Prologo

“Fa freddo qui ed è tanto buio… perché non sono a casa? La mamma e il papà si preoccuperanno se non torno da loro.”
“Mi dispiace, mia piccola ed innocente creatura, ma il tuo papà è in debito con me e tu sei il pegno d’amore richiesto per ripagare ciò che mi ha fatto!”
“Ma… papà non farebbe mai male a nessuno senza motivo…”
“Non illuderti, piccolo tesoro, tuo padre è un assassino e io sono una delle sue tante vittime, lo sai? Il minimo che tu possa fare per nettare la sua colpa è concederti a me senza troppi capricci. Non staremo tanto male insieme, tu ed io.”
Gli occhi grandi del bambino si riempirono di lacrime, più per le parole pronunciate sul papà che per la paura suscitata dalla minaccia insita in esse. Egli non poteva credere che il papà fosse una persona malvagia, gli avevano raccontato le storie dei saints, sapeva che i genitori avevano combattuto, sapeva che combattere significava togliere la vita a qualcuno se la battaglia diventava difficile e finiva in tragedia ma sapeva anche che i saints avevano combattuto per salvare la Terra e perché la tragedia non divenisse troppo brutta da sopportare… perché la tragedia non cancellasse, da cima a fondo, la vita.
Quella voce che gli parlava nel buio diceva bugie, ma lo faceva stare davvero tanto male perché non lo lasciava in pace e non lo faceva tornare a casa… e lo impauriva perché, in qualche modo, sapeva scendere dentro al suo cuore creando una sorta di terrorizzante contatto. La mano del bambino corse al proprio petto che, stranamente, gli faceva male, sembrava che un pugno stretto affondasse dentro di lui per strappare via qualcosa… quel qualcosa era la sua anima.
![]()
Le tenebre discesero tutte intorno a lui, come una cappa solida di disperazione e dolore, una voce di bambino gridava da qualche parte poco distante… o forse era la sua propria voce che implorava aiuto da se stesso? Implorava perché fuggisse da lì cancellando memorie e paure, perché quel bambino che da sempre piangeva e strillava dentro di lui potesse tornare a vivere, perché la sua infanzia si liberasse, una volta per tutte, dell’indelebile macchia che gli aveva lordato l’anima.
“Non accadrà mai!” gridò, portandosi una mano alle tempie e il suo grido andò ad unirsi allo strillo di bimbo angosciato.
Una novella voce sovrastò la sua, sovrastò l’altra infantile che forse era sua anch’essa e si fece strada come un pugnale infuocato affondato nel suo spirito:
“Lui è mio, lui è il pegno che mi devi, lui continuerà a piangere come tu hai pianto e io avrò ciò che mi spetta!”
“Di chi parli? Chi sei, cosa vuoi?!”
Poi si chiese che senso avessero tali domande, chi era lo sapeva, quella voce era nota, non la udiva da tanto ma non l’avrebbe mai scordata perché era… in qualche modo sua. Quelle parole erano esterne a lui e al tempo stesso provenivano da lui, come il suo spirito era contemporaneamente vittima e tormentatore in quell’oceano di tenebre e male. Era immerso in un bizzarro gioco di specchi riflettenti che, tra loro, si rimandavano verità e bugie, intrecciandole in ambigui frammenti senza ordine logico, tanto da rendere impossibile una coerente ricostruzione di un messaggio sensato.
Cadde in ginocchio, le mani sulle orecchie ma non serviva a tenere lontano l’orrore.
E un bambino continuava il suo pianto straziante, lontano e al medesimo tempo vicino, troppo vicino, quasi dentro al suo cuore; il pianto si spense in un singhiozzo strozzato e l’urlo del sognatore smarrito si alzò ad invocare la luce.
