Requiem

Settimo Movimento

-Sanctus-

 

Luogo:Santuario, Sesta Casa

Tempo: Sera, Primavera

 

Morfeo chiuse gli occhi e pregò.

Nel profondo del suo animo avrebbe voluto liberare completamente il suo cosmo divino e con esso abbracciare il fratello, confortarlo. E confortare sé stesso per la perdita profonda che avevano subito entrambi. 

Eppure non poteva permettersi un atto del genere, non in quel momento. Sapeva dove Icelo era andato a rifugiarsi e riusciva ad intuire ciò che avrebbe fatto. La sola idea lo terrorizzava. Riaprì gli occhi, beandosi della vista serena delle stelle. Presto il cielo se ne sarebbe colmato, come il mantello che, secondo i mortali, utilizzava per portare i sogni.

Prego. Prego. Ma un Dio chi potrebbe pregare? Nessuno ci salverà.

Nessuno si salverà. E tutti affonderemo, dannati.

Dannati.

Ma questa battaglia possiamo ancora vincerla.

Richiuse le ampie ali dorate, incamminandosi lentamente all’interno della Sesta Casa, quella della Vergine.

Sul Santo custode di quel luogo aveva sentito più di un racconto.

Epiche gesta dell’uomo più vicino a Dio. E sapeva di doversene occupare di persona, lo aveva compreso immediatamente, solo

ricordando quel che il Santo della Vergine era stato in grado di fare durante la Guerra Sacra.

Nessuno dei suoi fratelli avrebbe mai potuto sperare di fronteggiare quell’uomo. Sorrise appena, per quanto insicuro rispetto al confronto che lo attendeva. Le mura della Sesta Casa si chiudevano attorno a lui, mentre un leggero fumo d’incenso si arricciava fra i suoi capelli, accarezzando le piume dorate delle ali.

Camminava sicuro, senza cercare in alcun modo di nascondere la sua estranea presenza al custode. Morfeo, Dio dei Sogni, in poche occasioni si era ritrovato a combattere in prima linea.

Altre divinità deridevano questo suo comportamento, per poi tornare a supplicarlo in ginocchio, sperando nel messaggero dei Sogni. Perché la sottile arte di Morfeo era necessaria a tutti loro. Eppure ora stava andando ad affrontare uno dei suoi nemici. Faccia a faccia, senza nascondersi.

La sala principale della Sesta Casa era ampia, di forma circolare.

Ancora riportava le cicatrici dell’arduo e sanguinoso combattimento di cui era stata testimone, colonne divelte e pietre ridotte in

frammenti polverosi. Da uno squarcio, Morfeo vide nuovamente il cielo stellato splendere sul suo capo.

Si fermò e attese, silenzioso.

Il tintinnio dell’armatura dorata precorse il custode che si avvicinò a passi lenti e misurati. Gli occhi chiusi del Santo della Vergine lo trafissero con uno sguardo a cui né uomini né Dei potevano sperare di sfuggire.

“Shaka della Vergine” mormorò Morfeo, chinando il capo con gentilezza, in segno di saluto. Come se la sua fosse una semplice

visita di cortesia.

Il Santo di Virgo non ricambiò il gesto, rimanendo immobile davanti alla divinità.

“Pochi nemici hanno osato varcare le porte di questa dimora con tale, irritante, arroganza, Morfeo.” la voce di Shaka era sferzante, e il Santo non sembrava per nulla intimorito pur alla presenza di un Dio.

“L’arroganza è il peccato capitale degli Dei, per il quale essi puniscono gli uomini... non sapendo come punire loro stessi.”

Shaka sorrise appena alla risposta, un sorriso privo di qualsiasi calore.

“Per quale motivo hai reso palese a me la tua presenza, arrogante Morfeo?”

“Non è un peccato dal quale tu sia esente, Shaka della Vergine. Altri, al tuo posto, avrebbero chiamato i loro compagni. Tu invece ti ergi solitario contro di me, convinto nel profondo dell’animo di poter sconfiggere un Dio.”

Morfeo piegò le labbra in una smorfia divertita. Vero, non poteva manipolare i sentimenti di quell’uomo. Né vendetta né discordia, né incubi né desideri. Troppo simile al nulla era l’animo di Shaka della Vergine perché i suoi poteri potessero farvi presa. Ma questo non gl’impediva di leggere attraverso di lui.

“Non hai risposto alla mia domanda” disse Shaka laconicamente, e diede le spalle a Morfeo per sedersi nella posizione del loto, i

lunghi capelli biondi che scendevano ad accarezzare con grazia il terreno.

“Perché non ritengo necessario fornire risposte che già conosci, Shaka della Vergine. Sono qui e sono un nemico. Il combattimento è l’unica ipotesi verosimile.”

“Un combattimento di parole, divinità?”

“Sarebbe più arduo, ma trionferei anche in quello.”

E Shaka rise sommessamente, per un brevissimo istante. Il cosmo dorato del Santo di Virgo bruciò e sembrò colmare l’intera stanza in pochi attimi.

Morfeo ne era avvinto e ne percepiva la bruciante potenza. La reincarnazione di una divinità, simile ad un Dio lui stesso, ecco

cosa aveva davanti. Eppure simile rimane sempre lontano da uguale.

“Sei un nemico astuto Morfeo. Ma non quanto immaginavo.”

“Alcune battaglie si vincono nei sussurri della notte, altre lanciano grida lancinanti, Virgo. Tu sai che questa sarà così.”

E Morfeo ebbe coscienza di un fatto semplice eppur brillante. Che quell’uomo poteva, effettivamente, metterlo in difficoltà. E che

sarebbe morto pur di non retrocedere di un solo passo, ma neanche la morte l’avrebbe fermato.

Il cosmo della Vergine continuava a fluttuargli attorno, pressandolo.

Il Signore dei Sogni ne ebbe abbastanza dei preliminari e spalancò le ali dorate.

Sapeva che quel comportamento poteva essere rischioso. Il suo cosmo sarebbe esploso e in quell’esatto momento ogni persona al Santuario l’avrebbe percepito. Il che gli dava poco, pochissimo tempo per mettere fine a quel confronto. E sapeva anche quanto questo potesse risultare difficile.

Non poteva rischiare che altri Santi di Athena lo trovassero impegnato in una battaglia, lui che tutto era men che un combattente.

Avrebbe vanificato tutti i suoi gesti fino a quel momento.

Mise a tacere la voce della prudenza, pensando in quell’istante solo al nemico che doveva assolutamente abbattere.

E spiegò le ali dorate.

Le sottili piume arsero rossastre, mentre il cosmo divino lo ammantava. Prima uno strato sottile, una leggera polvere color

carminio. Poi come il sangue si espanse, gonfiandosi a dismisura.

E come un vento a lungo trattenuto esplose, squassando la Sesta Casa fin dalle fondamenta, schiacciando il cosmo dorato che prima vi aleggiava padrone.

Una sottile ruga apparve sulla fronte di Shaka mentre si rendeva conto della potenza di una Divinità. Lui, che un cosmo divino aveva sempre sostentato, ora ne trovava un altro ostile e potente.

I dorati capelli di Morfeo ondeggiarono per il vento cosmico, la sua espressione si fece gelida.

Non lontano, percepì il potere di altri Santi, che risposero immediatamente. Pochi minuti, ecco quanto aveva. Perché il suo cosmo

li avrebbe rallentati, ma non fermati.

E uno, il ruggente Leone d’Oro, era troppo, troppo vicino.

Fu allora che Shaka aprì gli occhi.

“Tembu... Horin.” la voce di Shaka era sottile, eppure nulla nel suo essere lasciava trasparire la minima preoccupazione.

Un colpo che Morfeo sapeva essere una gabbia dorata, dal quale non era possibile sottrarsi. Lo percepì ammantare la stanza, bloccare i suoi movimenti.

Eppure era un Dio!

“Usi il tuo colpo migliore immediatamente, Shaka di Virgo. Sai che poche possibilità avresti altrimenti.”

“Parli con arroganza, divinità. Ma sei tu imprigionato.” Shaka sorrise, e in quel volto Morfeo non lesse traccia d’arroganza. Capì.

Che Shaka della Vergine non pensava di sconfiggerlo. Ma imprigionarlo, dare tempo ai suoi compagni di accorrere...

Morfeo alzò la mano destra, dalla quale si dipanavano fiori. Ai suoi piedi un mare di fiori scarlatti si cominciava ad espandere, andando a corrodere la gabbia dorata del Tembu Horin.

Ma quando il primo colpo di Shaka lo prese, il Dio barcollò.

Sei sensi ai mortali. Sette ai Saints.

Otto ai pochi prescelti, e uno solo ai defunti.

Nove agli Dei. Quell’unico senso che gli permetteva di essere immortali. La reincarnazione.

E Morfeo seppe di essere morto.

Tentennò ma distese entrambe le braccia, ricoperte di fiorellini cremisi. Così falsamente innocenti, i papaveri del Signore dei Sogni...

“Fantaso aveva dato un nome a quel che sto per fare. L’aveva chiamata Croce Cremisi.” mormorò.

Non potrò vendicarti fratello. Ma Icelo lo farà. Dei, purtroppo lo farà.

Un grido e il Tembu Horin di Shaka s’infranse, liberando il Dio.

Ormai ogni singolo centimetro della stanza era ricoperto di fiori, attorcigliati sulle colonne si arrampicavano insistenti sui muri,

fino a chiudere persino quello squarcio sul soffitto.

Shaka si alzò, baluginando nel gold cloth. I fiori si avvinghiarono infidi alle sue caviglie, dall’alto scesero e gli afferrarono i polsi.

Per quanto potere il Santo della Vergine mettesse nei suoi colpi, erano insufficienti a distruggere quel sottile mare cremisi. Il

profumo si era fatto soffocante, e Morfeo ben conosceva gli effetti di quegli effluvi sui corpi degli uomini.

Un grido lancinante percorse la Sesta Casa. Il Signore dei Sogni chiuse gli occhi.

E pregò.

Pregò mentre l’anima del Santo della Vergine veniva strappata e imprigionata, mentre il suo corpo ricoperto d’oro veniva conquistato dai papaveri dei Sogni.

“Tu che per anni hai tenuto gli occhi caparbiamente chiusi davanti al mondo, ora sei costretto a tenerli aperti” mormorò il Dio, osservando il corpo esanime eppur ancora vivo del Santo.

I fiori lo sostenevano, con gentilezza, ma negli occhi di Shaka era scomparsa ogni vitalità. Una croce cremisi sorreggeva il Santo a

mezz’aria.

Morfeo si avvicinò, i fiori che gentilmente si scostavano davanti al loro padrone. Un pendente in oro morbido, un fiore non più grande di un'unghia eppure splendidamente cesellato, gli apparve fra le mani.

Gentilmente lo depose sul collo di Shaka, nascondendolo.

“Ora tu sai la verità. Da lì sarai guida. Devi esserlo, tu che fra tutti gli uomini sei il più vicino ad un Dio... Devi!” esclamò,

prendendo il volto di Shaka fra le mani, cercando una risposta in quegli occhi muti.

Non poteva restare.

E scomparve, lasciando ai Santi di Athena un nuovo compagno da piangere.

Chi posso pregare, madre?

A chi posso chiedere perdono? Nessuno può salvarmi. Prego, prego che riesca ad essere guida. Perché senza di lui si perderanno.

E tutto sarà Notte.

 

Pianse Morfeo sul tetto della Sesta Casa.

Pianse nell’ascoltare le grida accorate dei compagni sopraggiunti.

Pianse nel ricordare il viso gentile di un fratello.

Pianse persino per la sorella che aveva perduto, senza mai amarla.

Pianse per sé stesso e pianse per i Santi di Athena.

 

***

 

Luogo: Santuario, Terza Casa.

Tempo: Sera, Primavera.

 

 I serici capelli biondi ricoprirono come un manto le dure pietre della Terza Casa. Con un gemito, il tibetano si rese conto del sangue che gli sgorgava dalle labbra. Sentiva la ferita profonda che gli pulsava al fianco, ferita che il suo cosmo dorato cercava in qualche modo di rimarginare.

O almeno, fermare il sangue che ne scivolava via.

Tossì mentre si rialzava, la mano destra che premeva sulla ferita e la sinistra che artigliava le mura in un vano tentativo di trovare

appiglio per tenersi in piedi.

Non voleva e non poteva credere a quel che stava vedendo.

Davanti a lui il Toro dorato resisteva, impavido. Lo proteggeva con la sua mole e il cosmo potente, lo proteggeva da quando erano entrati in quella casa.

Convinti di trovare dei compagni.

Saga rise, prima sommessamente poi sempre più forte, finché la sua risata non riecheggiò per tutta la Casa dei Gemelli.

I suoi occhi, nel nero della notte, ardevano come fiaccole. Verdi fiamme si mischiavano al rosso in quello sguardo. Fuoco e veleno.

E Tenebra.

Aldebaran fece una smorfia e un passo indietro, sopportando ancora la pressione del colpo di Saga. Se non fossero stati colti di sorpresa, Mu avrebbe potuto tentare di proteggersi con il Crystal Wall. Ma Saga non aveva dato loro materialmente il tempo.

E mentre un gemello attaccava il Toro delle Stelle, l’altro colpiva indisturbato l’Ariete. Due gemelli di tenebra.

Due risa, uguali.

Con una smorfia, il Gold Saint del Toro respinse definitivamente l’attacco, disponendosi poi a difesa del compagno ferito.

E’ un incubo. E’ questo che provò allora il maestro Sion? Aveva scorto queste identiche tenebre?

Mu scosse il capo, sconvolto da tali pensieri.

Quando aveva percepito il cosmo di Shaka spegnersi, sopraffatto da un potere ignoto nel quale aveva avvertito la potenza divina, il suo primo pensiero era stato correre alla Sesta Casa. I nemici erano già all’interno del Santuario, nonostante il suo indefesso presidio alla Prima Casa.

Sentiva di aver mancato in qualcosa, permettendo che quel cosmo ostile affondasse il suo potere fin nelle viscere stesse di quel

sacro luogo. Inutili erano state le parole di Aldebaran, lui sentiva sul capo il peso del fallimento.

E ora il Toro d’oro si ergeva come suo unico baluardo davanti a due santi che Mu credeva, come tutti gli altri, redenti.

Era corso fino alla Seconda Casa, e Aldebaran gli aveva detto che lo avrebbe seguito fin da Shaka. Ora lo proteggeva, smagliante in quel gold cloth, Toro dal corno spezzato.

Mu sentiva come non mai il peso della propria armatura sulle spalle.

La sola idea di una nuova guerra civile lo disgustava. Athena era scomparsa anche questa volta... chi li avrebbe salvati ora?

Saga sorrise tenebroso, passandosi una mano nei folti capelli ora neri come la notte. “Ingenui... ingenui. Non sareste mai dovuti

venire qui, poveri sciocchi.” disse con il sorriso sulle labbra.

Aldebaran aggrottò le sopracciglia, fissando il Saint dei Gemelli con le braccia conserte sul petto.

Kanon scoppiò a ridere, una mano mollemente appoggiata sulla spalla del gemello. Oro e tenebra che si fondono insieme.

“Mu” la calda voce di Aldebaran strappò il Santo dell’Ariete alle sue riflessioni.

“Pensi di essere in grado di combatterli?”

Aries si limitò ad un cenno del capo. Conosceva il senso nascosto di quella frase. Aldebaran non si stava riferendo al suo stato fisico.

Gli stava dolcemente chiedendo se era di nuovo in grado di combattere dei compagni. Quei compagni.

Dopo tutto quel che Hades aveva significato per ognuno di loro!

Fu sincero nella sua risposta. “Non lo so” sussurrò a fior di labbra, eppure percepiva anche il furore montare nel suo cosmo. Il placido ariete d’oro che nuovamente si risvegliava.

Ci sarebbero state altre lacrime di sangue? Questo Mu non era in grado di dirlo.

“Ma voi! Saga, Kanon!” urlò, facendosi avanti con spavalderia, fino ad affiancare il compagno. “Voi che avete già tradito e ricevuto il perdono...!”

Le parole gli morirono sulle labbra davanti al sogghigno rosso di Saga. “Ah certo. Abbiamo ricevuto il perdono della Dea Fanciulla... come se lei avesse mai significato qualcosa per noi!”

Kanon fece un passo, le mani strette a pugno. Mu riuscì a scorgere le ali intrise di sangue che lo avvolgevano. Ali potenti.

Ali divine.

“Nemesi...” sussurrò. La Vendetta era lì, a muovere Kanon come un burattino.

I Figli di Notte! Sono loro ad aver architettato tutto questo...come è successo con Death Mask. Vogliono farci combattere l’uno contro l’altro...?

La mano corse veloce ad appoggiarsi sul braccio di Aldebaran, intimandogli di rimanere in difesa.

“Saga, Kanon! Cercate di tornare in voi... non è vostra l’anima che parla in questo momento! Siete manovrati dalle divinità...”

Neanche questa volta ebbe tempo per terminare la frase. Avvolto nel cloth dei Gemelli, Kanon si era lanciato di nuovo contro di lui.

Aldebaran emise un grido strozzato quando vide il pugno di Gemini affondare nello stomaco di Mu, spingendolo lontano senza troppa fatica.

“Taci, Ariete. Sei tu burattino di una Dea insulsa!”

Il Toro si frappose di nuovo fra i due, bloccando le braccia di Kanon in una stretta infrangibile. Gemini ringhiò, cercando di divincolarsi.

Ma le mani grandi e solitamente gentili di Aldebaran gli stringevano gli avambracci, senza smuoversi di un solo millimetro malgrado i numerosi tentativi del Santo dei Gemelli.

Mu si rialzò esitante, incontrando lo sguardo irridente di Saga. Non c’era l’ombra di un Dio nel viso dell’altro Santo dei Gemelli.

Il ricordo, solo questo. Di antiche battaglie già vinte, di sofferenze che tutti ormai pensavano guarite. O in procinto di farlo.

Aldebaran lanciò lontano Kanon, che emise un leggero gemito quando una colonna fermò il suo volo. Eppure il cloth dei Gemelli lo

proteggeva.

Perché?

Perché continuava a proteggere qualcuno d’indegno?

Mu scosse la testa, tornando accanto ad Aldebaran. Avevano due sole scelte, sconfiggerli o...

Ma come potevano uccidere dei compagni? Quei compagni? Mu credeva in loro. E sapeva, chiaramente, che senza una volontà ferrea che aspirasse alla vittoria, non sarebbe riuscito a sconfiggerli.

Perire nel tentativo. Posò delicatamente la mano sul braccio di Aldebaran e sorrise tristemente. Non poteva immaginare compagno

migliore per quella battaglia. La sola presenza del Toro lo rassicurava con la sua mole e il suo immenso cosmo gentile.

Era una follia, ma gli avrebbe fatto guadagnare tempo.

Un attimo, e accanto ad Aldebaran non rimase che il residuo di un immagine, mentre con il teletrasporto Mu si spostava alle spalle dei gemelli.

Saga si voltò sibilando, pronto a colpirlo con furia cieca.

Ma si scontrò con la difesa di Mu. Il Crystal Wall si ergeva attorno a Saga e Kanon, stringendoli in una gabbia trasparente.

Con rabbia Kanon spiegò quelle ali che non gli appartenevano, volteggiando e colpendo il muro di cristallo più volte. E ogni volta

veniva respinto.

Mu udì chiaramente il grido di disappunto della Dea, imprigionata.

Sapeva che quella  prigione non avrebbe retto a lungo.

Tempo. Tempo.

Aveva bisogno di tempo.

Poi un grido lancinante risuono per tutto il Santuario, con la forza di un tuono inarrestabile. Le Dodici Case tremarono fin dalle