Ciò che resta...

Quattro fogli di carta di fronte a me... hanno la consistenza delicata dei ventagli, ma sembrano più fragili, meno consistenti.
Quattro... un numero a me caro.
Non per il significato che i miei conterranei danno a questa singola cifra, ma per un mio motivo personale.
Sorrido tristemente.
Ripensando a quel significato universale della mia terra e a quello personale che dà la mia anima al numero quattro, mi rendo tetramente conto come le due parti siano profondamente interconnesse.
Sorrido di nuovo, dipingendo dentro di me le tante piccole sfumature del motivo floreale che spicca sui fogli. Probabilmente mi serviranno altri fogli, ma per ora ho scelto il colore dei vestiti.
I miei ricordi li tiene celati in un cassetto prezioso.
Accarezzo il foglio più vicino dove spiccano, su un fondo nero, marziali forme geometriche bianche e grigie. Non pensavo di riuscire a trovare una carta che ricalcasse così fedelmente quello yukata serioso che portava sempre, invece ce l’ho fatta. Un’attenta ricerca mi ha portato a scovare il giusto tono dei colori, delle sfumature rigide e imparziali, impossibili da apprezzare per degli uomini estrosi... ma egli non era fantasioso.
La sua mente era molto rigida, la sua voce profonda e parlava poco con tutti. Si sentiva sempre distante, non riusciva mai a sentirsi parte di qualcosa, la sua vita è stata così triste e, forse, nemmeno il mio affetto ha potuto aiutarlo ad uscire da quel guscio che si era creato...
Se soltanto tutto fosse stato diverso...
Metto da parte il piccolo foglio quadrato e ne prendo un altro. Anche questo colore si addice molto ai suoi soliti colori: un bianco profondo su cui spiccano profili di crisantemi separati da tante piccole righe. Quasi come se scegliesse i colori di proposito, si ritrovava sempre in una dimensione diametralmente opposta alla persona del mio primo pensiero.
Così erano loro: due elementi discordanti in una natura morta, un fiore secco in un bicchiere colmo di ghiaccio.
Mi chiedo se riuscirò mai a rendere bene la veste che di solito amava portare, se riuscirò a fargliela indossare come solo lui era capace di fare, nel suo essere globalmente diverso da un giapponese...
Se soltanto tutto fosse stato diverso...
Il terzo foglio è pieno di colori, proprio come era la sua anima. Non ci sono immagini chiare, ma solo un gran miscuglio di macchie colorate, delicate e coinvolgenti, nella psichedelica complessa sequenza di colori si intravede di certo un punto fisso: il rosso predominante, accompagnato da linee sparse e dorate.
Era veramente così, come un fiume in piena che non era in grado di contenere a lungo il suo spirito nobile e dirompente. Tutti questi erano i suoi colori, sgargianti e pieni, ed amava indossarli.
Mi divertirò a piegare, in
questo caso, sicuramente il suo spirito mi aiuterà a non sentirmi oppresso dalla
paura di sbagliare!
Se soltanto tutto fosse stato diverso...
Ultimo, un foglio completamente verde su cui si contorcono e ballano dragoni celesti, complessi e imprevedibili, dalle spire ritorte. Confesso che in questo caso non sono stato spinto dal ricordo che ho dei suoi sobri kimono seriosi... non ho potuto fare altro che scegliere questo foglio per lui per via di tanti altri motivi.
Una lacrima, senza che io me ne accorga, scende leggera sulla pelle del mio zigomo destro e crolla lungo il filo dei miei tristi pensieri, segnandone il confine prezioso.
Raggruppo i quattro fogli, tutti insieme e li stringo al petto.
Nonostante tutto quello che abbiamo passato, amici miei, lo so che state pensando che sono rimasto sempre il solito sciocco, un bambino inutilmente sentimentale...
Una folata di vento solleva le tende della stanzetta dell’ospedale in cui sono ricoverato da ormai diversi mesi. Le ferite fisiche erano profonde, ma sono guarite. Quelle dell’animo non troveranno mai una vera e propria guarigione.
È tutta la mattina che sto giocando con questi pezzi di carta, insieme ad altri ancora... piego, ritaglio e metto insieme pezzi, seguendo un’arte antica della mia terra.
Mi sono sempre divertito a piegare animali e piante, ma non pensavo che un giorno mi sarei dedicato, quasi fosse un atto sacro, a piegare persone.
... e non lo faccio di certo per divertimento o per noia...
Volevo solo riaverli un po’ qui con me, al mio fianco, ora che non ci sono più, dato che non sono tornati...
Delle spiegazioni della Dea non so cosa farmene, non ci voleva poi molto a comprendere che la mia resistenza era legata per lo più alla possessione di Hades e per una volta ancora mi sono sentito maledetto dalle attenzioni che il Dio mi aveva rivolto, perché questa è una maledizione.
Un’ultima piega ed anche l’ultima bambola di carta è pronta. Le metto in fila sul tavolo, una vicino all’altra.
Passo il dito indice sul profilo delicato dei visi.
Hanno tutte e quattro un nome, queste bambole, che pronuncio per battezzarle seriamente ad una falsa vita di carta, in ricordo di coloro che non ci sono più.
“Ikki-niisan...” sussurro alla sagoma in chimono nero.
“Hyoga-niisan...” il guizzo dei capelli biondi mi fa quasi sorridere, tra le lacrime.
“Seiya-otooto” gemo, spezzando il pianto.
“Shiryu-niisan...”
Chino il capo, i capelli scendono a coprire il mio viso.
Quattro bambole di carta è quello che resta di loro... insieme ai miei ricordi.