Morire senza rimpianti

Un giorno nascosto dietro al tempo dei giusti, quando ancora non sapevamo quasi parlare il linguaggio dei grandi, quando le stelle sapevano solo sussurrarci qualcosa, senza però riuscire a trasmetterci la vera forza di Santi, Asterion mi raccontò una vecchia leggenda del suo paese.
Oddio... crescendo ho finalmente compreso che non è una leggenda del suo paese, ma che è una delle tante storie ormai entrate a far parte del patrimonio culturale mondiale, sentita e vista in tutto il globo: ogni paese ne ha la sua versione cinematografica, animata e letteraria. Eppure, a quel tempo, la mia infantile ingenuità non mi permetteva di rendermi conto di questa immensa verità...
Avevo lasciato la casa dei miei da quasi due anni.
Loro non mi volevano ed ero capitato in una specie di orfanotrofio a nord della penisola bretone affondata nel verde delle scogliere che cadevano a picco sul mare, dei sassi color della sabbia che si divertivano ad essere appiattiti dalle onde nei pochi punti in cui le costa era bassa e sabbiosa... pochissimi punti.
Non che ricordassi il volto dei miei, ma sapevo che mi avevano abbandonato perché la mia mamma e il mio papà avevano deciso di non riuscire a crescere altri figli al di fuori di un fratello maggiore che doveva essere l’erede della casa.
Io sono sempre più convinto che loro mi avessero abbandonato a malincuore... ma ero un bambino che non doveva nascere perché la regola della mia nobile famiglia era legata ad una crudele tradizione che obbligava, sin dal medioevo, a lasciare un solo figlio maschio per famiglia e, per evitare disguidi e lotte intestine, si toglievano di mezzo gli altri figli maschi.
Ero stato anche fortunato a nascere nel novecento! Fino al sedicesimo secolo, i figli maschi successivi al primogenito venivano affogati e il corpo nascosto alla nascita... ma questa era solo una sciocca verità non vera... di quelle lasciate a marcire nelle parole vecchie delle streghe del villaggio intorno ai fuochi di Beltaine.
Sapevo anche di aver avuto molte sorelle... ma anche di loro ricordo i pizzi e le coccole, tutte biondissime e graziose, racchiuse in vestiti di altri tempi. Loro portavano la dote e servivano a far allargare la famiglia...
Nessuno è mai riuscito a togliermi dalla testa che se fossi nato come loro, forse sarei rimasto a casa a succhiare mele caramellate in un vestitino, inghirlandato come un piccolo gioiello e messo in mostra di fronte ad amici e parenti senza nome che sorridevano ed erano felici.
Ma questa è un’altra storia... la mia vita finì di essere legata alla mia famiglia all’età di quattro anni e questo mi stava bene.
La vecchia casa di accoglienza per bambini era distante dal maniero, si trovava quasi a cento chilometri. Avevano trovato il modo effettivo di farmi scomparire... ma mi mandavano sempre doni e vesti nuove e gruzzoli di soldi per le donne che si prendevano cura dei ragazzini perduti. Per questo fino a quando non me ne andai da quel posto, fui convinto dell’amore dei miei genitori: la loro unica colpa era legata al fatto di non essere riusciti a ribellarsi ad una regola ingiusta.
All’orfanotrofio non me la passavo male. Avevo compagni fidati e molto allegri, un po’ come me... e c’era Asterion che valeva più di tutti gli altri. La sua vita era stata più orribile della mia.
Era figlio di un contrabbandiere danese. Suo padre aveva venduto per lunghi anni la madre ai piaceri degli altri uomini, aveva un piccolo giro di prostituzione e si occupava un po’ di tutto, ma non di lavori onesti. La donna era morta di sifilide un anno dopo la nascita del loro unico bambino e, sinceramente, Asterion non è mai stato convinto di essere il figlio di quell’uomo che doveva, per motivi di riconoscenza, chiamare padre.
Infatti, anche se avrebbe potuto farlo sparire per togliersi di mezzo un peso, l’uomo aveva tenuto il figlio con sè fino a quando non era crepato in una sparatoria per regolare dei conti in sospeso. Asterion l’aveva visto morire e chiedere aiuto, ma egli era rimasto terrorizzato dalla canna del fucile puntata a pochi centimetri dalla sua testa... ed aveva solo tre anni, solo un miracolo l’aveva salvato... l’arrivo insperato della polizia.
Quel trauma pesante gli aveva mutato qualcosa dentro perché, mi confessò poi, da quel giorno riuscì a leggere nelle menti delle persone come se fossero un libro aperto... e riusciva a comprendere se gli altri erano arrabbiati con lui, se volevano fargli male, se erano in pericolo i suoi amici. Era diventato una specie di mostro, ma quel dono lo aiutava a vivere tra gli uomini.
L’orfanotrofio l’aveva accolto e, anche se un era un mezzo ribelle, a me era piaciuto subito!
Ci chiamavano il principe e il pezzente.
I compagni più grandi facevano facile ironia sul nostro rapporto stretto... con battute che avrei capito solo molti anni dopo, quando dell’orfanotrofio avrei avuto solo lontanissimi ricordi.
C’era una strada bianca che partiva dalla baracca del dormitorio e moriva contro la piccola spiaggia scura poco distante. Asterion amava pescare e non ce lo vietavano, la mattina presto scendevamo in spiaggia, inerpicandoci sugli scogli frastagliati e pericolosi. Succhiavamo l’aria salmastra come dei bambini che succhiano latte dalla mamma che noi non avevamo mai avuto...
Io portavo sempre dei pantaloni corti lisi, non mi permettevano di indossare i vestitini eleganti che i miei mi mandavano. Quelli se li risparmiavano sempre per il giorno delle adozioni: il giorno tanto temuto da me e Asterion.
Tra tutti i bambini, eravamo quelli che non riuscivano affatto a farsi piacere quella giornata: io e lui stavamo bene all’orfanotrofio, non avevamo bisogno di nessuno.
Ricordo che mi arrampicavo sugli scogli con le gambe nude che rimanevano pesantemente ferite dai piccoli spuntoni di roccia, le mani finivano a sanguinare forte a causa delle piccole schegge che volavano dai punti in cui il mio compagno premeva i piedini ben calzati.
Quando arrivavamo sopra la piccola piattaforma di pietra comoda dalla quale gettare l’amo, piagnucolavo un poco per il dolore, fino a che la mia attenzione non cadeva su di un granchio curioso e su una patella avventuratasi troppo in alto, lambita appena dalla spuma salata e dalle onde.
Asterion rideva dei miei infantili atteggiamenti: egli era forte e grande, era un adulto! Mi chiamava femminuccia e mi diceva che dovevo crescere e mai piangere e smetterla di versare il mio sangue per nulla, che sarebbe giunto il momento in cui avremmo dovuto difenderci e cercare di non finire come suo padre con una pallottola in fronte perché noi eravamo i figli di nessuno e la società non ci avrebbe voluti...
Io non capivo, ma ero fiducioso nelle sue capacità di comprendere il mondo così lo ascoltavo.
Sembrava un vero adulto quando si sedeva, dopo aver gettato l’amo, ad attendere, pensoso, mentre il sole si levava alto dal mare. Il vento pungente ci sferzava i visi attenti ai movimenti della canna... le temperature bretoni non erano per nulla piacevoli alla fine dell’estate e io mi rannicchiavo ancora di più come feci quel giorno che Asterion mi parlò per la prima volta da bambino.
Quel mattino però notai il suo piccolo viso, le sue mani piccole, come le mie, i suoi occhietti neri diversi dai miei solo per colore e i suoi capelli crespi tagliati a baschetto ad incorniciare un volto bruno. Sua madre era una donna del sud calda e travolgente e per un attimo pensai che lui le somigliasse tantissimo, anche se la povera sciagurata non l’avevo mai vista.
Come sempre fu lui ad aprire la bocca e a dire la sua con sincerità assoluta, leggendo i miei pensieri con destrezza:
“Io sono un uomo... smettila di farti di me un immagine che non esiste...” continuava ad osservare la lenza, attento ad ogni oscillazione pericolosa del filo ancora non tanto teso.
“Scusa...” ribattei, quasi timoroso di offenderlo.
“Smettila anche di farti problemi sul modo in cui io ti vedo. Puoi pensare quello che vuoi, ti conosco e non cambio la mia idea su una persona solo perché per un attimo ha deciso di usare troppa fantasia...”
Non so se a voi è mai capitato di parlare con una persona dotata di certi poteri, io vi assicuro che è estremamente imbarazzante. Ci si sente nudi e impacciati, non si può fare nulla per evitare che egli penetri in voi, potete solo sperare che l’altro abbia la compiacenza di non esporvi a simili umiliazioni e, se decide di affondare nella vostra mente, sarebbe cosa buona e giusta non farvelo notare.
Asterion non me lo faceva notare quasi mai, ma quella mattina era diverso... era pensieroso ed era anche stato estremamente duro con me quando ero inciampato e caduto sulla via bianca, scorticandomi i ginocchi, come un bambino di due anni... e ne avevo quasi sei.
Attesi in silenzio, sempre rannicchiato. Aspettavo le sue parole perché sapevo di non avere molto altro da dire dopo aver ricevuto una sua piccola ramanzina.
“Nel mio paese c’è una vecchia leggenda...”
Parlava raramente della Danimarca. Non l’aveva mai vista di persona ed era nato su una nave da carico proprio mentre veniva in Francia, ma suo padre e sua madre erano danesi, anche se la donna era un’emigrante che aveva lasciato le sue radici nel sud Europa. Eppure quella mattina parlò dei porti danesi come se li conoscesse. Mi raccontò di come erano disposte le barche sul molo dove suo padre era nato e cresciuto... mi raccontò delle voci dei gabbiani che, secondo lui, erano versi diversi dai gabbiani francesi... proprio come noi uomini anche loro hanno diversi linguaggi.
Mi chiesi allora se anche loro avessero tentato di costruire una torre di babele, come ci aveva raccontato il prete, e se Dio, risentito dell’arroganza dei gabbiani, avesse deciso di cambiare loro le lingue... ma poi mi diedi dello stupido prima che lo facesse il mio amico: agli uccelli serviva forse una torre per raggiungere il ceruleo cielo?!
Lasciando perdere i gabbiani, mi chiesi ancora come facesse a sapere tutte quelle cose sulla sua terra d’origine anche se non l’aveva mai vista.
Asterion mi rispose frugando tra i vermi nel secchio, lombrichi destinati alla morte infame: “Fu l’ultimo pensiero di mio padre... lo vidi nitido nella mia mente, per questo gridai e venni scoperto dai suoi sicari che volevano farmi fuori. Per la prima volta provai il Dono e mi resi conto che faceva male...”
Prese un grasso lombrico e cominciò a tormentarlo con due dita, nervosamente, era tornato ad essere un adulto e non un bambino con le sopracciglia corrucciate.
“Perché?!” azzardai, ma potevo anche tenere la bocca chiusa, egli avrebbe letto.
“... è orribile vedere l’ultimo desiderio di un morto, perché sai che quello è il desidero che non potrà MAI avverarsi perché dopo istanti dal momento in cui è stato espresso, colui che ha desiderato così intensamente non c’è più a portare avanti il sogno...”
Era forse quello l’unico vero desiderio che gli adulti chiamavano “utopico”?!
“... egli voleva ritornare in Danimarca perché era la sua terra, l’amava...ed era anche l’unica donna che avesse mai amato.”
Deglutii, pensieroso. Era difficile immaginare una terra che ti accoglie con le braccia aperte ed un sorriso di donna, ma forse Asterion, sbirciando nei pensieri del padre, aveva visto proprio quello.
“Da allora penso sempre ad una vecchia leggenda del mio paese, perché ho compreso che il desiderio ultimo dell’uomo è di morire vicino alle persone, agli oggetti che si amano... è il rimpianto più grande degli uomini in punto di morte”
Rabbrividii... perché
discorsi così difficili erano fatti da un bambino di sette anni. Io non
capivo... ho già detto che ero molto ingenuo, vero?
Egli continuò, ritirando la lenza. Un pesce furbo ci aveva presi in giro,
scampando alla morte, ma mangiando il grasso lombrico.
Con sicurezza infallibile impalò un altro roseo verme, sporcandosi le mani dell’umore, simile al sangue, che riempiva l’animaletto.
“C’era una leggenda nel mio paese. Parlava di una sirena che aveva amato un principe terrestre e che, per lui, era morta...”
Con grazia, si levò per gettare lontano l’esca, con angoscia la vidi affondare. Pensai ad una donna che moriva perché lo desiderava... pensai al suo ultimo desiderio, proprio come mi aveva appena insegnato Asterion. Aveva voluto preservare la persona che più amava: il principe.
Allora era vero! Innocentemente lo pregai di raccontare meglio...
Egli mi beffeggiò con parole crudeli:
“Sei proprio un bambino, femminuccia! La sirena aveva una scelta da fare: poteva uccidere il principe e rimanere per sempre sulla terra con delle gambe o morire da sirena, legata per sempre al mare... si trasformò nella spuma marina, era per sempre legata alle acque, ma almeno poteva lambire la terra del suo amato...”
Messa sotto quel punto di vista, appariva come una storia a lieto fine.
“Quindi aveva esaudito il suo ultimo desiderio!”
Asterion rise piano, ironizzando sulla mia stupidità: “... ma dove erano i suoi occhi, per guardare quel volto amato, o le sue gambe per corrergli incontro, o la sua bocca, per cantare una dolce canzone? Anche il suo è stato un desiderio rimasto appeso... io penso che tutti gli uomini hanno desideri inespressi in punto di morte e... nel momento in cui rimangono inespressi, sono anche irrealizzabili... sono sogni e basta o riflessi nello specchio dei loro occhi che rimangono vitrei e aperti per sempre. Sono i sogni di un corpo che rimane fisso ad attendere di essere consumato... un corpo inutile... che non ha più la mente per pensare e continua a fissare lontano, se gli restano le palpebre aperte sul mondo, o continua a ripetere un unico movimento, come poteva essere il frangersi costante della spuma sulla battigia, per la sirena trasformata, allora vuol dire che non è servito a nulla vivere...”
Tutto si ferma di fronte a simili dichiarazioni, sono quei classici ragionamenti che ti portano ad ascoltare il vento, sperando di avere da lui un po’ di consolazione. Così mi alzai dalla nuda pietra e corsi sul bordo della scogliera... guardai in basso, nascondendo l’angoscia e le lacrime che mi erano venuti agli occhi.
“Io non voglio morire lontano dalla persona che riconoscerò di amare!”
Ancora oggi penso che la sincerità dei bambini sia l’unica degna di nota perché nasce veramente dal cuore.
Asterion mi guardava. Sentivo il suo occhio attento fisso sulla mia schiena.
Sorrisi in modo che lui non potesse vedermi... ma anche in modo che potesse sentire la pace e la tranquillità nella mia mente, nel mio cuore.
Il vento si era alzato e mi sembrò di volare quando allargai le braccia per tentare di planare come un il gabbiano che si muoveva sull’acqua sotto di noi e che parlava una lingua diversa dal danese.
Io avevo sempre avuto affinità con le correnti di aria che spiravano intorno a me. Alcune volte mi sentivo tentato a ballare in mezzo a loro e quasi le sentivo muoversi dentro di me. Asterion era convinto che quello fosse il mio Dono, che un giorno avrei imparato a controllare le correnti d’aria.
Era l’unico argomento su cui ero io a prendere in giro lui.
L’aria era la mia amica da quando avevo un anno ed ero ruzzolato fuori dalla finestra della mia stanza, dal secondo piano. Non mi ero fatto nulla. I miei familiari parlavano di miracolo, mia nonna di stregoneria... io continuavo a ripetere che avevo visto un grande lenzuolo trasparente che mi portava giù a toccare la terra!
Era l’aria che mi aveva salvato... qualche anno dopo avrei dato più importanza alle parole di Asterion riguardo al mio Dono, qualche anno dopo mi sarei anche meravigliato di rivederlo, abbronzato, con i capelli crespi e lunghi fino alle spalle, gli occhi neri e profondi, che mi scrutava, in armatura, dall’alto di una rupe...
E mi sorrideva chiamandomi “femminuccia”, venendomi vicino e tirando dietro l’orecchio un ciuffo biondo dei miei capelli morbidi e abboccolati, guardandomi negli occhi ed aprendomi come se fossi un fiore nelle sue mani, affermando, brusco: “Che pensieri perversi, sacerdotessa di Athena!”
Quel mattino, però, eravamo ancora bambini e non conoscevamo la verità e io, ignaro di un futuro da leggenda, esclamai: “Io voglio morire il giorno che non avrò rimpianti!”
Mi voltai a guardarlo e lui sorrise di rimando, lanciandomi queste parole:
“L’ultimo momento non si sceglie, arriva e basta... e spesso ci coglie impreparati...”
Era così serio e mi scrutava dal basso con due occhi che erano ancora più profondi del solito. Preso un attimo da euforia infantile, lo canzonai: “Perché mi parli ora di queste cose, non leggerai anche il futuro, vero?!”
Mi osservò malinconico e disse: “Non leggo il futuro, ma la mente che ci separerà è molto vicina... tra due giorni dovremo dirci addio!”
E successe proprio quello che il mio amico aveva profetizzato. Due giorni dopo ci abbracciammo ed egli fu costretto a consolarmi.
Compresi i suoi discorsi durante i dieci anni che ci hanno visti separati. In quel tempo lento che scorreva senza sosta, ho pregato la Dea di non morire: non volevo avere rimpianti.
Il vento accarezzava le spoglie del ragazzo dagli occhi azzurri, aperti contro il cielo che si specchiava in essi, cercando di competere in bellezza, ma perdendo miseramente la battaglia.
Anche quel corpo, che un ferro ritorto contro il petto squarciava, aveva perso la sua battaglia...
Lontano i gabbiani cantavano in una lingua che sembrava giapponese... e le onde lambivano i piedi calzati da una argentea armatura, le onde che erano state una sirena tradita dal suo amore e che non aveva occhi per guardare, ne gambe per correre, ne voce per cantare.
Ma il ragazzo riverso al sole caldo che lasciava andare sanguigni riflessi sul pettorale e sulle guance ceree e tra i capelli biondi a boccoli, il viso infantile e femmineo fermo sull’ultima espressione a lui concessa, non faceva più caso alle terrestri convergenze degli eventi.
E nei suoi occhi si vedeva il mare... il mare su cui volteggiavano gabbiani che cantavano con l’accento della regina delle lingue e la spuma che non raggiungeva neppure due bambini che pescavano una mattina di fine estate facendo discorsi da grandi...
Il ragazzo che si chinò a serrare per sempre le palpebre del compagno, abbassò il viso fino a nascondere una lacrima e sussurrò:
“Anche tu, sirenetta, sei caduta nel gorgo del destino umano... te l’avevo detto che è impossibile morire senza rimpianti...”