Le parole di un maestro.
Dedicata a Milo, e al suo maestro Meride in un giorno speciale.
E’ freddo e buio questo luogo, così solitario.
Qui ogni cosa sembra indistinta, ovattata. Persino il dolore di questa tremenda battaglia e di tutte quelle passate, e i tormentosi dubbi qui non sono che sensazioni vaghe e sfumate.
È questo l’abbandono della morte?
O è solo una fase transitoria e fra poco svanirò per sempre, ricordi, rimpianti, speranze, insieme alla consapevolezza di essere mai stato un uomo chiamato Milo?
Ah se fosse davvero così. Se fosse davvero così.. perché anche così lontano il dolore rinnovato della perdita di Camus, quel dolore che già una volta mi ha quasi annientato, mi lacera il cuore e la mente.
Dove sei mio fratello e compagno? Ti ho perduto per sempre in questa definitiva morte? Sono condannato a struggermi per sempre nella mancanza di te?
Dopo la battaglia lungo le dodici case dello zodiaco ero tornato lentamente a vivere, sempre conscio della tua mancanza, del fatto che nell’undicesimo non sarebbe più brillata per me la gelida stella del nord.
Ero tornato a casa tua, insieme al tuo allievo e carnefice, al quale non ho mai portato rancore, per sistemare e mettere via le tue cose già in perfetto ordine; avevo ripreso quei tre scorpioncini di pezza, te li ricordi?, il mio buffo regalo di compleanno per te, del quale avevamo tanto riso insieme…
Facevano uno strano effetto posati sul tuo scrittoio, insieme ai tuoi numerosi libri perfettamente tenuti, ai tuoi quaderni fitti della tua grafia precisa, ai pochi oggetti semplici e raffinati che ornavano la tua vita.
Sapendo che non ti saresti più seduto lì, a scrivere, a leggere o a farmi la predica per le mie maniere insolenti, non mi ero sentito di lasciarli soli e li avevo riportati all’ottava casa.
Mi hanno fatto compagnia nei giorni interminabili della mia solitudine.
Mi dispiace immaginarli ora, abbandonati nel santuario che non ci vedrà più tornare. Ho l’impressione che anche loro debbano sentirsi soli, come me.
Come ti senti anche tu, forse.
Che desolazione.
Avevo sperato di ritrovarti, che scontata una vita di sacrifici al servizio di ciò in cui entrambi credevamo, ci sarebbe stata concessa se non l’eternità almeno la gioia di scomparire insieme, di diventare un’unica cosa nella luce e nella memoria.
Avevo sperato di rivedere il mio maestro, l’uomo che mi fu padre, amico, amante.
La mia prima nel mondo degli uomini e in quello dei santi. Il mio primo dolore.
E invece c’è solo questo nulla indifferente di sfocate illusioni e memorie sfuggenti.
Eppure attraverso la nebbia che vela le mie sensazioni un tiepido alito di brezza mi raggiunge e mi circonda in un abbraccio.
Sento una mano da lungo tempo immobile accarezzarmi esitante i capelli, non più avvezza all’antico gesto d’affetto che accoglieva le confessioni pentite delle mie marachelle infantili.
“Maestro?”
E la sua voce è una carezza sulle ferite del mio cuore:
“Sono così orgoglioso, Milo. Il mio ragazzo è diventato un uomo, un uomo coraggioso e forte, e un santo fedele. Ma soprattutto un uomo capace di accettare con dignità il dolore che la vita porta, insieme alla gioia”.
“Sei venuto a prendermi, maestro?”
Ti prego, ti prego, il balsamo delle tue parole ha calmato il mio animo ferito, ma non basta.
Non mi lasciare adesso perché non mi sento ne coraggioso, ne forte.
Sono ancora il bambino spaventato che ti portarono anni fa perché tu ne facessi un sacro guerriero. Sono di nuovo solo, come ero allora, perché Camus non è qui con me adesso.
“Sono venuto a salutarti Milo, a dirti ancora una volta che ti voglio bene, e a ricordarti che l’amore non finisce laddove gli amanti si perdono….
Non senti? Atena ti sta chiamando, sta chiamando tutti i suoi fedeli guerrieri. Torna nel mondo della luce anche per me, Milo, e non dimenticarmi, così come io non ti dimentico”.
Il suo abbraccio stretto intorno alle spalle è l’ultima cosa di lui che sento. Mi aveva abbracciato allo stesso modo in una pallida alba d’autunno di tanti anni prima, quando l’isola di Milo era ancora tutto il mio mondo e non sapevo che non l’avrei più rivisto.
Sento ancora il calore delle sue forti braccia e le lacrime che avevo versato allora rigarmi il viso, quando riprendo coscienza del mio corpo e del sole caldo sulla mia pelle.
Apro gli occhi e la prima cosa che vedo sono i miei fratelli, quelli avevano condiviso con me la malinconia dei sopravvissuti e quelli che se n’erano andati lasciandoci il vuoto delle loro assenze.
Vedo Camus, che si riprende lentamente a un solo passo e a una vita da me.
Ha gli occhi aperti e non osa incontrare il mio sguardo.
L’amore non finisce laddove gli amanti si perdono…
Allungo una mano e stringo forte la sua, e il sorriso timido e trionfante che mi rivolge e che rispecchia perfettamente il mio è la sola ricompensa che io possa desiderare per il resto della mia vita e oltre.
Grazie per le tue parole Meride, grazie per essere stato ancora una volta il più saggio dei maestri.