L’oceano nei miei occhi: morte e rinascita di un sogno.

Buon compleanno, Julian Solo ^*^
… noia …
… tedio …
… angoscia …
… disgusto …
Osservo, annoto, guardo...
Sono stanco.
Silenzio...
Solo il gracchiare fastidioso dello strumento...
Non sogno... non parlo...
sono solo un anello distante, spezzato, dimenticato, di questa catena rugginosa.
Non mi piace... vorrei scappare... e nel bosco cercare di sognare...
Basta...
Smettetela di far gemere questo pezzo di canna morente...
Smettetela di continuare a farmi star mal...
“Signorino!” un distaccato grido, querulo... non più aggraziato del suono di un violino in mano ad un bimbo, colpì la mano del ragazzo che appuntava i propri pensieri del momento.
Il ragazzo fece cadere la piccola matita spuntata, antico ricordo di un dono materno, che da sempre si faceva tramite delle sue emozioni fugaci, dei pensieri di libertà che dalla sua mente rinchiusa si dipanavano.
Il vecchio taccuino con la copertina in finta pelle fremette sotto il sussulto delle due mani delicate che, con un gesto consulto e disperato, cercarono di nascondere il tesoro ad occhi indiscreti.
Ma ormai l’azzardato tentativo di esprimere se stesso era stato svelato.
L’arcigna donna dal naso aquilino, con gli occhi troppo stretti per poter essere considerata bella, con gli occhiali troppo grandi per poterle dare un aspetto piacente, la vita sottile come quella di una gazzella, la pelle tirata, bloccò, con un grido di sorpresa e di fastidio, tutti i movimenti del piccolo che riportò, ubbidiente, le mani sul tavolino, lasciando cadere sul ripiano di legno matita e quaderno.
Era pomeriggio inoltrato. Il silenzio da lui bramato era sceso... ma solo per preannunciare la furia. Dall’oceano si alzava un suono lungo e triste... il vento che toccava le onde sembrava un lamento.
Ci fu un attimo di sospensione... poi l’urlo infiammato di collera: “Quante volte le ho fatto notare che le lezioni di musica vanno sentite con la mente e non con le orecchie! Ora staccatevi da queste pagine scarabocchiate e concentratevi!”
Avrebbe potuto dire qualcosa... ma il silenzio era l’unica reazione ammissibile.
Le dita da poiana famelica della donna artigliarono il quaderno... “... questo è sequestrato!” sentenziò tuonante!
La gabbietta tornò a chiudersi sui suoi occhi di mare e i capelli di seta.
Il momento di aria era finita. Il gracchiare morente dello strumento tornò a distruggere i suoi sensi.
... la sabbia ha il colore del sole...
... il mare ha il colore del cielo...
... sotto il mare la sabbia ha il colore delle nuvole quando arriva la pioggia dal sud...
... al tramonto la sabbia sa di sangue...
... mi ricorda mio padre...
... vorrei vederlo come un lercio ghigliottinato...
La matita dipinta grattava le pagine spesse. La carta era molle sotto i suoi polpastrelli, morbida come i seni della sua mamma morta.
Ricordava i suoi occhi sbarrati.
Ella stringeva in mano una lettera dello stesso colore del mare, la carta si sfaldava e dentro c’era scritto il motivo di cotanto dolore...
Tutta consumata dalle acque, la lettera era il suo ultimo addio. E c’era una donna che sapeva di charme e fascino... di costosi profumi francesi che guardava dall’alto della casa sul mare.
Era stato il trampolino della sua mamma. Era solo un piccolo muretto... lei ci era salita sopra, proprio quando la bella signora truccata si era affacciata al balcone.
La mamma aveva un lungo scialle azzurro come i suoi occhi. Era l’ultimo regalo del padre maligno. Mentre volava... quell’oggetto appariva come un’ala azzurra che si apriva nel vento...
Ma tutti sanno... che con una sola ala non si può volare... nemmeno un angelo santo può farlo.
... ho ancora paura di vederti volare...
... e di vederti fallire...
La sabbia si infilava ovunque... e l’acqua cominciò a lambire i suoi vestiti. Si alzava la marea... l’acqua conquistava la terra.
Alchemici rintocchi di sacralità risuonavano nell’aria mentre i grani sabbiosi scendevano nella sua testa come attraverso il piccolo foro del vetro di una clessidra... e, dopo la sabbia, cadeva acqua.
Provò per un brevissimo istante una sensazione netta di trionfo, che gli scivolò dentro il cuore e sopra la pelle, lasciando desideri di devastazione.
... il mare distrugge...
... il mare costruisce...
La mamma era morta colpendo il mare e nell’attimo in cui il suo corpo si era schiantato sulla lastra di acqua si era spezzato. È la singola ala si era allontanata così tanto da andare ad impigliarsi contro la parete di roccia.
In quel momento il bambino che si era sporto per urlare alla donna di tornare, aveva anche gridato al vento di portare indietro la mamma... e al mare di lasciarla affondare nel morbido... ma il mare non aveva ascoltato e il vento faceva troppo rumore per riuscire a sentire le sue parole di bimbo.
Il corpo della mamma non aveva emesso urla, solo un semplice suono come di qualcosa che si spezza...
Alla fine di tutto, le braccia erano piegate in modo innaturale... le gambe erano intrecciate e tutto il suo corpo fluttuava sul pelo dell’acqua. Il mare era diventato morbido troppo tardi...
Allora il fanciullo aveva sentito due mani che lo obbligavano a spiegare la testa verso un petto voluttuoso e, affondando nel seno della donna che odorava pesantemente di rose canine, aveva sentito i singhiozzi dell’altra mamma riverberare nella cassa toracica e fare da eco ai suoi sussulti veloci.
Stava piangendo...
Ma non sapeva neppure perché...
Il mare era stato cattivo?!
Il suo sorriso non piaceva al dittatore...
... egli la volle come uccello che vola.
Un giorno sento il mare che mi dice:
“ora sta bene...”
un’altra volta sento il sorriso delle onde che starnazzano:
“Ora non ha più problemi...”
e io continuo a vedere quegli occhi sbarrati...
riflettono il mare chiaro e, trasparenti, scompaiono nel cielo.
E il balcone bianco, inondato di glicine e buganville tinte di amore, continua a guardare nel mare dove mamma affondava.
Chiuse il piccolo libro. Era ora di rientrare... suo padre voleva che fosse puntuale ogni sera: alle otto si cena!
Egli sapeva della sua rabbia, della sua prepotenza. Era un uomo freddo, dietro i suoi commerci c’era l’imbroglio e l’inganno... i loro soldi venivano dallo sfruttamento di chissà quali paesi del terzo mondo... eppur lo consideravano tutti un uomo degno di stima e di laude.
Un magnate del commercio marittimo...
Il ragazzino entrò in casa, nell’immensa villa e prese il corridoio che lo portava dritto nel salone adibito alla cena... un lungo corridoio tappezzato di immagini orribili e false... le foto ufficiali, quelle che andavano sui giornali di tutte le dimensioni.
Erano tutte incorniciate lì, riquadrate con radica e aste di noce e dentro c’era sempre lo stesso personaggio in mille e altruistiche posture diverse.
In una c’era un bell’uomo che sorrideva, stringendo un bambino nero tra le braccia circondato da uomini che acclamavano: le sue navi avevano portato delle casse piene di medicinali ai paesi sottosviluppati.
In un’altra, lo stesso uomo esaltava se stesso al fianco di un gruppo di poveri esploratori, persi da tanti giorni nelle lande dell’Antartide... erano tutti incappucciati e felici di essere salvati...
E tante altre facce felici... che sorridevano per gli aiuti di quel miliardario magnanimo... che aiutava gli oppressi... che si ricopriva di santità... e...
Che controllava la metà del commercio d’armi per i villaggi dell’Africa nera... che commerciava in droga sui cinque continenti... che aveva contatti con la mafia italiana, con quella cinese ...
Un degno e rispettoso uomo d’affari... un uomo venuto fuori dai diamanti...
... se tutto questo diventerà mio io lascerò tutto agli altri uomini!
Entrò nella stanza. Il papà attendeva, serio...
Poche parole scambiate tra loro, simbolo che non c’era affatto dialogo.
“Sei in ritardo...”
“Lo so...” risposta sensata.
“Come mai hai fatto ritardo?”
“Guardavo il sole che moriva nel mare” parole audaci.
“Non dovresti perdere tempo con queste sciocchezze” freddo, gelo... un piccolo sogno si infrange... un altro, mentre le porte della gabbia vengono chiuse a chiave.
“Non lo farò più...” bugia.
Se mi togli anche il mio mondo fiorito...
Mi restano solo i colori del balcone contro il cielo terso...
Il bianco asiatico contro la mia passione cremisi...
Ho bisogno di spazio...
Ti prego, dammene un po’!
Sono vivo...
La cena fu veloce, senza parole di troppo. La donna, bella come i germogli di salice, sorrideva ogni tanto... alla destra del padre. Era bionda e aveva gli occhi truccati, era la stessa che aveva preso il posto della mamma... che aveva visto la mamma cadere e che aveva pianto per il volo dell’angelo.
Parlava con la sua voce melodiosa, ma il ragazzino sentiva la tristezza vibrante negli occhi. Il figlio che amava era andato lontano... per fortuna aspettava un altro bambino.
Eppure i suoi occhi erano stanchi... un incidente avrebbe fatto volare via un secondo angelo, stavolta biondo, dentro una macchina che andava troppo veloce per le curve che doveva affrontare... e quelle curve davano sul nero mare di un’estate calda e asfissiante.
Stavolta il ragazzino sarebbe stato abbastanza grande da comprendere.
Quel giorno aprì una pagina per dire a tutti i suoi amici fantasmi ciò che pensava della bionda signora.
In fondo era buona.
Amava quest’uomo tanto odiato da me...
Meritava un po’ di gioia nascosta...
Era uscita con il maggiordomo per andare in ospedale...
Stava per avere il suo secondo bambino...
Il mare ha chiamato la mamma ed il figlio...
Peccato.
Se avessi avuto un fratellino... avrei potuto illudermi di essere felice, anche se in gabbia.
La vita era strana. Il ragazzino cresceva... e mai riusciva a comprendere come mai tante persone venivano prese dal mare...
Quando, però, fu la volta del padre, ne fu quasi felice.
Era inverno... la tempesta era forte... la nave affondò, senza vergognarsi della sua debolezza...
Un’altra pagina venne aperta e riempita da una sola parola:
giustizia...
Il mare da. Il mare prende...
Camminando sulla spiaggia, vestito di nero, vestito serioso, in granaglie per obbligo e non per voglia, il ragazzino, ormai adolescente, osservava la sabbia...
Il quaderno era stretto nella mano e ancora rimaneva vuoto. Aveva poco tempo per scrivere... aveva presto il posto del padre, ma a quale prezzo?!
Niente più tempo per fantasticare... era immerso nel mondo adulto degli uomini falsi e affaristi.
Quando riaprì il quaderno fu per scrivere, grattando con una matita colorata tre disperate parole:
voglio tornare indietro...
e poi... continuava con l’ultima pagina di quel diario bagnato di lacrime:
vorrei amore...
non vorrei essere un uomo tra gli uomini,
vorrei essere un bimbo...
e vorrei che il mare mi prendesse,
perché lo sento tanto vicino...
vorrei raggiungere la mamma dallo scialle azzurro...
e anche la mia mamma dorata...
e quel fratellino che non ho mai conosciuto...
quello che è nato morto nel mare...
vorrei poter dire a mio padre che aveva torto...
che la cosa più bella era sognare...
vorrei chiedergli come si sta all’inferno...
La matita, ormai consumata dal lungo trasmettere emozioni, stanca... con un definitivo “clack”, perse l’ultimo pezzetto di mina.
“Non sono più un ragazzino...” consapevolezza atroce, tinta di nero fumo.
Il quaderno fu dimenticato nel buio di un cassetto.
Da quel giorno cominciò a seguire le orme del padre. Era inevitabile... tutto era nelle sue mani... poi ci fu il buco profondo, la fenditura netta nella sua essenza... la sua tristezza atroce. La consapevolezza di aver fatto qualcosa di male... ma prima...
Quando la vide, ormai sedicenne, se ne innamorò... ma non era amore... era solo desiderio di condividere la sua vita con qualcuno ... non l’amava... era affascinante, ma non bellissima.
Aveva un forte carisma e poi era come lui... una ragazzina che doveva badare agli affari dei grandi...
Era attratto da lei perché voleva cercare comprensione... e poi c’era una stranissima sensazione nel suo cuore... una voce nella sua testa gli ripeteva che la conosceva bene dai tempi antichi... come se quella voce avesse memorie più vecchie delle sue ...
La rampolla della casa dei Kido, giapponese dagli occhi occidentali... alcuni dicevano che fosse di origine greca... come lui...
Kido...
Mitsumasa Kido era stato forse come suo padre?! Eppure la ragazza sembrava amare tanto il ricordo di questo nonno magnanimo...
Gli eventi, che si susseguirono dal giorno del suo compleanno in poi, furono terribili e spietati... ricordi diffusi e poi tutto dimenticato in un sogno nero e blu come il mare.
Per un attimo, il ragazzo pensò alla vita dei suoi ultimi quindici giorni come se fosse lo spruzzo di spuma marina contro gli scogli alti e frastagliati ai piedi dell’ampia villa sul Mediterraneo.
Era rimasta miracolosamente illesa anche in seguito ai maremoti che si erano susseguiti, instancabilmente per un tempo che vaneggiava essere eterno, un segno apocalittico dell’esistenza del Dio?!
Quel black out nella sua mente l’aveva fatto preoccupare... e dopo si era sentito talmente tanto buono e responsabile da cominciare ad aiutare la gente che nemmeno conosceva...
In quel momento riprese in mano il suo quaderno in finta pelle... e una matita nuova perché gli ricordasse inconsciamente la mamma dall’ala blu e aveva scritto quella che chiamò “la pagina del lieto fine”:
...ho incontrato un ragazzo...
ha gli occhi sinceri...
vuole aiutarmi a sopportare il senso di colpa...
ha detto di volermi bene....
ha detto di non avere altro che me al mondo...
e che non sa il perché di questa sua sensazione...
io gli ho detto che aiuteremo i bambini...
egli ho risposto che gireremo il mondo, insieme...
io...
lui...
il cantastorie re...
il flautista bardo...
la gioia degli uomini...
alcune volte mi sveglio la notte e lo guardo dormire al mio fianco...
ha il sapore del mare e credo di avercelo anche io...
ha la grazia di una sirena,
io la forza fisica di un dio...
insieme... faremo raggiungere la felicità agli uomini tutti!
Julian Solo