Capitolo 2

 

 

Domande senza risposta

 

 

L’urlo lacerante raggiunse le orecchie di Heather, affaccendata a distribuire cibo a cani e gatti di casa, raccolti adoranti intorno a lei.

Perché Shun urlava? Perché quella disperazione nella sua voce?

Il timore che fosse accaduto qualcosa ai bambini si affacciò, prepotente, al suo spirito; lasciò cadere a terra il piatto e si precipitò nell’altra stanza. Trovò Shun inginocchiato, le mani premute sul volto, tremava e scuoteva il capo, ripetendo quel “no” che l’aveva sconvolta, ora a bassa voce, in sussurri strozzati, piangendo come un cucciolo smarrito.

Mentre lei giungeva sul posto, Sei stava uscendo dal bagno, richiamato anche lui dalle grida del padre; si immobilizzò sulla soglia, gli occhioni sgranati.

“Pa… papi…” mormorò, tirando fuori la voce a fatica.

Tsuki, pensò febbrilmente Heather, dov’era Tsuki?

Lo vide nell’istante in cui si accostò a Shun. Il bambino era davanti al padre, sul volto la stessa espressione sgomenta del gemello nell’assistere all’improvvisa angoscia del genitore, forse ancora di più: sul visetto delicato era dipinta la confusione più completa.

I bambini stavano bene quindi ed Heather si tranquillizzò un po’, ma cos’era accaduto? Prese le mani di Shun, le staccò a forza dal viso congestionato e poté così vedere gli immensi occhi stravolti, occhi che non la vedevano, guardavano oltre, fissi su un oscuro terrore che solo lui poteva scorgere. Non parlava neanche più e il suo respiro era affannoso e concitato.

La giovane gli portò le mani al volto, gliele posò sulle guance bollenti e intrise di sudore e lacrime, lo chiamò dolcemente:

“Amore… cucciolo… tesoro mio, va tutto bene, calmati… ci sono io qui con te…”

Shun sussultò, i suoi occhi si restrinsero un po’, riacquistarono un barlume di limpidezza, lasciando cadere quel velo opaco che aveva offuscato il loro splendore. Heather attirò contro il proprio petto il viso dell’amato che, a quel gesto, si lasciò andare ad un singhiozzo liberatorio, mentre la compagna lo cullava dolcemente, continuando a mormorare parole rassicuranti, ormai conscia che il peggio era passato e che il giovane era tornato in sé.

Infatti egli sollevò dopo poco lo sguardo, ancora sperduto ma più lucido; i due ragazzi si guardarono e Heather si sforzò di sorridere, facendo correre quel sorriso anche intorno a sé, per mostrarlo ai bambini, in modo che comprendessero che andava tutto bene.

Sei si avvicinò a piccoli passi, gli occhi ancora sgranati e inquieti, Tsuki invece era rimasto immobile; c’era qualcosa in lui che sconcertava Heather.

Nel frattempo Shun si staccò lentamente da lei e allungò una mano verso il bimbo biondo, attirandolo verso di sé e stringendolo con rassicurante affetto.

“Come ti senti?” chiese Heather al compagno, accarezzandogli teneramente i capelli.

“Terribilmente stupido, ecco come mi sento… un autentico stupido idiota!”

Si alzò, tenendo tra le braccia il bambino e la ragazza seguì quel movimento con lo sguardo, rimanendo in ginocchio pensierosa per qualche istante, prima di imitarlo:

“Che cosa è successo?”

“Vorrei… tanto saperlo anch’io… controlla come sta Tsuki e poi usciamo; è già molto tardi.”

Shun non aggiunse altro; semplicemente entrò in bagno con Sei, il quale teneva le manine aggrappate al collo del padre, e gli pulì il viso, parlandogli con dolcezza. Heather non sentiva cosa gli stesse dicendo, perché il giovane parlava a bassa voce ma era sicura che si trattasse di parole di conforto, che avevano lo scopo di distrarlo dalla scena cui aveva dovuto assistere. E un’altra cosa sapeva Heather: che in quel momento Shun doveva sentirsi molto in colpa per aver fatto preoccupare in quel modo coloro che amava.

Non era da lui lasciarsi andare a simili attacchi di panico senza che ci fosse una minima spiegazione, neanche nei suoi momenti di più cupa angoscia: cosa poteva essere accaduto? Perché qualcosa doveva essere accaduto per forza.

La ragazza si volse verso Tsuki e ciò che vide la sconcertò: il bambino era rimasto immobile, come sprofondato in se stesso. La giovane madre si maledisse per non aver notato subito quelle lacrime silenziose che gli correvano lungo le guance pallide e, altrettanto silenziosamente, gocciolavano a terra. Lo aveva lasciato solo tutto quel tempo, povero piccolo.

Si avvicinò a lui e si inginocchiò, portando il proprio viso all’altezza del suo e, con la manica della vestaglia, gli asciugò le lacrime:

“Non è successo niente… hai visto? Papà è tranquillo adesso…”

“Io… credo che sia arrabbiato con me…”

Parole sottili, sospirate appena in flebili singhiozzi, la voce straziante di un bambino terrorizzato… ed Heather se lo chiese di nuovo: cosa… cos’era accaduto in quegli attimi in cui era stata distante? Si sentiva terribilmente impotente.

Afferrò il bambino e lo strinse a sé, in un energico abbraccio, facendo del proprio meglio per trasmettergli tutto il calore di una forza che sperava di trovare interiormente, anche se le era sempre così difficile raccogliere un po’ di coraggio, nei momenti complicati; era Shun il più forte tra loro due e se lui non avesse potuto aiutarla, se fosse stato lui ad avere bisogno del suo aiuto e della sua forza, sarebbe riuscita ad essere forte?

Di una cosa era sicura: avrebbe fatto qualsiasi cosa per i suoi tesori… per i suoi tre dolcissimi uomini.

“Non devi dire queste cose, cucciolo; tuo padre ti adora e tu sei un bravo bambino. Non lo hai fatto arrabbiare.”

“Ma… lui si è messo a gridare perché… ha visto dentro di me…”

Heather sussultò; che strano discorso sulla bocca di un bambino tanto piccolo.

“Io non so cosa ha visto…” continuava Tsuki, parlando a fatica “Non c’ero in quel momento… ero… da un’altra parte… non so dove… dov’ero?”

Heather gli strinse le spalle e lo tirò indietro per poterlo guardare bene in viso: che diavolo stava dicendo? I suoi occhi… si erano fatti più spenti, li teneva stretti. Non piangeva più ma era profondamente triste. Heather si sentì stringere il cuore per la pena e la paura, voleva assolutamente comprendere cos’era accaduto, doveva fare qualcosa per suo figlio e per il suo compagno ma doveva prima comprendere.

“Shun!” chiamò, abbastanza energicamente da far accorrere subito il giovane, seguito da Sei che, pur non essendo più in braccio, teneva la mano stretta a quella del padre, come se avesse il terrore di lasciarlo andare.

I due giovani si scambiarono un’occhiata, più che sufficiente perché ciascuno leggesse nello sguardo dell’altro la profonda angoscia che scandiva quegli istanti.

Heather continuava a stringere il bambino smarrito e supplicò il compagno, con una foga data dall’ansia di sapere e comprendere:

“Shun, tu mi devi dire cosa è successo… Tsuki mi sta spaventando, dice cose strane!”

“Che genere di cose?” la interrogò il ragazzo, senza riuscire a mascherare la tensione nella propria voce.

La giovane donna scosse la testa, confusa, crollando poi il capo con un gemito rassegnato:

“Oh, non lo so, non riuscivo a capire…”

Shun fece correre il proprio sguardo da lei a Tsuki, che guardava fisso davanti a sé, gli occhi socchiusi e spenti, mentre silenziose lacrime gli scorrevano lungo le guance, il pianto mesto e pensieroso di un piccolo adulto privo di luce.

Shun si gettò su di loro, afferrando la compagna per le spalle, puntando su di lei due occhi febbrili e infuocati d’angoscia, scuotendola con una tale rabbia che per un attimo Heather credette di non riconoscerlo:

“Devi dirmelo, Heather, cosa ha detto? Potrebbe essere importante, maledizione!”

Con la voce che le tremava, Heather cercò di riferire, meglio che poté, ogni particolare del singolare discorso fatto poco prima da Tsuki; le mani di Shun sulle sue spalle si tesero, furono scosse da un brivido che lei poté percepire grazie a quel contatto. La giovane stava per scoppiare a piangere, preoccupata per il figlio, spaventata dall’atteggiamento di Shun che mai si era mostrato così duro nei suoi confronti e temette di venire vinta dal panico.

Poi qualcosa mutò negli specchi di smeraldo di Shun, sembrò tornare improvvisamente in sé e la fiamma di follia lasciò, nello svanire, a suo ricordo, solo una disperata consapevolezza. Con un singhiozzo si aggrappò alla ragazza e la strinse a sé, in un abbraccio soffocante che lei ricambiò, sollevata per aver ritrovato il suo Shun ma scossa da una situazione che ancora non comprendeva.

“Che cosa succede, amore mio?” chiese, strofinando il viso sul petto profumato del giovane “Perché sei così spaventato? Tu hai forse capito più di me?”

Lui le riempì il viso di baci, tentando in tutti i modi di cacciare il senso di colpa per averla aggredita, poco prima, in quel modo. Heather lo bloccò, portandogli entrambe le mani sulle guance, con decisione per apparire rassicurante, per essere lei, una volta almeno, a donargli un po’ di forza; quella forza l’avrebbe trovata per lui, non voleva essergli di peso ma un sostegno, la sua spalla in una perfetta, reciproca collaborazione e vicendevole completezza.

I loro occhi si specchiarono con profonda intensità, oscurità e luce, trovando entrambi, nel riflesso dell’altro, un vigore che da soli non avrebbero potuto, in quegli istanti, trovare.

“Non mi nasconderesti niente, vero, amore mio?”

Shun rispose, dapprima con un flebile mormorio, una sola, sottile sillaba, quasi una supplica che le pozze di smeraldo, tremolanti e immense, accentuavano con le loro lacrime trattenute. Era in evidente difficoltà ed Heather lo comprese; eppure non voleva, non poteva permettere che egli la tenesse all’oscuro di qualcosa di importante, qualcosa che forse riguardava lui, i loro bambini, non voleva esserne esclusa.

Ma quello sguardo le chiedeva di non tormentarlo oltre… o forse le chiedeva di aiutarlo, perché la divorava con gli occhi, come se non riuscisse a staccarsi e non parlava, nessun suono, ora, usciva dalle belle labbra schiuse e tremanti.

Una figurina minuscola si intromise nel loro abbraccio, arrampicandosi sulle ginocchia di Shun e gettando le leggere manine intorno al collo di Heather. Sei, sentendosi trascurato e ancora spaventato, probabilmente rendendosi conto che nell’aria non era ancora tutto normale, aveva usato il mezzo che meglio conosceva per richiamare l’attenzione dei genitori.

Tsuki, invece, non si era ancora mosso ma cominciava a guardarsi intorno, prossimo ormai alla normalità ma ancora confuso, ignaro di quel che gli era capitato.

Heather si alzò, sollevando da terra anche Sei, convinta che per il momento fosse necessario accantonare la vicenda ed occuparsi dei bambini; per il loro bene l’atmosfera avrebbe dovuto essere alleggerita in qualche modo. Il piccolo biondo si era aggrappato a lei con foga e strofinava il viso sulla sua spalla, in una palese richiesta di coccole che lei non esitò a soddisfare. Lo fece ridere, solleticandogli il mento e provando a sorridere lei stessa; doveva farlo per loro.

Il suono argentino e squillante della vocetta di Sei fu come un segnale per il fratellino, lo aiutò a scuotersi del tutto. A piccoli passi un po’ esitanti, Tsuki si avvicinò al padre che, quando furono vicini, tese le mani verso di lui, per invitarlo a gettarsi tra le sue braccia. Tsuki non si fece pregare e, dopo un istante, furono stretti l’uno all’altro.

Le manifestazioni d’affetto del gemello bruno, più calmo e riflessivo di Sei, erano tranquille e delicate quanto al contrario si mostravano sfrenate ed irruenti quelle del fratellino.

Il suono del campanello li fece sussultare tutti e quattro, segno inequivocabile della tensione che solo molto lentamente stava scivolando via.

“Andiamo noi” disse Shun, conducendo per mano il piccolo Tsuki che lo seguì docilmente.

“Anch’io, anch’io!” si mise a strillare Sei, agitandosi febbrilmente tra le braccia di Heather, costringendola a metterlo giù per non rischiare di vederlo sgusciare via da solo e precipitare al suolo.

Trovandosi libero, il bambino corse dietro al padre e al fratello, superandoli e precipitandosi alla porta; dovette alzarsi sulla punta dei piedi per afferrare la maniglia e farla scattare.

Ridacchiando, Shun lo prese per un braccio e lo tirò indietro, onde evitare che si tirasse addosso la porta, ormai prevedendo l’innata propensione del figlio a cacciarsi nei guai. Intanto si affacciò, per scoprire l’identità dei visitatori e il suo viso si illuminò nell’incrociare due occhi di un chiarissimo verde acqua, incastonati in un sottile viso d’avorio, intorno al quale fluttuavano riccioli d’oro puro.

“Aphrodite!” esclamò il padrone di casa, saltando letteralmente al collo dell’amico, il quale accolse quell’entusiasmo arruffandogli i capelli con una vivace dimostrazione d’affetto.

“Ehy e a me neanche mi si considera?” tuonò una voce alta e sgraziata, mentre un uomo abbronzato, poco rassicurante nell’atteggiamento e nei tratti della sua massiccia fisionomia, si affiancava al biondo.

“Ciao, Mask” rispose Shun con una linguaccia e il nuovo arrivato ricambiò rivolgendogli un gesto poco elegante.

Nel frattempo, Aphrodite aveva rivolto le proprie attenzioni ai bambini; Tsuki gli si era fatto incontro e l’aveva abbracciato con evidente affetto mentre Sei, solitamente il più espansivo, era rimasto un po’ sulle sue, a scrutare con imbronciato sospetto le mosse di colui che era stato chiamato Mask.

“Non conquisterai proprio mai la sua fiducia” rise Aphrodite rivolto al compagno, mentre strappava uno strillo divertito a Sei materializzando dal nulla una rosa bianca.

Anche Heather corse ad abbracciare Aphrodite e, con grande stupore dell’aitante bruno, anche Mask, benché lui tentasse di mantenersi distaccato e passivo; ma tossicchiò in preda ad un imbarazzo evidente per chi lo conosceva bene come i presenti. Al fine di rimettere insieme i cocci della propria dignità infranta, salutò Heather con un insulto che lei, per nulla impressionata, accolse strizzando l’occhio.

“Ora che il mio uomo mi ha trascinato in questa casa di mielose sdolcinatezze familiari e insopportabili marmocchi, che ne dici di offrirmi la colazione, femmina?”

Una simile provocazione un tempo avrebbe innervosito Heather, ma la ragazza aveva imparato a conoscere quell’uomo e sapeva anche quanto fosse cambiato in meglio, come sapeva che, a modo suo, le voleva bene, a lei e a tutta la sua famiglia, quindi si limitò a rispondergli a tono:

“Perché non te la prepari da solo, così ti fai quello che ti piace; la cucina è tutta tua, sei un cuoco bravissimo no? Molto meglio di me.”

Tra uno scherzo e l’altro si sedettero al tavolo del soggiorno, mentre cani e gatti di casa li avevano raggiunti, accogliendo con feste, mugolii e fusa gli ospiti che evidentemente conoscevano.

Aphrodite teneva i bambini sulle proprie ginocchia e Mask fingeva di ignorare le occhiate curiose di Sei il quale studiava, con l’espressione di un animaletto diffidente, le sue intenzioni. Di solito lo zio Mask era dispettoso con lui ma quel giorno la situazione sembrava tranquilla, così il bambino si decise a tentare qualche approccio, com’era nella sua natura espansiva. Scivolò giù dalle gambe di Aphrodite e, senza che nessuno facesse caso a lui, si avvicinò cautamente al bruno, la cui camicia aperta per metà lasciava intravedere il petto irsuto. Una manina si sollevò e prese in un pugno una manciata di peli scuri, strattonandoli senza troppi complimenti; Mask ululò, mentre risuonavano all’unisono le risate di Aphrodite e di Sei.

“Invece di ridere come un cretino, riprenditi questo mostriciattolo visto che tu ci sai tanto fare!”

“Ma che combinate?” volle sapere Shun, entrando in quel momento nella stanza con tazze e spremuta d’arancia.

Heather apparve alle sue spalle, curiosa, con la colazione a base di caffelatte e biscotti.

“Se non mi levate dai piedi questo mostro, metterò la sua testa ad adornare le pareti della mia stanza!”

“Non parlare in questo modo, lo sai che non mi piace!” scattò Heather, improvvisamente tesa.

“E sai quanto me ne frega che ti piaccia o no!”

Intenzionati a prevenire l’inesorabile precipitare della situazione, Shun e Aphrodite si mossero insieme per prelevare Sei dalle grinfie di Death Mask; Heather non ribatté altro e mise il broncio mentre posava tutte le cibarie sulla tavola. Battute del genere non era mai riuscita a digerirle, soprattutto perché era a conoscenza dell’oscuro passato di quell’uomo e probabilmente gli eventi della mattinata l’avevano resa particolarmente nervosa.

Un abbraccio delicato ma forte le circondò, inaspettato, le spalle e, voltandosi, incrociò gli occhi azzurri di Aphrodite che ammiccavano complici:

“Lo sai che non lo farebbe mai, vero?”

Heather sospirò:

“Non mi piace neanche che lo dica o lo pensi… che riesca a fare battute su quello che… in passato…”

Si fermò, ma il biondo comprese dove volesse arrivare:

“Che in passato ha fatto davvero… lo so… non puoi costringere una persona a rinnegare completamente se stesso, è sufficiente accontentarsi dei cambiamenti in positivo no? Sapere di aver sbagliato pur senza ammetterlo. Pensa ai passi che il mio uomo ha già compiuto, in questo senso.”

La ragazza sorrise; sapeva che l’amico aveva ragione, ma c’erano molti aspetti dell’animo di Death Mask che proprio non riusciva ad accettare ed a considerare con obiettività. Death Mask… anche quel nome di cui si fregiava la inquietava e le rendeva estranei e incomprensibili alcuni lati di lui, per questo, almeno in presenza dei propri figli, preferiva rivolgergli la parola chiamandolo con il nome che gli era stato dato alla nascita, Angelo, un nome che amava molto e che le ricordava, così come il proprietario, la lontana Italia dove lei stessa aveva visto la luce.

“Sei cattivo, Mask!”

La vocina indignata di Sei, che intanto era nuovamente riuscito a sfuggire al controllo del padre per riportarsi accanto all’uomo, richiamò nuovamente l’attenzione di tutti. Un ghigno deformò le labbra di Angelo:

“Grazie, piccolo, se mi fai di questi complimenti potrei anche rivalutarti.”

Il visetto di Sei si trasformò in un punto interrogativo, mentre Aphrodite ridacchiava, Heather insultava mentalmente Angelo e Shun osservava il tutto, perplesso ma distratto da tormentosi pensieri che non lo abbandonavano. Le sue attenzioni correvano costantemente a Tsuki: apparentemente il piccolo aveva dimenticato ciò che gli era accaduto, anche se Shun non ne era certo; era troppo pensieroso il suo bambino che, a volte, non sembrava neanche un bambino ma si atteggiava quasi a saggio esperto della vita… quel giorno più che mai. Neanche la presenza dell’adorato zio Aphro’ riusciva a scuoterlo del tutto.

Quest’ultimo intanto se l’era preso in braccio e gli accarezzava i folti riccioli neri; si era reso conto del particolare stato d’animo di Tsuki.

“Com’è che sei così silenzioso oggi? Non hai proprio niente da raccontarmi?” gli chiese e, in tutta risposta, il bimbo si strinse nelle spalle, mentre sgranocchiava svogliatamente un biscotto.

Shun sospirò e, un attimo dopo, rimase scosso dalla battuta di Aphrodite, questa volta rivolta a lui:

“Cosa gli avete fatto? Me l’avete fatto arrabbiare?”

La risposta di Shun fu un muto sguardo talmente affranto che l’amico biondo tornò immediatamente serio; posò a terra il bambino e si avvicinò al padre, circondandogli le spalle con un abbraccio mentre si rivolgeva a tutti i presenti:

“Scusateci, io e il santo di Andromeda andiamo a fare due chiacchiere.”

Death Mask non fece una piega, limitandosi a prendere sulle proprie ginocchia il micio rosso che implorava di partecipare alla colazione, per gratificarlo con energiche carezze dalla testolina alla coda; Chibi si esibì in sonore fusa, accoccolandosi e nutrendosi fino in fondo di quella supplementare dose di coccole.

Heather, che intanto si stava occupando di Sei, rivolse al compagno e all’amico un mesto cenno d’assenso; ad Aphrodite non poté sfuggire il palpabile velo d’inquietudine che adombrò quel gesto e ne fu in qualche modo contagiato.