Gocce

 

Una volta un marinaio alzò gli occhi al cielo, prima che scoppiasse una enorme tempesta. Questo marinaio aveva un nome senza fine, un volto senza linee e una voce senza eco. Nessuno poteva distinguerlo, o chiamarlo… e neanche ascoltare la sua voce. Quel marinaio che aveva alzato lo sguardo a quell’addensarsi di nubi pesanti, colore del piombo, era fuso con il paesaggio e sul suo viso non aveva sorriso, non aveva un ghigno, non aveva neppure una misera espressione blu notte.
La tempesta stava per giungere da sud, ma l’aria era fredda e il vento voleva trascinare via il suo cappello bianco, quel cappello con il nastrino azzurro battuto dalle correnti che erano nate in un punto distante, lì sull’equatore. Aria fredda che saliva dai luoghi più caldi, l’aria fredda partorita dal calore delle zone aride del mondo.
Le nubi, sempre più cariche, cavalcavano in un cielo colmo di disappunto. La vanitosa volta celeste rabbrividiva all’idea di coprirsi di quei panni sporchi di qualcun altro… e le nuvole gonfie, ferite dal disprezzo del cielo, cominciarono a mormorare.
Il marinaio dal nome senza fine, dal volto senza linee e dalla voce senza eco, attendendo sul ponte di quella nave immensa, poté sentire, per la prima volta, la voce del cielo che, così, si rivolgeva alle nuvole:
“Andate via… non avete alcun diritto di stare qui a rovinare il mio manto… ad oscurare la mia eterea ed eterna bellezza!” i sospiri dell’aria portavano i riverberi della sottile voce del cielo che, disperato, lasciava lamenti di orrore e devastazione intorno a sé “… credete forse, solo perché siete tante, di avere il diritto di occupare il mio grande mantello, di evitare al mare l’onore di potersi vestire di me, per poter riflette una parte della mia eccezionale avvenenza?! Non pensate di essere troppo presuntuose, piccoli rifiuti della terra?! Allontanatevi da me e lasciate che io sia rimirato, in ogni mia parte…”
Le nuvole, sbuffando piano, non ascoltarono i lamenti del cielo, anzi, alcune tra le più piccole e birichine, cominciarono a ridere della sua vanità, dell’illusione che il cielo stesso creava con le sue parole di aria.
Il cielo, nella sua profonda arroganza, non aveva mai compreso il linguaggio delle nuvole, pensando che l’unico vero linguaggio autentico da conoscere, ammirare e apprezzare, fosse solo la sua lingua… così le nuvole, ignoranti, ma conoscitrici di lingue, si burlarono di lui, gelido e freddo, racchiuso nella sua veste di seta tinta d’azzurro.
Il marinaio osservò le nuvole, così allegre, simpatiche. Senza nemmeno un briciolo di vergogna, tenevano soggiogato, con la loro dolce ironia il grande cielo distante ormai dalla terra, al di sotto della coperta di nuvole sempre più spesse.
Il mare, che cominciava a muoversi con impeto e forza, stava per terminare la sua corsa contro i lati della maestosa nave quando, per la prima volta, si fece sentire, parlando, con la sua voce tonante la lingua raffinata del cielo: “Amico mio, non dovresti lamentarti delle nostre amiche nuvole. Finiscono col dare uno sprazzo di umanità al tuo essere divino… non sei forse stanco di essere così al di sopra delle creature viventi e non viventi?”
Il cielo si fermò, sospirò un poco, ma quel flebile fruscio era troppo basso per poter essere sentito oltre il ciarlare chiaro delle nuvole, divertite dall’imbarazzo dello schizzinoso e altezzoso superiore. Il cielo avevo sempre amato il mare, ma non poteva raggiungerlo, se non all’orizzonte.
Aveva sempre invidiato la vita che riusciva a dare agli animali ed alle piante… invece lui era fatto solo di particelle sospese in distanza ed era bellissimo, ma restava un riflesso illusorio di una realtà che alla fine non c’era. Il suo manto azzurro era solo un gioco di luci mai spiegato, era solo un’autentica allucinazione.
Il cielo comprese a poco a poco il suo grande errore… il suo reale orrore. Le nubi volteggiavano, rincorrendosi, brutte e felici… il mare era ormai in subbuglio, terrorizzando i passeggeri della nave, ma era bello come un orco irruente che lascia un segno in tutte le cose del creato.
Gli occhi del cielo si riempirono di lacrime … era forse veramente perfetto e solo, come un fiore di pesco in pieno inverno? La sua bellezza non portava gioia, ma solo scherzi e lazzi di inferiori enti…
Cominciò a piovere.
Il marinaio, guardando verso il cielo, sfiorò il bordo della nave, era un uccello che cadeva nelle acque. Toccati i flutti furiosi e furenti, fu felice di tornare al suo elemento.
Amava il cielo, ma il mare era il suo posto… si trasformò in un tritone forte e muscoloso, che si perse nel nero della notte.

 

Questa storia non ha senso.  Pensando a te, Misty-kun, ci è venuto in mente il cielo irraggiungibile e perfetto, che vive i suoi drammi personali ogni volta che si confronta con la vera bellezza della vita. Un po’ tu sei come quel cielo… e se nel mare hai trovato la morte è forse solo perché hai voluto fondere te stesso con la vera esistenza, al di fuori di ornamenti e fronzoli. Quella vita vera che non avevi mai vissuto. Buon compleanno, da noi…

Aphrodite e Deathmask