Maestri
Oltre l'umana vicinanza

 

 

 

Ieri notte vi ho sognato.

Eravate vestito di ghiaccio e mi sorridevate; sulla vostra pelle, lucida nella trasparenza, splendevano i riflessi del sole. Non so se fosse un gioco di luce o se forse è solo la mia memoria che continua a tradirmi, giorno dopo giorno, ma al collo portavate qualcosa che mi apparteneva o mi era appartenuto, quel qualcosa che continua a tornare tra le mie mani, anche quando tento disperatamente di disfarmene per cercare, così, di strappare il mio legame con un passato che mi indebolisce.

La croce del nord di mia madre era al vostro collo ed io vi osservavo, alternativamente il vostro sorriso e poi quella luce che si infrangeva su di voi, ferendo i miei occhi e costringendomi a lacrimare di dolore.

Sul momento mi sembrò quasi naturale che voi aveste quel pendente, non vi apparteneva eppure, in fondo, era anche vostro.

Ricordo bene il momento in cui lo notaste la prima volta. Ero molto piccolo e voi giovane, brillante, nella vostra armatura di cristallo che rifletteva i vostri meriti e la bellezza calma del vostro sguardo.

“Hyoga, cosa porti al collo?!”

La domanda appariva semplice e senza pretese, curiosità umana, mista ad una forma di predisposizione alla difesa del cuore altrui, perché so per certo che voi avevate notato la lacrima nel mio occhio, così poco visibile, mentre si sforzava di non cadere lungo le guance gelate dal vento siberiano.

“Nulla, signore!” mi affrettai a nascondere, ma voi allungaste una mano a sfiorare la mia che stringeva il memento ed il vostro sorriso divenne più luminoso.

“Una croce! Splendida fattura... a chi apparteneva?!”

“E’ sempre stata mia, signore...” risposi, temendo di mettere a nudo il mio cuore.

“Non da sempre... la stringi con troppa passione perché sia appartenuta soltanto a te...”

Mi avevate scoperto con un solo sguardo, ma non era vostra intenzione forzarmi a parlare, quel giorno, mentre eravamo fermi sulla lastra di ghiaccio, esposti al vento gelido, seduti su uno spuntone.

Isaac non c’era, durante quella giornata fredda era ad allenarsi altrove.

Io fissai lo sguardo sull’orizzonte, ringraziando il vostro essere discreto, ma allo stesso tempo infastidito da quella sensibilità che vi caratterizzava e che voleva spingermi a confessare le mie debolezze, solo perché il vostro intento era convincermi a sorridere, a dimenticare i dolori, nonostante la difficile vita che ero costretto a sopportare.

“Anche io ne ho una simile!” avevate esclamato con naturalezza ed io mi ero voltato verso di voi, le sopracciglia corrugate, tra le vostre mani scintillava veramente una croce, ma era di fattura più semplice, una croce liscia d’argento che rifletteva il sole ed il vostro dolore “Apparteneva a mio fratello. E’ morto quando ero piccolo, ma è il solo ricordo che mi resta di lui e non ho nessuna intenzione di cederlo! Però mi piace parlare di lui... così facendo, per me è come se fosse ancora vivo al mio fianco...”

Il vostro sguardo era triste, eppure sorridevate, forse lo facevate solo per me, perché il vostro dolore non soffocasse il mio cuore di bambino, oppure cercavate voi stesso di affogare la sofferenza dei ricordi con quel sorriso forzato, ma allo stesso tempo tenero.

A quel punto rimasi in silenzio, ma fissai il mio sguardo nel vostro e rimasi stupito da tanta determinazione. Anche voi soffrivate, ma avevate saputo reagire alla perdita ed in quello scambio di occhiate compresi che avrei potuto essere come voi, se fossi stato forte, se avessi saputo gestire i miei sentimenti con orgoglio.

“Il maestro Camus ti ha detto di dimenticare, vero?!”

Le vostre parole avevano stretto la loro forza intorno alla spina che era stata piantata nel mio cuore, ad ingigantire le mie ansie: era stata la prima richiesta del maestro del mio maestro, dei suoi occhi nocciola che brillavano ai riflessi dei capelli cremisi, che, ora so, tradivano le sue origini europee.

Non risposi, ma quel mio silenzio fu una certezza per voi che mi osservavate seriamente.

“Non occorre dimenticare, i ricordi sono importanti. Anche il maestro Camus lo sa, vuole solo farci credere di essere più forte di noi, ma è un essere umano, proprio come me e te ed ha le nostre stesse sofferenze!”

La vostra mano scese a stringere la mia e la croce si infilò nella mia carne, ma solo un po’, perché la sua presenza era parte di me e di quello che restava del mio legame con colei che mi aveva dato la vita due volte.

“E’ solo molto bravo a dissimulare...”

“Crystal” sentii un brivido lungo la schiena, ma voi sorridevate, seduto al mio fianco, stavolta non di dolore, quanto di tenerezza.

“Sì, maestro?!”

Avevate così poca differenza d’età che vedervi chiamarlo “maestro” mi lasciava sempre interdetto, ma ammiravo il vostro rispetto reciproco, lo stesso rispetto che non percepivo quando egli si rivolgeva ad altri, a me per primo.

“Non mi piace sentirti affermare qualcosa che va contro i miei insegnamenti.”

Vi voltaste verso di lui che aveva i lunghi capelli cremisi a ferire l’aria, sciolti.

“La mia non era una critica, ma una puntualizzazione!”

Eravate felice, semplicemente perché a voi era permesso parlare ad uno degli uomini più potenti della terra con tanta serenità.  

“Tieni le tue puntualizzazioni ben strette sulla lingua, Crystal. Tu, invece, torna ad allenarti con Isaac!”

Mi sollevai di scatto e fuggii lontano, ma per lungo tempo, mentre un Isaac sbuffante mi prendeva a pugni, il vostro sguardo gentile mi riscaldò il cuore.

Ed ora vi ho sognato, ripensando a voi che mi avete insegnato a vivere, segnando ogni istante della mia vita con gesti semplici, rigonfi di affetto per me e per la nostra condizione comune.

Io non vi dimenticherò mai, maestro e questo è importante.

 

Stanotte vi ho sognato.

Avevate lo sguardo calmo di sempre e guardavate il mare che non aveva smesso di brillare di rabbia per tutta la notte. Le luci delle stelle erano fioche, mentre una bruma sparsa riempiva l’orizzonte, sembravano i fumi di un vulcano, forse arrivati da un’altra isola, non mi meravigliava di certo questa situazione, non mi era di certo estranea, il mondo da quell’angolo appariva così inospitale e l’aria calda, asfissiante della notte, ci rendeva sempre più demoralizzati e stanchi.

A voi, maestro, a noi, ragazzi...

Eravate premuroso come un padre e, proprio perché genitore, eravate sofferente in ogni istante, eppure non smettevate mai di rivolgerci uno sguardo rassicurante, parco di sorrisi, ma gonfio di incoraggiamenti.

Lo facevate per noi, per questi piccoli e fragili esseri umani che vi erano stati affidati e che non erano a conoscenza di quanto fosse facile morire dove il sole riscalda le rocce fino quasi a bruciarle e dove il solo angolo di magra sofferenza è un capanno in cui ci si riunisce a mangiare.

Eppure eravate ottimista, nonostante tutto, speravate di portare ognuno di noi nello stesso identico posto, dove il sole brilla e dove il cibo non è secco, dove si può quasi sperare di gustare dei veri dolci, sogno di molti di noi che ne avevamo il vago ed estraneo ricordo nell’infanzia facile di quella che appariva quasi come un’altra vita.

Vi ho sognato e mi guardavate, serio, il vostro incoraggiamento nello sguardo notturno rivolto al mare.

“Dopo questa notte avremo un momento di pausa, le tempeste finiranno e per un po’ riusciremo a dormire bene!”

Dormire bene per chi è rannicchiato sul fondo di un piccolo burrone scavato dalla disperazione e dalle brutte esperienze non è facile, ma voi non facevate altro che rincuorarci, facendo coraggio a tutti noi nel modo che meglio si addiceva ad ognuno.

“Come fate a dirlo, maestro?!”

Mi avevate scovato, quella notte, in quell’angolo dell’isola, vi ero sfuggito per isolarmi, per pensare, per ricordare un fratello forse perduto, una vita che, temevo, non sarebbe più stata identica a se stessa.

“L’aria me lo suggerisce, Shun. I suoi piccoli messaggeri del tempo mi sussurrano all’orecchio che nei prossimo giorni non ci saranno temporali!”

Alzai lo sguardo al cielo offuscato dalla nebbia, mentre intorno a me sentivo il freddo, ricordo della tempesta appena passata, farmi drizzare i peli delle braccia.

“Che forma hanno?” chiesi, incredulo.

Dovevo esservi sembrato ingenuo, eppure in quell’istante ero convinto che ci fossero dei messaggeri del tempo, piccoli, magari semitrasparenti, che potevate vedere solo voi cavalcare le loro cavallette invisibili dalle antenne luminose come le stelle coperte di quella notte isolana.

Ricordo il movimento del vostro braccio, come un attore di teatro antico fermaste il palmo aperto di fronte ai miei occhi:

“Lo vedi?!”

La domanda era condita di una piccola risata, ma io rimasi imbambolato dalla possibilità di vederne uno che non me ne accorsi, anzi, strinsi le mani intorno alle ginocchia ed aguzzai la vista.

“No!” esclamai.

A quel punto sentii la vostra mano chiudersi con uno scatto fulmineo ed io urlai, impaurito:

“Maestro, così lo schiacciate!”

Quella notte vi siete piegato in due dalle risate, eravate felice e quasi spensierato, nonostante tutte le preoccupazioni che riuscivamo a darvi...

“Non posso schiacciarlo! È già volato via!”

A quel punto vi osservai, imbronciato.

“Mi state prendendo in giro?!”

“No, Shun. Sto solo giocando con la tua ingenuità, ma senza malizia!”

Mi avevate dato un buffetto sul naso che percepii come gesto gentile.

Era notte e la luna brillava appena, non era ancora tramontata, mentre il vostro sorriso si illuminava di quella cascata di latte io ringraziai mio fratello, per avermi permesso di incontrarvi, sacrificando se stesso.

Ogni volta che vi guardavo percepivo che grazie a voi sarei potuto tornare da lui, quindi, in un certo senso, ringraziavo anche voi che eravate la sola strada per tornare in Giappone, dalla mia luce.

Eravate la sola persona che avrebbe potuto allenarmi senza spezzarmi e lo avete fatto con amore, quasi paterno, senza mortificare la mia natura fragile sia da un punto di vista mentale che fisico.

Ora vi ringrazio, ora che non ci siete più e che mi tornate in sogno, perché so che se io non ho smesso di sperare è proprio grazie a voi che mi avete donato un po’ della vostra vita, perché la mia potesse essere migliore.

So che continuerò a sognarvi, perché l’affetto che provo per voi è ancora forte ed il nostro legame non si scioglierà mai... e questo è importante.