Novembre

Era novembre, e Camus
rimaneva spesso stupito dalla grazia antica che in quella stagione sembrava
aleggiare sopra i marmi del Santuario.
Quella sera camminava solo, vestito di bianco e d'azzurro, evitando le strade battute dalla ronda di guardia.
“E' come se queste rovine – pensava - siano consapevoli della loro esistenza, della loro storia. Le ricche statue, le metope di questo tempio, i raffinati arazzi, le fiamme votive.. ogni cosa è stata travolta, dissolta dal tempo che logora e annienta le glorie di uomini e Dei. Eppure, queste pietre durano ancora, nobili e stanche, come un re a cui l'età ha sottratto le forze, ma non l'antica fierezza”.
Sorrise, preso da una strana, sommessa commozione, e con un gesto lento poggiò la mano sulla colonna. Sentì il freddo, e il taglio preciso delle scanalature.
La pioggia cadeva incessante, con un suono metallico, ma egli non se ne curava.
D'un tratto, fu come se, attraverso quel contatto, un respiro nascosto fosse penetrato in lui, ed una profonda risonanza lo pervase. Nel battito del suo cuore, ascoltava il suono delle corrispondenze arcane, e le leggi eterne dei cicli cosmici bisbigliavano tra i suoi pensieri, e tutto sembrava chiarirsi, quasi intuirsi, appena un passo di là della ragione.
“Questo marmo bagnato - realizzò con un fremito – deve avere in sé un senso compiuto, perfetto, un'armonia intrinseca, perché partecipa della stessa natura del mondo vivente, e delle stelle, le stesse stelle che illuminano i nostri cosmi. E forse..”
Si fermò. Qualcosa, un’ombra, gli attraversò la mente. Cercò di acuire l’indagine, ma i concetti si fecero sfuggenti, cominciò a scivolare, si appoggiò alla colonna tentando di ristabilire il contatto, ma i suoni dentro di sé si ritorsero, divennero schiocchi, fruscii dai toni aspri e maligni.
Stordito, chiuse gli occhi. Così rimase, e non si accorse dei passi alle sue spalle, finché il tocco leggero di una mano non lo strappò alle sue riflessioni.
“Una dracma per i vostri pensieri, Cavaliere.”
La voce, lieve ed ironica, si modulava elegante sui toni della pioggia.
Riluttante, si staccò dalla colonna e si voltò ad osservare quei che aveva parlato. Avvertiva la coscienza rifluire lentamente dalle vertigini cui s'era inabissata: con un senso di spossatezza, come inebetito, fissava il giovane uomo dai tratti nordici che gli stava davanti, il viso reclinato con divertita malizia.
".. Aphrodite..", mormorò ancora perso tra quegli echi interiori.
Quello sorrise, mantenendo il medesimo contegno.
"Camus, amico mio, ti trovo perduto.". Lo afferrò per un braccio e lo attirò con dolcezza sotto la cupola verde del suo ombrello. Lo spostamento, il freddo, irruppero nell'io cosciente del francese che riemerse dai suoi torpori.
"Ti ringrazio", disse piano, meravigliato e quasi commosso dal suono della sua voce.
Si allontanò un poco per osservare il cielo oltre il piccolo tetto impermeabile, mentre Aphrodite seguitava ad osservarlo.
"Perché fai così? Tanto è inutile", mormorò questi ad un tratto, gentile, quasi sottovoce.
" .. come?"
Aphrodite non rispose. Scosse il capo, poi tese il braccio libero verso l'esterno, lo ritirò subito e disse ridendo:
"Di' un po', bel francese, avevi intenzione di ammalarti, fermo sotto questa pioggia? .. Vieni, la dodicesima Casa è vicina, andiamo a ripararci."
Fece per voltarsi, poi, con garbo, soggiunse:
".. a meno che il Cavaliere d'Aquario non voglia dar prova della sua tempra glaciale rimanendo qui a sfidare impassibile il freddo e il gelo, s'intende."
Camus ristette. Che aveva inteso dire con quel "tanto è inutile" ? .. che tra loro si fosse operata una qualche muta comunione, e a sua insaputa i suoi pensieri avessero oltrepassato il chiuso dell'abisso? .. no, no, era inutile perdersi in inutili congetture. Probabilmente aveva inteso il vento: "Ubbie novembrine", concluse tra sé e sé, e non domandò nulla.
"Grazie - rispose invece - ma preferisco di no..
Non preoccuparti per me - aggiunse subito dopo, vedendolo adombrarsi - so badare a me stesso, sai, e poi nemmeno l'undicesimo tempio è distante. In due passi sarò al riparo."
".. e sia, non pretendo certo di strapparti con la forza al tuo vagare". Sorrise.
Aveva un modo di parlare tutto suo, sospeso tra il divertito e l'ingenuo, ora limpido e chiaro, ora sommesso e suadente. Usava poi cadenzare il discorso in modo inconsueto, rallentando un poco la voce su alcune parole, senza significato apparente: né si poteva giustificare in qualche modo questa bizzarria, se non come parte d'un gusto e d'uno spirito eccentrici, ma capaci di grande fascinazione.
"Dimmi - riprese, vedendo che l'altro taceva (imbarazzato?) - credi che stasera pioverà? Sarebbe certo una gran seccatura."
La poca luce che ancora durava stava rapidamente ritirandosi al di là della montagna, mentre foschi vascelli di nembi s'addensavano intorno alla statua di Atena, sulla cima del Santuario.
La pioggia batteva le cime degli alberi, i sentieri del tempio. L'acqua scivolava a fatica tra le fessure del lastricato, intorbidandosi e separandosi in lingue di fango.
"Temo di sì, mon ami.. temo di sì", rispose piano e pensoso il francese.
"Oh, tanto peggio. Non basteranno certo quattro gocce a spegnere i fuochi della festa."
"Festa? .."
"Festa, certo. Sai, quella tremenda fiera chiassosa che inebria gli uomini col suo fiato e li seduce con i suoi canti.."
"Un altro dei tuoi festini di dubbia moralità, se ho ben inteso.", disse egli allora, con un tono di disappunto.
"Oh, qual feroce puritano ho per vicino!", rise Aphrodite.
".. sono solo un uomo che ama stare tranquillo.", replicò, senza guardarlo.
Poi si mosse, voltandosi per andarsene, ma Aphrodite lo trattenne per un braccio, dolcemente, e gli disse:
".. e non teme, quest'uomo di ghiaccio, di ritrovarsi solo?".
Allentò la presa e fece un passo indietro, lasciandolo sotto la pioggia.
" .. un monumento al passato, come queste pietre?"
Rise, e quel suono argentino crepitò nel piovere fitto. Il francese taceva ancora.
L'altro rimase un pezzo ad osservarlo, poi chinò il capo da un lato, e i capelli gli ricaddero sulla fronte.
"Come vuoi. Ora devo andare: ho da finire i preparativi.
Se cambi idea, stasera, conosci la strada.
.. anche perché è l'unica."
E se ne andò con un alzata di spalle, a passi saltellanti.
Camus restò ancora dov'era, a guardare le gocce che esplodevano all'impatto col selciato.
Sentiva crescere dentro un sentimento d'urgenza, una smania di fare, di muoversi, di occupare il tempo e sé stesso, e nello stesso tempo, una disperazione montante, inspiegabile; un'oppressione gravissima che sembrava nascere da quelle stesse pietre, da quella pioggia. Le colonne, divenute obelischi, lo fissavano mute, e d'un tratto gli apparvero per quello che erano, reliquie ingrigite dal tempo. Si voltò, sopraffatto dall'orrore, e fuggì verso l'undicesima Casa.
![]()
La notte avvolgeva impalpabile la terra di Grecia. Un lucore biancastro spandeva dalle Case inferiori, appena rischiarate dal fuoco morente di qualche braciere. La pioggia non si era acquietata; l'aria era pregna dell'odore di erba bagnata.
Una brezza fredda pungeva le guance di Aphrodite, in piedi sulla cima dello scalone del roseto. Le piante, oppresse dall'acqua incessante, esalavano un profumo dolciastro ed intenso.
".. come piove, aveva proprio ragione.". Allungò una mano a lambire una rosa, una superba gemma del gelo dai petali algidi, appena venati d'azzurro, ora percorsi da una miriade di goccioline tremolanti.
Un brivido gelido corse per la schiera del Santo.
“.. alla fine non è venuto.” Sospirò, e una ruga corrucciò il suo volto.
“.. ma che importa, in fondo. Le danze e i liquori di miele faranno più onore alla festa di quanto ne farebbe lui. Questo è certo.”
Qualcosa nel fiore lo turbò. La sua perfezione, il suo colore, così netto e così vibrante, insinuavano nel suo animo un sentimento oscuro, come un'intuizione sfuggente e maligna, di qualcosa che bisbigliasse sul fondo della coscienza.
“Questo è certo”, ripeté.
Ritirò la mano, di scatto, e rientrò nella Casa di Pisces. Voltandosi, il mantello bianco si gonfiò, e mentre i profumi ambrati degli incensi rapivano di nuovo i suoi pensieri, ricadde morbidamente.
![]()
Camus sedeva al centro della sala antica, solo. Ombre sghembe si allungavano sul basamento in pietra, nudo e polveroso. La luce fluiva fredda dalle crepe del soffitto.
L'uomo stava rannicchiato su una seggiola di legno, avvolto in una coperta di pelo, con gli occhi fissi in un punto indefinito della penombra.
Che ore erano?
Udì dei rintocchi, echi sinistri, dalla valle lontana.
Si sentì perduto. Si afferrò le mani, serrandole una nell'altra; gli occhi si strinsero con rabbia, e la paura del tempo e dell'assurdo lo travolse. Gli abissi della sua coscienza si aprirono su deserto di uomini senza volto, fantasime dai contorni sfumati, inanellati in una processione infinita. Avanzavano muti, ignaro ciascuno del proprio compagno. Ed egli era con loro, come loro, anch'egli in marcia senza poter dire per dove, e lentamente persuaso, passo dopo passo, che forse nemmeno importava, il dove. Era forse sua, l'eco del passo che muoveva appena la sabbia? Non era invece egli il suo vicino - e lo cercava con lo sguardo, ma questo si offuscò - o quello che lo precedeva, o chiunque altro? E se andassero alla morte, o al nulla, o se anche non stessero andando da nessuna parte, in nessun luogo e in nessun tempo, laddove tra il primo e l'ultimo di loro non più distava che il tempo d'un rintocco?
Di nuovo, si sentì cadere. Ora le ombre svanivano, e l'oscurità intorno a lui si fece densa, palpitante e cupa.
La consapevolezza del suo corpo gli ripiombò addosso con una compattezza grave, pietrosa. Si rese conto d'essere ancora sulla seggiola, sebbene suoi occhi non restituissero che nero, e la stessa pioggia risuonasse distorta nel suo cranio, come il suono sordo di un rimbombo distante. Ebbe freddo. La coperta era caduta a terra, ed egli si ritrovò d'un tratto a fissare le proprie mani, che squarciarono il velo dell'ombra e si contrassero, diafane, dinanzi al suo viso. In una vertigine d'orrore, le vide tendersi fino allo spasimo, e infine irrigidirsi, l'una di contro all'altra, nella limpida immobilità del marmo.
Gridò, e l'intero Santuario riecheggiò quel grido, mentre ancora si spegneva l'eco dell'ultimo rintocco