NEI GIARDINI CHE NESSUNO SA

Non volendo togliere nulla all'immenso Renato

 

§§§

 

Senti quella pelle ruvida,
un gran freddo dentro l'anima,
fa fatica anche una lacrima a scendere giù.

Nei Giardini che Nessuno Sa, Renato Zero

 

La figura eterea e leggera di Shun fece il suo ingresso nella grande e tranquilla hall della Clinica della Fondazione, lo sguardo triste e lucido di lacrime incrociò dolcemente quello dell’infermierina al bancone dell’accettazione; la donna, minuta e dall’aria gentile, gli rivolse un sorriso incoraggiante: "Buongiorno Shun-chan," la sua voce suonava musicale nel silenzio dell’ingresso di primo mattino, "Come stai?" domandò con aria materna, sfiorandogli con una mano il viso smagrito, "Dovresti mangiare di più, stai dimagrendo a vista d’occhio." lo sgridò con tono velato di preoccupazione.

Il bruno dall’aria angelica chinò il capo in un cenno rispettoso di saluto nei confronti della fanciulla dalle sembianze di bambina, tentando di ricambiare il sorriso: "Non ho molta fame…" ammise malinconicamente il ragazzo, stringendo a sé l’involto che portava tra le braccia, "Ma la ringrazio dell’interessamento." la sua voce in spense in un sussurro, "Mi scusi." aggiunse, congedandosi con un leggero inchino, "Shiryu-niisan mi sta aspettando." e senza dire altro si inoltrò nel corridoio.

L’infermiera lo seguì con gli occhi fino a quando ne vide i ciuffi del colore del rame sparire dietro l’angolo poi sospirò cupamente non appena i passi del piccolo ragazzo si furono zittiti.

"Meiko-san, chi è quel ragazzo?"

Il tono curioso e interessato della più giovane collega dai capelli neri come la notte con cui divideva il turno la fece trasalire.

Scrollò il capo, vergognandosi per essersi distratta: eppure, gli occhi di quel ragazzo che, puntuale, ogni mattina alla stessa ora entrava da quella porta e ne usciva dopo parecchie ore, svolgendo infaticabile un compito doloroso come il suo, la faceva sempre pensare e soffrire; frugò qualche minuto nelle cartelle cliniche degli ospiti della casa di cura e ne tirò fuori una voluminosa, di un bel rosso acceso: "Kido, Seiya-kun, l’ospite della 119." mormorò la donna cupa, "È in coma da più di un mese e Shun-chan è il fratello, uno dei tanti in verità. Credo ce ne siano altri…" la sua espressione si fece pensosa per un momento, "almeno altri otto, Satsuki-chan." rispose con voce incerta.

"Un momento." la frenò la più giovane, "Hai detto Kido? Non è che…?" fece per dire, "Si, sono fratelli di Lady Saori," la prevenne con un gesto della mano, "Uno tra tutti loro sta sempre nella stanza di Seiya-kun, Shiryu mi sembra si chiami, lo sorveglia, gli parla in continuazione, non lo lascia mai. Da quando è arrivato qui, non è mai tornato a casa, nemmeno per un'ora. Poveri cari." sospirò con voce rotta, "Hanno sofferto tanto e stanno soffrendo ancora, sono così giovani e non se lo meritano." disse, sedendosi al proprio posto; con cura, Satsuki prese tra le mani la cartelletta, esaminando i dati del paziente: "Ha solo 13 anni??" esclamò orripilata mentre il fascicolo le cadeva dalle mani tremanti, "Ma come è possibile riportare ferite del genere??" chiese con aria alterata.

Meiko si chinò, prendendo il dossier e riponendolo con attenzione: "Te l’ho sempre detto, questo è uno schifo di mondo." sbuffò lei furibonda, gettando poi uno sguardo al calendario, era il primo dicembre, "E oggi.. è pure il suo compleanno…" singhiozzò appena.

 

§§§

 

Troppe attese dietro l'angolo,
gioie che non ti appartengono.
Questo tempo inconciliabile, gioca contro di noi.
Ecco come si finisce poi,
inchiodati a una finestra noi,
spettatori malinconici,
di felicità impossibili...

 

"Shiryu-niisan, sono Shun, posso entrare?"

Il tono tenero e incerto del ragazzino al di là della porta fece sussultare il giovanotto seduto sulla poltroncina accanto al letto; con aria confusa e stravolta, si stropicciò gli occhi, osservando con un misto di delusione e dolore la figuretta distesa tra le coltri candide del letto, il macchinario al suo fianco emetteva regolari bip ogni due secondi, Shiryu li aveva contati prima di crollare addormentato contro la propria volontà.

E ora, erano di nuovo lì al suo risveglio, un risveglio che aveva il sapore del tradimento: lo aveva lasciato solo, seppur per poco meno di un paio d'ore, cedendo al sonno che si era ripromesso di cacciare a ogni assalto.

Non se lo sarebbe più permesso.

Il moro sospirò pesantemente, sentendosi la bocca impastata e i muscoli delle spalle indolenziti per la scomoda dormita; si alzò, barcollando leggermente, per avvicinarsi al giaciglio su cui il più piccolo dei suoi fratelli non smetteva di lottare. Non gli avrebbe mai permesso di andarsene senza di loro e restare lì al suo fianco era il modo migliore che avesse trovato per dimostrare al mondo la forza della sua risoluzione.

Gli accarezzò il viso smagrito e pallido, un rito ormai quotidiano, di cosa voleva sincerarsi con quel gesto?

Forse che era ancora lì, che giorno dopo giorno sarebbe rimasto lì?

Di nuovo quel bussare gentile alla porta, questa volta non poteva esimersi dal rispondere: "Entra, Shun.." disse a voce bassa, quasi non volesse disturbare il sonno del bambino che vegliava.

Il viso appena appena illuminato da un sorriso dell’Andromeda fece capolino dalla fessura lasciata dalla porta semichiusa: "Buongiorno!" salutò, cercando di mostrarsi il più allegro possibile, "Ti ho portato alcune cose." disse, mostrando l’involto che trasportava, "Vestiti di ricambio, una coperta e qualcosa da mangiare.".

"Grazie.." borbottò lui di rimando, sempre però stando seduto accanto al letto senza minimamente staccare lo sguardo dal corpo di Pegaso.

Shun entrò dentro, poggiando tutto quello che si era portato dietro da casa sul mobiletto più vicino: "Se vuoi andarti a fare una doccia, resto io con lui." propose, levandosi la sciarpa per poggiarla sull’attaccapanni.

"Non ce n’è bisogno, resto io con lui."

La voce del Dragone suonava fredda, era difficile ritrovare in quel tono gelido il calore che emanava ogni parola detta dal cinese fino a pochi mesi prima.

Shun tremò, sentiva come se la temperatura interna si fosse abbassata di parecchi gradi, ma non disse nulla, continuò a tirare fuori ora pigiami puliti ora contenitori pieni di cibo ancora caldo: "Dovresti mangiare qualcosa." provò a dire, sempre però restando girato, notando che le pietanze che aveva portato il giorno prima erano intonse, "Non ti fa bene saltare i pasti…".

Fu un attimo.

Il bicchiere sul comodino di Seiya andò a infrangersi contro il muro, spingendo il più piccolo a buttarsi per terra, con la testa coperta dalle mani in un moto istintivo di difesa.

Ma non c’era nessun nemico, nessun messo di Hades superstite.

Sopra di lui, c’era Shiryu, con lo sguardo furente, il Cosmo del Dragone che crepitava, pieno di rabbia: Shun non l’aveva mai visto così, era fuori controllo, sembrava impazzito.

Ed era terrorizzato da lui.

Come se fosse stato una bambola, il cinese lo afferrò per il bavero della giacca, sollevandolo con facilità in piedi; i loro visi si avvicinarono pericolosamente, tanto che il quattordicenne poteva quasi specchiarsi negli occhi vitrei del fratello maggiore.

E poi, quelle parole che lo colpirono al cuore come una pugnalata.

"Se Seiya è in queste condizioni, è solo colpa tua…"

Parole piene di cattiveria, di dolore, che esprimevano tutto quello che in quei lunghi giorni lì, seduto ad aspettare, l’animo di Shiryu aveva maturato, nel suo spasmodico desiderio di rivedere il Pegaso in piedi, vivo e in buona salute.

Shun sentì gli occhi pizzicare, non riusciva a trattenere le lacrime, e a malapena riusciva a respirare per la presa ferrea che il fratello esercitava sul suo collo, più cercava di dimenarsi, più si stringeva: era come se Shiryu stesso cercasse di ucciderlo.

A quel pensiero, si fece prendere dal panico.

Cominciò a urlare, a implorare aiuto tra i gemiti soffocati, e fu solo allora che, nel momento esatto in cui la porta della stanza si era spalancata con un tonfo sordo, che il Dragone sembrò risvegliarsi, come da un incubo.

I loro occhi si incrociarono per un attimo, quelli pieni di lacrime dell’Andromeda e quelli confusi del Saint di Draco e, all’improvviso come era stato afferrato, il bruno venne lasciato andare: cadde a terra scompostamente, sbattendo con la testa sul linoleum del pavimento.

Si lasciò scappare un lamento mentre un paio di braccia forti e familiari lo sollevavano da terra e un rumore di passi nervosi si allontanavano dalla stanza.

"Stai bene, Shun?" chiese Ikki preoccupato, tastandogli la testa per sentire se per caso non ci fosse qualche bernoccolo; il fratello annuì, asciugandosi le lacrime, anche se queste continuavano a scendere, senza pietà, senza volersi fermare.

"Se Seiya è in queste condizioni, è solo colpa tua…"

Le parole che il cinese gli aveva rivolto erano state crudeli, questo era indubbio…

Ma se fossero state vere?

 

Tanti viaggi rimandati e già,
valigie vuote da un'eternità...
Quel dolore che non sai cos'è,
solo lui non ti abbandonerà mai, oh mai!

 

"Sicuro di stare bene?"

Mentre Saori scendeva dall’auto, stretta nel cappotto, Shun annuì distrattamente, alzando lo sguardo verso la struttura ospedaliera: "Stai ancora pensando a quello che ha detto Shiryu, vero?" chiese la ragazza, con una sfumatura di dolore nella voce arrochita, "Sai bene che non lo pensa davvero…" cercò di rassicurarlo.

Athena allungò una mano tremante per poggiargliela sulla spalla, ma il Saint di Andromeda si scostò, senza avere il coraggio di guardare la sua Dea in viso: "Io credo che abbia ragione…" mormorò con un filo di voce il bruno, fermandosi all’improvviso, con la portiera per metà aperta.

Non si mosse, semplicemente restò lì, con la mano nuda poggiata sul freddo metallo, lo sguardo basso e la testa incassata nelle spalle, come se fosse una tartaruga in cerca di scampo.

Saori ritrasse di scatto la mano, come se si fosse scottata, e lo guardò con espressione smarrita e spaventata.

"Non è colpa tua, Shun… Lo sai…" disse lei, cercando di tenere la voce il più possibile ferma e decisa: "Shiryu ha detto quelle cose perché le persone tendono a prendersela con chi sta loro attorno, quando soffrono… E lui soffre, forse più di tutti noi…" sussurrò, allungando le mani per stringere le sue, "Anche lui è umano, ha solo bisogno di tempo… E che Seiya si risvegli.".

A quell’ultima frase, se possibile, Shun impallidì più di quanto già era.

Non sapeva che dire, sentiva una gran voglia di piangere per tutta quella situazione assurda, avere cinque minuti per sé, per disperarsi quanto più possibile, per sfogarsi, ma non poteva permettersi quel lusso: troppe erano le cose da fare, troppi i tasselli da rimettere assieme nel puzzle delle loro esistenze.

Una volta di più, ricacciò in gola il groppo che gli mozzava il fiato e sorrise all’indirizzo della coetanea, stringendo a sé la tracolla blu gonfia di fogli: "Andiamo.".

§§§

 

E' un rifugio quel malessere,
troppa fretta in quel tuo crescere.
Non si fanno più miracoli,
adesso non più.

 

"MALEDIZIONE!"

Il grido pieno di dolore di Jabu si alzò fino alle stelle, mentre il giovanissimo guerriero colpiva ripetutamente il muro della Clinica coi propri pugni.

"DANNAZIONE!! NON CI CREDO! NON VOGLIO CREDERCI!" singhiozzò, ignorando il dolore alle mani, sentiva le dita scricchiolare ma non ci badò, il male vero e proprio se lo portava dentro.

Era confuso, non riusciva a ragionare con lucidità, era terrorizzato per il futuro.

Un futuro che non sapeva come affrontare, che non sapeva se avrebbe avuto la forza di affrontare, in ogni caso; le guance scarne bruciavano per il vento gelido di quella notte fredda e cupa che era calata su Tokyo, portando con sé una cappa di gelo e umidità opprimente, non insolita per la stagione ma particolarmente pressante.

Improvvisamente, tutte le forze lo abbandonarono e lui sentì la testa girare, il corpo tremava, se per il freddo o la sofferenza non sapeva, e si ritrovò a terra con la schiena poggiata contro la parete; non c’era parte del suo corpo che non gli dolesse, sotto le bende e i cerotti, la pelle appena rimarginata gli faceva un male del diavolo.

Ansimando, si strinse le mani al petto, massaggiandosi lo sterno, quasi gli era difficile respirare.

Con la vista ottenebrata dalle lacrime, alzò lo sguardo al cielo.

A dispetto della pena del suo animo, le stelle lassù splendevano come non le aveva mai viste brillare.

Jabu gemette, affossando il viso tra le ginocchia: "Non è possibile…" mormorò, "non posso crederci… non voglio crederci… e se… Come potrei reagire…" balbettò convulsamente, tormentandosi le dita, "NON VOGLIO!" urlò col cuore colmo di amarezza e angoscia, le mani andarono a sorreggere la testa, strinse le dita sulle tempie, nel vano tentativo di cacciare lontano i pensieri, i ricordi e il suo cuore che si era irrimediabilmente spezzato sotto la pressione

Voleva solo dormire.

 

Con le mani tremanti, Jabu accolse tra le dita il sottile plico di fogli che Shun gli passava, senza per questo avere il coraggio di leggere cosa ci fosse scritto sopra.

Era più che eloquente l’espressione smarrita degli altri.

Saori stava in piedi di fronte a loro, con aria triste e cupa e l’unico rumore che si sentiva nella stanza era il fruscio dei fogli mentre venivano sfogliati, distrattamente, senza quasi forza.

"C-Cosa vuol dire…?" mormorò Ichi, con le lacrime agli occhi, mentre stringeva al petto il suo involto, puntato il proprio sguardo smarrito in quello della quattordicenne.

"Quello che c’è scritto, Ichi-kun…" bisbigliò Shun, che stava accanto alla Dea: "Noi dieci Saint di Bronzo siamo fratelli, fratelli di sangue. Figli di Mitsumasa Kido…"

 

Stava ormai per abbandonarsi al sonno, sentiva le membra farsi pesanti, quando una mano sottile giunse a scrollarlo con decisione e una voce familiare e triste lo fece riemergere dall’oceano dei sogni in cui si stava a poco a poco lasciando annegare: "Jabu! Non puoi dormire qua fuori! Congelerai!" gridò quasi, preoccupata e un caldo abbraccio lo avvolse mentre l’Unicorno sentì la propria testa poggiare contro un tessuto morbido e caldo, all’apparenza doveva essere seta.

Qualcuno di considerevolmente forte lo sollevò e il suo corpo tremante fu avvolto da un soffice e caldo maglione di lana grezza: "Non avresti dovuto lasciare la stanza." borbottò Shiryu, "Saori-san era matta per la preoccupazione." la voce del Dragone gli giunse vaga e lontana, quasi non la riconosceva.

La luce intensa della hall della clinica gli ferì gli occhi tenuti socchiusi, tanto che dovette rannicchiarsi col viso contro il petto del fratello maggiore, il fastidio era quasi insopportabile; passò un tempo che il ragazzo pensò quasi infinito prima di sentirsi depositare tra fresche lenzuola, la testa poggiata su un morbido guanciale. Una fitta di dolore intenso proveniente dall’avambraccio gli fece capire che il compagno aveva risistemato anche la flebo.

Grugnì di disappunto, nascondendo il viso nel cuscino.

Il fastidioso stridio della sedia sul pavimento in cotto precedette l’affettuosa carezza del Dragone sui suoi capelli sudati e spettinati: "Se ti lascio solo cinque minuti per andare ad avvertire Milady, non scappi di nuovo, vero?" chiese il cinese con voce stanca e spenta; Unicorn annuì, rannicchiandosi sotto le coperte.

Tese l’orecchio, sentendo il passo leggero del fratello allontanarsi fino a scomparire del tutto.

La stanza piombò di nuovo nell’oscurità, un’oscurità che gli occhi del tredicenne accolsero con gran sollievo.

 Non si era nemmeno accorto di essersi addormentato: lo comprese nel momento in cui il rumore penetrante di una sirena lo fece trasalire, quasi cadde dal letto per lo spavento, nel buio non riusciva a capire da dove venisse, ma il groppo in gola che gli mozzò il respiro…

Cosa stava accadendo?

Rapidamente, scese dal letto, sorreggendosi al reggiflebo e mosse qualche passo incerto sul pavimento gelido della camera, raggiunse la porta e la aprì, trovandosi inondato dalla fredda e impersonale luce al neon e circondato da grida e schiamazzi misti a un lontano rumore di passi in corsa.

Confuso, Unicorn si guardò intorno e distinse in lontananza la sagoma massiccia di Geki correre verso di lui: "Rientra in stanza, subito!" gli urlò il fratello, spingendolo verso la porta, "Non ci penso nemmeno! Che succede?" chiese preoccupato, guardandosi attorno, il fischio della sirena, se possibile, si fece più forte e vicino, "RIENTRA IN CAMERA, È UN ORDINE!" urlò il maggiore, Jabu notò che aveva gli occhi lucidi.

Un’orrenda sensazione gli ghiacciò il sangue nelle vene: "È Seiya, vero…?" balbettò il moro e senza nemmeno aspettare una risposta cominciò a correre lungo il corridoio, non sapeva da dove venisse la forza che lo muoveva ma non gli importava.

Davanti alla porta della camera di Pegasus c’era una gran confusione, l’Unicorno vide la sua Dea parlare animosamente coi medici, vide Shun con gli occhi sgranati e pieni di lacrime abbandonato su una sedia.

Al di là della porta spalancata, i medici si affannavano attorno a un corpicino pallido, bianco come la neve, abbandonato tra le lenzuola del letto sfatto; con gran clangore metallico, l’asta reggi flebo cadde a terra e il liquido medicinale si sparse a terra.

Immobile come se lo avessero colpito a morte, Jabu annaspava stringendo i pugni in preda al terrore: "No.." sussurrò tra le lacrime che gli bruciavano gli occhi, "No…" scosse la testa, respirando affannosamente, "NO!!!!" urlò il ragazzo e, istintivamente, espanse il Cosmo, che si elevò forte e furibondo sino al cielo, tanto forte che perfino Shun alzò di scatto lo sguardo, impaurito per quella reazione folle da parte del fratello.

Nessuno però poté prevedere quello che accadde subito dopo.

Perché Unicorn sfrecciò nella stanza tra i medici, si gettò sul corpo esanime del minore e lo abbracciò con forza, chiamandolo a gran voce per nome e implorandolo di resistere, si strinse alla figuretta morente con tutta la propria forza, gridando tutto il suo dolore.

La sua voce sovrastava quasi il rumore dei macchinari che parevano impazziti, tutti i medici erano rimasti ammutoliti, quel ragazzetto, sino a poche ore prima talmente debole da non riuscire a muoversi, ora, come una belva feroce che cerca di difendere il suo cucciolo dai cacciatori, si era gettato sul lettino del fratello, abbracciandolo e mostrando una forza senza eguali.

Meiko entrò nella stanza a larghi passi seguita da Satsuki e prese Jabu gentilmente per le spalle, sorridendogli come una mamma: "Sta tranquillo…" gli sussurrava mentre il rumore a poco a poco scemava, azzittendosi del tutto in pochi istanti, "La crisi è passata…" lo rassicurò, accarezzandogli la testa, "è tutto finito…".

Jabu si lasciò abbracciare dalla donna, scoppiando poi a piangere, tremando di freddo: "Riportalo in camera." ordinò subito dopo a Ban con aria severa, facendo cenno al corpulento ragazzo di occuparsi del compagno; Leone Minore scattò in avanti, afferrando l’Unicorno per riportarlo in fretta in stanza, il ragazzetto era semisvenuto e nell’incoscienza lo si poteva udire mentre chiamava Seiya-chan.

A poco a poco, la stanza cominciò a svuotarsi mentre alcune infermierine si prodigavano a sistemare alla bell’ e meglio la stanza disastrata ma lasciando dietro di sé una cappa greve di paura e angoscia palpabilissime.

Paura e angoscia che forse non se ne sarebbero mai andate.

 

§§§

Sorreggili, aiutali,
ti prego non lasciarli cadere.
Esili, fragili,
non negargli un po' del tuo amore...

Un bussare leggero svegliò di soprassalto Saori che, distesa sul divano, si mise di scatto seduta, guardandosi intorno: "Avanti…" biascicò a bassa voce la giovane, sfregandosi gli occhi per cancellare i segni della nottata disastrosa.

La porta dello studio si aprì e sulla soglia comparve la sagoma massiccia di Ban, dall’espressione esausta del suo viso la Dea capì che nemmeno lui doveva aver passato una gran notte; sorridendogli appena, gli fece cenno di sedersi sulla poltroncina davanti a lei: "è successo qualcosa?" chiese la ragazza con aria pensierosa, cercando di comprendere i vorticosi pensieri del suo guerriero.

Leone Minore scosse la testa, tormentandosi nervosamente le dita: "Saori-san, devo parlarle." riuscì a dire il massiccio ragazzo senza però avere il coraggio di incrociare lo sguardo della divina Athena; la fanciulla sospirò inquieta, un’ombra le passò nello sguardo, "Ti ascolto," disse lei incoraggiante, "parla liberamente." lo rassicurò.

"Milady, mi dica la verità. Seiya-kun ha qualche possibilità concreta di salvarsi?" domandò a bruciapelo il ragazzo con lo sguardo triste, "Perché, dopo le ore infernali appena passate, mi scusi, ma non ne sono più così sicuro." ammise con un certo rammarico, scoccando un’occhiata alla foto appesa alla parete dietro la scrivania.

La donna seguì la linea dello sguardo, incupendosi nel constatare la presenza di un’unica, lucente lacrima nell’angolo dell’occhio del suo protetto e si sentì morire, come era successo quella notte: "Cosa… Cosa te lo fa pensare?" per un attimo, la voce della Dea s’incrinò, "La situazione s’è stabilizzata, no?" continuò, "Si, si è stabilizzata, ma quanto ancora potrà resistere?" anche Ban sembrava estremamente a disagio, "Saori-san, voglio essere sincero, ho passato la notte ad avere incubi.. Io… non credo di potercela fare." biascicò il guerriero, distrutto, lasciandosi cadere seduto sulla poltrona, "guardiamo in faccia la realtà, non si risveglierà più…" singhiozzò, le spalle del quindicenne sussultavano senza posa, "è inutile…" balbettò, nascondendo il viso tra le mani, "Me lo dica lei, come possiamo sperare in un recupero dopo queste ultime ore?!" il ragazzo era balzato in piedi, il volto rigato di lacrime e arrossato, "Come è possibile?" urlò con tutto il fiato che aveva in gola, "Io… Io non voglio che succeda anche a Seiya-kun… Ho visto troppi amici morire in addestramento, cadevano come mosche, ammazzati senza pietà da altri compagni, ho perso senza saperlo troppi fratelli in quell’inferno in terra e non voglio vedere spegnersi anche il Pegaso in cielo. Sono abbastanza grande da capire quello che è successo, quello che sta passando lui stesso, non vuole lasciarsi morire senza lottare sino all’ultimo e lo ammiro per questo, so che si sta aggrappando alla vita coi denti e lui ha sempre fatto così, ma non sono certo che possa farcela ancora a lungo…" mormorò, Leone Minore tremava nella sua tuta da ginnastica, "Ho paura, Saori-san…" dichiarò con gli occhi pieni di lacrime, cadendo in ginocchio davanti a lei, "Ho paura… Non voglio perdere anche lui." singhiozzò, reclinando il capo sul petto.

Quell’improvviso e incontrollato scoppio di rabbia e dolore da parte di Ban la colpì profondamente.

Sapeva che quello che il suo guerriero aveva detto corrispondeva alla più pura verità, che rispecchiava totalmente la situazione disperata in cui stavano affondando, una situazione che nemmeno lei riusciva a gestire appieno.

Dopo tanto tempo, era riuscita a confessare anche a lui e agli altri la segreta parentela che li legava agli altri Bronze Saints, aveva lacerato il velo di silenzio e bugie che per anni aveva ammantato il loro passato, aveva assistito con dolore allo sfogo di rabbia e impotenza da parte di Jabu, allo scoppiò in lacrime di Ichi e all'espressione svuotata di Nachi senza poter fare alcunché per confortarli, e si sentiva così stupida e inutile in quei lunghi e durissimi giorni; lei strinse i pugni, era una Dea ma non riusciva nemmeno a proteggere coloro che per lei avevano messo in gioco le proprie vite, poteva disporre di un potere virtualmente immenso ma il suo fragile corpo mortale era un ostacolo troppo grande, lo avrebbe perso e così ogni possibilità di alleviare, seppur in minima parte, la sofferenza in cui il mondo affogava senza salvezza.

Si maledisse per la prova a cui il destino la stava sottoponendo, per la sua incapacità nel prendere una vera decisione, per il dovere che le impediva di fare inutili colpi di testa; ma diamine, sarebbe già stata perduta mille e mille volte se non ci fossero sempre stati i suoi raggi di sole nella coltre di nubi nere gravide di pioggia a squarciare per lei il velo di tenebre, scaldandola e proteggendola: dieci, dolcissimi raggi di luce che avevano fatto baluardo attorno a lei.

E ora, che uno di quei raggi stentava a brillare, spegnendosi a poco a poco, lei doveva essere così egoista da lasciarlo morire?

Il cuore gridava vendetta ma la ragione lo riconduceva di continuo al silenzio, era lacerata in due parti e non sapeva a chi dare ascolto: tradire la propria natura di protettrice e madre amorevole per quella terra così distrutta e bisognosa di luce oppure seguire il cuore e sacrificare la propria vita per quella del più giovane dei suoi vassalli e preservarlo dal buio eterno e freddo degli Inferi, privarlo del calore di una famiglia?

Sapeva, purtroppo, che quella domanda non aveva una risposta vera e propria e che, forse, non l’avrebbe avuta mai.

D’impeto, la fanciulla abbracciò forte Ban, facendogli poggiare la testa sulle proprie gambe, sciogliendosi entrambi in un pianto folle e disperato.

§§§

 

Ti darei gli occhi miei
per vedere ciò che non vedi.
L'energia, l'allegria,
per strapparti ancora sorrisi.
Dirti sì, sempre sì,
e riuscire a farti volare,

 

La stanza in cui Unicorno era seduto non gli piaceva.

Le alte scaffalature in legno di mogano, scuro e rifinito di particolari, erano piene di libroni pesanti rilegati con finiture in oro e da titoloni quasi incomprensibili che gli facevano girare la testa e sì che non era ancora al massimo della propria forma.

Sulla parete alle spalle della poltrona girevole del dottore era cosparsa di diplomi, certificati, foto inamidate di riunioni, seminari e chissà cos’altro, cosa che non lo convinceva per niente e non lo avrebbe mai convinto.

Cioè, chi mai poteva essere quel tipo che si vantava tanto di poterlo aiutare?

Lui non aveva nessun problema.

Cioè, si, forse un problema lo aveva ma esulava dalle competenze di quel tipo dagli occhiali con la montatura dorata che lo fissava con aria compiaciuta come se fosse una bestia rara: "O come un Unicorno." si trovò a pensare e sentì gli angoli della bocca incurvarsi leggermente verso l’alto ma l’uomo immobile davanti a sé sembrava quasi non essersene accorto.

Un lieve fruscio di fogli gli fece sollevare sorpreso la testa e si stupì nel vedere il suo interlocutore osservare una loro foto dei tempi dell’infanzia, forse l’unica immagine rimasta di quell’epoca così lontana; doveva appartenere a Shun, Jabu ne riconosceva il segno caratteristico sugli angoli piegati con la precisione geometrica così cara al fratello, quasi tutte le raffigurazioni appartenenti all’Andromeda presentavano quel segno caratteristico.

"Dove ha preso quella?" chiese con severità il ragazzo, facendo per riprendersela, "Me l’ha consegnata Lady Saori." replicò l’altro, schivandolo con un semplice movimento delle spalle, il sorriso sul viso del professore davanti a sè lo faceva imbestialire, "Parlami di questa immagine…" cominciò lui, sfiorando con le dita i volti ivi raffigurati.

Unicorn scosse la testa arrabbiato: "non ho niente da dirle e il mio passato non sono affari suoi, sono stato chiaro?!" gridò stridulo, rizzandosi in piedi e gettandosi sulla mano dell’uomo che agitava davanti al proprio naso la fotografia.

Il guerriero riuscì a recuperarla per poi nasconderla in tasca.

"Allora, Saori-sama mi ha pregato di scambiare due chiacchiere con te." dichiarò affabile quello, come se nulla fosse successo, "È molto preoccupata per te, teme che la possibile morte di tuo fratello possa sconvolgerti ulteriormente." decretò il medico, incrociando le mani davanti al viso, i gomiti poggiati sulla lucida superficie, "Com’era il tuo rapporto con lui?" incalzò, osservando il moro con aria curiosa.

Questi sospirò: "Quale parte del "si faccia i fatti suoi" non le è chiara?" sbottò ironico, "Seiya non morirà, non dica più cose del genere." lo trucidò con lo sguardo per l’affermazione precedente, "Non morirà, ha capito?" puntualizzò il più giovane; lo psichiatra segnò alcune cose su di un foglio: "Ma così facendo potrà smettere di soffrire, non ci pensi a lui? Non credi di essere un po’ troppo egoista a pensarla così?" domandò il medico inquisitorio, allungando la testa verso il guerriero, in attesa di un risposta.

Jabu scattò in piedi, stringendo i pugni: "LUI NON MORIRÀ!" gridò il ragazzo con gli occhi fuori dalle orbite, afferrandolo per il colletto bianco e disfacendogli il nodo della camicia, "Non mi importa nulla di sembrare egoista, se è per mio fratello, perché io voglio che si svegli, che mi prenda a pugni e mi offra subito dopo la rivincita, voglio che continui a soffrire con noi in questo mondo, che continui a vivere assieme a noi. " ringhiò sul naso del professore prima di lasciarlo andare, "E se osa lasciarsi andare, giuro che vado a prenderlo sino all’inferno e lo riporto qui a calci!" gridò, uscendo subito dopo dalla stanza, sbattendo poi la porta alle proprie spalle.

Il ragazzo corse, corse come mai aveva corso in vita sua, corse fino a farsi quasi scoppiare il cuore e quando si fermò, si accorse di essere uscito dal complesso ospedaliero e di trovarsi in un cortile.

Ma non riconosceva il posto.

Stava pensando a come tornare indietro quando, alle sue spalle, notò un’ombra sfuggente.

Si voltò di scatto, trovandosi davanti a un bimbo: avrà avuto all’incirca sei anni, forse sette, dai folti ricci neri che gli incorniciavano il viso paffuto. Addosso aveva un grazioso pigiama rosso con una macchinina stampata su, era buffo nel suo insieme ma sembrava tremendamente triste.

Jabu si asciugò gli occhi con la manica della felpa, inginocchiandosi di fronte a lui con un sorriso sghembo sul viso: "Che ci fai qui fuori, piccolo?" gli domandò, invitandolo ad avvicinarsi.

Lo scricciolo arricciò il naso, poi gli andò più vicino, scrutandolo attentamente: "Stai male?" gli chiese serio, evitando la domanda del maggiore, "Perché piangi?".

Unicorn si sentì in imbarazzo: "Scusami… È che sono un po’ nervoso… E sono stanco… Tu piuttosto, non dovresti essere nella tua camera?" lo rimproverò; il minore annuì, "Si, ma mi annoiavo… Così sono uscito." borbottò il bimbo, strisciando il piedino sul suolo ghiaioso, "Poi ti ho visto piangere." aggiunse con solennità.

Una volta di più, il guerriero si sentì stupido.

"E’ successo qualcosa?" chiese il bimbo, aggrappandosi alle sue spalle, con tutta la forza che le sue manine piccine potevano avere: "Sembri proprio triste.." borbottò lui, poggiando la sua testa sulla schiena del quattordicenne.

Unicorn sentì il prepotente istinto di prenderlo tra le braccia e stringerlo, gli faceva una tenerezza immensa quel piccoletto; e così fece.

E mentre lo abbracciava, non potè fare a meno di scoppiare in un pianto a dirotto.

Aveva letteralmente i nervi a pezzi.

Non gli importava di nulla, voleva che Seiya si svegliasse, a qualunque costo.

Dove vuoi, dove sai,
senza più quel peso sul cuore.
Nasconderti le nuvole
e quell'inverno che ti fa male.
Curarti le ferite e poi,
qualche dente in più per mangiare.
E poi vederti ridere,
e poi vederti correre ancora.

Shiryu non era riuscito a stare per più di tre ore lontano dalla stanza di Seiya.

Meiko l’aveva visto uscire dalla hall a mezzogiorno spaccato, dopo la notte infernale che avevano avuto tutti quanti, sospettava che fosse intervenuto il più anziano dei fratelli per spingerlo a dormire qualche ora, ma alle tre del pomeriggio, benché fuori stesse nevicando e il vento soffiasse forte e impetuoso, il ragazzo era ricomparso nell’ingresso deserto, grondante d’acqua e col viso sconvolto e tirato.

La ragazza si era spaventata non poco nel vederlo in condizioni simili, tremava a tal punto che lei temeva di vederselo svenire davanti; ma Dragoon doveva essere più forte di quanto ella stessa pensasse perché il moretto si era diretto, seppur barcollando, dritto verso la 119 senza quasi rivolgerle un cenno di saluto.

Una volta dentro, il ragazzo congedò Geki, offertosi volontario per stare vicino al fratello, e prese il suo posto sulla solita sedia accanto al letto.

Le condizioni del bambino non sembravano migliorare, il colorito smorto, quasi cadaverico, strappò un gemito al cinese, che avvicinò la seggiola al giaciglio; il maggiore allungò lentamente una mano e andò a sfiorare con affetto il naso piccolo del Pegaso, percorrendo con le proprie dita tutta la sagoma del viso: "Sai, Shun e io abbiamo litigato e la colpa è solo tua, stupidotto… A quanto pare senza di te non riusciamo a stare assieme senza scannarci… E Makoto e Akira vogliono venire ancora a trovarti…" gli bisbigliò all’orecchio, quasi non volesse svegliarlo, come se quello in cui il fratello era immerso fosse solo un sonno riposante e non una lotta contro la Morte che tentava di portarselo via, "Sono sempre qui e hanno tappezzato la camera di disegni… Anche Mimiko, credo sia quella che disegna di più; spesso accompagna Makoto-kun e il suo pestifero amico." sorrise appena, scoccando un’occhiata intenerita alle opere infantili e piene d’amore che quegli scriccioli dell’orfanotrofio avevano dedicato al loro "fratellone", la scrittura stentata dei più giovani ospiti dell’istituto chiamava accorata Seiya, lo spronava a svegliarsi.

Dragone era sinceramente commosso dall’impeto dimostrato da quei piccoli uomini.

 

Nei giardini che nessuno sa
si respira l'inutilità,
c'è rispetto e grande pulizia,
è quasi follia.
Non sai come è bello stringerti,
ritrovarsi qui a difenderti,
e vestirti e pettinarti sì,
e sussurrarti non arrenderti.

 

"Vogliono che tu ti svegli…" continuò con un filo di voce, "Mi hanno detto che hanno… sono migliorati a pallone… Vogliono sfidarti… E hanno intenzione di vincere…" riuscì a dire prima che il fiato gli venisse meno, non riusciva a dire di più anche se le cose che doveva riferire, raccontare erano sterminate.

Lui non riusciva più a fare finta di niente.

Anche Shiryu, ormai, stava perdendo la speranza di rivedere le grandi e luminose pozze color cioccolato del ragazzino riaprirsi sul mondo, così bello e pieno di vita che lo stava aspettando in fondo all’impervio tunnel in cui si era perso.

Nel profondo del cuore, malgrado la ferrea volontà che aveva dimostrato sino a quel momento di non lasciarsi sopraffare dalla disperazione, sentiva che non avrebbe retto a lungo.

"DEI DEL CIELO!!" urlò con quanto fiato aveva in gola, un grido, il suo, che sembrava un lamento di belva ferita alla ricerca di un ultimo riparo prima di spirare, "Io vi imploro…" mugolò il giovane lasciandosi cadere in ginocchio, la testa mollemente poggiata su un bordo del letto, la mano saldamente legata a quella di Seiya, "Vi prego… non privateci dell’amore senza confini di nostro fratello… Noi… Io.. Abbiamo bisogno di lui.. Prendete la mia vita piuttosto, ma non portatecelo via…" balbettò, cercando di dare un senso al turbinio di emozioni che lo aveva stretto con forza come una tenaglia.

Tra le lacrime e la mente annebbiata, Shiryu non riusciva più a ragionare correttamente, tutto gli sembrava privo di senso.

Fuori, la neve scendeva silenziosa e il vento aveva smesso quasi di soffiare, il cinese non ne udiva più l’urlo al di là del vetro; poi, una carezza calda e leggera gli sfiorò il viso e un Cosmo dorato e tiepido, profumato di terra bagnata, avvolse la stanza e sentiva la presa sulla propria mano farsi più forte e le dita che serrava con forza tra le proprie si mossero, seppur impercettibilmente; poi, qualcuno gli strinse la spalla.

"Niisan…"

Sconvolto, Shiryu alzò di scatto il volto rigato di lacrime mentre attorno a lui i macchinari avevano cominciato a fare un rumore infernale e assordante, urlavano senza sosta e lui ancora non riusciva a trovare il coraggio di spostare lo sguardo sul letto e sulla figura che vi era distesa.

Aveva sognato oppure no?

E poi, finalmente, si decise e li vide, quei profondi occhi dai toni ramati… Quasi aveva scordato quanto fossero belli, erano di nuovo finestre aperte sul mondo; spenti, quello si, ma finalmente li rivedeva spalancati, pronti a osservare la meraviglia della vita. Il bambino abbozzò un sorriso senza però lasciare la presa sulle spalle del fratello e reclinò la testa su un lato per poi socchiudere gli occhi, esausto.

Anche il respiro era accelerato e il piccolo si abbandonò dolcemente contro il materasso.

"Niisan…" biascicò nuovamente la debole voce di prima mentre il contatto sulla spalla del cinese a poco a poco scemava, "fai smettere questo rumore per favore… Ho mal di testa e voglio dormire…" borbottò il piccolo Seiya, affossando la testa nel cuscino.

Shiryu allungò tremante una mano, accarezzandogli la guancia scarna: era calda, pulsante di vita; con autentica gioia e sollievo gli gettò le braccia al collo, stringendolo forte e intanto le lacrime scorrevano senza tregua: "Ehi... Piano niisan... Fa male..." gli mormorò piano il ragazzino.

Il Dragone si scostò, dandogli un bacio sulla fronte poi lo prese in braccio, avvolgendolo con la coperta e facendogli poggiare il capo sul suo petto; ignorò completamente le macchine che urlavano a gran voce ma si concentrò su quello scricciolo che teneva affettuosamente tra le braccia.

Il fratello maggiore non ebbe però il tempo di rispondere alla richiesta del più piccolo che il rumore di passi in corsa annunciò l’arrivo di qualcuno e il viso tirato di Satsuki-san fece capolino dalla porta, sembrava spaventata; il Saint la rassicurò con uno sguardo: "S’è svegliato." disse solo con una luce gioiosa negli occhi, "La prego, vada a chiamare Lady Saori." concluse lui, concentrandosi nuovamente sull’espressione interrogativa e assonnata del Pegaso.

L’infermiera annuì, comprendendo solo in quel momento le parole del ragazzo; pazza di felicità, ella corse subito nel corridoio, gridando a gran voce il nome di Meiko: "Seiya-kun s’è svegliato!" distinse chiaramente il guerriero.

"Che diavolo sta succedendo?" borbottò il brunetto, cercando di divincolarsi dalla presa, "E cos’è questa roba che ho addosso?" chiese mentre toglieva l’ago della flebo e i vari elettrodi che erano disseminati sul suo corpo; Shiryu lo lasciò fare, era ancora troppo fuori di sé per tentare di trattenerlo, si limitò a poggiarlo sul letto e a tenerlo per le spalle, assaporando il contatto delle sue mani sulla pelle bollente del bambino.

"Stai buono." riuscì a rimproverarlo senza convinzione, "Adesso arriva anche Saori-san." disse il moro con aria il più possibile severa ma la felicità era troppa per contenerla, "Eh no," s’imbronciò il più giovane, pallido e magro, "Ora mi racconti tutto…" balbettò, "Dove siamo? Che ci faccio qui? Dove sono tutti? Voglio saperlo." Pegaso sembrava preoccupato, oltre che estremamente provato, "Stanno bene, vero?" chiese con aria implorante.

Shiryu annuì: "Si…" disse solo, "Ma ora sta giù. Sei in ospedale e devi stare calmo." ordinò il maggiore; Seiya scosse la testa con decisione, "No." decretò con un filo di voce, "Voglio vederli." dichiarò, scendendo con cautela dal letto, "Mi stai nascondendo qualcosa…" balbettò confuso, reggendosi al comodino per non cadere rovinosamente a terra.

Le braccia del Dragone andarono a stringersi con affetto attorno alla vita del ragazzo: "Non essere stupido fratellino," lo rimproverò con voce strozzata, "Non ti nasconderei mai nulla, lo sai…" sussurrò, accarezzandogli i capelli sudati e spettinati per tranquillizzarlo, nel frattempo lo riportò sul materasso.

In quel momento, dalla porta alle loro spalle giunse un gran rumore seguito da un certo numero di voci confusionarie; un attimo dopo, la piccola stanza venne invasa da un gruppo festoso e agitato di ragazzi, Seiya si ritrovò in un attimo circondato da tutti i fratelli e dalla sua Dea: "BAKA! BAKA! BAKA!" urlò Jabu con aria sconvolta, dandogli un pugno sulla spalla, "Dannatissimo incosciente, ti sembra il modo di comportarsi?" rincarò la dose Ichi, balzandogli praticamente addosso, "Mentre tu dormivi della grossa, noi eravamo in pensiero per te." disse Geki, cercando di trascinare via Nachi, Ichi e Jabu che stavano sommergendo il malato, "Ci penso io a loro." si offrì subito volontario Ban, prendendo in consegna i tre scalmanati, "Sono contento di rivederti in giro a far danni, piccoletto!" affermò sinceramente con un sorriso Leone Minore, rivolgendosi al Pegaso.

Il giapponese osservava con curiosità quell’invasione, poi scoppiò sommessamente a ridere mentre si ridistendeva: "Grazie. Perdonatemi per avervi fatto stare in ansia; vi sentivo.. Mi chiamavate ma ero troppo stanco per rispondervi" rispose lui, a voce bassissima senza staccare la propria mano da quella di Dragone, "Non ci pensare… L’importante è che tu sia di nuovo tra noi." affermò serio Nachi da un punto imprecisato alle spalle di Shun, "E piantala Ban, mi fai male!" si lamentò.

L’espressione di Seiya-chan si fece pensierosa: "Cosa è successo? L’ultima cosa che rammento era Hades che attaccava Athena-sama…" borbottò, sfregandosi gli occhi.

Un brusio si diffuse in mezzo a loro, tutti parevano imbarazzati e quasi reticenti a parlare.

"È stata colpa mia."

La voce bassa e quasi piangente della Dea spaventò Seiya, che trasalì nel vederla spuntare tra Shun e Hyoga, magra da far spavento e altrettanto incupita: "Saori, ma che stai dicendo?" domandò il ragazzo debolmente, sedendosi e allungando le proprie braccia per afferrare le spalle della sua signora "Hades ti ha fatto del male?" chiese furioso, in un attimo sembrava aver recuperato tutte le sue forze; la fanciulla scosse energica la testa, "Ha fatto male a te…" spiegò la fanciulla, evitando lo sguardo del suo guerriero, "Mi dispiace… Se solo non fossi stata… Tu non avresti sofferto così…" mormorò, afferrandogli le mani e scoppiando in un pianto a dirotto, erano ancora incredibilmente fredde, "Perdonami…" singhiozzò la fanciulla, cadendo in ginocchio.

Pegasus era sconvolto da quella reazione:  "Saori-chan… Athena, non hai fatto nulla. Io sono un tuo guerriero, il mio dovere è quello di proteggerti ed è quello che ho fatto. Non ricordo quasi nulla di quello che è successo ma di una cosa sono certo. Se tu sei ancora qui, vuol dire che il mio compito l’ho eseguito." sorrise appena, divincolandosi leggermente alla presa della coetanea, "Alzati, tu sei la nostra Dea e dovrei essere io a inginocchiarmi ma, come dire… Ho qualche difficoltà al momento." scherzò il ragazzino, scostando il lenzuolo leggero per mostrare le gambe del tutto fasciate e le bende leggermente punteggiate di rosso, "non sembra, ma a stare piegato fa parecchio male." assicurò con serietà, "Mi spiace, possiamo rimandare gli inchini a un’altra volta?".

Lady Kido si asciugò gli occhi, alzandosi in piedi con l’ausilio di Hyoga e Shun: "È proprio da te," disse in quel momento Cygnus, aprendo per la prima volta bocca, "Ti sei appena ripreso e già cominci a blaterare ordini senza senso, non cambierai mai." notò il russo, dandogli un buffetto sulla fronte incerottata, "Naturale, paperotto. Sono o non sono il vostro leader?" biascicò sbadigliando per poi coricarsi nuovamente dopo essersi sfregato energicamente gli occhi, "Ho sonno." dichiarò subito, rannicchiandosi sotto le coperte.

Tempo qualche minuto che già il guerriero era sprofondato nel mondo dei sogni sotto lo sguardo attento dei compagni.

"Shiryu, torna a casa con gli altri e dormi un po’, ne hai davvero bisogno." disse improvvisamente Ikki, cingendo con il braccio le spalle di Shun che già si era appropriato della sedia per tenere sotto controllo il Pegaso, "Qui restiamo noi, non lo lasciamo solo." aggiunse Andromeda con un sorriso gentile, rimboccando con cura la coperta al fratello.

Il Dragone restò interdetto per qualche minuto, poi però fu costretto ad acconsentire: "D’accordo, pensateci voi." si arrese il cinese, "Ma prima devo andare ad avvertire Seika-san e i bambini all’Istituto, saranno contenti di sapere" concluse con un gran sorriso sul volto stanco, "Vengo con te." soggiunse improvvisamente Hyoga, "Avrai bisogno di aiuto per tenere a bada le piccole pesti e dissuaderle dal venire in massa qui." e anche l’espressione del russo sembrava sprizzare gioia, "Ti aspetto fuori!! Muoviti!" esclamò, seguendo la Dea e i fratelli in corridoio.

Shiryu rimase con i due compagni nella stanza.

"D’accordo ma questo è un ordine: subito dopo, fila a casa perchè non voglio averti come zombie in giro. Sono stato chiaro?" decretò la Fenice dopo qualche istante, non ammetteva alcuna replica.

"Va bene, va bene…" rispose il guerriero per poi sfiorare con una carezza il viso del malato, "Buonanotte… Ah, e Shun… Scusami per come ti ho trattato l’altro giorno.." disse con aria cupa, "Non volevo dire.." ma l’Andromeda scosse la testa, "Non preoccuparti, non ricordo nemmeno quello che mi avevi detto. E se non me lo ricordo, vuol dire che non era una cosa poi così importante." lo rassicurò con un sorriso, "Tranquillo, ora vai o Hyokkun potrebbe venirti a prendere per un orecchio." rise sommessamente il più piccolo, stringendosi nella felpa della tuta che aveva indosso, "Lo conosco, impaziente com’è di comunicare agli altri che il nostro Seiya sta bene." e dalla sua bocca uscì un debole singhiozzo mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime.

Il moro lo abbracciò affettuosamente e gli scompigliò i capelli: "Ehi sciocchino.." gli sussurrò a bassa voce, "Non c’è ragione per piangere oggi." gli disse, prima di uscire da lì, sentendosi il cuore infinitamente più leggero.

§§§

 

Non dar retta a quelle bambole
Non toccare quelle pillole
Quella suora ha un bel carattere,
ci sa fare con le anime.

 

"SEIYA-NIISAN!!!!"

Le grida allegre dei bambini dell’orfanotrofio precedettero di un secondo l’arrivo di una truppa vociante di scugnizzi armati di fogli di carta coloratissimi e pastelli, oltre che di un paio di palloni da calcio.

Makoto e Akira erano in testa al gruppo di invasori: "Seiya-niisan, Come stai? Come stai?" chiese tutto su di giri il paffuto bambino, poggiando dove capitava fogli e matite colorate, accanto a lui c’era Mimiko che si era tranquillamente issata sul letto per farsi abbracciare dal ragazzo più grande.

"Buongiorno ragazzi, Meiko-chan vi ha davvero fatto passare? Mi stavo proprio annoiando." ammise il ragazzo, poggiando sul comodino un vecchio volume logoro per far posto alla piccola, "Di leggere per l’ennesima volta la favola di Urashimataro non è che ne avessi molta voglia, in effetti." dichiarò il malato, osservando con disgusto il pesante libro accanto a sé.

Il bambino moro sorrise, appollaiandosi sul bordo del letto: "Saremmo venuti prima, ma quell’antipatico di Shiryu ce lo ha impedito." s’immusonì il piccolo, "è vero," s’intromise un altro orfanello, facendosi strada tra i compagni più grandi, "volevamo venire subito ma lui e Hyoga-niisan ce lo hanno impedito, hanno detto che stavi ancora male. Niisan, siamo così contenti di vederti sveglio!" esclamò il cucciolotto, aggrappandosi alla sponda del letto.

Pegasus rise sommessamente, elargendo carezze a tutti: "non prendetevela, sono un po’ nervosi…" constatò con una punta di malinconia, "non ce l’avevano con voi, volevano solo che riposassi, tutto qui. E poi, tutto intubato e incerottato non ero al meglio di me!" li rassicurò, accogliendo qualche altro pestifero temerario sulle proprie ginocchia, "Allora, cosa mi raccontate?" chiese, "Ragazzi, parliamoci chiaro, sono bloccato qui dentro da non so quanto, ho bisogno di informazioni e notizie fresche! Devo aggiornarmi. Quindi, sotto a chi tocca!".

Per almeno tre ore, i bimbi si diedero il cambio per raccontare, spiegare e illustrare minuziosamente gli avvenimenti, importanti o meno che fossero, accaduti, disegnarono al ragazzo anche alcune scene, le più spassose, sino a quando Mimiko non si accorse di un particolare: "Shhh!!" esclamò, azzittendo tutti i presenti e balzando a terra dalla sua postazione privilegiata sulle ginocchia del quattordicenne, "Seiya-chan s’è addormentato." sogghignò lei; tutti alzarono lo sguardo, constatando che il fratellone era veramente crollato tra le braccia di Morfeo, l’espressione pacifica sul suo volto era così dolce che faceva tenerezza anche ai cuori più duri della combriccola di teppistelli.

Svelti come anguille, i bambini riacchiapparono i pastelli sparsi dappertutto e, in religioso silenzio e in fila indiana, lasciarono la stanza: "Notte notte fratellone!" salutò a bassa voce la piccola, agitando la manina per poi uscire dalla camera.

 "Bambini, cosa ci fate fuori?"

Il tono preoccupato dell’infermiera risuonò nel corridoio deserto.

"S’è addormentato," dichiarò Makoto con estrema serietà, "non volevamo disturbarlo così siamo usciti, così, se dorme, potrà tornare più presto a giocare a calcio con noi." ragionò il piccolo nella sua stentata grammatica, "e possiamo finalmente stracciarlo!" esultò un altro bimbo, aggrappandosi alla gonna della donna; Satsuki scoppiò a ridere: "Hai perfettamente ragione, bravissimo!" si complimentò lei battendo le mani, "Siete bimbi intelligenti ma ora è meglio se tornate a casa, ci penserò io ad avvertirlo quando si sarà svegliato, promesso!" giurò la giovane, spingendoli dolcemente verso l’uscita.

"Aspetta, dagli questo per favore!" si divincolò Akira, dando alla donna un coniglietto di peluche, "Miho-neechan ha detto che quando si è malati come il fratellone si fanno brutti sogni," riferì convinto, "con Usagi-kun, gli incubi cattivi se ne andranno di sicuro." decretò l’orfanello, allontanandosi dietro gli amichetti, intabarrati nei giacconi per proteggersi dal freddo.

La fanciulla restò a osservarli mentre si allontanavano, tra le mani sottili stringeva ancora il tenero pupazzetto, aveva le lacrime agli occhi: "Se questo mondo ha ancora una qualche speranza, lo deve a piccoli come loro…" balbettò ella, dirigendosi senza ulteriore indugio nella cameretta del Saint il cui viso era disteso in un sorriso caldo e affettuoso. Senza dire nulla, gli mise in braccio il bambolotto e gli rimboccò la coperta, sistemandogli la flebo.

"Finchè ci saranno persone come voi, questo mondo ha ancora speranza di farcela." disse la donna con un filo di voce per non svegliarlo, "Dormi e sogna, piccolo guerriero coraggioso…".

§§§

 

Stelle che ora tacciono,
ma daranno un senso a quel cielo.
Gli uomini non brillano,
se non sono stelle anche loro.

 

Quando Pegaso riaprì gli occhi, la prima cosa che vide fu il viso del Dragone chinò su di lui.

Il bruno sorrise, cercando il contatto con la mano del fratello maggiore, che subito gliela afferrò: "Sbaglio, o l’orso ti aveva detto di stare a casa a riposare?" lo rimproverò con voce roca e stanca, notando le profonde occhiaie che gli segnavano la pelle; il cinese annuì, abbandonandosi con la schiena contro la sedia, "Si, ma a casa ci si annoia senza di te, senza il tuo chiasso perenne. E infatti non c’è nessuno lì, Shun e Hyoga sono andati da Miho-chan e da Seika-chan, Jabu è ancora ricoverato e con lui ci sono Nachi e Ichi. Gli altri sono in giro, Ikki compreso." gli disse, enumerando uno per uno i nomi dei fratelli sulla punta delle dita, "E io sto qui assieme a te." sorrise.

Seiya si mise seduto, osservando con aria incuriosita fuori dalla finestra: "È già buio?" notò sorpreso il ragazzo, scorgendo solo oscurità al di là del vetro, il rintocco lontano di una campana battè undici colpi, "Si, i bambini se ne sono andati ore fa, a detta di Geki, li ha accompagnati lui sino a casa quando li ha trovati tutti soli nel cortile." gli spiegò Shiryu, passandogli una tazza piena d’acqua.

Pegaso bevve, senza però staccare un attimo lo sguardo dal viso del fratello, che si sentiva in imbarazzo per quell’occhiata penetrante.

"Cosa succede?" si convinse finalmente a chiedergli, chinandosi su di lui, "Ho qualcosa in faccia?".

Pegaso scosse violentemente la testa, chinandola: "No… è che…" biascicò il ragazzo, tormentandosi le mani, come poteva chiedergli una cosa così?

Dragone lo guardò incerto: "Che hai?" gli mormorò con tono leggermente preoccupato; si chinò su di lui, scompigliandogli i capelli.

Il ragazzetto gli afferrò prontamente il polso, poi gli prese la mano, stringendola tra le sue dita: "Niisan.. Ci vedi, vero?" bofonchiò piano, senza incrociare lo sguardo del ragazzo più grande; il moro restò un attimo interdetto, sentì un tuffo al cuore vedendo le spalle del fratellino sussultare per i singhiozzi, poi però scosse la testa con aria malinconica, e lo strinse forte a sé.

Senza dire nulla, senza quasi respirare.

Lo abbracciò con tutta la forza che l’Amore gli poteva dare, affondando il viso nella capigliatura spettinata del più giovane.

"Otooto… Ho recuperato la vista appena in tempo per vederti di nuovo sveglio… E per me, questa è la cosa più importante. Non importa nient’altro. Non importa quello che è successo o succederà." gli sussurrò piano, cingendogli con affetto le spalle; Seiya si rilassò appena nel suo abbraccio, muovendosi piano nella sua stretta.

Ad occhi chiusi, poggiò la propria testa sulla spalla del fratello maggiore: "Grazie… Mi sei mancato, fratellone…" sussurrò piano lui.

"Anche tu, Seiya… Anche tu.".

In quel momento, un bussare lieve e gentile alla porta li riscosse e i due giovani fecero appena in tempo a staccarsi prima che la lunga chioma ramata di Saori facesse capolino, con un sorriso affettuoso dipinto sul viso pallido ed eccessivamente strapazzato.

"Meiko-san mi ha detto che stavi dormendo." disse la ragazza, entrando nella stanza: "Hai detto bene, stavo. Mi sono appena svegliato." replicò lui con uno sbadiglio innocente, "Sto decisamente poltrendo troppo, a differenza di qualcuno che non vede un letto da settimane," e così dicendo, il suo sguardo penetrante indugiò prima su Shiryu e poi su Athena, che indosso aveva ancora il tailleur color vino.

"Voi due, confessate, da quanto non dormite in modo decente?"

La Dea e il suo guerriero si fissarono negli occhi, sbalorditi.

Ma non risposero.

"Lo immaginavo," affermò rassegnato Seiya, scuotendo la testa e scostando il lenzuolo: "Niisan, non voglio rivederti qua dentro prima di domattina, ben oltre l’ora di pranzo, e tu, Saori, imitalo, questo è un ordine. Non mi sono fatto infilzare da Hades per vederti collassare di stanchezza".

La sua battuta strappò una risata alla ragazza, che tranquillizzò un fin troppo esagitato Shiryu con un semplice cenno della mano: "Dagli retta, resto io qui con lui per stanotte." gli sussurrò all’orecchio Athena, "Ti fidi di me, vero?".

Era una domanda assolutamente inutile, la cui risposta poteva essere solo una, ovviamente.

Il Dragone annuì, poi poggiò un bacio sulla fronte del fratello più giovane, raccomandandosi di riposare, e sparì oltre la porta, lasciando i due coetanei da soli.

"D’accordo, allora apri il cassetto.".

Non appena la porta si fu chiusa, la voce squillante di Seiya risuonò nella stanza, tranquilla e quasi saccente: "Apri il cassetto," ripeté il ragazzo, affossandosi con la testa sul cuscino, "E mettiti il pigiama di Shiryu, poi vieni a dormire, e non voglio sentire nessuna protesta.".

Il tono così duro del ragazzo sorprese la Dea: "Seiya, ma cosa…" fece lei, senza avere la forza di dire altro, "Niente ma, devi dormire almeno qualche ora. Non ho più voglia di vedere qualcuno della mia famiglia stare male a causa mia, e tu e Shiryu avete anche sofferto troppo per colpa della mia irruenza. Ho sentito Meiko-san mentre parlava con Satsuki-chan, ieri." confessò con un filo di voce il bruno, "Parlavano del litigio che Shun e Shiryu hanno avuto il giorno del mio compleanno, delle crisi di Jabu, dei tuoi pianti e di quelli di Ikki… Non credo di avere la forza di vedervi ancora stare male…" borbottò il ragazzo.

Ci fu un momento di silenzio imbarazzato, con Saori che faticava a infilare i bottoni nelle asole, tanto era concentrata sul viso tenuto basso di Seiya: "Ci ho riflettuto un po’ in questi giorni e alla fine, sono giunto a questa conclusione. A me non importa più del fatto che tu sia la Dea." ammise candidamente il ragazzo, con i grandi occhi ambra spalancati e puntati improvvisamente su di lei, "Cioè, io sarò sempre fedele ad Athena, e a te, ovviamente, ma per me tu sei una sorella, non solo una divinità da seguire. Sei la nostra preziosa sorellina, esattamente come Seika-neesan lo è per me. Può sembrare sciocco e infantile, ma è così.".

Le parole di Seiya riecheggiarono come un’eco nella camera, mentre il ragazzino, pieno di vergogna, abbassava di scatto lo sguardo, aveva perfino le punte delle orecchie e del naso arrossate per l’imbarazzo.

"Davvero pensi questo?"

La voce tremula di Saori lo fecero sobbalzare: la coetanea aveva gli occhi lucidi e tremava nel pigiama troppo grande per lei; Pegaso annuì e si sentì improvvisamente avvolto in una stretta gentile e affettuosa, tiepida, stretta che ricambiò più che volentieri, aveva sviluppato un affetto immenso per quella ragazzina della sua età, un affetto totalmente diverso dal sentimento che provava per Shiryu ma che era del tutto uguale all’amore che il suo cuore sentiva per gli altri fratelli.

In effetti, le battaglie sostenute fianco a fianco con quello scricciolo di fanciulla, che sembrava sempre in procinto di spezzarsi al minimo soffio d’aria, ispiravano un innato senso di protezione nei suoi confronti: ormai non erano più Dea e guerrieri soltanto, ma erano diventati una vera e propria famiglia, forse quella che lo stesso Mitsumasa Kido, guardando il cielo quando ancora era in vita, sperava che si creasse in un prossimo futuro?

Nessuno poteva saperlo, forse solo le stelle, ma queste non sono solite tradire le confidenze.

Però era nata lo stesso.

Il primo passo verso una nuova vita.

"Grazie, Seiya-kun… Grazie." gli sussurrò lei all’orecchio, tra i singhiozzi.

§§§

Shiryu salutò con un cenno le due infermiere che sedevano al bancone della reception per dirigersi a passo spedito verso l’ingresso della struttura, con uno sbadiglio.

Non l’avrebbe mai ammesso di fronte al fratello ma era stanco morto: ora che tutto sembrava si stesse normalizzando, le tensioni e le preoccupazioni dei mesi precedenti si facevano sentire forte e chiare, lasciandolo spesso prostrato ed esausto.

Però non poteva lasciare solo Seiya, non in quei momenti così delicati della sua ripresa.

Perso nelle sue elucubrazioni, era uscito nel cortile, ritrovandosi in pochi istanti totalmente zuppo.

Accidenti, stava piovendo a dirotto e non si era minimamente accorto di nulla! E non aveva neppure l’ombrello con sé!

Stava valutando se correre di nuovo dentro per chiederne uno in prestito alle ragazze oppure se farsi la strada di casa a passo di corsa, facendo lo slalom tra una goccia e l’altra, e asciugarsi una volta tornato al Manor, quando una voce seccata spezzò il filo dei suoi pensieri, chiedendo di Saori.

Voltatosi, vide Tatsumi affacciato dal finestrino della macchina.

"Saori è in camera da Seiya, ha detto che resterà con lui per stanotte." replicò Shiryu tranquillo, stringendosi nel bavero dell’abito cinese, già zuppo dopo nemmeno qualche minuto: "Se hai intenzione di aspettarla, preparati a passare la notte qua." concluse il Dragone, infilandosi le mani in tasca e dirigendosi verso il cancello.

"Dove stai andando?"

La domanda dell’uomo lasciò il guerriero spiazzato: "A casa, qualche ora ho bisogno di trascorrerla con la testa poggiata su un cuscino." replicò, sottolineando il suo bisogno di riposo con un sonoro sbadiglio.

"E hai intenzione di tornarci a piedi?".

Shiryu si fermò a guardarlo, sorpreso, mentre la pioggia gli picchettava insistente sul volto, offuscandogli la vista: "Sali, o rischi di ammalarti." borbottò Tatsumi, armeggiando con i comandi e il cruscotto dell’auto, "E sbrigati." lo rimproverò, visto che il moro non accennava a muoversi da lì.

Come colpito da una scarica elettrica, il cinese sobbalzò, per poi infilarsi nell’abitacolo tiepido, rabbrividendo per la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno, mentre l’auto, lentamente e slittando nel fango, si muoveva e il rumore dei tergicristalli erano come una ninna nanna per il corpo esausto del ragazzino: "Se non ce la fai più, dormi, ti sveglio io quando saremo arrivati.".

Ma le parole del maggiordomo non raggiunsero mai l’orecchio del Dragone, che era già miseramente crollato tra le braccia di Morfeo.

§§§

"Ojou-sama, si svegli…"

Goffamente, la mano di Tatsumi si poggiò sulla spalla della quattordicenne, profondamente addormentata con la testa poggiata contro quella di Seiya; la giovane aprì all’improvviso gli occhi, puntandoli nel buio sul servitore.

Ancora intorpidita e assonnata, la ragazza si mise seduta, cercando di non svegliare il "fratellino": era strano poterlo chiamare in quel modo e le scatenava un moto di tenerezza vederlo aggrappato a lei, coi ciuffi castani ormai troppo lunghi a sfiorargli le guance.

"Ojou-sama, è ora di andare…" bisbigliò con urgenza il maggiordomo, chinandosi presso l’abat-jour per accenderlo.

Ma Saori lo fermò, afferrandogli il polso con fermezza: nell’oscurità, gli occhi della giovane brillavano, "No, lo sveglierai. Faccio da sola, aspettami fuori." ordinò lei, scivolando giù dal letto con l’agilità di un gatto; Tatsumi borbottò qualcosa in segno di scusa, poi sfrecciò fuori dalla stanza, facendo entrare un raggio di luce dalla porta lasciata accostata.

"Saori-chan… Che succede?"

Con un sospiro rassegnato, la ragazza andò a tentoni alla ricerca dei propri vestiti, alla fine erano riusciti a svegliarlo: "Nulla, devo tornare in ufficio. Tu però dormi ancora." gli rispose a voce bassa, voltandosi verso di lui, Seiya era seduto sul materasso, attento, e cercava di scrutare nell’oscurità, "Ma è presto…" si lamentò, ricacciandosi sotto le coperte con un grugnito, dopo aver notato il led rosso della piccola sveglia.

In effetti erano appena le 8 del mattino.

"Purtroppo devo andare. Ma tornerò a trovarti oggi pomeriggio, e conto di portarti anche una sorpresa." sorrise lei, scompigliandogli i capelli.

Gli occhioni color ambra del Pegaso si spalancarono, fino a diventare simili a quelli di un gatto, e altrettanto luminosi: "Davvero?!" chiese tutto contento, sembrava davvero un bambino, cosa che, a conti fatti, era; la sorella annuì, per poi infilarsi nel piccolo bagno.

Qualche minuto dopo, col tailleur lievemente stropicciato addosso, la giovane era pronta a uscire.

"So che probabilmente, a sentire te, non ti servirà, ma se hai intenzione di muoverti da questa stanza, e so che smani per farlo, ti lascio questa accanto al letto. Ma fatti aiutare da Meiko e Satsuki per scendere, mi sono spiegata?".

Mentre parlava, un raggio di luce proveniente dalle tapparelle leggermente sollevate, colpì la carrozzeria di quella che, inequivocabilmente, era una sedia a rotelle.

Seiya rabbrividì.

"Non è una situazione permanente, però l’ortopedico ha detto che, per i primi tempi, è necessaria." lo rassicurò Athena, dandogli un bacio sulla fronte: "Io vado, ci rivediamo oggi. Dormi bene, fratellino, e grazie…" gli sussurrò, prima di uscire.

Il Saint di Pegaso osservò con astio lo strano aggeggio che stazionava accanto al letto, lo odiava! D’accordo, le gambe se le sentiva ancora decisamente intorpidite e il ginocchio che si era frantumato sbattendo contro il Vaso in cui Hades aveva rinchiuso Saori gli doleva parecchio, ma non era così conciato male da giustificare la presenza di quel trabiccolo! Era ancora un guerriero ed era umiliante una cosa del genere!

Con uno sbuffo seccato, il bruno scostò le coperte e restò qualche istante così, a fissare il vuoto.

Si, la battaglia negli Elisi…

Non ci pensava più ormai, eppure era sempre lì, presente nei suoi ricordi, ancora sentiva in bocca il sapore del sangue e il dolore…

Istintivamente, si artigliò la casacca del pigiama all’altezza del petto, dove le fasciature celavano agli occhi la presenza di quel taglio profondo che, ormai, stava cicatrizzando, ma che non sarebbe mai guarito del tutto.

Era stato molto fortunato, davvero molto fortunato…

Gli avevano detto di essere rimasto a lungo privo di sensi, come addormentato, tenuto in vita dalle macchine, perennemente sull’orlo della fine, lui non ricordava tutto questo: c’era come un buco bianco tra il momento in cui aveva visto il cielo cupo e gravido di nuvole oscure degli Elisi ormai sulla strada della distruzione e il viso pieno di lacrime di Saori sopra di sé, ricordava di aver sorriso, e il momento in cui si era ritrovato gli occhi feriti dalla luce al neon e aveva sentito la voce di Shiryu chiamarlo tra le lacrime.

Scosse violentemente la testa fino a farsi venire un tremendo capogiro, tanto da costringerlo a stare nuovamente sdraiato.

Al diavolo, stare da solo lì dentro era deleterio!

Faceva solo pensieri cupi e tristi.

"Basta così, ho voglia di uscire!" esclamò a voce alta il ragazzino, "E non sarà un dolorino alla gamba a fermarmi!" sbottò deciso; con cautela, spostò le gambe giù dal letto, fino a lasciarle spenzolare, poi, puntellandosi con la mano sul materasso, cercò di scendere.

Ma cadde rovinosamente a terra con una mezza imprecazione e un tonfo sordo sul pavimento, seguito da una serie di lamenti di dolore e fitte alla gamba ferita.

E meno male che aveva insistito per levare la flebo per quella notte!

Massaggiandosi la fronte, il bruno, cercò a tentoni il contatto con la carrozzina, identificò le ruote, il pianale per poggiare i piedi e infine il sedile; borbottando tra sé e sé qualche sporadica maledizione, allungò la mano per afferrare uno dei braccioli e far così leva per sollevarsi.

Pur se con fatica, riuscì infine a sedersi, ansimando: era tutto sudato per lo sforzo.

Poggiò la schiena sul cuscino, respirando affannosamente, per fortuna il più era stato fatto: "Hades, questa te la faccio scontare…" bofonchiò tra sé e sé, asciugandosi il viso umido con la manica; Seiya infine poggiò le mani sulle ruote che, con un cigolio sinistro, presero a muoversi.

Il ragazzo si spostò per qualche istante nella stanza, per prendere confidenza col nuovo mezzo, poi, incoraggiato dai risultati, si avvicinò alla porta lasciata ancora socchiusa, che spalancò con un semplice movimento del piede, e infine uscì in corridoio, respirando a pieni polmoni l’aria fresca che entrava dalle finestre aperte.

Col morale decisamente alto e coi brutti pensieri ormai lontani, il ragazzo si lasciò alle spalle la reception, sentiva le voci delle infermiere e non era proprio il caso di attirare l’attenzione! Minimo l’avrebbero risbattuto a letto e addio visitina, cosa che Seiya non poteva permettersi: si annoiava a morte in camera e visto che Saori se n’era andata, di restare lì da solo non aveva voglia.

Voleva vedere qualcuno di familiare.

Fischiettando sommessamente, il Pegaso finalmente si ritrovò dinanzi a una porta, da cui sentiva venire voci familiari e risate, e si lasciò scappare un sorriso: finalmente!

Con mano tremante, il ragazzo abbassò la maniglia e la spalancò.

Improvvisamente, tutte le voci e le risate si spensero e lui ebbe la visione di una capigliatura color della notte girarsi verso di lui e una color rame imitarla, mentre altre quattro paia d’occhi lo fissavano con insistenza e stupore.

Non volò una mosca fino al momento in cui la porta non si fu richiusa dietro il ragazzo, poi lui venne letteralmente preso di peso e scaraventato senza troppi complimenti sul letto, tra Jabu e Shun: "Non voglio sapere chi ti abbia autorizzato a fare quest’uscita fuori programma." lo rimproverò Geki, "Perché se lo becco, una tirata d’orecchi non gliela leva nessuno.".

Seiya sghignazzò, accoccolato con la schiena contro la spalla di Shun: "Ce l’hai davanti." replicò con estrema serietà, alzando la mano.

Jabu scoppiò a ridere, trattenendo il fratello maggiore per un polso: "Beh, non si può dire che non abbia ingegno. Ha elaborato una fuga da manuale." aggiunse, evitando per un soffio un cuscino lanciato a tutta velocità da Ban nella sua direzione, "Tu sei più incosciente di lui." precisò, ritornando a sedersi in poltrona e tenendo sotto controllo i tre fratelli più piccoli.

Con un sospiro rassegnato, Shun si sporse verso il comodino, prendendo la tracolla che aveva poggiato li appena arrivato e ne tirò fuori un pacco di dolciumi: "Tieni, Seiya-chan." disse con un sorriso, consegnandoglieli, "Sono passato a portartele stamattina, ma ho visto che dormivi ancora e mi spiaceva svegliare te o Saori." dichiarò, affossando il viso nel cuscino che teneva sulle ginocchia.

Il Pegaso sgranò gli occhi, erano madeleine!

Con impeto, si gettò sul fratello: "Al diavolo il papero, credi si offenderà se ti porto via con me?" esclamò Seiya, avventandosi subito dopo sui dolci; rannicchiandosi in grembo a Jabu, con il sacchetto poggiato sulla pancia, il quattordicenne prese a distribuire le conchigliette di morbida pasta in giro, fino a quando tutti non ebbero la bocca troppo piena per parlare.

"Non ne potevo più di stare tappato là dentro e quando stamattina Saori se n’è andata con Crapa Pelata, ho deciso di farmi un giretto, tutto qui. Sarò anche convalescente, ma non sono una donnetta isterica, e non sono fatto per starmene in panciolle tutto il santo giorno." disse lui, e per sottolineare, infilò una mano nel sacchettino e afferrò un altro dolcetto, che sparì con rapidità tra le sue fauci.

"Dovresti invece, checché tu ne dica, sei sveglio da nemmeno tre giorni, devi riprendere le forze." Lo rimproverò Ban, alzandosi dalla poltrona e sovrastando il fratello più giovane con uno sguardo che voleva dire tante cose, sollievo, preoccupazione e… Leggeva nei suoi occhi anche una malinconia che non si riusciva a spiegare.

"È successo qualcosa?" chiese a bruciapelo il bruno, mettendosi seduto per osservare meglio il fratello in viso, "Hai un’aria strana." notò Pegaso pensieroso.

Subito, il giapponese scosse la testa, biascicando una scusa poco convincente; senza aggiungere nulla, Seiya si sedette sul bordo del letto e, facendo leva con entrambe le braccia, riuscì a rimettersi in piedi, arrivando perlomeno al collo del Leone Minore: barcollava e le gambe gli facevano un male del diavolo, ma finché non fosse riuscito a capire cosa frullasse nella testa del compagno, non si sarebbe dato per vinto.

"Hai intenzione di parlare oppure devo fare la bella statuina ancora per molto? Guarda che non-"

In quel momento, le ginocchia del ragazzo cedettero, incapaci di reggere ulteriormente il suo peso, e sarebbe anche rovinosamente caduto a terra se il compagno dinanzi a lui non lo avesse preso al volo, depositandolo nuovamente sul letto.

Era visibilmente furibondo.

"Ecco cosa c’è! Sei un dannatissimo incosciente!" sbottò amaramente Ban, "Cosa ti costa startene a letto per un po’, spiegamelo! Hai rischiato di rimetterci la vita in quella battaglia, è anche giusto che tu ti riposi!" esclamò il giapponese.

Seiya lo guardò stupefatto, incapace di proferire parola.

Una mano gli si poggiò sulla spalla, gentile e leggera, e lui, voltatosi, incrociò gli occhi velati di lacrime di Shun che gli sorrideva, nonostante tutto: "Sanno tutto." gli disse semplicemente, come a voler giustificare quello scatto di rabbia.

E a quel punto, Seiya capì ogni cosa e si sentì in colpa.

Pegaso guardò alternativamente i visi dei fratelli, non riusciva minimamente ad aprire bocca e sentiva un fastidioso magone cominciare a formarsi nella sua gola, mozzandogli ancora di più il respiro.

"Forse l’abbiamo sempre saputo," a sorpresa, Nachi si era alzato dalla sua seggiola e si era avvicinato al letto, teneva lo sguardo basso a sua volta, lontano da quello di Seiya: "Ogni volta, mi chiedevo cosa fosse quel dolore che mi suscitava il vedere le vostre schiene allontanarsi per venir inghiottite dall’ennesima oscurità in procinto di avvolgere il pianeta, e non riuscivo a capirlo." bisbigliò a voce bassissima, quasi non volesse farsi sentire, "Poi però… Saori ci ha parlato…".

Seiya tremò impercettibilmente.

"Ci ha parlato e ci ha mostrato i nostri certificati di nascita. Sono autentici." aggiunse Ichi, tirando fuori dalla tasca il proprio opportunamente ripiegato.

I kanji di Kido Ichi campeggiavano in bella vista nel centro del foglio.

E così sicuramente doveva valere per gli altri.

Il quattordicenne convalescente allungò una mano tremante per accarezzare quelle lettere vergate in inchiostro nero, così lucente, al tocco del Sole, da sembrare tempestato di diamanti.

"Mi dispiace, avrei dovuto parlarvene prima." mormorò lui, distogliendo lo sguardo da loro.

A quelle parole, gli altri sei ragazzi si scambiarono un’occhiata, poi Shun scosse la testa e lo abbracciò: "Va tutto bene, ora non dobbiamo fare altro che raccogliere i cocci e rimettere tutto a posto…" gli sussurrò all’orecchio, "E lo faremo assieme.".

"Si, e ti posso assicurare fin da subito una cosa." aggiunse Jabu, unendosi all’abbraccio: "Da questo momento in poi, saremo una famiglia.".

Pegaso alzò di nuovo la testa, col viso solcato di lacrime, fissò alternativamente ora l’Unicorno, ora i fratelli presenti nella stanza: sorridevano, tenendosi gli uni stretti agli altri attorno a lui.

Con la manica del pigiama, si asciugò gli occhi: "Saremo una famiglia." ripetè il bruno con convinzione mentre il Sole fuori dalla finestra splendeva ancora più fulgido di prima.

"Forza, ti riporto a letto." disse Nachi, alzandosi dalla sedia e avvicinandosi a Seiya per aiutarlo a rimettersi seduto sulla carrozzina: "Io, Shun e gli altri dobbiamo tornare a casa qualche ora, tu vedi di startene tranquillo fino a che non ritorna Shiryu, siamo intesi?"

§§§

La porta della stanza si aprì piano senza il minimo rumore e una zazzera nera fece capolino nel piccolo ambiente silenzioso.

Gli occhi vispi del guerriero di Unicorn saettarono per ogni dove, notando subito il Dragone rannicchiato sulla poltrona profondamente addormentato, a braccia conserte, seppur con la testa reclinata su un lato: si era presentato in clinica di buon’ora e sicuramente non doveva aver dormito.

E infine scorse la sagoma scomposta del Pegaso sul piccolo letto, aveva l’aria beata e i ciuffi sudati erano sparsi sul cuscino.

Jabu scosse piano Seiya e, non appena gli occhioni nocciola del ragazzo si furono aperti, fu veloce a tappargli la bocca con la mano: "Shhh!" lo prevenne con aria cospiratrice, facendogli cenno col dito di tacere; il più giovane sembrava confuso, era ancora mezzo addormentato e non capiva cosa passasse per la testa al fratello.

"Vieni con me.." sussurrò Unicorn, prendendolo per un braccio per farlo alzare, e con estrema facilità lo condusse presso la sedia a rotelle accanto al letto: "Attento a non svegliare il can che dorme," borbottò, mettendogli addosso la giacca, "O è la volta che ci spiuma come le allodole di Alouette…". Il moretto sistemò con cura la flebo al suo posto e gli lanciò un maglione: "Mettiti questo." disse, prima di spingere la carrozzina fuori dalla stanza

Seiya guardò per un istante il viso del maggiore profondamente addormentato, una fitta al cuore per quell’espressione così stanca gli strappò un singhiozzo, subito udito da Jabu; il ragazzo si fermò appena fuori nel corridoio, chinandosi con evidente preoccupazione sul ragazzino: "Tutto a posto?" domandò, esaminandolo attentamente.

Pegasus annuì distrattamente: "Mi fa male vederlo così." ammise con un filo di voce, tormentandosi le dita, "Dove stiamo andando?" chiese poi, cercando di sviare l’attenzione su altro; l’Unicorno scosse la testa rassegnato, "In giardino, è ora che tu esca un po’ all’aria aperta!" disse con un ghignetto, spingendo la carrozzina verso la hall della clinica.

L’ambiente arioso e pieno di luce riportò il buonumore in Seiya, che salutò allegro Meiko al bancone: "Dove state andando di bello voi due?" chiese lei, sollevata di vedere il bimbo di nuovo in piedi, "Jabu-kun mi porta a fare un giro…" sbadigliò il guerriero, stiracchiandosi rumorosamente, "Voglio fargli respirare un po’ d’aria fresca, nella sua stanza si soffoca." spiegò serio il fratello, "D’accordo, divertitevi!" sorrise gentile l’infermiera, "E fate attenzione, non strapazzatevi troppo." aggiunse, prima di tornare a sistemare le cartelle cliniche.

L’aria fredda sul viso strappò un sorriso felice al piccolo infermo, che prese ad agitarsi, smaniando di scendere e correre sul prato: "Eddai, fammi provare!" cercò di convincerlo con la propria migliore aria da cucciolo bastonato, "Una corsetta e basta, ti prego!" cantilenò; Unicorn, però, fu irremovibile, "Non pensarci nemmeno!" lo rimbeccò, "Non riesci nemmeno a reggerti in piedi, come puoi pensare di correre?" il tono della voce del moro sembrava quasi strozzato, ricordava troppo bene quando era quasi svenuto nella sua camera.

Seiya restò interdetto, poi poggiò una mano sul polso di Jabu, stringendoglielo con affetto: "Non mi succederà nulla, te lo prometto…" sussurrò, fissandolo con aria tenera e stanca, "Ma fammi provare, solo provare." lo supplicò.

L’altro ragazzo soppesò per un istante appena la richiesta, annuendo subito dopo: "D’accordo.." acconsentì, "Però non strafare." lo ammonì, aiutandolo ad alzarsi in piedi, lo sentì tremare sotto il suo tocco ma si impose di non farci caso; Pegasus sorrise nel sentire di nuovo l’erba sotto i propri piedi nudi e azzardò qualche passo timido, che si fece via via più sicuro a mano a mano che s’allontanava dal fratello e dalla sedia.

Trionfante, si voltò verso di lui: "Hai visto?!" gridò con aria gioiosa, "Riesco a stare in piedi alla faccia tua!" rise, facendogli una linguaccia impertinente, "Riesco.." mormorò con un filo di voce prima di cadere di nuovo bocconi sull’erba morbida, la testa gli girava vorticosamente mista a un senso di nausea stranamente intenso.

Come un suono incredibilmente lontano e rallentato, Seiya udì la voce di Jabu chiamarlo preoccupato, si sentì avvolto da una calda stretta attorno alle spalle: "Stupido!! Svegliati!" lo scuoteva a voce alta il fratello, tenendolo con la testa leggermente sollevata per farlo riprendere; finalmente, Pegaso cominciò a mostrare segni di risveglio, sbattè piano le palpebre, mettendo a fuoco la figura del moro chino ansiosamente su di lui: "Sei un’idiota!" lo rimproverò quello con voce arrochita, "Ti avevo detto di non strafare!" disse, mettendolo seduto; con attenzione, gli prese il polso, il battito era accelerato e la pelle madida di sudore.

Sbuffando, il fratello lo riportò sulla sedia: "Adesso non ti muovi più di qui!" decretò, sistemandogli i ciuffi umidi sulla fronte, "Sono stato chiaro?".

Il brunetto annuì appena, reclinando il capo sul morbido cuscino che lo sorreggeva: "Però sono stato bravo…" ridacchiò, abbandonando le mani in grembo, "Ci vuole altro che una spada per mettermi fuori gioco!" dichiarò lui scherzosamente.

Uno scappellotto s’abbatté implacabile sulla nuca del malcapitato: "Non dire stronzate," mormorò Jabu, stringendo i pugni, "Non dire altro…" singhiozzò appena, stringendogli una spalla con forza.

Pegaso lo osservò attentamente: "Sai che ti dico…? bisbigliò appena in tono da cospiratore, "Ti preferivo quando mi insultavi," sghignazzò, "Adesso non c’è nemmeno gusto a litigare…" s’imbronciò, incrociando le braccia al petto.

Ennesimo scappellotto.

"La pianti di picchiarmi? Sono in convalescenza!" esclamò il ragazzino, recuperando per un attimo tutta la sua baldanza, "Non prenderci gusto," decretò il coetaneo, "Una volta che ti sarai ripreso, avrò molto da recuperare, dispetti e scherzi compresi. Prepara sin da ora i cerotti, perché non avrò pietà!".

Ma Seiya pareva non averlo sentito, aveva lo sguardo puntato dritto davanti a sé, sfumato di malinconia e tristezza: "Quanto… Quanto sono rimasto…" mormorò, mordendosi poi il labbro inferiore, non aveva la forza di porre quella domanda; Unicorno sospirò, spingendo la carrozzina verso il cancello della clinica, "Più di un mese e mezzo… Siamo a metà dicembre." precisò il moro.

Pegaso sembrava stupito: "Quindi… Ho passato il mio compleanno qui dentro??" esclamò orripilato, "Senza regali né torta??" aggiunse con il volto triste, "Uff… Che bella festa…" sbuffò ironico il brunetto, "DANNATO HADES!" gridò, alzando i pugni verso il cielo, "Ci pensi tu a restituirmi la torta che ho perso??" strillò con espressione furibonda.

"Andiamo bene noi?"

La voce divertita di Hyoga riecheggiò nel giardino deserto; i due alzarono lo sguardo giusto in tempo per vedere Saori e gli altri fratelli entrare dal cancello della casa di cura, intabarrati nei cappotti per ovviare alla bassa temperatura esterna e la Dea portava in braccio un pacco che, se la vista di Seiya non lo ingannava, doveva essere….

"È un dolce quello, vero?" chiese speranzoso il bambino, stringendosi nella giacca con gli occhi lucidi; "Si, l’hanno fatto Shun e Nachi." spiegò Ikki, a fianco del fratello prediletto, "A proposito, che diavolo ci fate qui fuori?" s’intromise Geki con aria severa, "Tu dovresti essere a letto," e così dicendo indicava Seiya, "E tu idem. Non vi avevamo detto di starvene buoni buoni?" soggiunse Ban rivolgendosi a Jabu, "Shiryu-niisan dov’è?" domandò Andromeda, levandosi i guanti per metterli a Pegaso.

"Sono qui… Razza di incoscienti!"

Una mano sottile afferrò entrambi i fuggitivi per la collottola del pigiama e i due vennero leggermente sollevati da un Dragone alquanto fuori di sé: "Ahia…. Shi, mi soffochi…" balbettò il più giovane, cercando di divincolarsi dalla presa del fratello, "Calmati Shiryu." tentò di rabbonirlo il moro, "Calmati un corno" lo sgridò, sembrava che il cinese avesse perso tutta la sua proverbiale tranquillità, "Permetti che trovare il letto vuoto e nessuna traccia di voi due sia sufficiente per preoccuparsi?" brontolò lui.

Seiya allungò una mano: "Stai per caso cercando di concludere l’opera di Hades?" borbottò lui con un filo di voce, stringendosi con l’altra il petto per un’improvvisa fitta di dolore.

Il fratello lasciò subito la presa e il guerriero scivolò nuovamente sul cuscino della sedia a rotelle, rannicchiandosi e respirando affannosamente; il cinese si chinò su di lui: "Scusami…" bisbigliò egli con estremo dispiacere, "Lascia stare.. è passato…" lo rassicurò il ferito, abbandonando la testa all’indietro.

Il silenzio si era fatto pesante.

Risistematosi la casacca del pigiama, Jabu guardò con risentimento il più grande: "Razza di stupido, non scappiamo mica." dichiarò, facendogli cenno di prendere il suo posto per riportare il malato in camera. Per un attimo, l’orientale restò interdetto e si sfregò gli occhi: quella situazione lo stava veramente esaurendo; osservandosi le mani che tremavano inconsulte, non poté fare a meno di chiedersi cosa stesse diventando.

§§§

Quando il cancello si aprì per far entrare la berlina nera dai vetri oscurati, otto figure umane erano già in attesa sotto il portico, incuranti del freddo e del vento; l’auto si fermò proprio davanti a loro e ne discesero Lady Saori e Shiryu, che portava in braccio Seiya, a giudicare dall’espressione sollevata e allegra della Dea, sicuramente il Pegaso stava battibeccando col maggiore per qualcosa, segno che si stava ormai completamente riprendendo: quantomeno, era tornato a essere il solito noiosone.

"Oh, finalmente facce amiche!" esclamò plateale il più giovane, agitando le mani in segno di saluto, "Vi scongiuro, legate il cane da guardia, non sono invalido, sono capacissimo di reggermi in piedi da solo!" gemette, guardando gli amici con espressione implorante.

Hyoga si scambiò un’occhiata con Shun: "Non ci penso nemmeno." rispose semplicemente, "Tu te la sei cercata e tu subisci, comprendi?" sogghignò il Cigno, facendosi da parte per assistere al divertente quadretto.

Pegasus lo guardò malissimo: "Maledetto pulcino…" ringhiò arrabbiato, "Devi solo ringraziare che sono bloccato qui altrimenti saresti già a testa in giù nella più vicina aiuola a far da concime ai fiori." sbottò il bruno, imbronciato, "Si, si, fai lo spaccone quanto vuoi, tanto sappiamo entrambi che non avresti nemmeno la forza di torcermi un polso." lo provocò il nordico.

Andromeda si aggrappò al braccio del russo: "Dai, smettila." lo rimproverò il quattordicenne con aria severa, "Ha anche ragione, povero Seiya-chan, lo capisco che non ne possa più di stare fermo…" il ragazzino sembrava essersi rabbuiato all’improvviso; Cygnus gli cinse le spalle affettuosamente, "Non dargli troppa corda o riuscirà ad averla vinta." cercò di ridere, ma il malumore del più giovane sembrava contagioso.

Non era difficile intuire il motivo del suo improvviso malessere.

Si sentiva responsabile per l'accaduto al fratello...

E come dargli torto? Hades ne aveva fatto il suo pupazzo personale e gli strascichi di quella possessione non si erano ancora del tutto allontanati.

"Ok, credo che Shun-chan sarebbe un infermiere migliore del niisan! Scelgo lui come mio personale assistente in questi lunghi e noiosi giorni che mi si prospettano davanti." disse improvvisamente Pegaso, facendo cenno all'Andromeda di venirgli vicino, "Tuo primo compito darà quello di trovare il modo di farmi scendere da qui.. La cosa comincia a essere alquanto imbarazzante..." borbottò a un orecchio del coetaneo.

Il brunetto annuì, cercando di mostrarsi allegro: "D'accordo, forza, ti accompagno io dentro." si offrì, facendo passare il braccio del ragazzo dietro la propria nuca; con attenzione, Shiryu mollò la presa e permise a Shun di prendere in custodia il fratello e condurlo in casa.

Ma la pace non durò a lungo.

Per tutto il resto della giornata, infatti, Seiya ebbe una febbre alta che non gli dava tregua e nessuno lo aveva visto in giro, rintanato nella sua stanza sotto tre o quattro trapunte a battere i denti per i continui e improvvisi brividi di freddo che lo tormentavano; più volte nel corso della giornata il medico era venuto a controllarlo ma il dottore aveva rassicurato tutti sulle sue condizioni, giustificandole come strascichi della lunga degenza in ospedale.

Il giorno si tramutò lentamente nell’oscurità silenziosa di una notte che minacciava neve e l’intera villa venne a poco a poco avvolta dal sopore del sonno.

Fu verso la mezzanotte che Shiryu venne svegliato di soprassalto dal contatto con la mano bollente del fratello sul proprio volto.

Il cinese allungò la mano per accendere la lampada sul comodino e, nella fioca luce, distinse il viso emaciato e arrossato per la febbre del più piccolo, ogni singolo muscolo del suo corpo tremava: "Che succede?" bisbigliò lui con autentico panico, "Stai male?" indagò, osservandone l’espressione esausta ed esaurita.

Pegaso ebbe solo la forza di annuire, prima di lasciarsi cadere semi-svenuto sul materasso.

Dragone lo afferrò al volo per le braccia, facendolo sdraiare sul letto accanto a sé, ma era troppo caldo e perfino il pigiama era madido di sudore, le labbra strette sino a sanguinare indicavano che era avvolto da un freddo che a stento riusciva a sopportare.

Senza pensarci su due volte, il fratello più grande lo prese in braccio, dirigendosi verso il bagno.

Una volta lì, lo spogliò di tutti gli abiti, gettandoli in malo modo nel cesto della lavanderia, e lo mise sotto il getto dell’acqua calda; le membra di Seiya smisero così di tremare e il bruno giapponese poté rilassarsi, rannicchiandosi per raccogliere tutto il calore possibile. Shiryu lo tenne dritto, insaponandogli con cura le spalle e la schiena per portargli un po’ di sollievo; la pelle non era ancora del tutto rimarginata così l’orientale fece un po’ fatica a coprire, con la soffice schiuma, il fisico del compagno senza recargli ulteriore dolore.

Due paia di occhi arrossati e assonnati si spostarono a guardarlo, illuminati di riconoscenza: "Grazie niisan.." mormorò il piccolo, aggrappandosi con tutto sé stesso al collo del fratello; Pegaso poggiò esausto la fronte sulla sua spalla, aumentando la presa.

Dragone scosse la testa impercettibilmente: "Non ce n’è bisogno…" dichiarò a bassa voce, allungandosi a prendere un candido e caldo asciugamano poggiato sul termosifone bollente, "Vieni," gli sussurrò, dispiegando il morbido tessuto, "Ti asciugo io." si offrì, avvolgendolo in un soffice e profumato abbraccio di cotone; le mani sottili di Seiya riemersero prima del corpo da quell’erculea stretta, cercavano il contatto con il pigiama del cinese: "Scusa," la voce sembrava così fioca e lontana, "Ti ho bagnato." sembrava quasi risentita.

L’altro non ci diede peso: "Non è nulla, ma ora fatti asciugare altrimenti rischi di prenderti un raffreddore coi fiocchi." cercò poi di ridere per stemperare la tensione ma perfino la voce faticava a uscire dalla gola; il guerriero si sfregò gli occhi per poi tornare ad occuparsi del fratello ancora seduto sulle sue ginocchia, ravvolto nel canovaccio.

In silenzio, si concentrò sul proprio compito, l’unico rumore che si sentiva nella stanza era quello del fruscio del cotone sulla pelle del quattordicenne, nessun altro rumore.

Shiryu era preoccupato mentre fissava il volto tenuto ostinatamente basso da Seiya, l’espressione stanca del ragazzo lo inquietava non poco: "Ehi, stai dritto…" gli sussurrò improvvisamente il moro mentre la testa del più piccolo ciondolava inerte contro la sua spalla, il respiro era tranquillo e regolare, segno che era nuovamente crollato addormentato.

Il maggiore sospirò, accarezzandolo piano sulla nuca con affetto, non voleva alzarsi anche se sentiva i muscoli delle gambe estremamente indolenziti, non voleva svegliarlo: Pegaso doveva riprendersi prima di Natale, era la prima vera occasione di svago per tutti loro dopo le dure prove dei mesi trascorsi e non avrebbe mai permesso che anche solo uno tra loro trascorresse le vacanze confinato in un letto.

Aveva sofferto troppo nel vedere la vita del più piccolo dei suoi fratelli appesa a un filo talmente sottile e fragile da essere in procinto di spezzarsi al minimo respiro e non voleva ripetere la medesima esperienza.

Tutti ne erano usciti distrutti da quella storia, ora voleva solo…

Già, cosa voleva veramente?

Sapeva che i ricordi dolorosi di quelle ultime settimane, le crisi nervose di Jabu, la litigata che lui stesso aveva avuto con Shun, il comportamento di Ikki che sembrava avercela con il mondo intero, Hyoga che non perdeva occasione di rinchiudersi in un mutismo disperato e privo di senso, Ichi e gli altri che parevano zombi, evitandoli accuratamente, non se ne sarebbero mai andati del tutto, che tutti loro, in un modo o nell’altro, non sarebbero mai stati del tutto gli stessi.

Avevano toccato con mano la vera sofferenza in quel periodo.

Ma lui, cosa voleva veramente, ora che tutto si era finalmente sistemato, che il Sole era tornato a splendere per tutti loro?

Shiryu si sentì come se avesse solo perso tempo per tutta la sua vita, aveva perso tempo comportandosi come si era sempre comportato, non dando retta al proprio cuore.

Ecco cosa desiderava veramente.

L’unica cosa che davvero gli premeva era stare con Seiya e gli altri, vederli vivi ogni giorno appena aperti gli occhi e anche venire coinvolto nelle risse sul tappeto che tanto disapprovava lo avrebbe reso felice se ciò voleva dire poter condividere la propria vita col sangue del proprio sangue, con quei fratelli che aveva lasciato amici e che aveva ritrovato nemici.

Non si può cancellare il passato, ma su di esso si può sempre e comunque gettare sabbia e ricostruire.

Basta averne la forza.

A troncare di netto le sue elucubrazioni mentali fu un gemito sommesso proveniente dal bel addormentato sulle sue ginocchia, Seiya spalancò di scatto gli occhi, mettendosi seduto con una certa ansia negli occhi e guardandosi attorno con vergogna e imbarazzo: "Mi sono addormentato…" ammise lui, stiracchiandosi, "Me ne sono accorto!" rise il Dragone, mettendosi in piedi e portandolo su con sé, "Torniamo a letto, è tardi e tu hai la febbre ancora alta, non puoi girare per casa col freddo che fa fuori." disse protettivo, avvolgendolo nella propria vestaglia.

Il volto del giapponese si illuminò: "Ma non ho più sonno…" biascicò tra uno sbadiglio e un altro, "ho passato la giornata a dormire, non posso!" esclamò sornione, stringendosi nella veste da camera, "andiamo in biblioteca!" propose, dirigendosi fuori dal bagno.

Shiryu restò a osservare la porta per qualche minuto sino a quando Pegaso non sbucò nuovamente con la testa da lì: "Ti sbrighi??" lo rimproverò, "O hai intenzione di restare a fissare il muro tutta la notte?" ghignò il più giovane, sparendo nel corridoio.

L’alba li sorprese abbracciati e profondamente addormentati sul divano della sala di lettura mentre al di fuori il Sole splendeva forte, facendo rilucere la neve caduta come cristallo; il camino era acceso ma le braci morenti sembravano esalare il loro ultimo respiro e l’aria si stava ormai raffreddando: gli strascichi del calore delle fiamme si stavano ormai dissipando.

Furono le donne di servizio a sorprenderli e rimasero intenerite da quella scenetta così dolce: il viso di Seiya era del tutto affossato sul petto del maggiore, che lo cingeva con le proprie braccia, premendoselo contro per scaldarlo e proteggerlo.

Una di loro fece cenno alle compagne di tacere: "Lasciamoli dormire, poveri cari." sussurrò lei, una signora di mezza età da sempre al servizio dei Kido, "Hanno passato delle gran brutte giornate. Avvertiamo Milady e lasciamoli qui." bisbigliò ella, afferrando una coperta colorata per mettergliela addosso.

Akiko, questo era il suo nome, diede una carezza al più piccolo, seguita da un bacio sulla guancia: "Sogni d’oro, piccolo." gli sussurrò con materna affettuosità, "E non preoccuparti, il tuo angelo custode è qui." disse a bassa voce, sorridendo nel vedere la stretta erculea in cui Seiya era prigioniero, un angelo che, ne era certa, non avrebbe permesso più che gli accadesse qualcosa di male.

Silenziosamente, un’altra prese in mano l’attizzatoio e un ceppo di legno per sostituire quello ormai consumato: in pochi minuti, un nuovo fuocherello, brillante e caldo, spandeva gioioso la propria luce tutto attorno, il tepore che emanava era così piacevole…

Sapeva di casa.

Una casa che era finalmente tornata a essere viva, proprio come le fiamme del caminetto.

§§§

Sorprendentemente, fu Seiya il primo a riemergere dal sonno in cui era sprofondato senza accorgersene minimamente.

L’ultima cosa che ricordava era che Shiryu gli stava leggendo una favola, ma nient’altro; però la sensazione di calore che lo avvolgeva come una carezza, quella si che se la sarebbe ricordata a lungo, nel dormiveglia era anche più bella.

Il ragazzino alzò la testa, scorgendo appena il viso seminascosto dai capelli del Dragone e non riuscì a trattenere un sorriso mentre si rannicchiava maggiormente sulle ginocchia del fratello, cercando una posizione più comoda per riprendere il sonno da dove era stato bruscamente interrotto.

"Credo che siamo in ritardo per la colazione…" gli giunse all’orecchio la voce ancora impastata di stanchezza del moro, "Come ti senti?" gli chiese poi, mentre anche lui si muoveva leggermente, "Decisamente meglio!" lo rassicurò il più giovane sbadigliando, "E ora ho fame!" dichiarò il ragazzo, balzando in piedi energico, "Ho voglia di cioccolato!" decise dopo un attento attimo di riflessione.

Il cinese scoppiò a ridere, sollevato nel rivedere il compagno di nuovo in salute e non costretto su un’assurda sedia a rotelle: "Sei stato fortunato, stupidotto!" lo rimbrottò, facendogli cenno di avvicinarsi, "Quando imparerai a essere un poco più prudente?" lo rimproverò con un leggero sorriso; Seiya fece una mezza giravolta su sé stesso, lasciandosi cadere di proposito sul cuscino accanto all’altro giovane, "non fare la mamma apprensiva, ci vuole ben altro per mettere fuori gioco me. In fondo, l’erba cattiva è dura a morire e io sono il più bell’esemplare di gramigna esistente in circolazione. Se non ci fossi, dovrebbero inventarmi!" decretò, poggiando la propria testa sulla spalla del fratello.

Shiryu annuì, scompigliandogli i capelli: "Asseconderò per questa volta i tuoi deliri di onnipotenza," replicò con una nota divertita nella voce, "Ma adesso alzati e scendiamo, sempre se tu abbia ancora fame." disse mellifluo l’orientale, alzandosi elegantemente in piedi.

Quelle parole ebbero un magico effetto sul Pegaso: "Cosa stiamo aspettando?" disse, afferrando volentieri la mano che quello gli passava per alzarsi, "Andiamo a mangiare qualcosa prima che Hyoga si divori tutti i miei biscotti!" esclamò, assumendo subito dopo un’espressione preoccupata in viso, "Chissà quanti piccoli meravigliosi tesori zuccherosi sono finiti tra le zampacce del papero in questi giorni..." gemette, correndo fuori come un razzo.

Una volta fuori, però, il ragazzo andò a sbattere contro qualcuno considerevolmente massiccio di corporatura che veniva nel senso opposto e sentì il proprio naso sfregare contro un tessuto che, all’apparenza, doveva essere cotone.

Il giovane si ritrovò a terra con la figura di Tatsumi che incombeva su di lui: "Ma ti sembra il modo di sbucare?" imprecò, massaggiandosi la fronte nel punto dove aveva cozzato; il maggiordomo lo guardò interdetto, ignorando i suoi improperi, "Mi sembra di averti detto cento volte di non correre nel corridoio…" lo rimproverò, "Comunque, Saori-sama  mi ha chiesto di avvertirti che ti aspetta nel suo studio, vedi di non fare tardi. E vedi di renderti presentabile, togliti quella vestaglia di dosso e metti qualcosa di più adeguato." disse brusco, eclissandosi non appena ebbe scorto Shiryu avvicinarsi a loro.

"Che succede?" chiese il Dragone sorpreso; Seiya scosse la testa: "Crapa pelata mi ha detto che Athena vuole vedermi. Senti, vai giù a strappare a Hyoga i miei biscotti per favore, io vado a vedere cosa ha da dirmi Saori poi vi raggiungo." decretò, dirigendosi deciso verso le scale per salire al piano superiore, "Sicuro che non vuoi che ti accompagni?" domandò l’orientale ma la sua richiesta cadde nel vuoto.

§§§

"Saori-chan, ci sei? Palla da biliardo mi ha detto che hai bisogno di parlarmi!"

Il tono vagamente scherzoso del Pegaso strappò un sorriso alla quattordicenne seduta alla scrivania: "Entra pure." replicò lei; presto detto, Seiya sfrecciò nello studio con la forza di un tornado, accomodandosi nella poltrona davanti al caminetto acceso, "Ah, che bel calduccio!" esclamò, sfregandosi le mani, "È successo qualcosa?" chiese sospettoso il ragazzino, "Perché sei già sveglia a quest'ora? Oggi non devi lavorare." domandò il giapponese.

Lei scosse la testa: "Ho chiamato il tuo fisioterapista e ho rimandato la seduta di oggi a dopodomani così sarai libero di prepararti." spiegò senza scomporsi.

Pegaso la fissò dubbioso: "Grazie ma... Perchè?" chiese innocentemente; la giovane donna lo guardò estremamente stupita, poi gli fece cenno di avvicinarsi e gli diede in mano il piccolo calendario da tavolo: "Oggi è il 24 dicembre, non credo tu voglia passare la vigilia di Natale in ospedale".

Sul viso del guerriero passarono in un lampo una miriade di emozioni poi abbandonò in tutta fretta l'oggetto sul tavolo della ragazza: "Oh mammina... Grazie mille Saori, ma ora scusami, devo proprio scappare!" esclamò improvvisamente agitato.

Così come era entrato, il giapponese uscì rapidamente dallo studio, seguito dalla voce divertita della Dea: "Se devi chiamare Seika-san, non disturbarti, ho già provveduto io, ti aspetta all'ingresso.".

§§§

La porta della stanza si aprì piano e i folti ricci rossicci della sorella allietarono la vista di Seiya: "Neesan! Buongiorno!" salutò lui allegro, abbracciandola forte, "Ciao fratellino! Milady mi ha detto che probabilmente avresti avuto bisogno del mio aiuto oggi!" disse lei, sostando le mani del ragazzo per allacciargli la giacca, "Già, sono proprio rintronato, non mi sono minimamente accorto che oggi fosse il 24..." ridacchiò nervosamente il bruno, "Neesan, mi devi aiutare a trovare dei bei regali per tutti, è una questione di vita o di morte!" la implorò.

Lei rimase interdetta, poi scoppiò a ridere, scuotendo al contempo la testa sconsolata: "D'accordo, ti aiuterò. Ma dobbiamo sbrigarci, Lady Saori ha detto che hai delle medicine da prendere.".

Lui annuì, mostrando una pochette trasparente che sembrava contenere un gran numero di boccette e pastiglie: "Non c'è problema, me le porto dietro. Ma anche a costo di diventare un ghiacciolo, non tornerò a casa prima di aver trovato tutti i regali che mi servono!" decretò risoluto.

"Perfetto, allora usciamo. Vedrai che non ci vorrà tanto.".

La metropolitana li depositò nel centro di Shibuya e da lì cominciò la caccia al regalo.

Seiya però sembrava non trovare nulla che lo soddisfacesse appieno, ogni negozio che poteva essere un buon posto per trovare un dono veniva irrimediabilmente rifiutato dal ragazzino.

"Niichan, esattamente, cosa vuoi trovare?" chiese, all'ennesimo buco nell'acqua, Seika; il fratello scosse la testa, "Non lo so..." ammise, tirando fuori dalla tasca un foglietto vergato in hiragana e kanji, "Questi sono i destinatari dei regali, ma finora non ho trovato nulla di adatto." sbuffò imbronciato, consegnandoglielo.

Lei scorse rapidamente la lista, vi erano i nomi di tutti i fratelli scritti nella calligrafia stentata e disordinata del ragazzetto.

C'era anche il suo nome, quello di Saori e perfino...

"Beh, non mi sembra così difficile." disse lei decisa, "Per Shun, ad esempio, non ti piacevano i peluche di quel negozio di giocattoli?" propose, indicando un punto lontano nella via gremita di gente e piena di luci, "Ci avevo pensato..." ammise borbottando lui, "Ma non ero sicuro che fossero una buona scelta...".

Seika lo prese per il polso: "Vedrai che gli piacerà, ho visto un coniglietto per cui impazzirà sicuramente!" esclamò convinta, "Non lo conosco bene, ma mi sembra proprio un tipo da pupazzi morbidi e teneri!" e così dicendo lo trascinò verso il negozio.

Dieci minuti dopo, i due uscirono dal negozio salutando calorosamente la proprietaria,

Tra le mani, il più giovane aveva un pacchetto.

"Vedi che non era così difficile?" sorrise lei, "Prossimo della lista... Hyoga." disse con un leggero sorriso rassicurato Seiya.

Il pomeriggio trascorse veloce e quando entrambi decisero di fare una pausa in una sala da tè, il più era stato ormai fatto: "Perfetto! Gli unici che mancano all'appello sono Saori-san e..." cominciò la rossa, "E te, sorellona." completò serio il bruno, sorseggiando in silenzio la tazza di cioccolata calda e profumata.

"Cosa hai intenzione di fare con la Dea?" chiese lei, sembrava non avesse sentito le parole del  fratello, "Potresti regalarle quella graziosa collana che abbiamo visto nella gioielleria qui accanto." propose la ragazza.

"Neesan... Io... Io non so cosa regalarti." disse improvvisamente Pegaso con aria triste e rabbuiata, "Non c'è niente di quello che ho visto oggi che mi sembra adatto a te..." ammise, stringendosi le mani al cuore.

Seika sospirò, arruffandogli i capelli con affetto: "Fratellino, ascolta... Per me, il regalo più bello è essere di nuovo assieme." disse lei con una sfumatura di dolcezza nella voce, "È vederti ancora sorridere e scherzare, piccolo. E credo che anche per gli altri sia lo stesso. Il regalo più bello di questo mondo non può essere migliore di una famiglia di nuovo riunita." sussurrò, allungando le braccia in un chiaro invito.

Seiya si alzò e, barcollando, si andò a sedere sul divanetto accanto alla ragazza più grande, che lo strinse con forza e amore a sé.

"Però un regalo voglio fartelo lo stesso." decretò testardo il bruno, puntando i suoi occhioni luminosi in quelli della sorella: "D'accordo testone!" ridacchiò lei, asciugandosi una lacrima fuggiasca. "Allora che ne dici se ci facciamo una fotografia? Io e te soli, come da bambini." propose.

§§§

Quando uscirono dal fotografo, aveva cominciato a nevicare.

La rossa osservò deliziata la neve scendere dal cielo e depositarsi leggera tra i suoi capelli: "Questo è un miracolo!" decretò lei, prendendo le buste al fratello, "Avremo un bianco Natale, si potrebbe fare anche a palle di neve se si attacca al suolo." esclamò la ragazza con gli occhi splendenti, "I bambini saranno felicissimi!".

Seiya non rispose, si limitò ad osservare con aria rapita la candida e silenziosa danza dei fiocchi di ghiaccio.

"Ehi, ti si è congelata la lingua?" chiese lei scherzosamente, cingendogli le spalle col braccio, "No... è che... Erano anni che non vedevo nevicare così. In Grecia non accadeva mai, c'era sempre un caldo torrido d’estate e in inverno faceva tantissimo freddo ma non nevicava mai". rispose, totalmente assorto nella contemplazione del paesaggio circostante.

Lei lo lasciò fare, aprendo l'ombrello per coprire entrambi.

Passarono parecchi minuti, poi fu come se il più giovane si fosse svegliato da un lungo sonno: "Neesan, io devo andare... O rischio di arrivare in ritardo." disse, osservando l'orologio con aria preoccupata, "Posso accompagnarti io." si offrì, ma lui fu irremovibile, "Ci sarà un sacco di traffico e i bambini ti aspettano per cena. Questo è il mio regalo per loro, c'è anche quello per Miho-chan e infine questo è per te." disse sorridendo, dandole un grosso sacco e un pacchetto più piccolo, incartato in blu elettrico, "Ho chiesto al fotografo di incorniciarla, è più carina così. Buon Natale sorellona..." sussurrò a bassa voce, mettendoglielo in mano.

Lei gli diede un bacio sulla guancia e con un sorriso, gli consegnò a sua volta un regalo: "Mi raccomando, scartalo solo arrivato a casa, d'accordo? Buon Natale fratellino, e fai attenzione alla strada." lo rimproverò, prima di dirigersi verso la metropolitana, "Neesan!!!" gemette, "Non sono un bambino!" ridacchiò, osservando malinconicamente la figura alta e snella della maggiore allontanarsi in mezzo alla folla fino a esserne quasi inghiottita.

Pegaso restò a lungo in mezzo al marciapiede, quasi congelato, poi si riscosse e si diresse a passo svelto verso la fermata del bus.

Quando scese dal mezzo, si ritrovò nella via fredda e buia del quartiere residenziale in cui sorgeva Villa Kido.

Rabbrividendo per il freddo, si strinse nel cappotto e si sistemò meglio la sciarpa; si guardò furtivamente intorno ma l'unica presenza umana che poteva scorgere era quella del guidatore dell'autobus che faceva capolinea lì.

Un po' più rassicurato, si incamminò verso casa, rimuginando tra sé e sé mentre attorno a lui la neve non accennava a smettere di cadere, soffice e silenziosa.

Era già arrivato a metà strada quando il suono lontano del campanile dell'orfanotrofio lo fece scattare come una molla.

Otto rintocchi.

Si, era decisamente in ritardo.

Cominciò a correre, trascinandosi dietro le buste piene di regali, ansimava ma non si sarebbe fermato prima di essere arrivato a casa.

Quando finalmente le scorse, le luci che splendevano nel giardino di casa non gli erano mai sembrate così belle e invitanti; passò il cancello che aveva il fiatone e raggiunse infine il portico che era del tutto senza fiato.

"Per Athena, che corsa!" esclamò, piegandosi sulle ginocchia per riprendersi, "Sono proprio fuori esercizio!" dichiarò, asciugandosi il viso con la sciarpa, "Se Marin-sensei mi vedesse..." ridacchiò, aprendo il portone.

Nell'ingresso, intento a sistemare una ghirlanda, c'era solo Tatsumi.

"Ehi, crapa pelata!" lo salutò il bruno, "Potresti metterti un cappello da Babbo Natale in testa, saresti più in sintonia con l'ambiente!" scherzò, riponendo le proprie scarpe; il maggiordomo lo guardò torvo ma non rispose alla provocazione, "Siamo di cattivo umore, eh?" lo schernì Pegaso. "Beh, la mia era solo una proposta, pensaci su!" rise, salendo le scale per poi sparire nel corridoio.

All'improvviso, notò una figura familiare uscire dalla sua stanza e aumentò il passo: "Ehi, Shun!" lo chiamò, "Sono qui!" esclamò, sbracciandosi. Il fratello si fermò, aprendogli la porta per farlo entrare nella stanza, "Ti sto cercando da tutto il pomeriggio." ammise il coetaneo, non appena a portata di voce, "Si, si, ma ora aiutami a portare dentro questi cosi, pesano un quintale!" gemette Seiya, abbandonandogli i pacchi in braccio; una volta dentro, egli buttò sciarpa e giacca sul letto intonso.

Shun si richiuse la porta alle spalle, poggiando le buste di acquisti sulla sedia e sulla scrivania: "Dove sei stato?" gli chiese, dandogli la tuta che indossava di solito a casa, "A caccia di regali con Seika-neesan, è stato un incubo...." borbottò il ragazzino, levandosi i vestiti umidi e starnutendo allo stesso tempo, "Mamma mia che freddo..." si lamentò, "Ritiro quello che ho detto, preferisco l'inverno di Grecia." dichiarò serio il giovanissimo, "Almeno non c’era questo umido pazzesco…".

Shun rise sommessamente, accomodandosi sul letto accanto agli abiti umidi: "Sbrigati a cambiarti, così scendiamo assieme a cena." gli disse, sistemando i vestiti per portarli in lavanderia, "La fai facile, sono inzuppato da capo a piedi, anche i calzini sono tutti bagnati." brontolò l’altro rassegnato, "Non oso pensare come siano ridotte le mie adorate scarpe da ginnastica.".

Andromeda lo squadrò dubbioso: "Sei uscito di casa con le scarpe da ginnastica?" gli chiese sospettoso, "Aveva nevicato già ieri, era chiaro che sarebbe nevicato anche oggi!" ridacchiò il bruno, guadagnandosi un'occhiataccia da parte del fratello, "Ti giuro che se dici anche solo mezza parola a Ikki, non ti parlo più" lo avvertì questi serio. Shun scosse la testa con un leggero sorriso: "Non dirò nulla, promesso.".

Quando finalmente scesero nella sala da pranzo, si stupirono molto di non trovarci nessuno.

"Ayumi-san," Shun bloccò una delle cameriere che si era trovata in quel momento a passare di lì, "Dove sono tutti?" chiese lui, tenendo sottobraccio il voluminoso sacco di regali; lei sembrava sorpresa di vederli: "Ma piccoli, sono tutti in soggiorno, Milady ha fatto preparare lì. Sbrigatevi, dovevo venirvi a cercare." e senza tante cerimonie li spinse verso l'uscita.

"Finalmente vi siete fatti vedere!" decretò la voce di Hyoga non appena i due ragazzi si ritrovarono nel corridoio, il biondo li aspettava sulla soglia del soggiorno: "La fai facile, papero. Non ci ha avvertito nessuno che vi eravate rintanati qui!" lo contraddisse Pegaso.

"Forza, sbrigatevi a entrare. O vi prendo per un orecchio ciascuno!" gridò Nachi da dentro.

La cena si svolse nella più completa tranquillità e relax, tra risate e battute e quando finalmente giunse il momento da Seiya tanto agognato della mezzanotte, il piccolo tornado saltò senza tanti preamboli giù dalla sedia per accoccolarsi accanto all’albero, il saccone dei regali tra le ginocchia.

"Forza, non ammetto repliche!" esclamò, sbadigliando innocentemente, "Venite tutti qui intorno, devo darvi i regali!" decretò, afferrando Shiryu per il polso e facendolo sedere accanto a sé; tutti eseguirono e in breve si ritrovarono a osservare con una punta di preoccupazione Seiya che, tutto concentrato, cercava di tirare fuori un pacco colorato di verde dal sacco; una volta riuscitoci, lo esamino a lungo prima di trovare il bigliettino: "Ichi, questo è per te!" esclamò, consegnandolo nelle mani del destinatario.

In poco tempo, ognuno aveva il proprio regalo tra le mani ma nessuno lo aveva ancora aperto con gran disappunto dell’interessato: "Che succede?? Avanti! Non è difficile aprirlo." s’imbronciò, visibilmente intristito.

La prima a prendere coraggio fu Saori.

Nessuno di loro capiva il perché di quell’attimo di impasse, ma Athena era ben determinata a far finire lì quella pantomima inutile e assurda.

Con decisione, la Dea aprì il pacchetto, trovandosi davanti un semplice ciondolo a forma di cuore, molto grazioso.

Ma ciò che la stupì di più fu l’apertura a scatto su un lato dell’artificio; con mano tremante, la fece scattare e lo scrigno dorato s’aprì, mostrando i visi sorridenti dei dieci fratelli Kido abbracciati gli uni agli altri.

"Visto che bello? È stata Seika-neesan a consigliarmi di prenderlo. Auguri Saori-san!!" sorrise il Pegaso, guardando con un certo risentimento gli altri, "Forza! Vogliamo fare notte??" aggiunse, raggomitolandosi sul cuscino.

Subito dopo, venne Hyoga e poi via via tutti gli altri, colarono lacrime, ci furono risate e perfino una piccola zuffa tra Seiya e Jabu, desideroso di provare i suoi nuovi guantoni da boxe su un malcapitato qualunque, anche se sul qualunque ci si poteva anche non credere.

Probabilmente il fratello minore non se n’era accorto ma perfino Unicorn piangeva.

Sul fondo del sacco era rimasto un solo pacchetto, triste e sconsolato: "Oh mamma!" esclamò Seiya, guardandosi febbrilmente attorno, "Ecco chi mi ero scordato!" ridacchiò, dandosi una botta sulla fronte; il brunetto scattò in piedi come una molla e si precipitò fuori nel corridoio.

"Ma che gli è preso?" chiese Ikki, giocherellando con le frange della sciarpa che aveva ricevuto, "Non ne ho idea." borbottò Ichi, alzandosi a sua volta, "Vado a vedere." disse, uscendo dalla stanza, "Veniamo anche noi." decretò Shiryu, lisciandosi la veste e seguendo Hydra su per le scale assieme ai fratelli.

Fu proprio al primo piano che sentirono la voce di Seiya chiamare a gran voce un nome che mai si sarebbero sognati di sentire pronunciare da lui.

"Tatsumi, dannato!! Dove diavolo ti sei nascosto??" gridava con la sua vocetta allegra, sventolando il pacchetto a mò di bandiera, "Avanti, Babbo Natale è venuto anche per te, sbrigati a uscire o il tuo regalo me lo tengo io!" ridacchiò.

Finalmente, in biblioteca, trovò chi cercava seduto a un tavolo e senza tante remore glielo consegnò: "Tieni, Zucca Pelata. E Buon Natale!" disse il guerriero, prendendosi una sedia per osservare con comodità la reazione del servitore della sua Dea, "Non è niente di pericoloso, non preoccuparti." lo prevenne con un’aria seria e sincera. Tatsumi restò in silenzio per qualche istante, poi guardò con aria veramente spaesata il ragazzino: "Perché?" chiese stupefatto, rigirandosi tra le mani quel pacchetto; Seiya sospirò, dondolandosi sui gomiti, "Perché è Natale." rispose con semplicità, lasciando vagare lo sguardo fuori dalla finestra, "Perché tutti a Natale ricevono un regalo e perché… Quando si sfiora la morte, la si vede in faccia e la si può quasi abbracciare, capisci molte cose e ti accorgi di avere anche molti rimpianti. E quando mi sono trovato faccia a faccia con la mia Morte, beh… mi sono detto: - se me la cavo anche questa volta, giuro sulla mia Cloth che faccio un regalo a Crapa Pelata! - E quale occasione migliore di questa?".

Mentre parlava, il ragazzetto si alzò, dirigendosi verso la porta: "Aprilo con calma, io torno di sotto e poi mi ficco a dormire. Buon Natale, carogna!" ridacchiò, uscendo da lì.

Sapeva che probabilmente i loro rapporti non sarebbero mai cambiati di molto e in fondo a lui andava bene così ma sapeva comunque di aver fatto la scelta giusta.

Sempre seguito a distanza dagli sguardi stupefatti dei fratelli, ignaro della loro presenza, si infilò nella propria stanza, era stanco morto e se anche fosse sparito per qualche minuto non se la sarebbe presa assolutamente nessuno.

Ma il suo intento di andarsi a spalmare sul letto come la nutella sul pane andò in frantumi quando, nel buio, distinse chiaramente una sagoma brillante e familiare.

La God Cloth di Pegasus si ergeva dinanzi a lui, possente e piena di energia, sembrava un piccolo sole.

Stupito, fece per andare indietro, ma la voce gentile di Shiryu e una presa ferma sulle sue spalle lo bloccarono; alzati gli occhi, distinse il volto sereno del fratello sopra di sé: "Questo è il nostro regalo, non volevamo che tu lo scoprissi così presto però…" gli sussurrò all’orecchio il Dragone, "È il solito." si lamentò Jabu dal buio, "Rovina sempre le sorprese!".

"Ma cosa…" balbettò Pegasus sconvolto, "Voi siete pazzi…" mormorò, sentendosi gli occhi pizzicare per le lacrime che minacciavano di uscire, "Siete irrimediabilmente pazzi."; la risata possente di Geki squarciò il silenzio: "Probabilmente è una caratteristica di famiglia." dichiarò sornione, "Però è innegabile che tu lo sia più di noi tutti messi assieme, otooto-kun." lo spalleggiò Ban

A poco a poco tutti uscirono dalle pieghe dell’oscurità: "All’inizio Mu-sama non voleva aiutarci, diceva che era troppo pericoloso e che nelle nostre condizioni non saremmo sopravvissuti. Ma quando Saori è intervenuta, offrendosi volontaria assieme a noi, lui non ha più potuto lamentarsi. Azzittito senza pietà!" ridacchiò Ichi; le risatine sommesse dell’Hydra vennero sovrastate dalla voce potente di Ikki, "Smettila, serpentello." lo ammonì questi, dandogli una manata sulla nuca, "E tu, il fatto che la Cloth sia stata riparata non ti autorizza a fare di nuovo l’eroe, sono stato chiaro?" disse la Fenice, rivolgendosi al più piccolo dei fratelli.

Seiya, sempre saldamente sorretto dalla presa di Shiryu annuì con un tenue sorriso: "Grazie… Ciò vuol dire che…" non riusciva quasi a parlare, aveva un nodo in gola che non riusciva a sciogliere, "Sei Seiya di Pegasus, anche se ti obbligassimo a non indossare più la Cloth sarebbe inutile. Il tuo posto è tra noi." decretò serio Hyoga, prendendolo sottobraccio, "Bentornato fratellino!" esclamò, abbracciandolo forte, "Questa volta sei tornato sul serio.".

Lasciandosi stringere, il Pegaso allungò la mano.

Per un attimo, non accadde nulla, poi alcune scintille di luce gli ricoprirono la mano come un guanto e la Cloth si smontò, ricoprendo il corpo del ragazzo, illuminando a giorno la stanza e riempiendo l’ambiente di calore.

Il ragazzo si stupì della sensazione che provava, era familiare e allo stesso tempo così diversa dal solito…

Non era più abituato a combattere con la Cloth ma sentiva che comunque il suo cuore apparteneva a Lei, che senza di lei la sua anima non aveva ragione di esistere.

Quella sensazione di disagio che per tutto il tempo dal suo risveglio a quel giorno era rimasta in agguato nel profondo di sé era improvvisamente scomparsa e lui si sentiva leggero e felice come mai lo era stato.

Finalmente era tornato a essere sé stesso.

Seiya di Pegasus.