
amarla, fare di lei il loro scopo ultimo di vita.
Saori
era sulla schiena di Jabu e, aggrappata ai suoi capelli, percotendolo con il
frustino da amazzone, lo incitava a correre carponi sulla ghiaia. Il volto
del ragazzino, uno dei più piccoli tra i suoi figli, era sofferente, ma
stringeva i denti; i compagni erano intorno ai due, alcuni frementi di
rabbia, altri angosciati od increduli.
Poi
Saori sollevò il capo e, scorgendo il nonno poco distante, scese a
precipizio dalla schiena della propria vittima per corrergli incontro,
gettandogli le braccia intorno alle gambe: la sua bassa statura non le
permetteva di arrivare più in alto con le braccia.
Contrariamente
al solito, Mitsumasa non rispose alle effusioni; i suoi occhi erano puntati
su Jabu che, libero, si era lasciato scivolare a terra, i pantaloni
strappati, le ginocchia e i palmi delle mani sanguinanti e graffiati dalle
asperità del terreno.
Il
vecchio sospirò; non era adirato con Saori ma con se stesso che si faceva
trascinare lontano dalle proprie ricerche sul mondo dei sacri guerrieri,
ricerche che non davano, tra l’altro, i frutti sperati: se quel mondo
esisteva realmente era completamente avvolto dal mistero e le tracce che gli
pervenivano fondevano mito e realtà in maniera inestricabile. Forse,
avrebbe svolto più utilmente il proprio dovere restando accanto a Saori per
indirizzarla sulla retta via.
Non sono mai a casa e sbaglio; dovrei controllare con i miei occhi come vanno le cose...
Si
fidava troppo di Tatsumi, il quale abusava del potere che aveva sui bambini
con metodi a dir poco discutibili e la paura l’aveva inoltre spinto a
viziare ancor più la già privilegiata Saori, appoggiandola in ogni
angheria verso i piccoli.
Avrei dovuto occuparmi di più della tua educazione, nipote mia...
“Intendiamoci, cara Saori…” a quel punto abbassò il capo per guardare l’adorata testolina castana che si strofinava addosso a lui come un gattino in cerca di affetto, inconsapevole della cattiveria compiuta “Tu ora sei nella posizione di poter fare quello che vuoi liberamente. Ciò significa che sei molto più agiata di tutti quei ragazzi…”
Riportò
lo sguardo sui bambini, tutti raccolti, premurosi, intorno a Jabu, a
portargli conforto, in quel momento erano dimenticate liti e rivalità. Da
quando i luoghi di addestramento erano stati stabiliti, sembrava che i
bambini si sentissero, tra loro, più uniti; il tenero Shun, che tanto
spesso subiva aggressioni e maltrattamenti dal coetaneo ingiuriato, era
dietro di lui e lo sosteneva, con una dolcezza priva di qualunque ombra di
ostilità
Mitsumasa
posò le mani sulle spalle di Saori per farla voltare, in modo che gli occhi
della piccola potessero assistere attentamente alle conseguenze delle azioni
compiute; fu lieto, nonostante la pena, di percepire il moto di doloroso
stupore che scosse il corpo e il viso della bambina, mentre osservava il
sofferente ragazzino sostenuto dai compagni. Da un po’ di tempo gli
atteggiamenti della nipote adottiva andavano oltre l’antica indifferenza
sempre ostentata: qualcosa era, finalmente, cambiato, intraprendendo la
giusta direzione. Si preparò a pronunciare parole che sperava arrivassero
dritte al cuore e all’anima di Saori, perché avrebbero contenuto il senso
dell’esistenza di tutti loro:
“Un
destino crudele, che supera ogni immaginazione, attende quei ragazzi, da
questo momento in poi!” Le posò una mano sulla spalla “Ma sicuramente
lo affronteranno con tutto il loro coraggio. Cara Saori, anche tu sei come
loro, anzi, senz’altro ti attendono traversie ancora più dure e tristi di
quelle che capiteranno a loro. E perché tu le possa superare, dovrai
possedere una forte volontà, tale da non perderti d’animo qualunque cosa
accada e sarà necessario che tu e quei ragazzi vi fidiate gli uni degli
altri, collaborando tra voi…”
***
“Sono sicuro che ti dispiace e che d’ora in poi mostrerai
a questi ragazzi, che stanno per andare a rischiare la vita da soli, in
posti sconosciuti, tutta la cura e il rispetto che meritano… perché lo
fanno anche per te, piccola... anche per te lotteranno in questi anni...
dovrai essere una guida per loro, ma non una tiranna... dovrai conquistare
la loro fiducia e il loro amore con fermezza, certo, ma una dolce
fermezza... dovrai tirare fuori tutta la bontà che è nel tuo cuore e ce
n’è tanta, anche se non hai ancora imparato ad usarla... ma io questa
bontà la vedo già rispecchiata nei tuoi occhi...”
La
bambina lo ascoltava attentamente; ognuna di quelle parole era come una
pugnalata affondata dentro di lei. Il nonno stava assumendo il ruolo
solitamente proprio della voce misteriosa che abitava i suoi sogni ed ogni
suo pensiero da troppo tempo ormai.
E
quella voce fece eco, improvvisa, con molta più durezza, al gentile
rimprovero del nonno:
Che cosa hai fatto? Perché tanta crudeltà con chi ti mostra, già da ora, una tale devozione? Jabu non sarà mai tanto forte da distinguersi tra i sacri guerrieri, ma sarà, anche lui, al nostro fianco, anche lui rischierà la vita per noi… Non merita tutto questo… nessuno di loro merita la tua cattiveria!
Si
portò un dito agli occhi, colta dal timore che una lacrima stesse per
uscire; già, perché l’aveva fatto? Pochi minuti prima era tornata dalla
cavalcata e un impulso l’aveva spinta ad avvicinarsi a Seiya, ad
apostrofarlo aggressiva, ordinandogli di interpretare, per lei, il ruolo del
cavallino. Il brunetto aveva resistito, provocando l’intervento di Tatsumi
che, come sempre, si era mostrato disposto ad assecondare i capricci della
nipote del padrone; l’alterco con il bambino lo aveva condotto ad
afferrare Seiya per i capelli e a gettarlo poi malamente a terra, Saori
aveva rincarato la dose, colpendo con il frustino la guancia del piccolo,
che aveva preso a sanguinare.
Infine
Jabu si era messo in mezzo, offrendosi spontaneamente di accontentarla
qualunque cosa lei avesse preteso…
E tu ne hai approfittato, hai fatto del male a Seiya e, siccome lui non ti dava soddisfazione, hai infierito sul povero Jabu; così è troppo facile Saori, non rendi onore a me e neanche a te stessa comportandoti in tal modo. Se tutti loro finiranno per odiarci e se questo andrà a discapito della nostra sacra missione, sarà unicamente colpa tua… e anche mia che avrò dimostrato quanto negativa sia stata la mia scelta.
Era
sempre stata in grado di rispondere, di ribattere con stizza, aveva sempre
accolto quella seconda personalità in modo conflittuale… ma come poteva,
dopotutto, entrare in conflitto con se stessa?
Non
provò a contrastare l’ammonizione e la accolse, interiorizzandola; non
riusciva più a rifiutare quell’ancora incomprensibile essenza che
cresceva dentro di lei, giorno dopo giorno.
***
“Ma
come hai fatto ad essere così sciocco, Jabu?”
Seiya
si era avvicinato al ragazzino ancora seduto a terra, le mani premute sul
ginocchio ferito sotto i jeans strappati. Fino a quel momento, la vittima
delle angherie di Saori non aveva guardato in faccia nessuno,
nell’evidente tentativo di ingoiare l’umiliazione; solo quando Seiya gli
parlò sembrò rendersi conto della folla radunatasi intorno a lui e lanciò
su ogni viso chino a dargli conforto, un’occhiata intimidatoria che
tuttavia, in quel momento, appariva poco credibile. Si sottrasse bruscamente
al contatto delle mani di Shun, spingendole via senza mostrare un briciolo
di riconoscenza, quindi si alzò, barcollando, diede uno spintone anche a
Seiya e, dopo pochi passi, crollò nuovamente, affondando le dita tra pietre
e polvere.
Shun
fece per corrergli dietro, ma il pugno possente di Ikki si chiuse sul suo
braccio, facendolo strillare di dolore e sorpresa:
“Lascialo
perdere, non merita le tue attenzioni!”
“Ma
Niisan” protestò il bambino, provando inutilmente a divincolarsi.
Jabu
si rialzò e apostrofò duramente il compagno generoso:
“Sì,
lasciami perdere Shun, anzi, se provi a toccarmi ti rompo le braccia una per
una!”
Il
piccolo sussultò, mentre il fratello maggiore alle sue spalle fremette per
il desiderio di far pagare all’ingrato ogni parola, tuttavia restò fermo,
non osando infierire su chi aveva già subito troppi soprusi per quel
giorno.
Nessuno
si azzardò più ad avvicinarsi a Jabu e questi riprese a camminare
zoppicando verso la palestra, dove i ragazzi erano attesi per gli esercizi:
non ci sarebbe stata alcuna concessione per il ferito, come sempre, avrebbe
dovuto impegnarsi come tutti gli altri.
Shun sospirò ed abbassò il capo: Ikki lo teneva troppo saldamente e fu costretto a rinunciare ad ogni ulteriore atto di generosità.
Perché
non possiamo aiutarci? Si sta così male da soli… siamo tutti nella stessa
situazione… e allora perché non ci vogliamo tutti bene?
Una mano gentile si posò sulla sua spalla; gli occhi del piccolo si sollevarono ad incrociare quelli di Seiya, grandi e intensi alla pari dei suoi.
“Non
gli faresti un piacere, sai?” gli disse il monello, con una gravità
insolita nello sguardo “Jabu è fatto così, non lo capisco neanche io, ma
finiresti per aumentare il suo malumore se provassi ad avvicinarti ancora a
lui. La cosa migliore è lasciarlo stare ed aspettare che gli passi.”
Suo
malgrado, Shun annuì, mentre Seiya gli strizzava un occhio con complicità.
Anche il più piccolo dell’istituto Kido, tuttavia, si tormentava; ciò che più sconcertava Seiya, nell’atteggiamento di Jabu, era la sua tendenza a mostrarsi tanto orgoglioso con tutti loro quanto era remissivo e privo di spina dorsale di fronte a Saori. Più di una volta Jabu aveva espresso, davanti ai compagni, l’opinione che erano fortunati, che avrebbero dovuto ringraziare la signorina e suo nonno per averli ospitato in quel posto, per averli sottratti alla propria condizione di orfani.
O
non ha mai conosciuto, veramente, niente di bello nella vita,
si diceva Seiya, o deve comunque aver sofferto proprio tanto dopo aver
perso i genitori per pensare che questa prigione sia un paradiso.
Lui non ricordava molto dei suoi genitori, erano morti quando era talmente piccolo che ogni memoria era un’accozzaglia confusa di volti e sensazioni… lui ricordava Seika-Neesan, i suoi abbracci, i suoi rimproveri, i suoi insegnamenti, così piccola anch’essa gli aveva fatto da mamma nell’orfanotrofio in cui erano stati accolti, quell’angolo di dolcezza chiamato “I bambini delle stelle”, non troppo lontano da Villa Kido, tanto che, se avesse avuto una sola occasione per tentare la fuga, avrebbe potuto raggiungerlo e gettarsi nuovamente tra le braccia di Seika-Neesan.
La generosità dei religiosi che si occupavano dei bambini lì accolti, non aveva tuttavia impedito che si trovassero con le mani legate quando gli inservienti di un uomo potente come Mitsumasa erano giunti a prelevarlo per portarlo via, ignorando le suppliche sue e della sorella; Seiya non avrebbe mai potuto dimenticare la corsa disperata di Seika-Neesan dietro all’automobile che lo conduceva via dal suo affetto, non avrebbe mai potuto dimenticare il momento in cui l’aveva vista cadere, continuando a tendere le mani verso di lui, quasi con quel gesto impotente avesse potuto fermare il tempo, ritardare più che poteva il definitivo distacco.
Sospirò,
mentre si apprestava ad esercitarsi nel salto alla fune, osservando per un
po’, tristemente, l’attrezzo: un tempo, quello per lui era un gioco
innocente, il gioco che tutti i bambini fanno almeno una volta nella vita.
Faceva a gara con Seika-Neesan e con un’altra bambina, una piccola peste
con i codini che, all’orfanotrofio, era diventata la sua migliore amica,
per quanto passassero la maggior parte del tempo a litigare.
“Finivo
sempre per farla piangere” ridacchiò tra sé, mentre si lanciava nei
primi salti; era diventato abilissimo, d’altronde in pochi gli stavano
alla pari in qualsiasi tipo di esercizio fisico.
“Sarà
così anche alla Scuola Segreta” borbottò senza fermarsi e senza
commettere neanche un errore “Vogliono che io diventi un sacro
guerriero… un santo… e va bene… lo diventerò e gliela farò vedere a
tutti, sarò il più forte del mondo e nessuno potrà più trattarmi come un
giocattolo, un prigioniero, o uno schiavo!”
Si
rese conto che quel pensiero, ormai, lo riempiva di euforia; piangersi
addosso non era da lui, aveva sempre saputo cogliere il meglio da ogni
situazione e anche la prospettiva di affinare la sua forza non gli sembrava
più così terribile. In fin dei conti finalmente aveva uno scopo: se avesse
avuto successo nessuno avrebbe più potuto dividerlo da Seika-Neesan e lui
sarebbe diventato un guerriero. Sei anni erano tanti, ma poi lui e la
sorella maggiore avrebbero avuto davanti tutto il resto della loro vita.
“Seiya-chan!
Seiya-chan!”
Sussultò.
Si
era trattato di un sussurro, un leggero soffio per quanto volitivo ed
energico in qualche modo. Il ragazzino si guardò intorno per qualche
istante, finché i propri occhi raggiunsero un punto alle sue spalle. Dal
rettangolo che costituiva l’entrata della palestra, faceva capolino un
visetto di bimba incorniciato da due codini nerissimi e gli stava facendo
segno con la mano:
“Sono
qui…”
Seiya
non poté trattenere un’esclamazione di gioia, immediatamente repressa ed
accompagnata da una fugace occhiata per assicurarsi che nessuno l’avesse
udito: i compagni erano ancora tutti impegnati nei loro esercizi e adulti
nei pressi non ce n’erano. Rassicurato, il bambino si lasciò finalmente
andare del tutto alla gioia provata nel rivedere l’amica alla quale stava
pensando fino a pochi istanti prima: quell’apparizione, proprio per
questo, sembrava ancor più miracolosa e la accolse con un sorriso radioso
mentre le andava incontro.
“Miho-Chan!”
Sembrava
passata un’eternità dall’ultima volta che l’aveva vista… ovvero il
giorno in cui gli uomini di Mitsumasa l’avevano portato via
dall’orfanotrofio.
Dopo
pochi istanti stavano passeggiando l’uno accanto all’altra, nel parco
fortunatamente deserto in quegli istanti.
“Seika
era disperata, non ce la faceva più a sopportare l’attesa di tue notizie
che non arrivavano mai. Sarebbe scappata tanto tempo fa per venirti a
cercare, ma… è sorvegliata tantissimo. Da quando quegli uomini ti hanno
portato via sono tornati altre volte e hanno imposto al parroco e ai custodi
di controllarla con regole più severe… non vogliono che vi incontriate…
ma perché?”
Seiya
fremeva nell’ascoltare le parole dell’amica; la cieca rabbia che provava
era superiore al desiderio di piangere:
“Come
hai detto tu, Miho-chan… vogliono controllarci. Hanno più potere su di me
se usano la separazione forzata da Seika-Neesan!”
La
piccola annuì:
“Io
un giorno ho seguito uno di quegli uomini e l’ho visto venire qui… così
ho studiato un modo per entrare, è difficilissimo… mi sono nascosta in un
camion che trasportava dei bidoni e… per fortuna non mi hanno scoperto.”
“Ma
allora non sei proprio così tonta” la apostrofò Seiya ridacchiando,
provocando nella bambina una smorfia di disappunto ed un insulto rivolto al
piccolo amico. Ma entrambi sapevano che la loro amicizia era sempre stata
fatta da quelle piccole scaramucce che, in fin dei conti, duravano sempre
molto poco.
“Comunque
me la pagheranno” sbottò improvvisamente Seiya tornando serio “Diventerò
un guerriero e allora sarò tanto forte che ci penseranno due volte a fare i
prepotenti con Seika-Neesan e me!”
“Un…
guerriero?” lo interrogò perplessa la piccola amica.
Così
Seiya le raccontò tutto, del motivo per cui lui ed i suoi compagni erano
stati raccolti in quell’istituto, dei sacri guerrieri, dell’estrazione,
del suo prossimo viaggio in Grecia. Non si rese conto che gli occhi della
bambina si facevano lucidi, mentre lui affrontava quegli argomenti con
l’entusiasmo acquisito dalla sua recente determinazione.
Poi,
dopo qualche istante di silenzio, imbarazzato da parte di Miho, riflessivo
da parte di Seiya, quest’ultimo si lanciò nuovamente in un argomento che
gli stava particolarmente a cuore:
“E
così la mia Neesan sta bene, sono contento!”
Quindi,
una mano in tasca, dandosi un tono da adulto ed ostentando una profonda
sicurezza di sé, proseguì:
“Grazie
per avermelo detto, Miho-chan!”
L’amichetta
lo ascoltava a malapena; il suo volto paffuto era basso e triste e colse
alla sprovvista il bambino con una domanda inattesa, pronunciata con il tono
di chi sperava una rassicurazione negativa, di chi ancora voleva credere che
si trattasse unicamente di uno scherzo:
“Ma
è vero che partirai per la Grecia, Seiya-chan?”
Il
bambino annuì, con un sorriso che sarebbe stato impensabile fino a poco
tempo prima, segno che era entrato nell’ottica di quella nuova esperienza
e l’aveva interiorizzata, trovandovi un senso utile per lui:
“Sì,
è vero. In Grecia affinerò il mio talento, e diventerò sicuramente un
sacro guerriero, vedrai!” Sollevò lo sguardo, lasciandolo correre,
sognante, tra le foglie che stormivano sopra di loro; la chioma
dell’albero era come un tetto che li riparava agli occhi del mondo e, al
tempo stesso, innalzava Seiya verso una speranza rinnovata “Guarda questo
albero; presto anch’io sarò forte come lui!”
Miho
lo imitò, guardando anch’essa verso l’alto ma la sua espressione restò
infelice e poco convinta:
“Parli
come se stessi andando in gita, Seiya-chan” si voltò, allontanandosi di
qualche passo, come se fosse incapace di guardare in faccia l’amico
“Potresti farti male o addirittura morire laggiù!”
Intanto
strinse le mani al petto, in un atteggiamento di supplica, ma ottenne da
Seiya unicamente un’occhiata ironica, accompagnata da un gesto di fastidio
della mano:
“Non
potrei fare nulla se avessi paura di cose simili” si avvicinò al tronco
dell’albero e vi si appoggiò, le mani intrecciate dietro la nuca,
assumendo l’aria strafottente che solitamente assumeva quando intendeva
mascherare le proprie insicurezze o negarle persino a se stesso “Ma tu non
puoi capire certe cose, sei una ragazza, c’è poco da fare.”
Miho,
i pugni stretti lungo i fianchi, lo aggredì verbalmente con un ringhio
furioso:
“Hai ragione, non capisco! Pensi solo a diventare un santo, hai solo quello nella testa, Seiya!” intanto si avvicinava sempre di più “Non mi importa se te ne vai in Grecia, o in qualunque altro posto, e non torni più indietro!”
Il bambino si allontanò da lei, ghignando, ma infine sbottò, urlando a propria volta:
“Ben detto! Anch’io sarò ben felice, ben felice, di non vedere più la faccia di una bisbetica come te, Miho-chan!”
La ragazzina tremava ancora di rabbia, i pugni serrati, mentre Seiya si allontanava ancora un poco da lei e infieriva con il proprio comportamento da monello:
“Ah, voglio andare in Grecia alla svelta!”
“Uffa!” esclamò Miho, compiendo un mezzo giro su se stessa fino a dargli le spalle, il visetto infantile atteggiato ad una smorfia di irrefrenabile collera.
Sui due bambini calò un pesante silenzio che nessuno dei due si decideva ad interrompere; Miho era consapevole di dover uscire nascondendosi nuovamente nel furgone prima che questo partisse, o non sarebbe più riuscita ad andarsene da lì. Quindi, dopo parecchi istanti, lanciò una furtiva occhiata all’amico, sperando evidentemente che si fosse intenerito, ma Seiya era ancora immerso nella propria ostentata indifferenza.
“Seiya-chan… me ne sto andando…”
Il ragazzo mosse un poco gli occhi, ma per distoglierli quasi subito e borbottare un saluto poco interessato.
Dopo un ulteriore attimo di inutile attesa, la rabbia prevalse sulla delusione che quel modo di fare suscitava in lei e Miho si esibì in una sgraziata linguaccia che precedette la sua fuga verso il luogo in cui era parcheggiato il furgone.
Seiya restò immobile.
Tanto
torna… non se ne va senza aver fatto pace…
Passarono gli attimi e un rombo di motore raggiunse le sue orecchie; il suo corpo fu attraversato da una scossa e, mosso da un impulso, si mise a correre. Quando giunse davanti alla villa, il furgone stava oltrepassando il cancello ed alcuni inservienti erano ai lati per controllare che nessun bambino tentasse la fuga.
L’espressione da monello si sciolse, lasciando il posto ad una profonda malinconia, evidenziata dagli occhi lucidi e dalle labbra tremanti.
“Sono uno scemo” gemette tra sé il piccolo; non era mai capitato, all’orfanotrofio, che lui e Miho-chan stessero arrabbiati per molte ore l’uno con l’altro e invece, questa volta, lui sarebbe partito per la Grecia sapendo di averla ferita, sapendo di non poterle chiedere scusa. E cosa avrebbe raccontato, la bambina, a Seika-Neesan?
Si strofinò l’avambraccio sugli occhi: il suo percorso da guerriero cominciava con un comportamento davvero disonorevole e non era la prima volta che compiva qualcosa di brutto, che si comportava tanto male. Rifletté su tutte le volte che aveva fatto piangere Miho, che aveva fatto a botte con altri ragazzini ferendoli, che aveva strappato fiori, torturato insetti e altri piccoli animali senza nessuna logica motivazione, senza riflettere sul male che faceva… eppure lui desiderava amare tutti, qualunque forma di vita; ma era un bambino solo e spesso non sapeva riconoscere, da solo, la strada giusta.
“A volte sono cattivo…” singhiozzò “Ma imparerò a non esserlo più… Imparerò solo a difendere…”
Sussultò quando un tocco lieve si posò sulla sua spalla.
“Perché stai piangendo?”
Voltandosi incontrò gli occhi seri di Shiryu che lo fissavano ansiosi, premurosi come quelli di un fratello maggiore.
“Ho fatto di nuovo una cosa brutta” rispose il piccolo, cercando nell’amico più grande una qualunque rassicurazione, il solito spiraglio che da sempre gli permetteva di sfuggire ai momenti disperati.
“Come farò quando non ci sarai tu, con me, Ryu-chan? Quanti disastri combinerò quando né tu, né Seika-Neesan, potrete farmi capire dove sbaglio?”
Nonostante Seiya fosse un ragazzino espansivo, raramente si lasciava andare a simili richieste di aiuto e gli occhi di Shiryu si sgranarono; per quanto generoso e responsabile, lui era sempre molto restio nell’esternare ciò che provava, quindi l’evidente bisogno di affetto che Seiya mostrava in quel momento, in un certo qual modo, lo imbarazzò. Ma voleva troppo bene all’amichetto che, fin dal giorno in cui si erano incontrati, aveva accolto sotto la sua ala protettiva e, sconfitto ogni disagio, allargò le braccia e lo attirò con foga contro il proprio petto:
“Ce la farai invece, perché la tua forza di volontà ti indicherà la via a tu imparerai ad ascoltarla.”
***
Non potevano sapere che qualcuno, da lontano, aveva osservato lo svolgersi dell’ultima parte della scena e, come gli era solito, affrontò quella visione partecipando con una commozione profonda. Shun era convinto che Seiya ce l’avrebbe fatta e anche Shiryu e che, al loro ritorno, avrebbero potuto stringersi ancora così l’uno all’altro.
Lottò contro la morsa di invidia che, per un istante, gli attanagliò il petto, dovuta allo sconforto, alla paura di non poter nutrire le loro stesse speranze. In realtà era terrorizzato, man mano che il giorno della partenza si avvicinava, la certezza di non avere alcuna possibilità di riuscire in quell’impresa era sempre più palpabile. Tuttavia sentiva di essere cresciuto, almeno in parte, tentava sempre più di nascondere agli altri la propria disperazione, riscuoteva sempre più successo nel non farla pesare a nessuno; tutti loro avevano tanti problemi, avevano la loro angoscia da tenere a bada e lui non poteva permettersi di condividere la propria, li amava troppo perché continuassero a soffrire anche per lui.
Così, come sempre più spesso faceva da un po’ di tempo, quando sentì che la sofferenza era sul punto di sopraffarlo, sgattaiolò via, il più lontano possibile, prima che i due amici potessero accorgersi di lui, prima che chiunque potesse accorgersi di lui.
Solo al suo amico albero avrebbe confidato il proprio dolore, solo lui avrebbe visto le sue lacrime. In fin dei conti doveva abituarsi alla solitudine, anche se non sarebbe servito lo stesso per sopravvivere.
Sono
debole, pensava mentre si immergeva nel folto, camminando come un
sonnambulo e, a tratti, spiccando una corsetta nei momenti in cui sentiva
che, se si fosse fermato, sarebbe caduto a terra vinto dalla propria paura, non
sono capace di fare niente da solo… e devo stare lontano da tutti perché
non voglio che soffrano a causa mia, devono stare lontani da me, perché
porto solo guai…
Il suo pensiero era concentrato su Ikki-Niisan e Death Queen Island, non riusciva in alcun modo a liberarsi dal senso di colpa e dal senso di nullità che lo invadeva; dal suo punto di vista, ogni aspetto della sua misera esistenza era unicamente un fallimento. Lui che amava tanto gli altri fino a sentirsi scoppiare per tutto l’amore che aveva dentro, arrivava in quel momento ad odiare se stesso con la medesima intensità.
***
Hyoga afferrò la salvietta per asciugare il sudore che gli colava lungo il viso; aveva proseguito gli allenamenti oltre l’orario imposto dai custodi. Non lo bloccava la fatica, la spietatezza di quel massacrante esercizio fisico, quando si immergeva negli sport e nella ginnastica riusciva ad estraniarsi, lasciando fuori tutto il resto. Stava bene se poteva muoversi, sfogare tutta la tensione che aveva in corpo il più a lungo possibile.
Inoltre
desiderava giungere preparato nel luogo in cui lo attendeva il duro
addestramento per intraprendere il cammino di sacro guerriero; l’assurdità
di quell’imposizione, dei racconti che erano stati inculcati a forza nella
sua mente e in quelle dei suoi compagni era palese alle sue percezioni, era
ancora convinto che tutta quella storia fosse frutto delle farneticazioni di
un pazzo, ma cominciava ad intravedere uno spiraglio: sarebbe tornato in
Siberia, nei pressi del luogo in cui la mamma era annegata con la nave e
un’idea, dapprima un pizzico di speranza, poi sempre più concreta, si
faceva largo dentro di lui:
Se le leggende del mio paese sono reali… la potrò rivedere… sarà ancora bellissima in fondo al mare… e io la potrò raggiungere!
Era uno scopo nuovo, che gli infondeva entusiasmo e desiderio di lottare, di andare avanti verso ciò che il destino aveva in serbo per lui.
Si
guardò intorno; la maggior parte dei ragazzi avevano già approfittato del
loro momento di libertà per sfuggire dagli obblighi. Poco distante, Ikki
prendeva a pugni una sacca, con un nervosismo ed una ferocia che sembravano
volerla mandare in pezzi; dava l’impressione che non si sarebbe mai
fermato.
Il
piccolo sovietico sospirò; Ikki non aveva nessun motivo che lo spingesse ad
affrontare i prossimi eventi con un briciolo di positività e si sentì in
colpa perché, per quanto poteva, Hyoga cercava di non pensare alla
separazione da coloro che ormai conosceva come propri fratelli.
Cercò
ancora; si aspettava che, trovandosi Ikki ancora in palestra, Shun non fosse
troppo distante. Se Ikki si fermava ad allenarsi, solitamente, anche Shun lo
attendeva, eppure non lo vide da nessuna parte.
Un
altro sospiro scosse il suo petto; Shun tendeva a sfuggire a tutti quanti
dal giorno dell’estrazione e Hyoga intuiva perché: in parte il suo
angioletto si vergognava, si sentiva umiliato per quel che era accaduto,
perché davanti a tutti, Ikki l’aveva protetto prendendo sulle proprie
spalle un rischio troppo grande per chiunque, non solo per un bambino
piccolo come erano loro. Comprendeva la decisione di Ikki ma, al tempo
stesso, riteneva che avesse fatto un torto al fratellino, sicuramente non
aveva favorito la sua autostima. In fin dei conti, questo era il più grande
difetto con il quale Ikki si rapportava a Shun: l’affetto che provava per
lui era indiscutibile, eppure spesso non lo valorizzava, non si rendeva
conto di sottovalutarlo, per troppo amore, per paura di vederlo soffrire…
e in tal modo finiva per umiliarlo.
Cosa
sarebbe stato meglio, a quel punto, per Shun? Lasciare che effettivamente
rimanesse da solo, per abituarsi a ciò che lo avrebbe atteso di lì a poco,
o dargli tutto il conforto possibile durante i giorni in cui ancora
avrebbero potuto restare tutti assieme?
Diresse
nuovamente lo sguardo verso Ikki; era come un automa dalla carica
inesauribile, Hyoga temeva che avrebbe continuato a prendere a pugni quella
sacca finché non fosse stramazzato al suolo per la fatica. Possibile che
neanche il pensiero di Shun lo distogliesse da quell’irrefrenabile
nevrosi? O forse, dopotutto, si sforzava di non pensarci, forse si teneva
lontano da Shun apposta perché il fratellino si sentisse più forte, per
non fargli pesare il proprio istinto protettivo e, siccome tale decisione
gli costava troppo, tentava di distrarsi estraniandosi dal mondo che lo
circondava.
“Io
credo… che Shun abbia bisogno di te adesso… più ancora di quando ti sei
offerto di prendere il suo posto…”
Hyoga
aveva sussurrato a voce troppo bassa ed era troppo distante perché Ikki,
preso dalla foga della propria esercitazione, potesse udirlo; in realtà il
russo non desiderava davvero che lo udisse, rapportarsi ad Ikki era sempre
più difficile, soprattutto il loro rapporto si era incrinato; Ikki non
avrebbe ascoltato nessun consiglio da lui e ogni tentativo di mettersi in
mezzo ai due fratelli sarebbe stato accolto con una reazione distruttiva e
controproducente.
Un
ennesimo sospiro, quindi Hyoga diede le spalle al compagno e varcò la
soglia della palestra; non poteva rapportarsi ad Ikki, così sarebbe andato
lui a cercare Shun. D’altronde, probabilmente, più che soddisfare un
bisogno del piccolo compagno, trovarlo e stare un po’ con lui era una
necessità che lo stesso Hyoga non riusciva a reprimere.
Non ebbe bisogno di riflettere sulla direzione da intraprendere; vi era un luogo in cui Shun era solito rifugiarsi quando lottava contro la propria angoscia, il medesimo luogo nel quale, una notte, si erano scambiati confidenze, il luogo in cui Hyoga aveva mostrato al piccolo, unico a cui aveva concesso una tale fiducia, il ricordo prezioso che la mamma gli aveva lasciato.
Ed
infatti lì lo trovò, ai piedi dell’albero testimone di tanti scambi,
confessioni, scaramucce; Shun era aggrappato alla pianta, abbracciandola
come avrebbe abbracciato un amico, la guancia appoggiata alla corteccia ed
era immobile, persino troppo calmo pensò Hyoga. Le spalle non erano scosse
da singhiozzi ed appariva assorto in una conversazione con lo spirito stesso
della natura.
Lentamente
si avvicinò, per fermarsi alle sue spalle:
“Shun,
ti stavo cercando...”
Shun
sussultò e, quando i loro sguardi si incontrarono, Hyoga notò gli occhi
arrossati e lucidi: aveva pianto in silenzio, discreto, con la delicatezza
che, sempre più spesso, lo portava a temere di essere un disturbo per gli
altri. Solo l’albero conosceva a fondo il suo dolore, solo lui aveva
asciugato le sue lacrime, concedendogli quel contatto che Shun desiderava
tanto ma che non aveva più il coraggio di ricercare con nessuno di loro.
Non andava più a rifugiarsi tra le braccia di Ikki, anzi, quasi lo
rifuggiva, come se volesse nascondersi: gli aveva promesso che sarebbe stato
forte e riteneva che il primo passo da compiere, per mostrare al fratello il
proprio impegno, era quello di tenere per sé il dolore, di provare a
portare i propri fardelli unicamente sulle proprie spalle.
Per
Hyoga era terribile vederlo così e sapere di non poter fare effettivamente
nulla per alleviargli il peso di quel fardello; pensava che Shun meritasse
di meglio, che ciò che stava accadendo a tutti loro non fosse giusto ma
soprattutto per Shun. Hyoga era convinto che il destino si fosse accanito
terribilmente contro il piccolo. Forse Ikki andava nel posto più
pericoloso, ma Shun aveva visto abbattersi su di sé tutto il dolore e il
senso di colpa che la decisione di Ikki comportava.
Si
fissarono per qualche istante; Hyoga era a disagio, consapevole che ogni
parola si sarebbe rivelata inefficace. Da parte sua, Shun si vergognava una
volta di più di se stesso perché, nonostante i suoi sforzi, era stato
nuovamente scoperta a piangere. Il russo intuì questi tormenti che
dilaniavano il bambino più piccolo e si decise a rompere il silenzio, un
po’ timidamente, timoroso di dire qualcosa di inutile o, peggio, di
sembrare inopportuno:
“Vorrei...
poter fare qualcosa per te, Shun...”
L’altro
si strinse nelle spalle.
“Siamo
tutti nella stessa situazione...” pigolò, tenendo lo sguardo basso, con
l’evidente desiderio di fuggire per non cedere all’impulso di
abbandonarsi al calore e all’affetto di cui tanto sentiva il bisogno.
“Io
credo che… tu abbia il diritto di stare più male degli altri…”
Il
piccolo scosse il capo, le sue labbra si incresparono in un’espressione
imbronciata, l’esile corpicino fu scossa da fremiti improvvisi, come se
stesse cercando di trattenere un’esplosione nervosa che, tuttavia, giunse
dopo pochi secondi. Il piccolo strinse i pugni, le palpebre si strinsero
lasciando gli occhi appena socchiusi e brucianti per le lacrime che non
riuscivano ad arginare, scosse il capo in preda ad una crisi improvvisa,
l’intero corpo era in preda ad un tremito convulso e le parole uscirono in
strilli concitati:
“Lo
so cosa pensate tutti... che io sono un egoista e che ho messo mio fratello
in pericolo per salvarmi! Che non valgo niente e che sarebbe stato meglio
per Ikki-Niisan non doversi portare dietro un fratello inutile come me!
Che…”
“Piantala!”
lo interruppe Hyoga con decisione.
Come
poteva, povero piccolo, sopportare in solitudine tutto quel dolore? E
ritenere che addirittura i suoi amici lo giudicassero così male?
Probabilmente,
tra i ragazzi, c’era chi nutriva opinioni tanto superficiali a proposito
di Shun.
“Una
simile idea non mi ha nemmeno sfiorato Shun, ho sempre pensato che tu fossi
una meravigliosa persona, te l’ho detto e lo penso ancora! Non sei tu ad
essere inutile, ma questo volerti così male… smettila di trattarti così,
ti prego!”
Shun
si lasciò sfuggire un sospiro penoso, un lieve gemito che era il suono
stesso dell’angoscia ma aveva riacquistato un minimo di autocontrollo
quando rispose:
“Ma
è così... Sono un essere debole e inutile, buono soltanto a rovinare la
vita di Ikki-Niisan... cosa ci sto a fare al mondo se non sono neanche
capace di rifiutare il suo sacrificio?”
“Non
mi piace quello che stai dicendo” Hyoga si sentiva frustrato, faticava a
controllare la propria rabbia, se non avesse temuto di peggiorare la
situazione probabilmente gli avrebbe dato uno schiaffo “Ne abbiamo già
parlato altre volte e speravo che tu mi avessi creduto, che avessi più
fiducia in me; tu sei venuto al mondo per dare un senso alla vita di Ikki e
anche per dimostrare quanto sei prezioso... e riuscirai a dimostrarlo, ne
sono sicuro!”
Alle
ultime parole Hyoga sollevò i pugni con fare agguerrito ma, alla fine,
abbassò gli occhi e, più timidamente, a voce bassa, soggiunse:
“E
sei venuto al mondo anche per dare un senso alla mia di vita… una vita
insignificante da quando la mamma non c’è più…”
Shun
si decise finalmente a guardarlo, sgranando gli occhi su di lui, ora
luccicanti non solo per il dolore ma anche per l’infinita gratitudine che
provava. Singhiozzò ancora e si asciugò le lacrime con un braccio.
“Sono contento di averti conosciuto Hyokkun... Però, sono
così triste di dover lasciare anche te... forse, tra sei anni, mi avrai
dimenticato… e se io non ci sarò più, mi piacerebbe che, almeno, tu ti
ricordassi un poco di me...”
Il
cuore del russo si strinse in una morsa che rischiò di soffocarlo; si mosse
con l’intento di abbracciarlo ma si bloccò. Temeva di perdere il dominio
di sé se l’avesse fatto, di crollare lui stesso… temeva che non sarebbe
più riuscito a separarsi da lui se avesse accorciato in tal modo la loro
distanza.
“Dimenticarti?
Non potrei mai! Incontrare te è stata l’unica cosa bella che mi è
successa dopo che la mamma è morta e, se farò del mio meglio in questi sei
anni, sarà anche per rivedere te e per poterti dimostrare quanto bene
ancora ti vorrò. Non potrei mai dimenticare questo periodo qui a Villa
Kido, per quello che significa… per tanti motivi… motivi anche brutti…
e tra tutti questi motivi, sarà bello, invece, ricordare anche te che…”
Si fermò prima di esprimere l’ultimo pensiero e deglutì, notando con sollievo che, adesso, Shun sorrideva di incredulità, quel sorriso così speciale che Hyoga avrebbe portato nel proprio cuore per sempre, ne era certo. Una volta che quel sorriso aveva illuminato l’anima di qualcuno, dimenticarlo sarebbe stato impossibile.
Non poté fare a meno di sorridere a propria volta.
“Facciamo
un giuramento Shun: tra sei anni, quando torneremo, chiederemo notizie
l’uno dell’altro e faremo di tutto per incontrarci; e allora passeremo
il resto della nostra vita camminando fianco a fianco!”
Allungò
la mano destra; Shun fece altrettanto e intrecciò il mignolo con il suo,
lasciandosi guidare nella promessa di amicizia più speciale che mai avesse
scambiato con qualcuno.
“Tra
sei anni ci vedremo qui, in questo punto, in questo stesso giorno, è un
giuramento sacro, Shun!”
Il
piccolo annuì, senza riuscire a ribattere nulla; gli occhi dei due bambini
si specchiavano gli uni negli altri, due paia di occhi molto belli anche se
così diversi, in quel momento accomunati da un’unica ondata di commozione
che li rendeva particolarmente luminosi.
“Che
la maledizione ci colga se uno di noi due dimenticherà questo patto”
aggiunse ancora il piccolo russo infondendo un lampo di severa
determinazione nello sguardo come nella voce.
Quando
lasciarono ricadere le braccia, interrompendo il contatto, non riuscirono a
smettere di fissarsi; attraverso gli occhi i loro spiriti restavano
collegati in quella solenne simbiosi.
Finalmente,
dopo aver taciuto a lungo, Shun riuscì a spezzare la tensione che gli
impediva di tirare fuori un briciolo di voce e, dopo aver inghiottito il
groppo di pianto che lo attanagliava, disse con la sua vocina tremante:
“Per
farmi coraggio, Ikki-Niichan mi ha detto di pensare a come devono stare male
quelli che non avranno nessuno ad aspettarli tra sei anni… e mi sei venuto
in mente tu… non era una consolazione, ero così triste per te... ma
adesso...”
“Sì
Shun... mi hai appena dato un motivo per essere più forte, perché
anch’io avrò un fratello da cui tornare....”
Per
una volta a Hyoga non interessò di scoprirsi troppo; se Shun avesse intuito
un senso nascosto in quelle parole il russo era disposto ad accettarlo ma il
piccolo non sospettò nulla: le aveva accolte unicamente come una
manifestazione di sacra amicizia.
Era
stato un momento bellissimo per Shun eppure il tormento si era, al tempo
stesso, raddoppiato: Hyoga aveva qualcuno da cui tornare, ma lui si trovava
costretto ad abbandonare un fratello in più... e aveva così tanta paura di
non farcela...
Era
terrorizzato, non solo perché la sua vita era in pericolo, ma soprattutto
per la consapevolezza che, fallendo, avrebbe tradito la fiducia di chi
credeva in lui