Una colomba ed un falco

La sua pelle è così morbida, contro la mia guancia, e il suo cuore batte forte, rimbomba conto l’ampia cassa toracica di uomo appena fiorito dal bocciolo della fanciullezza. I suoi capelli sfiorano le mie mani, come fossero mille e mille arti snodati che si aggrovigliano al mio polso. Le dita sono intrecciate, in quel pesante abbraccio fraterno, allacciato a lui, cercando tenerezza.
Le sue braccia mi circondano, da quando non succedeva?!
Dieci anni, forse anche di più… eravamo solo bambini l’ultima volta in cui ci siamo trovati così, stretti innocentemente nel dolce abbraccio della consolazione.
Ma allora i nostri ruoli erano invertiti, forse…
Non ricordo molto bene, non ricordo quasi nulla. Ho veramente un passato o la mia vita è solo un sogno di un essere affondato costantemente in un lungo e pesante sonno?!
Eppure quella pelle, quel profumo, sono reali, sono a pochi passi dalle mie cellule affaticate, modificate, devastate da un mutamento psichico che non riesco a controllare.
In parte do a lui la colpa, in parte cerco di accettare coscienziosamente il mio peccato.
Eppure è tutto così nebuloso che, per lunghi attimi, non so neppure chi sia lui o cosa io stia facendo tra le sue braccia, ma cosa cerco in questo silenzioso legame che ho ricercato nel tempo e nello spazio?!
Un fratello…
In questa stanza, l’ombra spicca più della luce e la candela brilla fioca su un vecchio tavolo di legno.
Cerco un fratello…
Immagino, sovrapposta alla mia, la vecchia faccia di un Diogene degenerato…
Inseguo MIO fratello…
Alla luce tremola di questa piccolo e inutile cilindretto di cera quasi consumato, io seguo delle voci che mi portano a lui, a quei capelli chiari, identici ai miei, ai suoi occhi azzurri e verdi e ancora blu come l’oceano, copia esatta dei miei…
Per mille volte seguo dei gesti disperati, infilo le unghie contro la sua pelle, mentre trovo quegli occhi e quei capelli e quel viso, una statua del tutto identica a me, come se mi guardassi ad uno specchio limpido e pulito.
Alla fine mi ritrovo così, abbracciato a lui… mi mancava il suo contatto, ogni suo ricordo.
Ho agito per la dea e l’ho perduto… tutto l’Olimpo mi ha punito per il mio empio gesto: ho condannato duramente il mio gemello, la parte riflessa dello specchio.
Sento la sua distanza, ho perso il mio equilibrio, una parte del mio cuore… per questo ho ucciso, per questo sono cambiato.
Per lui, ora, osservarmi in queste vesti scure, sarebbe causa di enormi sofferenze.
Eppure..
Non mi vedi?! Guarda come il Santo è diventato Diavolo, come il semidio si è trasformato in un demonio matricida!
Egli non mi giudica e mi abbraccia, non trema neanche quando sente me fremere con la coscienza lorda di ogni consapevolezza, ora...
Mi sento colpevole.
Le sue parole sono gocce di rugiada sul prato del mio crimine.
“Saga…” sussurra nelle mie orecchie, flebilmente “Saga, fratello, che è successo?! Perché i tuoi capelli… e i tuoi occhi… oh gemello mio, anima mia, mio spirito, cosa è successo?!”
Rimango muto, senza sapere come agire, ne cosa dire… lasciandomi cullare dall’abbraccio, piegato a mezzo su quel corpo quasi nudo che solo mi ha accolto nonostante il reciproco dolore appena scorto in una vita limpida di dolori atroci e di malanni.
Egli continua allora, sentendomi perduto:
“Fratello mio, mia unica certezza, cosa ti ha spinto tra queste braccia che non meritano tanto affetto?!”
Vali più di quel che sembri ed io ora lo so… non riesco a continuare a vivere senza di te, siamo le due valve della stessa conchiglia…
Non riesco a parlare, sono veramente privo di voce in questo luogo buio? Eppure vorrei dire, esprimere tutta la mia sofferenza, urlandola al vento e alle pietre antiche… vorrei poter piangere sangue e così faccio… i miei occhi cominciano a versare gocce cremisi.
Imbratto la sua pelle candida e il suo viso, scioccato, è dipinto di terrore.
Eppure…
Non è lui questi che ho tra le braccia, non è la persona che rinchiusi a Capo Sunion…
Questo è il mio gemello bimbo, quando ancora valevamo un poco l’uno per l’altro, quando ancora eravamo piccoli sogni di un grande organismo, l’universo!
Ora siamo cresciuti… non sei più così!
Io ho dovuto fare quello che ho fatto per salvare il mondo…
“Saga, fratellino mio, non piangere…” la tua voce si distorce un poco, tremola e si spegne, come la candela e cade la notte insieme alle mie palpebre pesanti, cade il mio sogno e questo barlume di coscienza che zampetta come un uccellino in una lurida pozzanghera di fango.
La risata che si alza dal tuo corpo mi fa accapponare la pelle.
Sei veramente tu o sono io che rido così sguaiatamente, con questo suono volgare, sudicio e subdolo…
“Saga, fratellino, ora capisci?!”
Le tue unghie sono nella mia pelle e mi fanno male: “Sei contento, ora?! Te l’avevo detto, no?! Noi ci somigliamo più di quanto tu possa accettare e in me hai sempre visto la tua seconda e orrenda faccia, quella dell’assassino!”
Cerco di tirarmi indietro, ma mi tieni stretto e, stavolta, non con gentilezza, ne con l’amore flebile di un fratellino, ma con la violenza di un uomo adulto che sa odiare.
Il tremore delle mie membra si fa intollerabile, ho paura!
Mi contorco in quell’abbraccio che si è trasformato a poco a poco in una prigione, il respiro nel mio petto è tenuto prigioniero da quell’avvolgente messaggero di morte.
Sto per svenire… non ce la faccio… voglio mio fratello! Non voglio questo mostro…
Questo mostro è mio fratello e io sono lui…
Questo mostro è fatto del mio sangue, ha il mio stesso volto… il mio medesimo cuore e sentimento…
Brancolare è il mio mestiere, ricacciare demoni lontano da me è ormai la mia croce personale.
Non ce la faccio, è un incubo o realtà?
Sogno tutto il sangue che le mie mani hanno versato… e quello che le sue continuano a versare mentre affonda, tetro, le unghie e solleva strato per strato questa mia pelle fragile, diafana, sudata e accaldata.
Ma tu, fratello mio, non sei solo un diavolo infernale, non sei di certo solo questo…
Ha due occhi che fanno invidia al mare e i capelli morbidi e biondi che scivolano ancora come ragni sul mio corpo. Il mio caro fratello è anche un bel bimbo che mi corre incontro e chiede aiuto.
Fratello mio…
Mio cuore…
Ma non posso dimenticare le tue colpe, o si?! Forse posso, cercando di smarrire i ricordi delle mie…
Le mie e le tue pene sono pari, ora comprendo, fratello! Liberami dal carcere del dolore! Vieni qui! L’acqua mi arriva in gola e io graffio a sangue le sbarre di acciaio e la terribile forza di un Santo qui non vale, ché la Dea ci ha pensato bene ad annullare ogni potere nei pressi di questa orribile prigione.
Aiuto!

Saga si svegliò di colpo ed era solo.
Saga era sempre stato solo negli ultimi dieci anni della sua vita.
Non seppe spiegarsi perché aveva sognato suo fratello.
Non seppe comprendere il motivo che lo spingeva a sorridere all’idea di averlo visto ancora una volta in quel bel sogno caldo ed avvolgente… anche se carico di angoscia e di paure.
Saga pensò a Kanon dopo anni di assoluta indifferenza.
Il Santo di Gemini osservò il letto vuoto con malinconia, sospirò e tornò a serrare le palpebre.
Ormai aveva letto tutto il libro e stava per immergersi in un epilogo angosciante…
Eppure Saga sorrise, pensando a suo fratello:
“Se solo avessi
capito prima – sospirò – se solo avessi… insieme avremmo potuto fare molto,
solo insieme…”

Kanon:
Una volta vidi una colomba bianca, volava leggera nell’aria e si lasciava
trasportare. Sembrava così delicata da non apparire neppure animal terreno,
si presentava ai miei occhi di prigioniero come una piuma nell’aria e io
osservavo il suo dolce planare.
Era candida come la neve, pensai a mio fratello… sembrava proprio lei.
L’acqua era alta, arrivava alle mie ginocchia e avevo freddo, infilandomi dentro la grotta fredda e umida trovai un piccolo buco nella roccia, mi ci rannicchiai dentro e continuai a guardare i voli pindarici di quell’essere perfetto.
Grondavo acqua e i peli delle braccia erano dritti, i capelli si appiccicavano al volto, salando ogni parte del mio corpo.
Sentivo anche i miei denti battere e le labbra forse blu o viola…
E la colomba, mio fratello, volteggiava ancora, seguendo le correnti marine…
Un atteggiamento insolito per un animale terrestre, una posizione infelice per un piccolo e puro sogno.
Poi venne un falcone, la ghermì in pieno petto, ne strappò il collo e le ali con gli artigli lucidi, in acqua caddero poche e piccole piume, qualche goccia di sangue e qualcosa di più consistente.
Anche quel falco solitario mi ricordò mio fratello…