“FIABA”
"IL
FIGLIO DEI LUPI"
Notte.
Il
soffice manto si delineava in forme scoscese, seguendo la conformazione del
terreno, le radici dei superbi alberi affioravano appena in superficie,
totalmente celate sotto quella candida e gelida protezione.
L’urlo
solitario di un uccello notturno ruppe improvviso il silenzio e riecheggiò a
lungo sotto il cielo stellato.
Come
se quel grido fosse stato un segnale, l’intera foresta si risveglio
bruscamente, il vento prese a soffiare con violenza, scuotendo veemente le cime
degli alberi gravide di gelo e ghiaccio, gli animali schiamazzarono lamentosi
dalle loro tane tiepide, anche gli alberi gemettero.
Una
piccola radura nel profondo della selva risuonava di versi impauriti e uggiolii
tristi: al centro di essa, circondata da ombre agitate e inquiete, una sagoma
minuta e singhiozzante stava rannicchiata sulla neve macchiata di sangue
scarlatto, che risaltava maggiormente per contrasto col candore della superficie
gelida.
Illuminato
da un pallido raggio di luna filtrato attraverso il fitto intrico di rami,
comparve un tenero musetto, appuntito e candido, due morbide orecchie e un paio
di grandi occhioni sofferenti.
Era
un cucciolo, un cucciolo di lupo.
Guaiva,
giacendo privo di forze sul terreno freddo, la zampa posteriore destra era
bloccata nelle fauci di una infida tagliola e ogni animale, grande o piccolo che
fosse, piangeva per la triste sorte del nobile principe del bosco dal pelo
argenteo cosparso di brina cristallina.
Il
clamore si fece improvvisamente più intenso, il vento aveva portato un nuovo
odore, sconosciuto, nella foresta.
E
qualcosa comparve al limitare della radura.
All’inizio
sembrò solo un’ombra, priva di forma e consistenza; ma quando cominciò a
delinearsi, tutti gli animali fuggirono terrorizzati, lasciando in tutta fretta
la radura.
Il
cucciolo, impaurito, guaì più forte, cercando di nascondere il musetto sotto
la zampa.
La
luna illuminò il nuovo venuto, una figura bassa, umana.
Ma
era solo un ragazzo.
Un
bambino quasi, dall’espressione particolarmente seriosa, la fronte alta e
spaziosa, di un pallore quasi mortale, era coperta in parte da corti ciuffi neri
come l’ebano, due grandi occhi luminosi saettarono nel buio, soffermandosi
preoccupati sul corpicino tremante del principe della foresta.
Cercando
di non spaventarlo ulteriormente, si inginocchiò accanto al lupacchiotto
ferito, esaminandone critico le condizioni.
L’intera
foresta trattenne il fiato, il fanciullo alzò la sua mano sul piccolo animale.
Un
guaito di terrore eruppe dal petto dell’animale.
Ma
niente di quello che si aspettavano accadde.
La
mano scivolò lesta verso la zampa bloccata e, con un clangore metallico, la
trappola venne spezzata e i suoi resti gettati lontano con violenza.
Un
silenzio rilassato avvolse la foresta.
Un
lieve sussurro, simile a un abbraccio, si sollevò assieme al vento gentile che
aveva ripreso a soffiare: “Ecco, non avrai più da temere da quella trappola
infernale.” lo rassicurò il ragazzo, prendendolo in braccio con delicatezza,
con le dita lunghe e snelle prese ad accarezzarlo sulle orecchie pelose, senza
spaventarlo.
Il
cuccioletto si accoccolò esausto contro il suo petto, tentando di cercare
rifugio nella giacca pesante che il giovanissimo indossava, uggiolava esausto.
Senza
smettere un momento di accarezzarlo, l’umano si alzò lentamente in piedi e
pose l’animale tra il proprio petto e il tessuto del cappotto, chiudendo poi
la zip di modo che potesse stare al caldo, senza però cadere.
“Devo
portarti al sicuro… Qui non puoi stare…” sussurrò, cominciando a correre
verso casa, le ciaspole ai piedi agevolavano enormemente il suo cammino
attraverso la distesa innevata e impervia.
A
ogni suo passo, sembrava quasi che la foresta si aprisse per facilitargli
maggiormente il viaggio, che le radici si alzassero, facendogli spazio, che il
vento piegasse i tronchi delle possenti e millenarie querce, permettendogli di
non diminuire il ritmo di corsa.
Come
se la natura attorno fosse viva, pronta ad aiutarlo.
Sospirando
di sollievo, sentiva il piccolo sul suo petto tremare e uggiolare.
Accarezzandolo,
lo rassicurò: “Shh, tranquillo..”.
Eppure,
il fanciullo sentiva che l’animale era nervoso, un nervosismo che lo aveva
contagiato.
I
suoi sensi allenati e tesi a scattare percepivano qualcosa.
Qualcosa
di spaventoso.
Lì
per lì, credette che fosse il cacciatore che aveva piazzato la trappola, ma un
gelo così, una paura simile, non poteva essere causata dalla presenza di un
semplice essere umano.
A
meno che non fosse uno Specter, chiaro.
Nachi
aumentò il passo, cercando di ricacciare nel profondo del suo cuore quella
spiacevole sensazione di paura, sollevò il bavero della giacca, nascondendo
parte del viso; doveva muoversi.
All’orizzonte,
finalmente, scorse la sagoma illuminata della piccola baita montana che lo
ospitava, già pregustava il tepore del camino e la cioccolata calda, avrebbe
preparato un comodo giaciglio e un po’ di latte caldo per il suo piccolo
amico, lo avrebbe curato al meglio delle sue possibilità.
Perso
in queste sue elucubrazioni, il ragazzo si accorse troppo tardi di ciò che
stava accadendo.
La
massa oscura di gelo e paura li aveva raggiunti.
Il
cucciolo ululò terrorizzato, tremava impaurito, il ragazzo lo sentiva
nascondere il muso sotto la sua ascella, in cerca di protezione.
Il
giovanissimo guerriero si fermò, pallido in viso, ma determinato; si mise in
guardia, scrutando attentamente attorno a sé.
Strani
guizzi d’ombre, che duravano pochissimi istanti, e fruscii di qualcosa che si
muoveva lo misero ulteriormente sull’avviso.
“Shh,
non avere paura.. Ci sono io..” cercò di rassicurare il lupacchiotto,
sentendolo spaventato, “Non ti faranno del male…” mormorò, ricominciando
a correre: non poteva tornare a casa, doveva trovare un rifugio sicuro.
I
raggi della Luna, comparsa improvvisamente nel cielo, illuminarono dolcemente
l’accesso di una grotta.
Nachi
si guardò alle spalle, la luce improvvisa aveva frastornato la massa oscura che
se ne stava il più possibile nell’ombra, tenuta coraggiosamente a bada dalla
Luna e della stelle.
Il
giovane ringraziò silenziosamente, inoltrandosi poi all’interno dell’antro
oscuro.
§§§§§
Un
improvviso calore avvolse le membra infreddolite del giapponesino, strappandogli
un sorriso rassicurato.
Aprì
la zip del cappotto, lasciando uscire il suo piccolo amico, che subito gli si
rannicchiò in braccio, leccandogli con riconoscenza e affetto il viso; il
moretto ridacchiò: “D’accordo, d’accordo, ma ora cerchiamo di trovare
un’altra uscita, non voglio finire nelle grinfie di quel.. coso..” borbottò,
richiudendo la giacca; si inoltrò a tentoni verso il fondo della caverna, le
ciaspole arrancavano con difficoltà sul terreno umido e roccioso, più volte
aveva rischiato di scivolare miseramente a terra, ma l’equilibrio,
all’ultimo momento, non era fortunatamente mancato.
Un
soffio di aria calda e profumata gli scompigliò i capelli già di loro
spettinati, un profumo di incenso e bergamotto lo avvolse, ricordava l’odore
del tè che spesso e volentieri preparava Shiryu-niisan quando uno di loro si
raffreddava.
“Che
sia un passaggio che mi porti vicino casa?” si chiese, aumentando impaziente
il passo, rincuorato dal lento respiro addormentato del cucciolo; finalmente,
dopo un tempo che gli parve infinito, comparve all’orizzonte una debole luce,
segno che l’uscita era vicina; il lupo si risvegliò, cominciando a uggiolare
e a scodinzolare di gioia, balzò a terra, cominciando a correre verso quel
punto luminoso in lontananza.
“EHI!
ASPETTAMI!!” gridò il ragazzo, sorpreso da quell’improvvisa reazione, senza
pensarci gli andò dietro, sentiva il vento sussurrargli qualcosa
all’orecchio, come un canto lirico accompagnato da archi e fiati, ma non gli
diede peso, concentrato com’era sul lupacchiotto che sfrecciava agilmente
davanti a lui.
Una
luce improvvisa e inaspettata lo accecò, strappandogli un gemito di dolore;
chiuse di scatto gli occhi, coprendo parte del viso con la mano destra e
avanzando, cercando la strada con la sinistra; i suoi piedi affondarono in un
cumulo soffice che Nachi identificò con sorpresa come neve fresca, gelida al
tocco, che gli inzuppava i pantaloni.
A
poco a poco, la sua vista si riabituò alla luce e grande fu la sorpresa quando
si vide in una piana innevata, brillante sotto l’abbraccio di un sole superbo
che splendeva in un cielo così azzurro che quasi si sentiva di affogarci.
Il
piccolo lupo sedeva docilmente a poca distanza dalla grotta, ansimando per la
corsa, ma tranquillo.
Il
giapponese gli si chinò accanto, accucciandosi al suo fianco.
“Dove
siamo…?” si chiese, guardandosi attorno, era un posto meraviglioso e i suoi
sensi non percepivano alcun pericolo, pareva un rifugio sicuro da quella massa
oscura.
“Benvenuto
straniero… è raro che un umano riesca a entrare nel nostro reame.”.
Una
voce profonda e gentile lo fece trasalire, scattò in piedi, guardandosi attorno
ansiosamente, in guardia: “Chi c’è?” chiese spaventato, stringendo i
pugni e facendo per prendere il cucciolo in braccio; ma questi uggiolò allegro,
i grandi occhioni azzurri splendettero, mentre leccava la mano del suo amico
umano.
La
luce del Sole si fece più intensa, a malapena il ragazzo riuscì a distinguere
l’avvicinarsi di una sagoma elegante e aggraziata tanto era forte; quando si
abituò nuovamente, si trovò al cospetto di un lupo bianco, come lo era il suo
cucciolo, un’aura di antico veniva emanata dalla belva, Nachi si sentì
intimorito, come se si trovasse al cospetto della propria Dea.
Goffamente,
si inchinò, notando con la coda dell’occhio il batuffolo peloso che aveva
salvato correre e saltare sul muso del nuovo venuto, mordicchiandogli le
orecchie candide con vera felicità.
Il
ragazzo rialzò timidamente la testa, fissando con curiosità quella strana
scena, tutto il timore che provava scemò, come se non ci fosse mai stato;
d’improvviso, un gruppo chiassoso di cuccioli, uguali al suo, circondò la sua
pestifera compagnia in quello strano viaggio, il piccolo venne festeggiato come
un eroe.
Quella
vista riempì il cuore del ragazzo di gioia immensa.
Il
lupo adulto si avvicinò con riverenza a lui, chinando il muso in segno di
rispetto: “Sei un bravo essere umano,” la voce profonda di poco prima risuonò
di nuovo nella sua mente, “hai salvato il mio piccolo, anche se non eri tenuto
a farlo, lo hai riportato qui, tra il suo branco.” disse con gioia palpabile,
solo in quel momento Nachi si accorse di essere circondato da una moltitudine di
lupi bianchi, si confondevano così bene con il paesaggio circostante che non li
aveva minimamente notati, “Ora riposa, qui sarai al sicuro da qualunque
cosa.” concluse la voce.
Nachi
annuì impercettibilmente, in effetti si sentiva davvero stanco.
Con
una certa difficoltà, si levò le ciaspole, depositandole con cura accanto a sé,
e distese la propria giacca a mò di coperta sulla neve fresca; si sdraiò, il
viso rivolto al cielo, baciato e riscaldato dai raggi del Sole.
Respirò
profondamente quell’aria pura e profumata, l’odore di bergamotto e incenso
veniva da molto lontano, ma era perfettamente palpabile.
Chiedendosi
da dove venisse, cadde in un sonno profondo, un sonno popolato da sogni
bellissimi, ma di cui, al risveglio, non ricordava nulla.
Solo
la sensazione di una dolcissima leccata sulla guancia e le parole della madre
del cucciolotto che gli carezzavano l’animo: “Ti resterà in eterno la
nostra gratitudine, e la nostra protezione. Sei e sarai per sempre un figlio dei
Lupi.”.
Null’altro.
§§§
La
porta di casa sbatté dietro a Jabu e Ichi, quando i due ragazzi, con indosso
pesanti cappotti, uscirono di corsa dalla baita; si guardarono attorno,
scrutando tra i rami della foresta nel tentativo di scorgere qualcosa.
Il
sole era già alto nel cielo, un piacevole tepore riscaldava i loro corpi,
ancora intorpiditi dal sonno.
Preoccupato,
Unicorn si avvicinò al fratello: “Ma dove diavolo è andato?” borbottò,
battendo nervosamente il piede, “non ne ho idea,” ammise l’albino,
esaminando attentamente il terreno alla ricerca di tracce, “sono seriamente in
pensiero.” continuò.
I
due si inoltrarono tra gli alberi, tendendo l’orecchio per percepire un
qualunque rumore.
“JABU!
GUARDA!”
Il
grido agitato di Ichi ruppe il silenzio che regnava nel bosco, Unicorn vide il
fratello correre presso un albero, inginocchiarsi presso le sue radici e
sollevare qualcosa tra le braccia.
Il
moretto sgranò gli occhi, spaventato: il ragazzo teneva tra le braccia la
giacca colorata di Nachi e le sue ciaspole.
In
preda all’ansia, scattò via, correndo attraverso i sentieri appena accennati
e quasi del tutto coperti di neve, la paura aveva preso possesso di lui: “NACHI!!
MALEDIZIONE!! DOVE SEI?!?” gridò, ma non ottenne risposta, la sua voce
riecheggiò attraverso la foresta inutilmente.
Giunto
nei pressi di una radura, però, il cuore sembrò fermarsi nel petto, sentì la
poco familiare sensazione delle lacrime affiorargli agli occhi.
Sdraiato
a terra, col viso rivolto al cielo, c’era proprio suo fratello.
“NACHI!!”
gridò, correndogli affianco, si inginocchiò accanto a lui, sollevandolo
delicatamente tra le braccia, il viso del ragazzo era insanamente pallido e
infreddolito, anche le sue mani erano gelide.
Jabu
le prese tra le sue, cercando di riscaldarle almeno un poco, intanto cercò di
fargli indossare la propria giacca sopra il maglioncino umido.
Ichi
li raggiunse e si prodigò per aiutare l’Unicorno a rianimare il fratello
maggiore.
Finalmente,
un respiro più profondo fece capire loro che si stava riprendendo; un momento
dopo, infatti, Nachi sollevò le palpebre, con grande gioia dei fratelli:
“Ehi, riesci ad alzarti?” chiese il più giovane, preoccupato; al cenno di
diniego del Lupo, i due lo sollevarono, facendolo poggiare sulle loro spalle.
Velocemente,
si diressero verso casa e, mentre percorrevano a passo rapido la strada che li
separava dall’abitazione, il ragazzo semisvenuto si sentì osservato.
Voltata
la testa, gli parve di vedere tra la boscaglia le figure dei lupi, ritte e
austere, come a volerlo salutare.
Nachi
alzò debole un braccio e restò a fissare le loro sagome sino a quando non
furono sparite del tutto alla vista.
Per
lungo tempo, si discusse se si trattasse o meno di un sogno, ma questa storia
restò a lungo sulla bocca degli abitanti della valle, diventando una fiaba
meravigliosa per i bambini; subì molte variazioni, come capita spesso a tutte
le favole, sino a quando non si riuscì più a distinguere la realtà dalla
fantasia.
Eppure,
da quel giorno, Nachi sentiva sempre su di sé l’affettuoso sguardo di mamma
lupo e se ripensava ai cuccioli fratelli del suo piccolo amico, si sentiva come
loro.
Libero,
protetto.
Felice.
FINE