Ouverture

Ci sono delle storie che non hanno mai fine,
la nostra è una di quelle.
Mu di Aries – Memorie di un Santo
Il profumo delle rose e dell’erba fresca riempiva il viale alberato e ombroso. Il sole caldo di primavera sembrava scomparso in una bizzarra eclissi, una volta entrati nella cappa vegetale che tutto fermava, anche i potenti raggi del sole temevano di fare anche un solo passo dentro l’intima passeggiata delle tre figure.
Un uomo e due bambini piccoli.
I bambini potevano avere cinque o sei anni, l’uomo probabilmente meno di trenta, ma un cipiglio precoce e una serietà quasi da cinquantenne lo rendevano molto più attempato di quello che era effettivamente. I bambini avevano sangue orientale nelle loro vene e il taglio dei loro occhi ne era testimone, ma avevano anche un forte carattere occidentale nella forma del viso e nelle labbra, entrambi erano indizi di una vita a metà.
Ciò che più saltava agli occhi era la forte contrapposizione tra la figura alta e slanciata del giovanotto e le due piccole figure che zampettavano al suo fianco, dovendo competere con i lunghi e ampi passi dell’uomo adulto. Le piccole gambe scoperte, segno che i genitori premurosi si erano lasciati ingannare dal primo caldo tanto da azzardare per i piccoli una tenuta quasi estiva, faticavano tanto a stare dietro agli ampi movimenti del ragazzo da stancarsi velocemente, ma l’uomo non era così sprovveduto e ogni tanto rallentava il passo, per attendere i piccoli infaticabili e contenti, con le gote arrossate dalla piacevole camminata.
Da lontano sembrava di scorgere un padre e i propri bambini, se non fosse stato per le palesi differenze. I capelli biondi e lunghi fino al di sotto delle spalle dell’uomo e la carnagione chiara, anche se abbronzata, erano segni inconfutabili della loro diversità, i due piccoli erano, infatti, castani e, anche se uno dei due aveva una chioma tendente al ramato, erano comunque scuri. Si poteva pensare, però, ad una forte influenza materna nei caratteri dei bimbi e quindi, da lontano, si aveva ancora l’illusione della parentela stretta.
Però, una volta vicini, si comprendeva subito che quella non era affatto una passeggiata tra un padre e i suoi bambini, ma tra un amico e dei piccoli compagni.
I due bambini erano molto più giapponesi dell’uomo che era oggettivamente occidentale sia per tratti somatici che per portamento. Infatti, l’uomo era russo… e, in lui, il sangue giapponese era stato quasi completamente diluito da un’influenza materna troppo marcata.
L’uomo si chiamava Hyoga ed era felice di ciò. Dopo tanti anni passati alla luce del ricordo di lei, la fiera signora dagli occhi di ghiaccio, il minimo che la sua natura aveva potuto fare era stato somigliarle sempre di più, fino quasi a confondere gli occhi, le labbra, i capelli e la carnagione con quelli di lei, la dolce Natassha, la donna che l’aveva tanto amato, fino a dare la vita per il suo futuro.
I bambini non erano suoi figli.
Non avrebbe potuto avere bambini neppure se l’avesse voluto. Nella sua mappa genetica non c’era il gene della paternità, egli sapeva essere solo figlio… o fratello maggiore, come si era spesso sentito con quei due cuccioli umani che portava a spasso nel vasto parco in quel pomeriggio primaverile.
I due piccoli, allo stesso tempo, non erano piccini sfortunati senza padre né madre, come il ragazzo aveva imparato ad essere da quando aveva minor anni di loro. I due gemelli, perché la seconda cosa che saltava all’occhio dopo il loro essere mezzosangue era appunto la forte somiglianza che li legava, avevano due genitori fantastici che si occupavano di loro.
Uno dei due bambini si voltò verso l’uomo, attaccandosi ai suoi pantaloni stretti che mettevano in evidenza i muscoli eleganti, ma possenti. Era il bimbo con i capelli rossicci e stava piagnucolando. L’uomo forte lo sollevò, dopo aver fermato la sua marcia insieme al gemello moro molto più serio e silenzioso.
Tenere fra le braccia il piccolo virgulto era come stringere una piccola piuma. Per il giovanotto, che era abituato a sollevare montagne, il fragile peso di un fanciullo assonnato era praticamente inesistente.
Intanto il manto d’ombra che calpestavano si era fatto più scuro, ché una nuvola candida come un fiocco di panna dolce era andata a coprire i caldi raggi del tondo sole tiepido.
“Assomiglia ad una eclissi…” sentenziò il bimbo più riflessivo, con negli occhi verdissimi la serietà di una vita vissuta.
Il bambino più piccolo si levò, portando le manine sul viso dell’uomo adulto: “Zio Hyoga, quando ci racconti quella storia? Ce l’avevi promesso!”
Sul volto del ragazzo si dipinse un raro sorriso, un sorriso capace di illuminare anche una grotta eternamente oscura, per quanto era prezioso.
“Quando arriveremo al ruscello che bagna le erbette ci rilasseremo e potrò cominciare a raccontare”
Una farfalla immensa dalle ali incolori, volteggiò intorno alle tre figure che, piano, si incamminarono verso le acque gaie e sciabordanti.
Quella farfalla non la vide nessuno.

“Un giorno un’eclissi oscurò la terra. Gli uomini non se ne accorsero perché erano stati catapultati in una strana dimensione dove solo terremoti e distruzione venivano percepiti… allora, il vostro caro papà salvò la terra, insieme ad un gruppo di uomini forti e valorosi, molti dei quali hanno perso la vita combattendo per le farfalle e per i fiori, per gli alberi e per i boschi, per i vostri animaletti e per voi, per dare al mondo una forma ed un futuro. Vostro padre è un eroe…” Hyoga raccontava lentamente la storia a lui tanto cara. Lasciava spesso lunghi silenzi tra una frase e l’altra, dimostrando un’abilità di narratore senza eguali. Era stato molto bravo ad attirare la loro attenzione, anche se solo il bimbo moro rimaneva fermo e pacato, seduto di fronte a lui, mentre il piccolo dai capelli rossi era molto più irrequieto, ma dolce.
Il ragazzino scuro teneva un cesto tra le gambe, seduto sulla fresca erba, dove era nascosta, nei meandri di vimini, una merenda preparata da genitori premurosi, a base di onigiri e karumera.
Anche se entrambi i gemelli conoscevano a memoria quelle parole, quella storia, provavano comunque una gioia immensa nell’ascoltare quelle gesta eroiche di altri tempi.
Hyoga sospirò, guardando in alto e continuando:
“… il Signore dei Morti voleva conquistare il mondo, per estendere il suo dominio in ogni dove, ma un gruppo di adolescenti lo fermò, combattendo con forza e dignità, per permettere al sole di sorgere di nuovo su un’umanità più giusta…”
Il bambino più vispo, correndo dietro ad una farfalla variopinta, si fermò giusto in tempo per osservare il volto del giovane uomo farsi più scuro, perso in tanti ricordi dolorosi, in contrastanti emozioni.
“… seguendo una leggenda secolare, ci siamo battuti perché gli uccellini tornassero a cantare…”
Il nasino all’insù nell’aria calda, il bimbo moro ascoltava attentamente.
Si intendeva, nella sottile tristezza del ragazzo biondo, un tentativo di rendere la storia impersonale, ma il suo sospiro non sfuggì al folletto saltellante che inseguiva insetti nel prato, per questo il piccolo accorse ad abbracciare le ginocchia dello zio pensieroso: “… zio, cosa succede?! I tuoi occhi sono diventati pieni di riflessi scuri! Io sono qui… vogliamo tornare a casa?!”
Era preoccupato, troppo sensibile alla tristezza altrui il bimbo non riusciva a restare indifferente.
Il giovane, commosso, abbozzò un sorriso: “Sei, non preoccuparti per lo zio. So come resistere alla tristezza…”
Il bambino moro aveva le lacrime agli occhi, nel suo cuore qualcosa si stava schiudendo: “Allora, zio, raccontaci dei Saints, ti prego…”
Era la sua storia preferita, proprio perché reale.
Gli occhi dell’uomo si posarono su di lui, mentre allungava una mano per accarezzare la testolina riccia: “Certo, Tsuki. Prima, però, passami un onigiri, parlare a stomaco vuoto non fa bene a nessuno… e poi i manicaretti di tuo padre e di tua madre sono eccezionali!”

“Tanti anni fa, quando gli dei camminavano sul mondo al fianco degli uomini e, seguendo i propri capricci, influenzavano attivamente le vite degli esseri viventi, una giovane casta di guerrieri venne scelta da una Dea magnanima e giusta che, nonostante il suo passato di arroganza e prepotenza, decise di maturare per il bene degli uomini e della Terra…”
La brezza primaverile spazzava i lunghi capelli dell’uomo che, come un vecchio, raccontava la leggenda reale di uomini degni.
“… questi giovani vennero ricoperti di armature lucenti, apparentemente anacronistiche, perché nella storia nessuno aveva mai parlato di loro, troppo segrete erano le loro azioni, troppo importante il loro compito di difensori dell’umanità…
La loro forza veniva dalle stelle, dalle costellazioni conosciute e da quelle che sarebbero state scoperte e designate secoli dopo, ma che la Dea onnisciente già aveva visto tracciate nell’immensa volta celeste
Nacquero così 88 Saints, destinati a ripulire la Terra dalle brutture e dalle lordure dell’uomo e degli Dei, erano e sono persone semidivine in grado di radere al suolo montagne, di cambiare il corso dei fiumi, di portare il deserto ai poli e di ghiacciare le terre all’equatore.”
I due bambini pendevano dalle sue labbra, anche il turbolento Sei era meravigliato da tante solenni parole. Il piccolo restava silenzioso a pochi centimetri dal gemello serio, la bocca sporca di riso, mezza affondata in un onigiri.
“I Saints combattevano nel nome di quella Dea proclamatasi Signora di Giustizia e Speranza, la Dea Athena…”
Ancora un marcato silenzio aleggiò nell’aria per rendere più forte e incisiva l’ultima frase. Per un attimo, solo la voce del ruscello si sentì, mentre i due piccoli trattennero il fiato.
Il biondo ragazzo continuò: “Dei bambini come voi divennero i difensori della terra. Era necessario il sacrificio di anime pure perché il sole tornasse a rischiarare il cielo spazzato dalla tempesta… ed Athena, con l’aiuto di uomini forti, cacciò dalla Sua amata Terra le divinità malvagie.”
Sei si accucciò ai piedi dell’uomo con più dolcezza, dopo aver finito la merenda, succhiandosi le dita sporche: “Oh che bello… anche io vorrei essere un Saint!”
Hyoga sentì l’amarezza salirgli in gola. Non sapevano veramente quanti sacrifici e quanto dolore dovevano saper sopportare i giovani adepti di una Scuola Segreta, il piccolo non si rendeva conto della sua fortuna ad essere nato in un periodo di pace? Ma Hyoga pensò che, comunque, nonostante tutto il dolore patito, l’esperienza di Santo del Cigno l’aveva fatto crescere lontano dalle sciocche abitudini dei “ragazzi moderni” e di questo ne era felice.
Probabilmente, sarebbe stato un bene allevare il due piccoli sotto le ali della Dea, ma sicuramente sarebbero bastati degli insegnamenti di due genitori dolci come quelli che avevano, senza dover per forza rischiare la vita per diventare Saints.
Ricacciando gli angusti pensieri, il russo continuò:
“Anche in quest’epoca, come sapete, i Saints sono tornati. Essi sono al vostro fianco e voi avete avuto la fortuna di essere i figli di due di loro! Non sapete quanti bambini vorrebbero essere nella vostra posizione privilegiata!”
Sei sorrise, lieto: “Papà è un grande Saint!”
Hyoga rise di gusto scacciando ancora in un angolo della sua mente i pensieri di angoscia. Solo con quei bimbi riusciva ancora a vedere la luce di un sorriso o di una risata…
“Visto che questa storia sia io che lo zio Seiya, per non dire nulla dei vostri genitori, vi è stata raccontata milioni di volte, perché volete sentirla di nuovo?!”
Tsuki rispose, sempre più serio: “Vogliamo sentila di nuovo perché è la storia più bella che si possa raccontare!”
E il tempo passava gioioso, mentre i due giovani figli di Santi ascoltavano dalla bocca di un semidio il racconto di Hades e di come il suo corpo venne sconfitto da cinque guerrieri divini e dalla loro Dea.

Hyoga parlava e la sua voce era sempre più grave.
I ricordi che la sua mente sfogliava erano complessi e dolorosi, sembravano scritti col fuoco sulle pagine della sua anima e quelle lettere che marchiavano la carne e lo spirito facevano ancora male. Ricordava ancora tutto nitidamente: le battaglie, i sogni, i nemici… soprattutto ricordava i loro visi e i loro occhi; avversari quasi tutti degni che combattevano anch’essi per una causa, dal loro punto di vista, giusta, ma per degli dei palesemente malvagi.
L’attacco di Hades era parso come un incubo impossibile da tollerare dal quale si era svegliato bruscamente quando avevo visto dissolversi in cenere il corpo del suo adorato maestro.
Da quel momento in poi, di fronte all’assurdità di veder tornare in vita una persona amata solo per vederla finire in polvere, si era imposto di tornare a dormire e vivere passivamente tutti gli altri eventi che erano una valanga di elementi sconvolgenti per una vita già ribaltata da quando era nato.
Aveva subito, senza essere sconvolto, le varie vicende del muro del pianto. Aveva combattuto meccanicamente all’Elisio, desiderando ciecamente di morire.
Forse voleva veramente morire, voleva dare la propria vita per il futuro degli altri, per liberarsi delle sue pene, delle perdite dei suoi cari e degli amici, di sua madre, di Isaac, di Crystal… tutti ancora immobili lì, ad attendere il suo trapasso, perché potessero finalmente congiungersi sulla nuvola dorata delle anime degne.
Eppure era sopravvissuto anche all’inferno, perché la Dea aveva dato loro finalmente una possibilità di essere felici, tornando sulla Terra… per tornare a rivedere le stelle.
La seconda opportunità era per tutti coloro che avevano partecipato a quella guerra, compresi i Gold Saints morti al Muro del Pianto. Almeno ora Hyoga poteva dire di aver recuperato un affetto, il caro maestro Aquarius.
Tutto faceva pensare che niente li avrebbe spinti di nuovo verso un baratro così nero come il regno dell’Ade, ma come assicurare a quei bimbi la vera pace?
La minaccia era sempre in agguato… o potevano fare sogni tranquilli?
Il suo racconto, avvincente e sentito, lo faceva quasi piangere… troppi erano i sentimenti contrastanti che si avvicendavano nel suo cuore che, nonostante tutti gli orrori visti, batteva ancora.
Una farfalla batteva forte le sue ali incolori, ma rimaneva non vista.

Tsuki osservò con occhi dolci il giovane amico dei genitori.
Lo conosceva da quando era in fasce, aveva due occhi molto tristi e uno sguardo spesso assente. A volte si era meravigliato, il piccolo, di non vederlo quasi mai sorridere in presenza degli adulti.
Quando il ragazzino ne aveva parlato a sua madre, lei gli aveva risposto che, una volta, Hyoga sfoggiava un sorriso senza ombre, ma che col tempo aveva imparato a sentire troppo forte la tristezza e a non provare neppure sollievo per il lungo momento di pace che avevano finalmente conosciuto i Santi della giustizia.
Tsuki avrebbe voluto aiutarlo, ma come poter consolare una persona grande?
Rimase così in silenzio, sperando che il suo interesse per quella storia grandiosa, la sua vicinanza e il suo sorriso, potessero aprire quello spirito per accogliere una scintilla di gioia.
Aveva le piccole ginocchia strette al petto e le abbracciava, guardando attento.
La voce dello zio era ammaliante e il ruscello faceva da contorno a quel suono quasi melodioso.
Ad un tratto venne distratto da qualcosa, un movimento di foglie o di aria… un riflesso che percepì solo con la coda dell’occhio e si voltò giusto in tempo per osservare un tremolio incolore contro un albero antico. Aggrondò le sopracciglia, incredulo, mentre qualcosa dentro di lui si agitava…
Il ragazzo dagli occhi azzurri continuava con il suo narrare piacevole, mentre l’altro bimbo cominciò ad arrampicarsi sulle gambe dell’adulto seduto sulla roccia.

“Mio caro allievo, sono assolutamente disgustato dai tuoi riflessi inesistenti!”
Hyoga alzò lo sguardo verso l’alto, interrompendo sul più bello il suo racconto. Era così concentrato nella descrizione della battaglia finale da non essersi accorto di nessuno, neppure dell’uomo molto più maturo di lui, che dimostrava però non di più di trent’anni, fermo di fronte alla scenetta bucolica del biondo e dei due bimbi attenti.
I lunghi capelli rossi che la figura ferma di fronte a loro sfoggiava con noncuranza erano leggermente spazzati dalla brezza, la sua elegante bellezza colpiva tutto e tutti.
Portava un vestito scuro, i pantaloni stretti e una maglietta a maniche corte sempre molto attillata che gli lasciava scoperta una parte della pancia. I suoi occhi erano nascosti dietro un paio di occhiali da sole, ugualmente neri come i suoi abiti.
Un fascino arcano irradiava la sua figura perfetta e diritta, silenziosa e severa. Hyoga trattenne il fiato e le lacrime, così difficili da fermare ogni volta che si trovava faccia a faccia con lui.
“Maestro…” gemette,ancora incredulo.
Tsuki rimase a guardarlo, quasi diffidente, mentre Sei, riconosciuto l’uomo come il Santo di Aquarius, un altro amico di famiglia, si alzò e urlò stridulamente:
“Zio Camus!”
Camus, con la sua naturale indifferenza, rimase a scrutare da un metro di distanza i due, senza badare al piccolo dai capelli rossicci che, osservando la lunga e liscia chioma del francese, cominciò a usarla come una liana, in qualche assurdo gioco creato al momento.
L’entusiasmo del bimbo fu subito messo a tacere dalla forza di un altro uomo, comparso dietro la figura seria e fredda di Camus, e che prese in braccio il piccolo casinista, facendolo volare in aria, giocosamente, come se fosse un bambolotto.
“MILO!” gridò Sei, sentendosi l’aria mancare per la gioia e per lo slancio verso l’alto che l’aveva portato fin quasi a sfiorare le foglie della quercia grande sotto la quale stavano facendo merenda.
“Piccola peste! Da quanto tempo… perché non passate più al Santuario?!” il greco biondo ci sapeva proprio fare con i bambini e riusciva sempre a conquistare la loro attenzione e il loro amore.
Sei mise il broncio:
“Perché non lo chiedi a mamma e papà?!”
Era piacevolmente accoccolato tra le braccia del Santo dello Scorpione.
Hyoga, intanto, perso nella visione del suo maestro, continuava a guardarlo come se avesse visto un fantasma. Era sempre felice di avere di fronte Camus, ma la durezza con la quale si era rivolto a lui lo aveva messo in allerta. Stava succedendo qualcosa?! E cosa ci faceva Milo lì con lui?
Per un attimo vide il mondo di pace e gioia che avevano duramente conquistato durante la loro giovinezza creparsi come una sfera di vetro soffiato, fragile e delicata.
Camus non rispose a nessuno dei suoi dubbi inespressi, ma scritti sul suo viso:
“Allievo, cosa succederebbe se il mondo fosse di nuovo in balia del male?! Ricordati sempre quello che sei…”
Il braccio muscoloso di Camus si sollevò e il Santo di Aquarius aprì la mano, nel suo palmo crepitò l’aria ghiacciata, con una concentrazione di energia che fece sollevare lo sguardo a tutti: a Hyoga, impietrito, a Tsuki che si alzò di scatto da terra, a Milo e Sei che si stavano scambiando dolci bacetti sulla bocca, come si usa fare con i fanciulli. Hyoga sgranò gli occhi quando vide la piccola sfera congelata nel palmo della mano del suo maestro. Quella sfera non era solo ghiaccio, ma conteneva un insetto… una farfalla…
Sei fu il primo a rompere lo sciabordio delle acque con un singhiozzo.
“Ma … zio Camus, hai congelato una farfallina…” stava per piangere. Il Santo dello Scorpione gli strinse la testa contro la proprio spalla e cercò di calmarlo cullandolo.
“Piccolo Sei, non è una farfalla… tranquillo…”
Tsuki, d’altro canto, non era convinto e guardava, torvo, l’uomo vestito di nero che manteneva la palla di ghiaccio a pochi centimetri dal naso del suo allievo.
Hyoga era sbiancato. Milioni di ricordi si alzarono in volo per stordirlo e abbatterlo… lui quella farfalla la conosceva. Pensò al sangue e alla morte, alla distruzione e allo sfacelo del Santuario, ai regni putridi dell’inferno.
Per un attimo la sua storia, quella storia che tanto piaceva ai Sei e Tsuki, gli parve come una grande illusione che stava vivendo, che in realtà, quella pace che loro pensavano di aver recuperato con tanto dolore, non era mai stata raggiunta e la loro precarietà come uomini si era fatta più forte. La prospettiva di tornare a combattere lo atterriva perché non voleva perdere più nessuna delle persone amate.
Con lo sguardo immerso nel vuoto, il Santo del Cigno aveva gli occhi lucidi e gonfi di lacrime, non poteva credere a quello che aveva visto.
Milo si avvicinò a Camus, per far vedere a Sei l’assurdità dei suoi pensieri: come poteva essere una farfalla vera con quelle ali senza colore e quell’aria demoniaca?
Hyoga si scosse e si levò dalla roccia.
“E’ una Fairy, una farfalla del mondo della morte…” si stava cominciando a rassegnare, lentamente stava tornando ad accettare il suo status di difensore della Terra “Cosa ci fa qui?!”
Camus scosse il capo: “Noi siamo solo venuti a parlare con Athena per spiegarle alcuni dei dubbi che il Gran Sacerdote ha avuto a proposito dell’anomala corrente di energia che si è levata da un punto dell’Italia… non pensavamo di trovare qui, in Giappone, qualcosa di così vicino al nostro peggior nemico, creduto distrutto…”
Il sorriso di Hyoga fu amaro: “Si ricomincia?!”
La storia sarebbe tornata realtà? Una prospettiva che avrebbe potuto farlo impazzire…
Nessuno dei due Gold Saints osò dargli una risposta, ché, comunque, la conoscevano tutti e tre.

Camus lasciò cadere la farfalla a terra con noncuranza. Hyoga stava raccogliendo il cestino con i resti della merenda, dovevano assolutamente tornare a casa e parlare con la Dea. Milo coccolava ancora il bambino, cercando di convincere il sensibile cucciolo che il Santo di Aquarius non aveva compiuto un omicidio perché quella farfalla era un mostro… ma invano.
Quando presero la via degli alberi ombrosi, solo Tsuki rimase un po’ indietro.
Accosciato vicino alla palla di ghiaccio, lambiva con lo sguardo l’insetto incastrato. Un piccolo dito si allungò per accarezzare lentamente la fredda superficie liscia.
Il bimbo sorrise… inquietante.
Quando lo zio Hyoga lo richiamò, si svegliò da uno stato di trance. Arrossì per il comportamento negligente: non doveva rimanere indietro, doveva sempre ascoltare le parole dei grandi, come gli avevano insegnato i suoi genitori. Si mise a correre verso gli altri quattro che procedevano seri, con uno sguardo grave dipinto sul volto.
Una farfalla incolore prese il volo, seguiva una scia ben nota…
