Le lacrime di Kanon

 

 

 

 

Sono stato creato in un luogo buio.

Non ho mai posseduto veramente la luce, nemmeno per un attimo, da quando sono nato.

Il freddo in seguito, è andato ad insidiarsi dentro al mio cuore, come un piccolo secondo muscolo vibrante di dolore.

Le sue punte affilate a fredde si conficcavano sempre più dentro di me, lasciando solo delle dolorose fitte ad ogni respiro.

La prima cosa che ricordo sono gli occhi di mio fratello, due occhi come i miei.

Tutto nella sua immagine mi lasciava inquieto, senza fiato ogni volta che sentivo il suo sguardo uguale al mio e la sua voce uguale alla mia, muoversi nello spazio intorno a me.

Sentivo la sua essenza anche dentro di me, in quello che poi avrei scoperto essere il mio cosmo.

Era una cosa ingombrante, una cosa che mi torturava.

Avrei voluto stringerlo, stringerlo e stringerlo, così forte da farlo scomparire dentro di me, come una goccia d’acqua che si mischi al mare.

Avevo paura di quella nostra essenza strana, quasi trascendente.

Non avevamo un padre o una madre che ci potesse educare in modo tale da farci sviluppare una nostra identità specifica.

Sebbene fossimo nati e cresciuti, non ci eravamo in realtà mi divisi del tutto, noi frutto di un’unica combinazione di vita.

Sentivo nel cuore la necessità di capire dove iniziassi io e dove finisse lui.

Ma era impossibile per noi.

Ci crebbero nel culto della Dèa, sotto la luce delle stelle e nessun altra. Eravamo nati nella calda oscurità del brodo primordiale ed ora stavamo crescendo nella fredda luce degli astri.

Era un percorso oscuro, un’oscurità cullante fin là dove le nostre menti andavano perdendosi.

L’infinità dell’universo si restringeva alle nostre figure speculari.

Il nostro maestro una volta ci disse questo:

-Voi siete parte di un’unica cosa; siete speciali proprio perché esistete due volte.-

Credetti alle sue parole, e sbagliai.

La mia mente ed il mio cuore esultarono per quella menzogna, una menzogna che ci rese felici.

Quello che non sapevamo è che alla fine, quel tutt’uno si sarebbe scisso inesorabilmente e nel modo peggiore possibile.

Ma quello sarebbe successo solo in seguito.

Quando raggiunsimo l’età canonica, io e la mia immagine fummo posti dinnanzi all’inesorabile verdetto degli dèi: uno sarebbe stato benedetto dalla Dèa e l’altro sarebbe precipitato nella solitudine e nel freddo baratro della rassegnazione.

Ricordo ancora lo sguardo del mio gemello gettarsi nel mio come volesse tuffarcisi dentro e non uscirne più.

Il mio cuore perse un battito e capii in quel preciso istante che io e lui eravamo davvero diversi. Da quel momento non saremmo più stati uno ma due.

Vidi mio fratello mettersi a piangere colto dalla stessa folgorazione e persi definitivamente la speranza.

Eravamo sempre stati un solo spirito, come avremmo potuto sopravvivere separati? Come avremmo potuto anche solo respirare senza avvertire nel sonno o nella veglia il battito dei nostri cuori dipanarsi nell’aria nello stesso istante?

Nemmeno le stelle riuscivano più a consolarci, nemmeno le parole del nostro maestro potevano condurci nuovamente alla felicità.

Forse fu in quel periodo che il mio specchio iniziò ad incrinarsi.

La sua lucidità divenne opaca e non parlava nemmeno più.

Sentii il mio cosmo pian piano venire respinto dal suo provocandomi un profondo dolore alle carni.

Capii allora che stava tentando di cancellarmi, per non sentire più la mia mancanza.

La mia vita però anelava ancora a tornare un tutt ’uno con la sua e questo non faceva altro che spingerlo maggiormente a tentare di allontanarmi.

Una sera andai da lui me cercai di parlargli:

-Saga guardami ti prego. Non allontanarmi da te! Io sono te e tu sei me, non posso resistere a lungo senza il nostro legame.-

Lo dissi dal profondo del cuore, lasciando che le stelle mi facessero da cassa di risonanza, il mio cosmo che si espandeva verso il suo.

Ma lui non mi rispose, semplicemente lasciò che il suo flusso di energia si lanciasse contro il mio, producendo un violento stridore, tanto che le orecchie presero a sanguinarmi più copiosamente dello scorrere di un fiume.

Sentii il mio riflesso sul mondo venire verso di me e caddi a terra, svenuto.

Feci dei sogni strani, deliri di colori e forme che andavano a fondersi gli uni con gli altri, suoni violenti e urla, dal profondo di me stesso.

Poi accadde una cosa che non avrei mai creduto potesse:

La Dèa mi apparve, in mezzo al chaos, portando la pace ed il silenzio.

Mi avvicinai mentalmente alla sua immagine e le dissi:

-Mia Signora, perché il tuo volere ci ha portato sulla strada del dolore e delle disperazione? C’è forse qualcosa nella nostra essenza che ti ha offesa?-

Le mi guardò, sebbene non avesse occhi e mi rispose:

-Non c’è nulla di sbagliato in quello che sta accadendo. Le cose del mondo non sono mai semplici e l’unica strada per l’unione rinnovata è la separazione. Non temere piccolo figlio dei Gemelli, la vita è come una spirale: tutto ritorna alla sua origine.-

Non si può certo dire che per un bambino fossero parole facili da comprendere, ma il senso di sollievo che mi colse fu più eloquente di mille significati.

Nel mio oblio la figura senza forma della Dèa mi carezzò il capo in un gesto così dolce che le lacrime scorsero sulle mie guance persino nel sonno; quando mi svegliai infatti passandomi un dito su una guancia sentii che era bagnata.

Al mio risveglio non trovai più mio fratello.

Il panico mi serpeggiò nelle vene con la stessa violenza di un fiume in piena e per un attimo persi la lucidità.

Non ero mai rimasto solo, senza di lui, da che ne avessi memoria.

Balzai giù dal letto con una foga tale che caddi sbattendo il viso sul marmo ed un labbro mi si ruppe nell’impatto.

Il sangue mi colava lungo il collo, ma ero così terrorizzato che nemmeno me ne accorsi.

Attraversai di corsa le lunge stanze del nostro tempio, le colonne che ululavano sotto i colpi del mio cosmo che usciva da me senza controllo.

Ebbi la sensazione di stare precipitando, sebbene i miei piedi toccassero saldamente il terreno.

Avevo paura, una paura così totale che nemmeno saprei darle un nome ben definito.

Finalmente raggiunsi l’uscita e, sull’orlo dello strapiombo che dava sul mare, vidi mio fratello.

Il suo corpo, la sua intera figura era completamente bagnata, il vapore dell’acqua che saliva al cielo era illuminato dalla cortina azzurra del suo cosmo, così gelido da non avere nessuna espansione.

Mi parve una figura completamente estranea e le lacrime presero di nuovo a scendere.

Credo che in quel solo giorno, tutte le mie lacrime si siano prosciugate.

Mi avvicinai a lui, correndo senza quasi respirare da tanta foga ci misi.

Era completamente bagnato, come già dissi, dalla testa ai piedi.

In casa nostra avevamo un locale bagni grandissimo, che consisteva in sostanza di una piccola area unicamente composta da tre cascatelle d’acqua e in contrasto una enorme polla d’acqua, così grande da sembrare che la casa intera fosse stata costruita intorno a quello che un tempo era un lago.

La mia mente ebbe la completa consapevolezza di quanto mio fratello fosse ormai fuori di sé in quell’istante; doveva essere entrato nell’acqua completamente vestito.

Ero in quel momento a circa dieci passi da Saga, mentre ancora lui osservava con sguardo vuoto il mare alla sua destra.

Non sapevo bene cosa fare poiché sebbene io possa sostenere che mio fratello era certamente sconvolto, di certo anche la mia mente non era in buono stato.

Come tengo a ricordare, eravamo solo due bambini, non avevamo praticamente nulla, se non fragili convinzioni sul nostro destino che ormai si erano inesorabilmente infrante.

Da quelle nostre speranze vane si sollevava tra i loro cocci un odore di antico e fiori secchi, che a nulla faceva pensare se non alla pesante nostalgia di qualcosa perduto per sempre.

Sentivo che il terreno cercava di trascinarmi al suo interno, rendendomi stranamente pesante.

Ad un tratto gli occhi spenti della mia immagine riflessa si puntarono su di me, guardandomi attraverso, come non fossi nemmeno dinnanzi a lui.

-Saga…-

Provai a chiamarlo, ma non mi giunse alcuna risposta.

Passarono alcuni secondi di immobilità, poi una sua mano gocciolante si sollevò nella mia direzione.

Due dita puntarono verso l’alto e accadde qualcosa che non mi sarei mai aspettato.

Il suo cosmo insorse contro il mio, sollevando dapprima la polvere dal terreno, poi intere zolle, che iniziarono a urtarmi e poi a ferirmi, facendomi sanguinare sempre più copiosamente.

Non riuscii a muovermi.

Mio fratello stava tentando di uccidermi.

I suoi occhi gelidi rimasero testimoni del fratricidio che stava compiendo e non una sola emozione trasparve da essi.

Sentii che l’ulna ed il radio del braccio sinistro si erano fratturati ed al mio cervello si trasmisero impulsi di dolore così lancinanti che iniziai ad urlare.

Caddi in ginocchio ed una zolla più grossa delle altre mi colpì in pieno volto, fratturandomi il naso.

Mi portai la mano destra al volto, sentendo il sangue che mi colava attraverso le dita.

Ad un ulteriore colpo sputai due denti.

Sentii il cosmo di mio fratello aumentare di espansione e con essa di intensità.

L’unica cosa che la mia mente pregna di dolore seppe formulare fu:

-Ora muoio.-

All’improvviso sentii un boato provenire dallo stradello che collegava una ad una tutte le nostre dimore e qualcosa dentro la mia mente avvertì che forse c’era ancora speranza.

-Saga adesso basta!-

La voce del mio maestro tuonò nell’aria con la stessa potenza di un fulmine che si abbatta sul terreno.

Avvertii i due cosmi scontrarsi nell’aria e, come ovvio, quello di mio fratello cedette quasi subito sotto i colpi di quello del nostro mentore.

Saga era sempre stato più forte di me, ma di certo non poteva reggere il confronto con quello di un Cavaliere.

Nel momento in cui percepii che la mia vita era davvero salva, sollevai lo sguardo e quello che vidi non credo lo scorderò mai.

Mio fratello era a terra, appoggiato contro una delle rocce che ricoprono il terreno. Lo sguardo perso nel vuoto non era per nulla cambiato, l’unica cosa che faceva la differenza era una ruga che gli solcava il volto, esattamente nel mezzo della fronte. Pareva un grosso taglio, da tanto era profonda. Aveva le unghie delle mani conficcate nei palmi e piccoli rivoli di sangue colavano lentamente da essi.

Il suoi denti si strofinavano gli uni contro gli altri per la tensione nervosa che sentivo fuoriuscirgli dal corpo, producendo un rumore stridulo, come quello di un meccanismo che sebbene arrugginito tentasse ancora di muoversi.

Era pallido come un cadavere, così tanto che pareva quasi di poter vedere attraverso la sua pelle le vene ed i muscoli sottostanti.

Scoprii poi nel corso degli anni che quello che tecnicamente si definisce “Effetto diafano” è una conseguenza dell’utilizzo errato del proprio Cosmo: se lo si fa scorrere con troppa violenza dentro il fisico il flusso di energia danneggia lo strato superiore della pelle.

Anche per questo motivo noi necessitiamo di un maestro che ci insegni non solo ad acquisire forza ma anche il necessario controllo per gestirla.

Comunque sia, all’epoca la cosa mi sconvolse parecchio, poiché invece che avere davanti mio fratello, mi parve di avere dinnanzi un fantasma.

Rimasi inginocchiato nella stessa posizione in cui mi aveva costretto mio fratello, ormai incatenato dalla sua visione dinnanzi a me.

Il nostro maestro mi sfiorò una spalla e solo allora riuscii a distogliere lo sguardo.

-Kanon, stai bene?-

-Sì…-

Vidi gli occhi grigi dell’uomo al mio fianco e per la prima volta notai una cosa: sebbene non ci fosse paragone tra il Cosmo di Saga e quello del Maestro, a quest’ultimo mio fratello aveva tagliato tutti i capelli. Non erano più quella lunghissima cascata scura, ma solo qualche centimetro di lunghezza.

Quello che tutti sanno è che mio Fratello arrivò ad ereditare l’armatura sacra e credo che anche certi piccoli segnali come quello furono determinanti nella scelta da parte degli Dèi.

Quello che gli Dèi non sapevano, però,  era l’uso sconsiderato che mio fratello avrebbe fatto della sua forza.

Il mio Maestro mi rimise in piedi, stando attento a non urtarmi il braccio rotto, ormai gonfio e di un brutto colore violaceo.

Mi sentivo davvero stanco. E triste. Profondamente triste.

-Maestro, mio fratello…-

Chiesi con un filo di voce.

-A lui penso dopo. Adesso fatti accompagnare dal medico.-

Ci incamminammo lungo il sentiero che conduceva fino ai piedi del promontorio dove sorgevano le dodici case; io zoppicavo, perciò spesso al mio maestro toccava il compito di sorreggermi.

Oggi mi vergogno della stato in cui mi trovavo, ma all’epoca erano altri i miei pensieri ed ero grato per il suo aiuto e la sua comprensione.

La città sottostante alla collina era come un luogo fuori dal tempo.

Le case erano di pietra in stile greco, così come pure le strade ed i costumi.

Ci avviamo verso un vicolo periferico in cui si trovava l’edificio dove i medici visitavano i pazienti.

Era di un marmo rosso e verde, di una tale tonalità che l’edificio stesso dava l’idea di qualcosa di malato.

Dovettimo aspettare per circa cinque minuti, poi mi fecero sdraiare sopra una specie di chaise long lignea,  avvolta in una stoffa color porpora leggermente imbottita. Mi sentii stranamente rilassato, forse per via della piacevole sensazione di morbido che avvertivo.

Il dottore lo conoscevo, ce n’era uno solo che poteva visitare noi novizi, il suo nome era Ulimaco.

Avrà avuto circa sessant’anni, alto e  dal fisico asciutto.

Ulimaco mi si avvicinò con un sorriso.

-Buon dì Kanon. Vedo che il tuo maestro non è stato per nulla clemente con te oggi.-

A quei tempi era normale amministrazione che i novizi si presentassero nelle mie condizioni davanti al medico per via dei duri allenamenti che si praticavano.

Adesso il Gran Sacerdote ha modificato un po’ le cose, quindi gli allevi hanno più respiro e meno danni fisici.

-Sì dottore, in effetti sono stato parecchio sbadato oggi.-

Gli risposi.

Di certo non avevo nessuna intenzione di contraddirlo.

Ulimaco mi fece un sorriso comprensivo e si mise a preparare i rimedi per il braccio e la faccia.

Il forte profumo di erbe medicinali mi entrò nel naso e ad un tratto quel loro odore pungente mi rese nuovamente consapevole della situazione, strappandomi dal mio momentaneo stato di sospensione. Le lacrime nuovamente caddero, sebbene i miei lineamenti rimasero congelati.

-Piangi pure, capisco che le ferite facciano male.-

Mi disse con voce placida il medico.

Il mio maestro invece mi lanciò uno sguardo triste, capendo appieno le mie motivazioni.

Ulimaco mi cosparse il braccio di olio di calendula per sfiammarlo e lo avvolse in una garza di seta molto spessa, fermandolo con una stecca. Mi mise lo stesso unguento sul viso e mi ispezionò i danni all’interno della bocca.

-Per il braccio di vorrà un mese, mentre per i denti non preoccuparti; sei ancora un bambino, avresti dovuto perderli comunque.-

Il mio maestro mi mise una delle sue grandi mani ruvide su una spalla ed in quel momento mi sentii stranamente perso.

Appena usciti dell’edificio tornammo verso la strada ed il mio mentore mi disse:

-Kanon per tua sicurezza suggerirei che stessi da me per stanotte. Devo andare a prendere tuo fratello e sinceramente non mi fido a lasciarti con lui da solo.-

Mi voltai e lo guardai in volto.

-Ma Maestro e voi dove starete?-

-Rimarrò nella Casa dei Gemelli per stanotte, con tuo fratello. Tu cerca di riposare.-

Mi accompagnò fino a casa sua, sempre tenendomi per un braccio.

La sua dimora era una piccola casa color terra, dalle pareti fresche.

Aveva solo pochi mobili : un letto, un piccolo spazio per cucinare e un armadio di legno di noce.

Mi guardai attorno, quasi confortato da quella semplicità che permetteva alla mia mente stanca di staccarsi da tutto ciò che conosceva.

-Perdonatemi, ma voi non dovreste vivere nelle dodici case come gli altri maestri?-

Mi uscì questa domanda all’improvviso, scoprendo per la prima volta l’interesse per un altro essere umano che non fosse mio fratello.

Lui mi osservo per un attimo in silenzio con quei suoi occhi azzurri, poi mi disse:

-Volevo qualcosa che fosse solo mio. Mio e di nessun altro.-

Mi sentii emozionato, lui mi stava aprendo il suo cuore anche se solo un pochino.

Non sapevo nulla di lui e, come scoprii negli anni, non seppi mai nulla più di così.

Mi fece sdraiare sul letto, il soffice manto della coperta mi avvolse.

Il mio maestro sorrise e mi disse:

-Ora riposati Kanon. Dormi e non pensare a nulla.-

Trascorsi una notte solitaria; non riuscii a chiudere occhio se non quando la stanchezza ed il dolore ebbero la meglio sulla mia volontà.

Non sognai nulla, ricordo solo che ad un tratto mi sentii sollevare e mi calmai.

Mi sentivo a casa.

Non capii se fosse stata la grazia degli Dèi a benedirmi nel riposo oppure la mia mente che mi dava una piacevole illusione.

Comunque sia, quel momento di pace non lo scorderò mai, perché sarebbe stato l’ultimo concessomi fino ad oggi.

Avvertii lo scricchiolio sommesso della porta che scivolava sui cardini.

Poi un balzo e la mia mente tornò nell’oblio.

Mi svegliai percependo una strana sensazione di salmastro, come se fossi sulla spiaggia, in riva al mare. Ma la sensazione dura del terreno non era certo paragonabile alla soffice consistenza della sabbia.

La vista era un po’ appannata, non percepivo chiaramente l’ambiente che mi circondava.

Mossi una mano e sentii una delle mie nocche sbattere contro qualcosa; il suono metallico che ne scaturì mi fece completamente spalancare gli occhi.

Sbarre.

Sbarre di un metallo arrugginito erano davanti a me e per un attimo avvertii un senso di vertigine.

Mi sporsi oltre di esse ed al di sotto vidi le onde del mare che si infrangevano quiete contro la scogliera.

Iniziai a tremare.

Dov’ero? Perché mi trovavo in quella…prigione?

Mi voltai indietro e vidi una pesante porta di legno di noce incastonata nella roccia, sostenuta da pesanti cardini di ferro.

Mi alzai in piedi con fatica; non ero stabile per via del tremore che si era impossessato di me.

Raggiunsi la porta ma per quanto cercassi di smuoverla non si muoveva di un millimetro. Non riuscivo ancora ad utilizzare il mio Cosmo in quelle condizioni, ero troppo malmesso.

La mia mente continuava a correre ad una velocità tremenda, non sapevo proprio cosa fare.

Mi voltai di nuovo verso le sbarre. Un vento gelido raffreddava la pietra intorno a me e cominciai a perdere la sensibilità alle mani.

Ad un tratto mi apparve quella che io credetti essere una mia visione: mio fratello, con le mani ben salde sulle sbarre che mi guardava dall’esterno.

-Saga…!-

Era ancora bianco come un cadavere ma i suoi occhi brillanti erano ben piantati nei miei.

Allungò una mano verso di me senza dire nulla e mi sfiorò una guancia.

-Saga perché sono qui?-

Chiesi, ma lui rimase in silenzio, ritraendosi un po’ dalle sbarre.

Osservò ancora un po’ la mia figura, come se la vedesse per la prima volta.

Poi mi sorrise. Un sorriso tagliente che non faceva trapelare altro se non distacco.

-Sei qui perché devi morire.-

Le gambe mi divennero molli all’improvviso e caddi in ginocchio davanti a lui.

Il battito del mio cuore accelerò ed iniziai a sudare.

Morire?

Perché dovevo morire?

I miei pensieri erano come un uccellino intrappolato dentro una stanza chiusa, impazziti perché volevano uscirne assolutamente.

Mio fratello voleva uccidermi. Mi voleva morto.

Credo che se avessi potuto mi sarei messo a piangere, ma le lacrime non uscivano. Solo il volto mi si deformò dal dolore.

Mi aggrappai stretto alle sbarre e volsi lo sguardo verso Saga, che mi guardava con aria di compiacimento.

-Fratello perché vuoi uccidermi?-

Non so come, ma trovai la forza di chiederglielo.

Sapevo però che la risposta non era il mio scopo principale; semplicemente dovevo esprimere a parole il mio dolore o sarei scoppiato.

Lui emise un lungo sospiro di compatimento, come se la risposta a quella domanda fosse estremamente scontata.

-Kanon ma davvero non capisci? Non potremo mai stare insieme. Il nostro destino è un altro.-

-E quindi hai deciso di uccidermi? Ma così davvero non potremo più stare insieme!-

Lo urlai quasi, ma lui non si compose. Quello che invece mi disse fu:

-Se non puoi essere la mia metà, allora tanto vale che tu non esista più.-

I miei occhi si spalancarono.

Un fulmine mi squarciò la mente e finalmente capii che la sua non era altro che disperazione.

Mio fratello aveva perso la testa perché sapeva che ci avrebbero separati, che il destino ci avrebbe separato.

Stavolta le lacrime scesero lungo il mio viso e mio fratello ne raccolse una con un dito.

Lo osservai stupito e lui mi sorrise, stavolta con calore.

-Addio Kanon. Ci rivedremo nell’Ade.-

Il fiato mi si mozzò in gola, mentre lui si voltava per andarsene.

Voleva davvero lasciarmi morire lì.

Voleva uccidermi.

-Nooooo!-

Urlai e strepitai attaccandomi alle sbarre con tutta l’intenzione di sradicarle dalla roccia, ma ovviamente era impossibile. I palmi delle mani presero a sanguinarmi ed il braccio rotto urlava tutte le sue rimostranze contro la mia insensatezza.

Continuai su quella linea per due o tre ore, poi crollai per la stanchezza e per il dolore.

Rimasi in quella stanza per circa tre giorni senza bere né mangiare e mi domandai se davvero sarei morto. La salsedine mi disidratava ancora di più del dovuto.

Sentivo che il braccio cominciava a mostrare segni di un ulteriore peggioramento per via dell’umidità che regnava in quel luogo.

In alcuni momenti ho desiderato davvero morire.

Vorrei essere stato più forte, avrei volto poter combattere per la mia vita.

Sinceramente però in quei momenti davvero non ce la facevo.

Che fine aveva fatto il mio maestro?

Perché non mi aiutava?

Perché dovevo essere così solo?

A quel punto dentro di me nacque un profondo risentimento che piano piano diventò odio.

Rabbia.

Tanta, profonda rabbia.

Quello che spesso ci sia spetta di sentire è un lieto fine.

Qualcuno che ti salva, che viene a sorreggerti.

Qualcuno che chiede perdono.

Ma di certo questa storia non è quel genere di favola.

Mi salvai, mi liberai dalla prigionia ma solo per un caso fortuito perché altro non è stato se non quello.

Nessuno mi amava più, il mio mondo non esisteva più.

Persi il mio cuore dentro il fuoco del dolore.

 

 

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-Kanon! Vieni dentro fa davvero troppo freddo!-

-…-

-Kanon mi ascolti? Mai una volta che mi dai retta…-

-Non sbuffare Saga, sai che non è davvero il caso.-

-…-

-…-

-Sì, lo so. Ma adesso rientra che la cena è pronta!-

-Va bene, va bene…-

 

 

FINE