Nasvegda



E’ giunto il momento di lasciarti andare, il pulcino implume sta per trasformarsi, definitivamente, nel candido cigno dominatore dei ghiacci.
Ho fatto quello che ho potuto: scorgo nei tuoi occhi l’orgoglio guerriero, quel gelo che brucia, la rabbia di un’infanzia rubata, tradita, il desiderio, tuttavia, di essere uomo… così duro, tutto questo, rende il tuo sguardo, così freddo…
Ma io lo so… non mi incanti discepolo; io ti ho plasmato nel ghiaccio perenne che ti ha dato la vita, la conosco la fragilità che racchiudi, la conosco perché è stata la mia peggior nemica lungo il faticoso cammino della tua crescita, mai sconfitta, forse unico mio fallimento… la vedo in te, anche adesso, che ti ergi sicuro e fiero… quale illusione! Il tuo viso abbronzato dal sole è una maschera di ghiaccio, che cela un cuore infelice, avvolge come braccia materne quella parte di te ancora bambina che non ha avuto il coraggio di crescere, dopo quel giorno…
Sì… quel giorno così lontano ma nel quale tu vivi in eterno mentre, con gli occhi dell’anima, segui l’infinito ripetersi di quella scena, la mano che si leva a rivolgerti l’ultimo saluto, prima di scomparire tra i flutti, insieme alla nave…
E tu assisti impotente, adesso come allora e il tuo cuore continua a gridare:
“Non mi lasciare mamma! Portami con te!”
E la stessa, angelica voce ti risponde, in eterno, risuona in te come un canto sincronizzato sui battiti del tuo cuore ferito e ripete:
“Do cvidanija[1] Hyoga, mio angelo biondo, sarò sempre con te; nasvegda[2]… Hyoga…”