Un posto anche per me...
 

 

A Zellos di Frog, perché comunque un posto l’ha trovato nel cuore di coloro che amano i Saints

 

Se dovessi spiegare dove sono nato, non saprei proprio come fare.

Non ricordo nemmeno la lingua della mia gente, forse perché quando ero sulla terra non avevo nemmeno il tempo di dire quello che pensavo che già grondavo sangue e sputavo denti... l’unica cosa che rammento è una porta di frasche e rami che spostavo la notte, per uscire e grufolare tra la spazzatura ammucchiata ai fianchi delle case di paglia, e che rimettevo al posto giusto all’alba.

Quando mi andava bene, riuscivo anche a conquistare un pezzo di pane o di pollo lasciato sul tavolo dal giorno prima... ma solo quando riuscivo a non far sentire i miei goffi movimenti al padrone dell’abitazione, o quando il cane di casa non si aizzava contro un povero mucchio di ossa putrescenti costrette a sopravvivere strette in quattro stracci consunti.

L’unica cosa certa era che la mattina dopo dovevo assolutamente rintanarmi nella terra... coprire la mia figuretta misera da uno strato di fuligginosa sabbia e nascondermi agli occhi degli uomini.

La mia casa nella terra assomigliava tanto ad un tumulo, una tomba...

Eppure, serrato in quattro dita di terra, ascoltavo il vociare della foresta e pensavo che in quel mondo tutti avevano uno scopo, tranne me...

L’uccellino che cinguetta aveva il compito di mantener vivo se stesso... ed era sicuramente più importante di me.

La scrofa che raccoglieva i suoi piccoli intorno ad un grugnire materno aveva il compito di mantenere la specie... ed era sicuramente molto più importante di me.

Spesso osservavo, racchiuso nel buco sottoterra, i vermetti viscidi e lucidi che avanzavano incessantemente, ingoiando a grandi morsi quella terra che mi proteggeva e mi escludeva allo stesso tempo.

Persino quegli esseri apparentemente insignificanti erano l’anello finale di una catena alla quale non potevo prendere parte... davano fertilità alla terra... Erano importanti!

E io dimostravo la mia empietà anche verso di loro, perché erano importanti e li uccidevo.

Infatti, spesso ponevo fine alle loro vite perché, quando non riuscivo a trovare niente da mangiare nelle mie scorribande silenziose e notturne, addentavo quella carne che non era carne, quei tessuti flaccidi che esplodevano in liquami a cui non sapevo dare un nome imbrattandomi il viso e le mani.

E ricordo che poi mi pulivo sugli stracci rendendoli ancora più consunti.

Nella mia brutale bestialità non chiedevo neanche scusa alla Natura per questo affronto... ma non potevo farci nulla. Avevo fame!

Quelle poche volte che non facevo in tempo a nascondermi all’alba, c’erano i contadini che mi scorgevano fuggire nel bosco. Alcuni mi gridavano dietro improperi sul raccolto andato a male, mi accusavano di aver portato carestie e scontento nelle grandi volontà di quelle fantasie umane che vengono chiamate “divinità”...

I bambini urlavano quando mi attardavo ad osservare il sole e soltanto mi scorgevano con la coda dell’occhio nei loro giochi all’aria aperta. Alcuni, i più coraggiosi, organizzavano delle battute di caccia al “mostro” con canne puntute... quelle che di solito usavano per infilzare i batraci velenosi nello stagno.

Il mostro, naturalmente, ero io.

Eppure non riuscivo a capire. Ero inutile e non sapevo cosa fare delle mie ossa e della mia carne, della mia pelle che cadeva senza tono dai muscoli consumati, ma ero della loro stessa razza!

Ricordavo, infatti, che le prime persone che avevo visto erano coloro che mi avevano messo al mondo e mia madre era bella e calda, con la pelle scura, i capelli neri e lisci.

Non ricordo come sono finito nella terra a fuggire ai loro insulti, a scappare di fronte alle loro canne.

I bambini mi chiamavano l’ “uomo-rospo”.

Dicevano questo perché cammino a quattro zampe e riesco a stare difficilmente in piedi, ma non è colpa mia se la mia schiena è debole e non riesce a sostenere il peso del mio corpo... o forse sì?

Le vecchie donne del villaggio dicevano che la mia colpa doveva avere origini ancestrali. Su di me gravavano i peccati di un’intera, antica famiglia...

Ero il condannato dagli dei.

Ma cosa erano questi dei se non statuette che io amavo distruggere quando loro, gli uomini che servivano a qualcosa, dormivano?

Volevo dimostrare loro che gli dei non esistevano, che non è tollerabile al mondo la figura di un dio tremendamente cattivo e, allo stesso tempo, umilmente buono da accettare l’esistenza di esseri come me.

Quando andavo in quella grande abitazione dove un sacerdote grasso dormiva, staccavo le teste ai loro Dei e le portavo nella mia tana. Nei momenti di profonda angoscia, con quelle teste pesanti schiacciavo i vermi che mangiavo.

Alcune volte, l’istinto di uccidere qualcuno e fare in modo che mi considerassero tutti veramente un mostro era forte... ma non lo feci mai. Le loro armi ferivano a morte e portavano il male... spesso provavo i forconi sulla mia schiena, quando non riuscivo ad evitare un colpo ben assestato nelle fughe all’alba. Avevo imparato a temerli... perché la mia carne non guariva subito e spesso si riempiva di pustole e altre dolorose piaghe.

Fu in una di quelle fughe tristi che incappai in qualcosa che fece veramente male.

Non ricordo quante lune avevo visto a quel tempo, so solo che, correndo nel bosco, non mi resi conto di una tagliola per animali posta proprio sul mio cammino. Gridai come fanno le scimmie quando combattono le loro lotte per il territorio, sentii i denti d’acciaio penetrare all’altezza delle mie ginocchia... si chiuse con uno scatto secco che mi spezzò le ossa... quelle ossa talmente fragili da apparire come rametti secchi.

Con quella chiusura netta volarono via entrambe le gambe e io, gemendo come un folle, mi trascinai, seminando sangue lungo il mio cammino.

Ironia della sorte: in quel momento pensai a come dovevano soffrire i vermi quando gli addentavo.

Era difficile andare avanti senza quegli stecchi che erano i miei arti inferiori, ma, cieco alla realtà come tutti gli uomini che stanno per morire, riuscii ad artigliare la terra e ad arrivare al rifugio.

Mi rannicchiai nell’ombra attendendo che passasse tutto, senza rendermi conto che non ero una lucertola e le gambe non sarebbero più ricresciute... in più perdevo quel poco di sangue che avevo.

Mi venne la febbre e sudavo, sudicio.

La morte atroce dei sensi mi terrorizzava ancora di più di quella fisica... lentamente cominciai a perdere la vista e poi anche l’udito... tutto intorno mi si fece più ovattato.

Gemendo, cercavo nella terra, scavando, quelle radici che spesso mi alleviavano il dolore quando stavo male... radici che avevo scoperto dopo una serie infinita di intossicazioni e avvelenamenti, miracolosamente superati.

La luce entrava nella tana perché la porta era rimasta aperta... potevo così scorgere il verde delle fronde, gli animali e la vita che scorreva, indipendentemente dalla mia tragedia.

Ero veramente inutile se nessuno si accorgeva di me e dei miei spasimi.

Quando arrivò la notte, qualcosa rimbombò nell’aria.

Avevo ormai perso tutto... e le lacrime di sangue incrostavano il mio viso.

Lo vidi dietro quella tenda di dolore... ed era bellissimo.

L’universo si aprì sotto ai miei occhi.

Pensai che, forse, alla fine di tutto, qualcuno si era ricordato di me che gemevo nella notte, senza più le gambe, inondato di sangue.

E quell’universo incomprensibilmente immenso, eppure palesemente illimitato, mi parlò e pronunciò parole di conforto per l’uomo rospo...

Sei stato scelto.

Sei senza dubbio colui che sa di essere tale... ma la tua anima ha bisogno di essere svegliata.

Una luce accecante mi colpì... era fredda eppure mi piaceva, mi stava rendendo forte!

Risanato, seguirai i tuoi fratelli...

Risanato, potrai per la prima volta assaporare il potere e la forza sovrumana che viene dalle stelle!

Sentivo caldo alle gambe... non sapevo perché ma qualcosa mi sollevava, mi alzava al di sopra della terra... e poi mi buttava giù! In basso fino al centro di un universo che la mia mente non riusciva a contenere...

Fu allora che compresi che gli dei mi avevano fatto un regalo... che non erano solo statue, ma esistevano veramente!

Le gambe erano di nuovo al loro posto e io cadevo in un vortice psichedelico di colori, tutti cangianti dal viola al rosso... al nero...

E quando colpii la terra non mi feci male... e di fronte a me c’era un trono vuoto, una stanza con una bambina mora dagli occhi viola.

In quel momento ho avuto paura che fuggisse via urlando, ma le sue sottili labbra rosse si piegarono in un sorriso quasi gioioso.

“Fratellino, questo è il mio giocattolo, vero?!” parlava ad una culla l’osso.

Giocattolo?! Nessuno mi aveva chiamato così...

Dalla culla si levò una voce demoniaca, ma era la stessa che mi aveva salvato la vita... ridato le gambe...

Mi resi conto in quel momento che ero anche pulito, nonostante gli stracci, e la mia carne ora profumava, quasi... anche se era l’odore dei fiori in un cimitero.

Egli è il primo ... ne arriveranno 108... ma non è un giocattolo... è uno spectre...

La bambina pestò il piede a terra, mettendo il broncio: “Ma è così carino!!! Gli altri 107 saranno quello che hai detto... egli sarà il mio giocattolo, vero fratellino?!”

Si alzò sulla punta dei piedi cercando di parlare in faccia a questo fratello che non riuscivo a vedere. Avevo troppa paura ed ero paralizzato ai piedi della gradinata che portava al trono...

La risposta del fratello fu accondiscendente. La piccola principessa doveva essere molto viziata.

E sia...

Ma quando sarà il momento, anche il tuo giocattolo prenderà parte alla guerra... fino ad allora, apparterrà a te.

La bambina si voltò verso di me...

“Evviva!” esclamò con un sorriso di trionfo sulle labbra.

Anche lei doveva essere sola in questo strano mondo.

Si avvicinò, ridendo gocce di cristallo. Senza provare ribrezzo, pose le sue mani sulle mie spalle e tirò un grande sospiro, assumendo un’aria quasi solenne. Era più alta di me, costretto a rimanere piegato dalle mie malformazioni.

Anche se ora quando mi muovo non sento il dolore nelle articolazioni anchilosate, mi è rimasta la sofferenza tutta interiore di non avere una forma umana.

Mi fissò nei miei occhi tondi, con quei due grani di ametista che inghiottivano la stanza con la loro profondità.

“Come ti chiami?!” chiese...

Articolai qualcosa, ma non sapevo parlare. Mugolai come un gatto ferito.

Lei mi sfiorò la guancia con una manina da demone.

“Hai dimenticato come si parla? Però mi comprendi!” delusione sul suo viso? No. La sua espressione era di sfida. “Non importa! Ti insegno io... da oggi sarò la tua principessa! Io mi chiamo Pandora! Però un nome devo dartelo... non posso mica chiamarti sempre “uomo-rospo”!” si volse di nuovo verso la culla: “Fratello! quale delle 108 stelle demoniache rappresenta?!”

Egli è Frog del Chiki Sei...

La stella sinistra...

“Allora lo chiamerò Zellos! Zellos di Frog! Suona molto bene...”

Torna a guardarmi con più attenzione. Appariva molto infantile, anche se la sua aura era inquietante.

“Ti piace?!”

“Si, principessa, mi piace...”

Pensai queste parole, ma lei le comprese perché chinò la testa di lato e mi sorrise ancora.

“Rallegrati! Sei il primo essere che aiuterà la principessa Pandora e il suo fratellino Hades a distruggere il mondo!!”

Per un attimo temetti di sognare... nonostante la mia inutilità potevo essere stato scelto come tassello di un mosaico così complesso?

Allora compresi: in realtà non ero così inutile. Non avevo ancora trovato il mio posto...

 

Ora sono felice e il tempo è ormai quasi giunto.

Sono un mostro tra mostri e la principessa mi apprezza perché sono il suo giocattolo... ormai ha quasi dodici anni.

Sono diventato un guerriero e gli altri mi chiamano “Signor Frog!”...

Eppure sono roso dal dubbio.

Ciò che anima ora il mio cuore è la vendetta verso la Terra per quello che mi avevano fatto nel mio antico villaggio... ma quanto importa al signor Hades di noi spectre?

Secondo me, nulla... eppure finché la principessa che mi sorrise la prima volta continua a credere in me, io sarò al suo fianco.