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UN FUOCO E UN BAMBINO

Il sogno di Esmeralda

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Mi sento fluttuare, impalpabile e invincibile nell’aria che non è mai stata così leggera su questa isola. Guardo con un senso di distacco quello che era il mio corpo, ancora sanguinante nella polvere.

So cosa significa “morire” e so che è quello che mi è appena successo.

So che la mia morte deve essere stata terribile, a giudicare da quello che vedo.

Eppure non conservo alcun ricordo del dolore e dei miei sentimenti umani.

La terra riarsa dal sole e dal mare che non genera nulla si è mischiata al sangue, macchia quella che era la mia pelle e il viso striato di lacrime del ragazzo che stringe il mio corpo.

Chi è questo ragazzo?

Sento per lui una tenera tristezza che non riesco a provare per me stessa. Sono certa di avere conosciuto il suo nome, sono certa che le sue braccia coperte di cicatrici hanno stretto dolcemente le mie membra altre volte prima di ora.

Rammento vagamente il calore del suo abbraccio e la sensazione delle sue labbra sulle mie.

Vorrei dirgli di non piangere e di non provare dolore per me, perché io non ne sto provando, ma so che non c’è modo in cui possa sentirmi, così dopo avere aleggiato di fronte a lui per un poco lascio perdere e mi sollevo per guardare la costa.

Osservo il mare: la scia di luce che il sole tramontando lascia sull’acqua sembra un sentiero che mi invita a seguirlo.

Un senso di nostalgia mi assale improvviso: voglio andare altrove, in un altrove che si può raggiungere solo seguendo questa luce; non ho idea di come avvenga, ma d’un tratto so che ho provato questa nostalgia per tutta la vita.

Sulla collina il ragazzo che stringeva il mio corpo indossa un’armatura e adesso è un uomo e avvampa di un potere che mi farebbe tremare se ancora avessi un corpo mortale.

Senza guardarmi indietro volo via con il sole che affonda nell’oceano.

Non so se il mio viaggio duri un’ora un giorno o mille anni.

Mi sembra di essere solo luce e suono mentre mi immergo in tutti i colori del mondo e posso sentire come un unico canto possente la voce degli uomini e della terra.

Sono qualsiasi cosa e persona nel medesimo istante: cammino a piedi nudi in un campo di fiori e sento il tepore del sole e il fresco della pioggia sulla pelle, ascolto il vento cantare fra le dune di un deserto e il rumore soffice della neve che cade in un bosco, mentre un fuoco caldo e accogliente scoppietta in un camino.

Mi soffermo su questa sensazione.

Intorno a me si materializzano un morbido tappeto su cui giocano un cane e un bambino. Li guardo e mi sento traboccare d’amore per loro, per questo luogo che profuma di vino caldo speziato, e per l’uomo che sprofondato in un divano tende un braccio per stringermi, facendomi cadere accanto a lui.

“Questo è il sogno del tuo paradiso Esmeralda?” mi sento chiedere.

E’ una voce di donna, piena e profonda.

Tutto il mio essere vibra in risposta alla sua presenza.

Capisco che questa creatura non è un semplice spirito, ne il povero fantasma di un essere umano alla ricerca di un sogno in cui smarrirsi.

Sto per chiederle chi è, ma scopro che non è necessario.

La stessa coscienza che mi ha spinto ad allontanarmi dal luogo in cui giaceva il mio corpo mi suggerisce che sto sperimentando la vicinanza sconvolgente e totalizzante di una divinità, e non una qualsiasi, ma la  divinità a cui in vita sono stata fedele… la dea nel cui nome mio padre mi ha uccisa per fare del suo allievo un cavaliere.

Ricordo e consapevolezza si fanno un'unica cosa: dovrei essere travolta dal dolore, e lo sento davvero adesso, lo avverto in ogni fibra di ciò che sono ora, più vasto e incommensurabile di quanto sia stato nel momento in cui sono stata colpita e la mia vita si è spezzata.

Eppure non vengo spazzata via; la comprensione che mi illumina è così grande da abbracciare e dare un senso anche al male.

Mi trovo ancora nella stanza con il camino, ma a questo luogo si sovrappone l’immagine  un’isola rocciosa dominata da un vulcano.

L’uomo che mi abbracciava e che adesso solleva il bambino facendolo ridere e girare nell’aria è anche l’uomo che brucia di un odio disperato e feroce davanti a una semplice croce di legno.

So, adesso so che doveva accadere. Che la mia morte era necessaria, perché la mia vita spegnendosi come una candela incendiasse il grande fuco del potere dentro Ikki, facendo di lui la Fenice di questa era.

Perché quando verrà il momento solo la forza di una Fenice potrà contrastare il più potente e oscuro degli dei.

La mia morte era necessaria perché Ikki potesse avere in futuro il coraggio e la forza di uccidere l’unico altro amore della sua vita, e salvare l’umanità e il mondo da una notte senza fine.  

Dovrei essere fiera: nella mia breve vita non ho potuto fare molto, ne decidere per me stessa.

Ho potuto solo amare le persone che ho incontrato e soffrire per l’ingiustizia del loro destino. Nonostante questo la mia semplice esistenza ha avuto uno scopo tanto importante come risvegliare l’essenza di un eroe.

Ma invece di sentirmi orgogliosa sono consapevole solo di un dolore più sottile e di una rabbia enorme che sale a devastare tutto ciò che è rimasto di me.

Perché ora so anche questo: che il bambino in braccio a suo padre della mia visione non è solo il povero sogno di un fantasma, ma un grumo di sangue e carne nella terra, nel ventre ormai freddo di una madre che non potrà mai darlo alla luce. 

Vorrei avere lacrime e possedere ancora occhi con cui piangerle, per questo mio figlio di cui non conoscevo l’esistenza e che non vivrà mai.

Mi sento vacillare davanti all’enormità di una simile perdita: io ho vissuto, soffrendo è vero, e solo per morire in un modo terribile, ma ho vissuto e ho amato.

Mio figlio no!

Non potrà crescere, nessuno gli farà mai del male, non sperimenterà la tristezza della solitudine e dell’abbandono… ma non potrà nemmeno ridere, imparare a camminare stringendo la mia mano, giocare con suo padre e diventare un uomo.

Se io ed anche Ikki non siamo nulla davanti al futuro del mondo, cosa è mai questo mondo e questa umanità indifferente davanti alla vita di mio figlio?

Perché hanno il diritto di essere salvati, buoni e malvagi, neonati e vecchi, e il mio bambino non potrà avere nemmeno un nome e un posto nella memoria e nel cuore di suo padre?

“Un fuoco e un bambino, Esmeralda” è ancora la voce della dea a parlarmi, e stavolta il suono della sua presenza non riesce a colmarmi, “un fuoco e un bambino… puoi vivere il tuo sogno, restando nel tuo paradiso per sempre. Ti scorderai di tutto il resto e saprai solo vivere il sogno di un fantasma dal quale non ti risveglierai mai”.

Puoi….

Non “devi”, non “sarà così”.

Non mi da nessuna certezza questa dea, ma mi sta offrendo per la prima volta una possibilità.

La desidero?

Desidero conoscere l’alternativa e scoprire che anche se mai mi fosse stata data una scelta nella vita non sarei stata capace di compierla?

Lei sente la mia esitazione: “…oppure puoi continuare a restargli accanto. Il tuo sogno di calore svanirà, e nonostante questo lui non saprà mai che sei ancora qui; invocherà il tuo nome e tu non potrai dargli nemmeno un segno. Si perderà percorrendo la più buia delle strade per tornare nella luce”.

Una tempesta mi scuote a queste parole, ma so che c’è dell’altro, qualcosa di importante, che forse valga ancora così tanta sofferenza. Qualcosa che posso fare …

“Ma se resto…?”

“Se resti potrai fermare la sua mano quando dovrà compiere il destino della Fenice. Se tu sarai lì la morte di Shun non sarà necessaria, perché l’amore di Ikki, nutrito e vegliato dal tuo, sarà sufficiente a riportarlo indietro e a cacciare Ade… Questo vale la vita di tuo figlio e il sogno della sua esistenza?”

Vorrei urlare di no e di sì allo stesso tempo.. so che per ikki ho cominciato a esistere solo attraverso il ricordo di Shun, che è a questo ragazzo che non incontrerò mai che devo la mia più grande felicità e il mio più grande rimpianto.

Vorrei che lui non fosse mai esistito..

vorrei che almeno lui potesse continuare a vivere…

vorrei che Ikki non dovesse essere la Fenice di questo tempo o almeno non averlo mai incontrato e amato...

Ma soltanto uno dei miei desideri si può realizzare.     

Non c’è bisogno che le risponda, perché la dea conosce ogni risposta.

La sensazione della sua presenza svanisce nel nulla insieme al calore del fuoco e al profumo di vino. Solo per un istante ancora posso intravedere il bambino fra le braccia di suo padre. Mi guardano entrambi, annuendo con un sorriso mesto.

Ora siamo soli, io ed Ikki, su questa misera montagnola di terra che all’insaputa di tutti tranne me racchiude due vite interrotte.

 

Lo accompagno, come aveva detto lei, “sulla più buia delle strade”.

Sono qui e lo abbraccio, anche se lui non può sentirmi, poco prima che precipiti nell’abisso ai piedi della montagna.

Sento il ragazzo, ancora così simile al bambino dei suoi ricordi, urlare straziato il suo nome, e capisco quanto sono stata fortunata.

Shun non ha nemmeno potuto morire per lui e io conosco bene il dolore di chi sopravvive. L’ho vissuto tutto, attraverso gli occhi di Ikki, dopo la mia morte.

Per la prima volta, da quando l’ho compiuta, sento di avere fatto la scelta giusta. Se soltanto una scintilla di un amore così grande potrà sopravvivere all’Ade allora la mia, la nostra morte non sarà stata inutile.

Cullo la Fenice dormiente nelle viscere della montagna e con essa risorgo splendente di forza nel momento in cui Shun la richiama alla vita.

Attraverso lo sguardo dell’uomo che amo imparo ad amare questo essere così incredibilmente forte e fragile e imparo anche il dolore di Ikki nel tormento di questo amore “sbagliato” che prova per suo fratello.

Assisto impotente quando decide di lasciarlo, di nuovo.

È il momento più difficile per me e per lui: non ho voce per urlargli che non deve, che lasciare Shun è la cosa peggiore che possa fare, ma non posso fermarlo…. ne asciugare le sue lacrime, posso solo essere lì con lui, come sempre, solo l’ombra di un dolore più grande nei suoi pensieri.

Combatte mille volte per la vita di Shun e per Atena e ogni volta muore un po’ di più, quando se ne va da solo alla fine di ogni battaglia.

Ogni volta muoio un po’ di più io, mentre il mio sacrificio e quello di mio figlio sembrano sempre più inutili.

Fino all’Ade.

Non vorrebbe doverlo uccidere ma nessuno dei due ha più nulla per cui desiderare vivere: senza Ikki e con l’oscuro dio dentro di sé Shun non vede nessuna luce.

Senza Shun per Ikki nient’altro ha più importanza.

La Fenice alza la mano; sposta il peso del corpo per dare forza al pugno. Un solo misericordioso colpo e sarà tutto finito ed entrambi saranno finalmente liberi.

Anche  se avessi il potere di fare qualcosa sarebbe giusto intervenire? Che diritto ho io, di chiedere a questi due esseri di soffrire ancora? Se mi lasciassi andare ora per me non vi sarebbe altro che l’oblio, ma il mondo sarebbe salvo, e per loro  ci sarebbe il sogno di un fuoco e di una felicità altrimenti impossibile…

Il tempo si dilata nell’orrore del sacrificio che sta per compiersi. La mia essenza invisibile li stringe entrambi in un abbraccio impalpabile.

Tutto ciò che sono grida un’ultima volta l’amore, la gioia, l’amarezza, la tenerezza che appartengono a tutti e tre i nostri cuori.

Ma quando il pugno di Ikki tocca la pelle di Shun qualcosa dentro di me esplode, frenando la potenza del colpo, impedendogli di compiere la propria devastante opera.

Il sangue sgorga, e insieme ad esso scorre via l’essenza malvagia di Ade. La sua presa sul santo di Andromeda si allenta fino a scomparire.

Nel battito affaticato del cuore di Shun sento il pianto inconfondibile di una creatura appena nata.

Il bambino che avevo sognato, il figlio che non ho messo al mondo comincia, stupito, a vivere, nel luogo più buio dell’inferno e nell’anima della più pura delle creature.

Mi sorride riconoscendomi e gli sorrido anch’io prima di svanire, perché ora non ho più timori per loro.

Posso andare, finalmente libera e leggera, senza rimpianti e con il cuore colmo di unto inarrestabile.

Persino in questo luogo irraggiungibile un raggio di sole compare a mostrarmi la strada. Il mio miracolo è compiuto: non il sogno di un fuoco e di un bambino, ma la VITA.