Il cuore di rubino

 


Capitolo 7 : Destini che si intrecciano sul percorso di nuove battaglie

 

 

 

Ai piedi dello Star Hill, i gold saints rimasti al Santuario erano raccolti intorno al Sommo sacerdote, ognuno di loro richiamato dall’inquietante comportamento assunto qualche istante prima dal cosmo di Athena.

“Dobbiamo salire” esclamò Milo, spalleggiato da Aiolia.

I due giovani recanti le insegne di Leo e Scorpio, stranamente in accordo, erano i più impazienti di svelare il mistero che si celava sulla vetta tanto più in alto di loro.

“Saliremo” tentò di placarli Sion, accompagnando la voce con gesti solenni di comando “Ma non tutti, data la situazione l’intera zona del Santuario deve restare costantemente sorvegliata. Milo e Camus mi accompagneranno lassù. Aiolia, tu radunerai i saints delle gerarchie inferiori che si trovano al Santuario e ordinerai loro di ispezionare a turno i dintorni, senza mai allentare la guardia, poi raggiungerai il tempio di Leo e rimarrai a custodirlo. Gli altri vadano subito ai propri rispettivi templi e restino all’erta!”

“Perché proprio loro? Anche io voglio salire da Athena!”

“Aiolia!” tuonò la voce di un guerriero che si fece avanti in quel momento, simile al sacro rappresentante di Leo nell’aspetto, ma più nobile nel portamento e nei modi.

“Fratello” balbettò l’interpellato, ammorbidendo vistosamente la propria impetuosità ed abbassando il capo, come un bambino colto a commettere un grave atto di insubordinazione.

“Ti stai comportando come il ragazzino che non dovresti più essere!”

“Non rimproverarlo, Aiolos” lo supplicò un altro guerriero, austero nell’apparenza, ma con due occhi verdi intrisi di dolcezza “Ognuno di noi esprime in modo del tutto personale la propria devozione alla Dea, l’essenziale è che tale devozione resti intensa.”

Sion scrutava, senza nascondere un velo di tenerezza, i saints di Sagitter e di Gemini, l’uno accanto all’altro, a sfiorarsi impercettibilmente ogni istante: dentro di sé supplicò il fato che non volesse ancora, crudelmente, sciogliere tanti legami d’affetto rinsaldatisi dopo la battaglia nell’Ade, dopo la loro rinascita. Con la coda dell’occhio intravide, poco distante da Saga dei Gemelli, un’altra figura, a lui identica nell’aspetto, ma priva di cloth; Kanon se ne stava in disparte, ma il gran sacerdote percepiva la sua sofferenza, la sua gelosia consapevole che una consistente parte del cuore di Saga non apparteneva a lui.

Sion sospirò: legami rinsaldatisi insieme a piccoli e grandi tormenti dell’anima. Così era la vita che, tuttavia, andava preservata in ogni suo aspetto.

Che Athena ci consenta di riuscire ancora una volta a preservarla, rifletté, mentre i guerrieri si avviavano, rassegnati e decisi a svolgere i compiti loro affidati. Milo di Scorpio e Camus di Aquarius erano rimasti al suo fianco ed attendevano un suo cenno: era giunto il momento di mostrare loro la determinazione di una guida degna di tale ruolo.


“Scendi ed affrontami! o devo venire a prenderti io?”

Il guerriero, che sovrastava Seiya, rispose allo sfrontato invito del ragazzo cancellando il ghigno dalle labbra, sostituendolo con un fremito rabbioso. Un attimo dopo spiccò un balzo più agile di quanto la mole avrebbe lasciato pensare, ma non per questo il santo di Pegasus fu sconcertato, era avvezzo ad incontrare avversari notevoli sul suo cammino.

Si ritrovarono faccia a faccia e Seiya tentò di studiare l’altro meglio che poteva: non solo era massiccio, ma anche l’armatura che lo proteggeva trasmetteva l’idea di compatta solidità. Il diadema rivestiva interamente il suo capo e scendeva a cingergli i lati del volto, senza tuttavia nascondere i lineamenti arcigni ed in qualche modo selvaggi.

In realtà era meno alto di quanto era apparso precedentemente a Seiya, la robustezza delle membra e la consistenza dell’armatura favorivano l’impressione di imponenza ed il santo di Pegasus era, in ogni modo, molto più basso di lui.

“Cancellerò dal tuo visetto di bimbo quell’espressione sicura, microbo” ringhiò il guerriero, facendo sentire per la prima volta la propria voce, cupa, gutturale, come se ringhiasse ad ogni sillaba pronunciata. La sensazione che Seiya ne ricavò fu di una rabbia sconfinata, senza freno, una rabbia data da un dolore che non conosceva tregua. E nel momento stesso in cui percepì quell’immane sofferenza, fu la rabbia di Pegasus a scemare, sostituita dal desiderio di capire.

“Chi sei?” domandò, senza prepotenza, con la sincera curiosità di un combattente che, maturando, si era sempre più aperto al dialogo con l’avversario, consapevole che dietro ad ogni battaglia, di qualunque natura essa fosse, si celavano due esseri con una propria identità ed una storia degna di essere raccontata.

“Yandes è il mio nome” rispose l’altro, compiendo un passo verso di lui, con ogni evidenza meno propenso alla riflessione “Giove che rigurgita tempeste mi darà la forza per annullare la tua insulsa esistenza!”

Seiya comprese appena in tempo che qualunque tentativo di conversazione si sarebbe rivelato inutile; scartò di lato un istante prima che l’altro potesse afferrarlo e, con un balzo, si portò immediatamente a distanza di sicurezza.

Il primo attacco era stato sferrato, non eccessivamente minaccioso, probabilmente non atto ad impensierire il rivale, il semplice avvertimento che la sfida era iniziata e che, da quel momento, ogni chiacchiera si sarebbe rivelata fuori luogo.

Sul volto di Yandes il ghigno era tornato, ancor più selvaggio, talmente crudele che Seiya sentì il sangue gelarglisi nelle vene.

“Te la sei voluta” ringhiò tra i denti preparandosi al contrattacco. Quando decideva di passare all’azione, il santo di Pegasus non amava tergiversare; si scagliò contro l’avversario con forza dirompente, mentre dalle sue labbra si innalzava il grido di battaglia che preannunciava la pioggia di pugni inferti alla velocità della luce:

“Pegasus Ryuseiken!”

I colpi si infransero sull’armatura di Yandes e sulle sue mani sollevate ad arginarli, mentre Seiya lo oltrepassava nell’impeto della colluttazione.

Seguirono attimi di silenzio, ancor più innaturale in contrasto con il frastuono provocato dal cozzare dei due corpi rivestiti di metallo. Seiya voltò un poco il viso, per controllare le condizioni dell’avversario e fece appena in tempo ad intravedere il calcio che si abbatteva feroce sul suo fianco, scagliandolo a diversi metri di distanza e mandandolo a sbattere con la schiena contro una parete di roccia; il dolore lancinante gli annebbiò la vista, ma ormai il santo di Pegasus era abituato a ben altro, per quanto gravi potessero essere le contusioni provocate da un simile colpo su un corpo umano non sarebbero bastate a fermarlo.

Era infatti già pronto a rimettersi in piedi quando la sagoma di Yandes lo sovrastò; anch’egli era ancora apparentemente illeso, il Ryuseiken non aveva sortito l’effetto sperato.

Seiya vide il piede del nemico sollevarsi un’altra volta, poi abbattersi su di lui, nell’evidente intento di calpestarlo; fu pronto a reagire, tese entrambe le mani e si aggrappò alla caviglia di Yandes, imponendo una pressione micidiale che destabilizzò l’avversario, facendolo barcollare e cadere all’indietro con un’esclamazione di stupore.

Seiya si sollevò, approfittando del momento di sorpresa dell’altro per riprendere fiato, momento che non fu di lunga durata, in quanto Yandes, imprecando con una ferocia degna del suo atteggiamento selvaggio, si tirò su senza mostrare fatica; se non fosse stato per le sue tozze sembianze la sua agilità avrebbe potuto essere paragonata a quella di uno scoiattolo tra i rami.

Con l’urlo più aggressivo che Seiya avesse mai udito, il massiccio rivale gli fu nuovamente addosso e seguirono altri colpi, altre ferite debilitanti, ma non decisive; Seiya attendeva il momento giusto per sorprenderlo, Yandes agiva in maniera apparentemente istintiva, senza dare troppa importanza alla strategia, affidandosi unicamente alla forza bruta che caratterizzava ogni suo gesto e pensiero.

Infine Seiya cominciò a percepire nell’altro una certa stanchezza e tentò il tutto per tutto: si concentrò, innalzò il proprio cosmo fino ai limiti del settimo senso e sferrò l’attacco, facendo confluire i propri pugni nell’abbagliante cometa del Syuseiken.

Yandes rispose al colpo, opponendo, al grido di battaglia di Seiya, il proprio:

“Tempesta planetaria!”

Il santo di Pegasus non poté evitarlo e venne rapito da un vortice di astri e meteore che lo sollevò da terra, trascinandolo lontano, a cozzare con forza da una parte all’altra della grotta, ma lui non vedeva nulla, completamente abbracciato da una dimensione che aveva la consistenza di un buco nero nello spazio.

Nello stesso istante, un dolore acuto gli punse l’anima ed il suo cuore gridò insieme all’agonia del cosmo di Athena.


Fu Milo il primo a notare la sagoma abbandonata a terra, inerme, avvolta nel candido abito mosso dal vento. I due gold saints, seguiti dal gran sacerdote, si raccolsero intorno alla fanciulla e videro con sgomento che i suoi occhi azzurri erano aperti, sbarrati sul nulla; un pensiero comune li aggredì come una pugnalata e Sion si chinò su di lei, a tastarle il polso.

“E’ viva” sospirò, con evidente sollievo “Anche se non so spiegare a cosa sia dovuto questo stato catatonico nel quale si trova e…”

“Il cosmo di Athena” proseguì Camus in sua vece, gli occhi stretti, l’espressione grave che in lui segnalava una preoccupazione intensa “Non è in lei. Io percepisco solo una ragazza normale in evidente stato di shock.”

Sion annuì, senza distogliere lo sguardo da quello di Saori che non lo vedeva, come non riusciva a mettere a fuoco assolutamente nulla.

“Ma dov’è la forza di Athena?” si fece udire, flebile, la voce di Milo, con un tono quasi atto a cercare rassicurazioni che nessuno poteva dargli.

Sion si alzò, reggendo tra le braccia quella che, più che mai, aveva la consistenza e l’essenza di un’umana qualunque.

“Io lo sento…” fu l’asserzione di Camus. Il suo volto fine si era sollevato verso il cielo, gli occhi chiari persi in un rincorrersi di nuvole e sole.

“Anche io” assentì Sion “Eppure è strano. Il cosmo di Athena è ridotto ad un debole richiamo, distante e al tempo stesso tutto intorno a noi…”

“In un’altra dimensione dalla quale non riesce a raggiungerci.”

Milo guardava alternativamente il compagno ed il loro superiore immersi in quella conversazione e provò a concentrarsi: allora lo percepì anche lui, il cosmo della Dea, un’eco lontana, ma priva di una provenienza certa.

“In un’altra dimensione?” si azzardò a chiedere “Il cosmo di Athena è stato risucchiato in un’altra dimensione?”

“Una dimensione che, però, è qui, ad un passo da noi, irraggiungibile” spiegò Sion, un po’ a se stesso ed un po’ ai due giovani che lo ascoltavano attentamente “Una dimensione che ha strappato l’anima della Dea a quella di Saori… la nostra Dea ha perduto la sua incarnazione umana.”

Camus e Milo sussultarono.

“Che cosa possiamo fare, noi, adesso?”

Sion scosse il capo, gli occhi chiusi, flemmatico, ma turbato da un’angoscia che faceva vibrare il suo spirito:

“Non lo so, Milo… non lo so…”


La cometa plasmata dal cosmo di Pegasus aveva creato un poco di difficoltà a Yandes, che era tuttavia riuscito ad assorbire il colpo, anche in virtù del fatto che l’avversario aveva allentato la concentrazione all’ultimo istante, gli occhi sgranati in un’espressione di terrore puro.

“Che cosa è successo ad Athena?!”

Yandes era perplesso: un evento esterno era stato sufficiente a distogliere la mente di Pegasus dall’urgenza del momento e la sua distrazione l’aveva messo in completa balia di un attacco pericoloso.

“Sei patetico!” ringhiò il guerriero planetario slanciandosi in avanti, ma il suo bersaglio non fu il corpo di Pegasus, bensì una possente stalattite che, dal soffitto della grotta, si allungava verso il basso, incombendo pericolosamente sulla testa di Seiya. Yandes la colpì laddove essa si congiungeva alla volta, provocandone in tal modo il distacco; Seiya appariva talmente sconvolto da non interessarsi minimamente a ciò che accadeva intorno a lui, quindi vide quel grosso frammento di pietra trasformatosi in arma micidiale solo quando fu troppo tardi per evitarlo. L’istinto di sopravvivenza e la sua agilità gli permisero di mettere al riparo la testa, ma la punta aguzza della stalattite colpì la spalliera dell’armatura, senza infrangerla e scivolò sul suo braccio nudo, scalfendolo a fondo, generando una ferita dalla quale sgorgò un abbondante fiotto di sangue.

Seiya cadde a terra, gemendo per la sofferenza, gli occhi serrati, portandosi la mano destra a premere sullo squarcio aperto poco sopra il gomito sinistro; il sangue scivolò tra le sue dita, senza accennare a fermarsi.

Ma non era quello che gli impediva di reagire, aveva combattuto debilitato da ferite peggiori; ciò che non poteva accettare era ciò che aveva percepito nel cosmo di Athena, il fatto di non riuscire più a raggiungere il cosmo della sua Dea, il fatto di dover combattere contro qualcosa che, ancora una volta, era riuscito a mettere fuori combattimento la loro guida celeste. Significava dover affrontare entità di pericolosità estrema… più dello stesso Hades forse?

Athena aveva sconfitto il dio degli Inferi, se era stata piegata da questi nuovi nemici poteva solo significare che essi erano molto più forti di quanto Seiya si era aspettato fino a quel momento. Aveva sperato che lui ed i suoi compagni avrebbero potuto cavarsela senza troppi sacrifici, che non sarebbe stata un’impresa eccessivamente ardua e invece… sarebbe stato tutto come le altre volte, forse peggio?

“Sarà peggio, credimi, sarà peggio e tu sarai la prima vittima della strage che sta per compiersi!”

Seiya sollevò il capo ed incontrò gli occhi stretti ed affilati come lame lucenti di Yandes che lo fissavano, senza comprensione né pietà. Gli aveva dunque letto nel pensiero?

“Come hai fatto a…”

“Ti stupisci dei poteri mentali di chi, come noi, attinge il proprio potere dal moto dei pianeti? Se volessi potrei scandagliare fino in fondo alla tua anima ed estirpare ogni cosa, senza fatica gettarti in faccia i frammenti più oscuri del tuo subconscio fino a farti impazzire, ma non mi interessa. Un verme come te merita solo di venire schiacciato, niente di ciò che tu hai dentro potrebbe rivestire qualche importanza per me.”

“Perché tanta rabbia?” gridò Seiya, scattando in piedi ed ignorando il capogiro dovuto alla perdita di sangue che non si arrestava “Che cosa è successo ad Athena, cosa le hanno fatto i tuoi superiori?”

“Non ti so rispondere e neanche questo mi interessa; tutto ciò che conta per me, ora, è ridurre te ai minimi termini.”

Tese una mano ed afferrò il braccio ferito di Seiya, strappandogli un gemito mentre lo sollevava da terra, lasciandolo penzolare per portare il viso del ragazzo all’altezza del proprio, quindi mettendo i loro nasi a contatto, scrollando la propria vittima al solo fine di accentuarne l’agonia, sibilò:

“Proprio perché so leggerti dentro so cosa vorresti fare, so che stai cercando di capire perché io sia tanto furioso con qualunque creatura vivente mi si presenti davanti. Sbagli, non sono più furioso, ritengo solo che nessun terrestre sia degno, in alcun modo, di proseguire la sua ignobile esistenza su questo lurido pianeta.”

Seiya aprì un poco gli occhi che fino a quel momento aveva tenuto serrati, raccolse le proprie forze fino a riuscire a sussurrare poche sofferte parole:

“Stai mentendo a te stesso…”

Le fronte di Yandes si corrugò, le sue dita si strinsero ancor più sulla carne straziata di Seiya, il quale nuovamente riuscì a contrastare il sopravvenire della perdita dei sensi, ma la vista gli si annebbiò, fino a renderlo quasi cieco.

“Stai mentendo a te stesso” continuò nonostante tutto “Perché raramente ho percepito tanta rabbia, quindi non cercare di mostrarti più razionale di quanto tu sia in realtà… la tua ira è selvaggia, così come il modo in cui tenti di sfogarla. E le parole con cui credi di nasconderla sotto una parvenza di lucidità, in realtà non fanno altro che confermarla.”

Le orecchie di Seiya furono colpite dall’esclamazione oscena con cui Yandes lo apostrofò mentre, con un ulteriore strattone, lo gettava lontano come un mucchio di stracci; il santo di Pegasus si ritrovò con il volto premuto contro il suolo, ad inghiottire polvere e terra che lo fecero tossire e gli entrarono negli occhi, irritandoli, impedendogli di tenerli aperti per parecchio tempo.

Qualcosa di pesante si riversò sulla sua schiena; evidentemente Yandes faceva molto affidamento sugli arti inferiori nella lotta ed anche per mosse disoneste di prevaricazione. Dopo avergli quasi spezzato la spina dorsale con il peso del proprio corpo, il grosso guerriero ritrasse il piede per lasciarlo poi ricadere, parecchie volte di fila, sulla sua vittima inerte, quindi si soffermò ancora, gravando sul santo di Pegasus e movendo l’arto in circolo, nel medesimo modo in cui si sarebbe accanito su un insetto molesto venuto a trovarsi sulla sua strada.

Seiya si odiava; avrebbe dovuto essere maturo ormai, avrebbe dovuto essere in grado di rimanere freddo e lucido in battaglia, di non lasciarsi abbattere al minimo segnale di sconforto, eppure si era abbandonato. Aveva lasciato anima e corpo in balia del suo persecutore, incapace di reagire agli attacchi unicamente a causa dell’estrema insicurezza che si era impadronita di lui.

“Athena” gemette in un singhiozzo disperato “Amici… fratelli… Seika-Neesan… dopo tutto, resto ancora un piccolo, inutile incapace?”


Non era stato scelto tra coloro che avrebbero dovuto aprire la battaglia, forse Liliam non aveva neanche intenzione di farlo combattere, non era un mistero che nessuno dei suoi compagni nutrisse in lui la benché minima fiducia in ambito guerresco.

Non nutrono fiducia in me da nessun punto di vista, sospirò Ryanna chiudendo i sensi ed ogni percezione a ciò che stava accadendo poco distante. Non aveva il coraggio di sapere come stavano andando le battaglie senza contare che, qualunque fosse stato il loro esito, si sarebbe rivelato, in ogni modo, terribile.

Camminava verso una meta che non gli fu chiara finché non si trovò davanti all’entrata della stanza tramutata in prigione; nessuno montava la guardia questa volta ed in parte lo trovò strano, ma poi rifletté sul fatto che ad ogni accesso del loro rifugio stava appostato un suo compagno e presto altri prigionieri sarebbero giunti. Liliam era totalmente ottimista sul positivo esito dei loro piani.

“Perché sono qui?” sussurrò tra sé il ragazzino eppure non si fermò; nell’istante stesso cui si poneva tale domanda stava già varcando la soglia.

La prigioniera era nel medesimo stato in cui l’aveva vista la prima volta, in quella dimensione sospesa all’interno della quale galleggiava, ma ciò che Ryanna percepì dalla sua aura vitale lo fece tremare e deglutire in preda al panico. La ragazza si stava spegnendo, sconfitta da un dolore immenso che all’intuito emotivo e profondo del fanciullo non poté sfuggire.

In pochi balzi raggiunse il globo nel quale la giovane giaceva, inerme, vi posò sopra le mani e la guancia.

- Non lasciarti andare!

Un invito mentale al quale non ottenne immediato riscontro, la qual cosa lo gettò ancor più nello sconforto; ma dopo pochi istanti, un sussulto nel cosmo quasi estinto della ragazza, lo avvolse come un benefico abbraccio.

- Sei tornato…

L’espressione, la posizione, era immutata, gli occhi restavano chiusi, ma la sua psiche aveva ritrovato un fragile desiderio di vita.

- Io non ti lascerò sola… ma tu non mollare… ti prego, fallo anche per me.

- Sta succedendo qualcosa di terribile, coloro che amo stanno soffrendo… e la mia Dea…

Un groppo inestricabile si formò nella gola di Ryanna, perché non sapeva cosa rispondere a paure che erano anche le sue. Non voleva soffermarsi sulla battaglia, non ancora.

- Come ti chiami?

Non era solo un tentativo disperato di distrarre la mente della ragazza, desiderava davvero conoscere il suo nome; fino a quel momento sapeva unicamente che si trattava del silver saint di Perseus, sacerdotessa guerriero delle fila di Athena. Ma i titoli onorifici significavano così poco per lui.

- Heather…

Quel nome sembrò accarezzargli il cuore e Ryanna chiuse gli occhi, restando appoggiato alla sfera plasmata in materiale di ignota provenienza.

- Raccontami ancora di te, Ryanna… Pascal… aiutami a non lasciarmi andare…

- Ryanna… ora sono solo Ryanna… Pascal è morto tanto tempo fa…

 


Athena… Athena…

Il nome della sua dea riecheggiava nella mente di Shiryu mentre si guardava intorno, pronto ad affrontare una battaglia che sicuramente era prossima. Cos’era accaduto al cosmo di Athena?

Strinse i pugni, serrò le labbra per imporsi una determinazione che sentiva vacillare.

Non posso… se soccombo per un dramma che mi coglie di sorpresa, che ne sarà di noi? Ragazzi, anche voi, non lasciatevi soffocare dall’ansia, vi prego, niente paura fratelli… Seiya!

Come in risposta alle sue preghiere, lo raggiunse l’agonia del fratello prediletto, colpendolo come una pugnalata, un lampo doloroso che gli attraversò le tempie. Tremò, l’impulso di correre da lui era opprimente, il loro rapporto, nel corso del tempo, si era trasformato, sempre più simbiotico, sempre più passionale nel reciproco contatto di anime e cuori.

Ma non poteva correre in suo aiuto, tutto ciò che gli era concesso era raggiungerlo grazie alle vie immateriali del cosmo; chiuse gli occhi, abbassò il capo, ricercò il flusso di Seiya lungo i percorsi astrali delle loro menti da tanto tempo ormai in comunione perfetta.


Di solito il flusso cosmico di Athena, per quanto si trovasse in difficoltà, riusciva a raggiungere il suo, a spronarlo, a fargli coraggio; ma questa volta Athena taceva, un silenzio innaturale e spaventoso, come mai era accaduto prima.

Seiya non soffriva più per i colpi che Yandes faceva piovere, senza tregua, sulla sua schiena, forse la colonna vertebrale era già spezzata ma il santo di Pegasus era in un altro universo, nel quale il dolore fisico perdeva qualunque significato. Gli accadeva sempre quando la resa era prossima, quando le speranze scivolavano tra le dita più inconsistenti di una manciata di sabbia, ma era sempre intervenuto uno sprone, un motivo che lo spingesse a rialzarsi. Dove l’avrebbe trovato questa volta, chi lo avrebbe aiutato a trovarlo?

-Seiya… per Athena… reagisci… per me…

Gli occhi del santo di Pegasus si aprirono in un impeto d’energia ritrovata, sgranati sulla dimensione distante dalla quale la voce del cosmo giungeva, a sfiorare il suo come una carezza vitale e gentile a un tempo.

“Shi… ryu…”

La sua voce roca, il gemito che uscì stentato dalle labbra inaridite, diede forma al nome che era il suo appiglio, ogni istante, nei momenti più cupi e insieme alla consapevolezza della presenza spirituale di Shiryu al suo fianco, ne giunse un’altra, atroce: lo sto tradendo… egli ha fede in me… i miei fratelli credono in me… e all’inizio del nostro cammino già li sto abbandonando…

Fu un attimo e insieme alla coscienza tornò il dolore del corpo straziato, ma giunse gradito alle percezioni del sacro guerriero, perché con esso la vita riprendeva a pulsare dentro di lui, insieme ad una volontà più ferma, ad una fiducia rinata. Il calore del cosmo discese nel suo animo facendogli acquisire una superiore coscienza, la sofferenza delle lesioni svanì grazie all’acquisizione di uno stato mentale più raffinato; ormai conosceva bene quella sensazione, conosceva il pulsare d’energia attorno al suo corpo.

Intravide lo sguardo attonito di Yandes mentre una pioggia di luce candida circondava le sue membra ed il suo cloth subiva la definitiva metamorfosi nella perfezione divina.

“Ma cosa…” balbettò l’avversario quando Pegasus riemerse dalla luce in un rinnovato splendore, avvolto in vestigia che sembravano fatte di stelle e come stelle splendevano nell’oscurità della grotta.

“Il god cloth” pronunciò Seiya in un tono solenne ma senza superbia, avanzando a passi lenti e studiati, lo sguardo distante, a contemplare qualcosa che non si trovava lì, nella palpabile materia tra loro “La veste di essenza divina… non credevo che, dopo l’Ade, avrei ancora potuto indossarla… non credevo che l’apogeo del mio cosmo, adesso, portasse a tanto…”

Seiya era consapevole di apparire più maestoso, ora, agli occhi di Yandes, il god cloth era massiccio, ma trasmetteva una sensazione di estrema leggerezza, accentuata dalle ali che danzavano sulla schiena ad ogni passo, metalliche eppur leggiadre all’apparenza. Quando il sacro guerriero di Pegasus compì un balzo verso l’avversario, esse si aprirono in tutta la loro ampiezza e fu un angelo che Yandes vide lanciarsi contro di lui, in tutto il suo possente splendore di giustiziere. Seppe di non poter nulla, neanche provò a ribellarsi all’attacco, in fondo era la giustizia divina che decretava la sua fine ed egli si sentì improvvisamente troppo stanco per non accettarla.

Lo stesso Seiya colse la rassegnazione sul suo volto e, all’ultimo momento, avrebbe voluto frenare il colpo micidiale che il suo pugno aveva sferrato, ma era troppo tardi; mentre il suo cuore si spezzava, il Suiseiken plasmato dal cosmo alla sua massima elevazione si fece strada nel petto di Yandes, senza lasciare scampo e strappando alla vittima un unico gemito di rassegnata agonia.

La sospensione ben nota che era solita segnare la conclusione di una battaglia aggredì il cuore di Seiya come un grido, un silenzio che faceva più rumore del frastuono dei colpi dati e ricevuti. Quando riportò il proprio sguardo su Yandes questi era a terra, scosso dai tremiti involontari che precedevano l’eterna immobilità; i suoi occhi restarono per un attimo serrati in segno di sofferenza, ma poi si aprirono, a contemplare un luogo lontano ed impalpabile per chi restava vivo.

Seiya fece un passo verso di lui ed i loro sguardi si incrociarono; in qualche modo, il santo di Pegasus seppe che Yandes lo vedeva, se non nel fisico, certo spiritualmente, lo percepì con la sicurezza di chi entra in contatto con un’altra anima, in perfetta simbiosi per gli istanti che precedevano il completo distacco dal corpo. Yandes voleva dirgli qualcosa, voleva raccontargli di sé e, laddove la parole non riuscirono a prendere corpo, giunse lo spirito: Seiya colse esattamente ogni cosa… e vide… la storia di un bambino…

 

Era nato in una povera abitazione, venuto al mondo sullo squallido tavolo di legno di quelle quattro mura cadenti; non l’avevano accolto braccia materne, o di padre, liete del dono elargito a consacrare un’unione.

Un neonato non ricorda la prima sensazione legata alla sua nascita, ma Yandes ricordava il gelo, la dura pietra sulla quale era stato posato, ricordava imprecazioni e bestemmie di una voce femminile che lo malediva con tutta se stessa, lo ricordava, perché la nuova vita che Giove gli aveva concesso, quella nuova vita già giunta al termine, gli permetteva di vedere, gli conferiva una memoria più vasta e sincera. Ricordava il calcio, primo gesto con il quale colui che avrebbe dovuto chiamare padre gli rese nota la sua presenza.

E da lì la selvaggia crescita tra abusi e percosse, la schiavitù di lavori pesanti, le minacce, le coercizioni con le quali veniva tenuto al giogo, lui, servo in casa propria.

Quale casa?

Non era una casa quel letamaio sempre putrido e maleodorante!

Non era un letto l’angolino di pavimento che gli era concesso per dormire poche ore la notte, la sporcizia come cuscino!

Aveva sei anni quando la sua esistenza subì una svolta; quel giorno era solo in casa da ore, i suoi genitori spesso scomparivano, lui non si chiedeva dove andassero, cosa facessero quando non c’erano, non se lo chiedeva perché non gli importava, avrebbe voluto non tornassero mai più: sarebbe stato solo, ma libero.

Quel mattino suo padre l’aveva svegliato con un calcio, sua madre gli aveva intimato di svolgere tutti i lavori di casa prima del loro ritorno; in un impeto di ribellione, dopo la loro partenza, egli era uscito, era fuggito, era stato colto dal desiderio di dire addio a quel posto per sempre. Ma poi era tornato, con la consapevolezza che non sarebbe mai riuscito a svolgere tutte le incombenze prima del rientro dei genitori.

E così venne picchiato, ferocemente, non come al solito, ma in maniera peggiore, padre e madre sfogarono su di lui tutta la rabbia non liberata dal giorno in cui erano venuti al mondo essi stessi, una rabbia la cui origine nessuno avrebbe mai conosciuto, la rabbia che, ad ogni colpo, ad ogni crudeltà inflitta, stavano trasferendo, triplicata, nello spirito di José, che ogni istante della sua vita si nutriva solo di istinto, che mai aveva conosciuto qualcosa che non fosse cattiveria ed orrore. E allora, come l’istinto voleva, in quel momento abbandonò precocemente la sua condizione di cucciolo indifeso e, come una piccola belva, reagì all’ingiustizia subita.

C’era un coltello sul tavolo, quello stesso tavolo sul quale era nato, lo afferrò; colpì a caso, senza tecnica, senza studio, solo con tutta la rabbia che aveva in corpo, con tutto l’odio accumulato, colpì a caso più volte, la vista era oscurata dal rosso, la coscienza si trovava in un’altra dimensione e, quando tornò, vide solo due gusci vuoti, che un tempo erano stati padre e madre, tinteggiati di chiazze scarlatte, i volti sfigurati in qualcosa d’altro che José non seppe riconoscere. Notò un’ultima mossa del padre, notò i suoi occhi sbarrati su di lui, udì il sussurro innaturale e orrido dalle labbra che si aprirono appena:

“Che tu sia maledetto…”

E maledetto lo fu, da quel momento in poi, fino all’istante in cui Giove lo prese.

 

“E maledetto sono io… che non ho saputo… vedere prima…”

Il singhiozzo di Seiya fu accompagnato dal suo inginocchiarsi, nel momento stesso in cui, con un ultimo sussulto, Yandes si spegneva definitivamente. La mano di Pegasus si posò sul volto del caduto, gli scostò dalla fronte una ciocca incrostata di sangue, gli chiuse delicatamente gli occhi.

Poi, con un ultimo sospiro ed il cuore pesante, diede le spalle allo scenario della sua prima battaglia e si sforzò di muovere un passo dopo l’altro, verso la prossima meta, qualunque essa si fosse rivelata: non c’era più solo un’amica ed il mondo da salvare ma, un’altra volta, la sussistenza della dea dipendeva dai servigi dei suoi saints.

 


 

Seiya ce l’ha fatta!

Fu tale sensazione a rinvigorire Hyoga, dopo che la singolare reazione del cosmo di Athena lo aveva gettato nello sconforto. Non si era fermato, neanche per un istante, il suo volto aveva tradito una lieve emozione, ma aveva continuato a camminare, in cerca del primo avversario.

Non si era fermato neanche quando gli influssi astrali gli avevano rivelato l’agonia di Seiya, non per disinteresse, ma perché aveva fiducia in lui; come avrebbe potuto aiutarlo, d’altronde, se anche lui si fosse sentito male? Gli avrebbe trasmesso la propria paura, la propria incertezza e Seiya non ne aveva bisogno, per questo quando gli giunse notizia, tramite i palpiti palesi del cosmo, che il fratello aveva superato il primo ostacolo, il suo animo si ritrovò rinfrancato.

Andrà bene, si disse, anche questa volta andrà bene.

Eppure, un pizzico insistente gli pungeva lo spirito ed una strana malinconia gli impediva di mantenere integro il proprio ottimismo.

Si fermò, mentre un brivido scosse le sue membra nervose ed anche la sagoma alle sue spalle interruppe i propri passi:

“Amico mio… posso sperare che tu non mi abbia dimenticato?”

Una lacrima solitaria, scintilla nella notte, attraversò la guancia del sacro guerriero di Cygnus.