GUARDAMI DENTRO GLI OCCHI

PARTE 2

 

E ho visto fra le lampade un amore

e lui che fece stendere sul letto

l'amico con due spade dentro al cuore

e gli baciò piangendo il viso e il petto

(ROBERTO VECCHIONI, L’ULTIMO SPETTACOLO)

 

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“AIOLOS!!!”

Saga si svegliò di soprassalto, completamente sudato.

Il petto gli doleva terribilmente, il cuore sembrava voler uscire per quanto batteva; a fatica, e nemmeno completamente, il guerriero socchiuse gli occhi, calmando a poco a poco il suo respiro ansante.

Si guardò attorno, l’oscurità accogliente della sua stanza lo avvolgeva placidamente, come una coperta.

Nervosamente, il giovane uomo si ravvivò i capelli spettinati, poggiando i piedi sul pavimento gelido; una leggera brezza fresca soffiava all’interno dalla finestra lasciata semiaperta da cui si scorgeva, scuro, un pezzo di cielo violaceo, percorso da leggere strisce rossastre, le prime pallide stelle facevano capolino.

Era il crepuscolo.

Gemini scosse il capo, cercando di ricacciare nel profondo dell’animo l’orrendo ricordo che era tornato a tormentarlo, dopo anni e anni.

O forse…

Non lo aveva mai abbandonato? Era così difficile ricordare qualcosa di quel passato così recente che lo aveva visto completamente perso in un limbo di follia estrema, in una spirale di odio represso e solitudine dovuta alla sua condizione.

 

Aveva ucciso il suo migliore amico per una smania inutile di potere.

Aveva ucciso…

 

Il solo pensiero lo fece stare ancora peggio, sentiva una lama invisibile affondare con precisione chirurgica sin nel profondo del suo animo tormentato, invisibili stille di sangue sgorgarono copiose fuori dalla ferita che pulsava ancora nel suo io più nascosto, portando via con sé ogni risoluzione, ogni pensiero.

Tentava di lavare via ogni ricordo.

Ma tutto era inutile.

Perché, se le forze gli venivano meno, i ricordi si facevano più opprimenti.

E nulla lo avrebbe potuto evitare, lo sapeva bene; un improvviso torpore lo colse, desiderava solo stendersi nuovamente a letto e lasciarsi avvolgere da quel bisogno impellente, dormire, dimenticare anche solo per qualche istante le sue colpe e i suoi tormenti.

Ma anche il semplice chiudere gli occhi gli pareva un utopia.

Gli incubi non sarebbero spariti, sarebbero tornati più forti di prima a tormentarlo, a infliggergli ulteriori ferite; rassegnato, tese l’orecchio, cercando di captare il minimo segno di vita da parte del fratello, ma la casa sembrava deserta, non si udiva il minimo rumore.

Con circospezione, si alzò in piedi, sorreggendosi per precauzione al muro e si avvicinò alla porta della stanza; mise la testa fuori, ma il corridoio era immerso nell’oscurità e così l’intera casa.

Era da solo.

Come in un flashback nebuloso, si rammentò delle parole confuse del gemello di.. quanto era passato? Si rammentava dei suoi continui richiami, vagamente gli era sembrato che avesse abbandonato la stanza prima di scivolare nell’incoscienza del sonno.

A tentoni, percorse la breve strada che lo separava dal resto dell’abitazione e dall’ingresso.

Altrettanto distrattamente, afferrò un vecchio mantello logoro e se lo drappeggiò sulle spalle robuste, prima di aprire la porta; una brezza fresca lo investì non appena l’accesso fu spalancato, altra oscurità attorno a lui.

Trattenendo a stento una mezza imprecazione, si mosse velocemente attraverso il silenzioso Terzo Tempio per poi finalmente uscire all’aria aperta, fuori dal buio; la ghiaia s’insinuò tra i sandali, graffiandogli le piante dei piedi; davanti a sé, lo spettacolo della costa greca di notte era sempre stupendo, ma non ci fece assolutamente caso, la sua mente era completamente assorbita da altro.

Come mosso da una forza invisibile, da un desiderio quasi impellente, cominciò a salire le imponenti scalinate marmoree, superò rapidamente i vari Templi sul suo cammino, sino a giungere alla base del nono.

Il tempio del Sagittario.

Completamente esausto, il guerriero si lasciò cadere su uno dei gradini, prendendosi la testa fra le mani.

D’improvviso, tutta la sua risoluzione sembrò dissolversi come in una bolla di sapone, il suo proposito gli parve folle e tremendamente stupido.

“Ma cosa sto facendo?” si chiese, in un momento di lucidità, “come posso sperare.. come posso pensare..” riflettè, fissando laconicamente Athene distesa sulla costa all’orizzonte, “non c’è alcuna possibilità di redenzione per me…” concluse dolorosamente, “Che tutto sia perduto?”.

Era sul punto di scendere nuovamente verso il Terzo Tempio, quando al suo orecchio giunse il vago rumore di passi strascicati a poca distanza da lui; passi da guerriero, troppo pesanti per essere quelli di un soldato semplice e troppo leggeri per essere quelli di Aiolia.

Ma allora, chi diavolo poteva essere?

In un attimo, il suo cervello elaborò numerose possibili soluzioni, ma era unica quella che gli veniva naturale pensare. Un nemico, un nemico sulla spianata della Nona Casa.

Con uno scatto improvviso e inconsulto, Gemini si slanciò su per le scale, balzando con eleganza sul marmo che copriva il piazzale del Palazzo di Sagittarius.

Ma ciò che vide lo lasciò senza fiato.

Il suo cuore si fermò, il respiro venne mozzato nei polmoni, sentiva l’animo profondamente in subbuglio, preda di tempeste come il mare azzurro; e gli occhi, gli occhi li sentiva pizzicare, riempirsi di tanti e appuntiti spilli che facevano sgorgare lacrime di sangue.

Come quella sua apparizione di tanti anni prima, avvolto dall’argentea luce lunare, più simile a uno spettro, stava un giovane uomo della sua stessa età, un corto mantello drappeggiato sulle spalle smosso dalla brezza fresca; si trovavano a breve distanza, ma tale era l’abisso spirituale che li separava che sembravano quasi appartenere a diversi piani della realtà, o almeno era questa la percezione che Saga aveva di ciò che gli stava accadendo attorno.

Era tutto così assurdo, ma il suo cuore, lo sentiva, stava urlando, urlando di gioia per quell’improvvisa vista.

Per un attimo, credette di aver scorto l’apparire fugace di un Dio, ma nessuna divinità sapeva smuovere dentro di lui quella chimera che l’aveva tormentato sin dalla più tenera infanzia come colui che un tempo era stato il suo migliore amico, l’essere più vicino all’ideale di amore che aveva disegnato e custodito, ab Aeternum, nell’angolo più nascosto del suo spirito.

Come in una scena al rallentatore, vide l’etereo fantasma scivolare a terra, immobile sul marmoreo terreno, il corto drappo abbandonato sul corpo privo di sensi e infreddolito.

Lo spettro di quei quattordici anni di rimorsi che aleggiava nella sua anima gridò.

E in un attimo gli fu accanto.

Il viso pallido e tirato, indifeso come mai lo aveva visto nella sua vita, era delicatamente coperto dai ciuffi color cioccolato che, privi della protezione data loro dalla fascia rossa che solitamente stava sulla fronte del ragazzo, ricadevano disordinatamente sulla sua pelle.

La testa gli girava vorticosamente, tutto attorno a lui si fece nebuloso, la sua attenzione era interamente sul corpo inerte a terra.

Non aveva tempo per domandarsi cosa diavolo ci facesse fuori dalla sua stanza nelle sue condizioni; inginocchiato a terra, fece passare il proprio braccio sinistro dietro la schiena del compagno e il destro sotto le ginocchia e lo sollevò, a fatica. Un raggio di luna cadde sul volto addormentato di Aiolos, illuminandolo.

Senza accorgersene, si ritrovò a fissare quel cielo stellato sopra di loro e poi ancora più su, verso la Tredicesima Casa, socchiuse gli occhi: nei suoi pensieri, la statua di Athena dietro il Tempio sembrava sorridergli benevola e materna.

“Mia Dea…” sussurrò, il vento che soffiava leggero attorno, scuotendogli i capelli, “solo per stanotte.. solo per stanotte, lascialo così indifeso, prima che sorga il Sole tutto sarà finito...” invocò il guerriero, correndo verso l’ingresso della Nona Casa; una stella lucente cadde dal cielo non appena fu entrato.

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Il suono rassicurante dei suoi passi riecheggiava solo sotto i soffitti dedicati alla Dea, il buio sembrava così leggero rispetto a prima che quasi Saga si stupì di riuscire a muoversi con tale facilità attraverso le stanze private del Saint di Sagitter, stanze rimaste inviolate per quattordici anni e immerse nella quiete della Dimenticanza.

Eppure qualcuno se ne stava nuovamente occupando, in lontananza, come un faro, scorse un debole lume che rischiarava l’oscurità dominante, piccolo, eppure la sua vista infuse una sorta di sollievo al cuore di Gemini, che aumentò il passo.

Tante e tante lanterne illuminavano una stanza di forma rettangolare, ampia e ben aerata da una grande finestra che dava sull’esterno, da cui si riusciva a scorgere il mare di Atene in lontananza, luminoso sotto l’abbraccio della luna.

Bracieri disposti lungo la parete generavano fiamme cremisi, dolcemente ondeggianti al respiro del vento; accanto, un letto sfatto coperto da candide lenzuola e, quasi a vegliare sul sonno del proprietario, la Pandora’s Box.

Una tenda di lino color ocra trasparente stava in un angolo vicino alla finestra, sospesa in aria quasi a toccare il pavimento.

Con attenzione, Saga si avvicinò al giaciglio, deponendo con delicatezza il corpo esanime di Aiolos; si chinò su di lui, i visi pericolosamente vicini tanto da toccarsi, e una volta di più si sentì confuso, cosa avrebbe dovuto fare?

Il suo primo pensiero fu di fuggire, andarsene da quella stanza, da quel giovane uomo stremato che per lui significava dolore e tenera gioia; ma qualcosa, nel profondo del suo animo, prese il sopravvento sui suoi timori, lo spinse inesorabilmente a restare lì,

Espiazione...

Era quello che davvero desiderava? Il suo inconscio gli sussurrava questa parola, ma lui sapeva che non era solo questo, lo sapeva, perché ormai aveva imparato a non mentirsi; alzò il capo, lentamente, e si sedette sulla sedia accanto al letto, restando immobile con lo sguardo fisso sul volto spossato del guerriero.

Titubante, sollevò tremante la mano, avvicinò le dita alla guancia del compagno e la sfiorò delicato; coi polpastrelli sentì il contatto con la pelle calda e umida di sudore del bruno, un contatto reale e non immaginario, lo sentiva respirare piano nell’incoscienza, muoversi leggermente nel sogno che stava facendo. Con l’indice, percorse tutto il viso, delineando il contorno degli occhi e del naso sottile, il tocco lieve come un soffio di Zefiro.

Un tremito improvviso delle palpebre lo fece trasalire e un istante dopo due pallidi zaffiri blu incrociarono il suo sguardo; subito si ritrasse, come se si fosse scottato, mentre gli occhi del Sagittario continuavano insistenti a fissarlo, stanchi ma con un lampo di sollievo che li attraversava, sembrava averlo riconosciuto.

Erano vivi, luminosi e dolcemente vivi.

“Mi chiedevo… quando sarei riuscito a rincontrarti..” disse con voce roca il bruno, accennando un sorriso tirato, tossì, cercando di mettersi seduto sul materasso, il corpo che assolutamente non rispondeva ad alcun comando; rigido come un automa, Gemini lo sorresse e lo aiutò a poggiare la schiena contro i cuscini, le mani deposte in grembo, abbandonate.

Respirando profondamente, Aiolos riprese a poco a poco colore sul volto, colorandosi di rosa pallido, le mani ripresero mobilità ma il tremito convulso dovuto al freddo non lo aveva ancora abbandonato, anzi sembrava essersi accentuato; Saga lo squadrò severo, levandosi il corto mantello e poggiandolo sulle sue spalle tremanti.

Un silenzio imbarazzato cadde su di loro, un silenzio che durò per parecchi minuti.

“Non avresti dovuto alzarti.”.

Con voce seria, il Saint di Gemini fu il primo a rompere quel silenzio freddo e triste, “è troppo poco tempo che la vita è tornata a scorrere in te, non è saggio fare sforzi inutili.” continuò grave; si guardò attorno, una strana sensazione lo colse, improvvisa. Spostò lo sguardo sul viso sorridente dell’altro: “Shura non è qui?” chiese, sentendosi subito dopo stupido, era ovvio che non ci fosse, altrimenti lo avrebbe già incontrato.

Sagittarius ridacchiò: “sono stato io a chiedergli di lasciarmi solo. Avevo bisogno di riflettere. Anche mio fratello è nella sua Casa, per stanotte.” replicò semplicemente; Saga sospirò, poggiando i gomiti sulle ginocchia e sorreggendo il viso con le mani, “Perché sei uscito?” chiese il biondo, “sei svenuto davanti all’ingresso della tua Casa.” gli spiegò, al suo sguardo interrogativo.

Aiolos si sporse verso di lui, poggiando esausto la testa sulla sua spalla e stringendo piano il polso sinistro del compagno: “Vi ho sentito, e anche Shura mi ha raccontato quello che è successo oggi.” ammise semplicemente, “Percepivo la tua frustrazione, avrei voluto scendere, ma le forze me lo hanno impedito. Non sono riuscito a muovermi da qui e ho solo potuto percepire l’innalzarsi del vostro Cosmo furioso e soffrire per il vostro litigio. Volevo parlarti.” aggiunse, scostandosi subito dopo.

Il suo viso si era fatto improvvisamente serio.

E  la presa sul suo braccio si fece più ferma.

Saga fece per divincolarsi da quel contatto, ma più si muoveva più Aiolos non lo lasciava andare: “Sento il tuo profondo tormento, sento il tuo cuore vacillare sotto il peso della confusione.” disse, puntando i suoi profondi zaffiri blu in quelli del Terzo Custode, talmente magnetici e caldi da tenerlo soggiogato;   “Hai sofferto, preda di un oscurità che non ti apparteneva, hai sofferto e ti sei redento, eppure… Eppure non sei ancora completamente in pace con te stesso.” concluse, accarezzando col pollice il polso e le vene sporgenti, “Dinanzi ad Athena, ti sei ucciso, hai lavato col sangue una colpa passata, ormai il tuo spirito è purificato. Non è più necessario questo tuo continuo supplizio.” dichiarò, afferrando anche l’altra mano, “Devi tornare a vivere. Non è più tempo del buio, è tempo della Luce.” sorrise, stringendole forte.

Gemini si divincolò dolcemente dalla stretta del Sagittario, a capo chino si alzò in piedi, restando fermo immobile accanto alla sedia, sentiva lo sguardo indagatore di Aiolos su di sé, i pugni stretti a tal punto da farsi male ai palmi; cadde improvvisamente in ginocchio sul letto, accostando a sé con forza il guerriero convalescente.

Per lunghissimi minuti restarono così, stretti in un abbraccio che sapeva di qualcosa di passato, una stretta che per troppi anni era stata solo un sogno.

“La mia redenzione dinanzi alla Dea non era sufficiente. Mi sono ricongiunto con lei, ma non con te, amico mio… Non con te. Ti ho privato della vita, ho mandato antichi amici tra le braccia della Morte preda di una follia selvaggia che non mi abbandonava mai, ho sporcato i luoghi della nostra infanzia di sangue solo per la mia brama di potere…” sussurrò, abbracciandolo ancora di più.

Uno sfiorare leggero di labbra sulla sua guancia lo scosse profondamente; Sagitter sciolse l’abbraccio: “Guardami negli occhi, Saga” disse serio, “Guardami dentro gli occhi, amico mio… Non è più tempo di soffrire. È tempo di vivere, tutti assieme, ancora assieme.” dichiarò, tendendogli la mano, “Uniti sotto le armi, uniti sotto l’affetto e.. sotto l’amore.”.

E in quegli occhi, Saga lesse qualcosa che lo lasciò senza fiato, qualcosa che avrebbe sempre voluto leggere.

Il viso di Gemini si distese in un tremulo sorriso e gettò le braccia al collo di quell’amatissimo compagno, si, amatissimo è l’aggettivo giusto, le loro labbra si sfiorarono piano, approfondendo subito dopo il contatto, i visi si sfiorarono, i corpi si unirono insicuri, per poi prendere subito confidenza quando si riconobbero l’un l’altro, quando il calore che li univa si fece più forte.

Una folata improvvisa di vento spense tutte le lucerne, gettando la stanza nel buio.

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Un suono insistente di risate risvegliò Saga dal sonno privo di sogni in cui era scivolato.

Muovendosi piano in un letto troppo stretto per lui, si voltò, incrociando il viso addormentato di Aiolos, posato sulla sua spalla, il corpo del guerriero stretto al suo alla ricerca di calore, i lunghi capelli scuri sparsi sul guanciale; con attenzione, il biondo lo scostò, sorridendo, e si mise in piedi, avvicinandosi alla finestra spalancata.

Il sole si alzava trionfale, dipingendo morbide volute rosse nel cielo azzurro su cui ancora si distinguevano poche stelle, il mare in lontananza splendeva come non mai.

A pieni polmoni, Saga inspirò a pieni polmoni la fresca aria del mattino e pose i gomiti sul davanzale.

Sulla scalinata che portava all’Ottava Casa scorse cinque sagome che stavano risalendo lentamente verso il Nono Tempio, accompagnati da risate allegre e gioiose, fino a lui giungevano battute salaci e scherzi amichevoli, sentì distintamente le voci di Aiolia e Shura scherzare divertite assieme, scorse Camus e Milo abbracciati accanto a Kanon, Saga sentiva che il gemello stava ridendo, trascinato dall’allegria del Quinto e Decimo Custode.

“Abbassate la voce, Aiolos starà sicuramente dormendo!” li rimbeccò Camus, “Da qua non può sentirli, sta tranquillo Camus.” lo rassicurò Milo, “e poi, c’è Saga con lui.” esclamò Shura allegro, abbracciando Aiolia da dietro, il viso poggiato sulla spalla del greco più giovane, “Quindi non vedo dove sia il problema.” concluse lo spagnolo, trascinando Leo in una specie di giravolta.

Saga sorrise, il viso imporporato leggermente per l’imbarazzo;si voltò poi verso il letto ancora occupato dal giovane addormentato.

Si stese accanto a lui, coprendo entrambi con una leggera coperta sollevata da terra: “è il tempo della Luce…” ripeté.

 

FINE