Divinitus

Per effetto del volere divino

 di Shun, Libry e Aphrodite
 

NOTA: Dedicata a Mu con tutto il nostro affetto per il grandissimo aiuto datoci nelle traduzioni in greco ^__^ (un bacio dallo zio^*^)

 

Le ombre della notte si allungavano sulla distesa dei Kido immersa nell’oscurità; il silenzio coronava le tenebre punteggiate dal brillio tremulo delle stelle.

Tutto era deserto; una figura solitaria si attardava alla finestra della sua stanza, gli occhi, di un verde scurissimo e bello, persi in quel limpido cielo, nel quale le costellazioni a lui care si delineavano nettamente, spiccando dorate nell’intenso blu.

In nome di quelle costellazioni lui e i fratelli avevano combattuto, in nome di una pace che aveva vissuto come una promessa, mai mantenuta, sempre agognata, speranza grazie alla quale aveva accettato di andare contro la propria, benevola natura.

Quanto ancora sarebbe durato e quanto lui avrebbe resistito, prima che il sangue, versato dal suo cosmo guerriero, lo sommergesse del tutto, conducendolo a una follia senza alcuna via d’uscita?

E soprattutto, sarebbe servita a qualcosa una tale devastazione del proprio spirito?

“Posso anche impazzire, lo accetto, a patto che tutto questo finisca prima o poi… a patto che… quello che facciamo abbia un senso…”

Un appello disperato alle stelle, che si spense in un sospiro rassegnato; sapeva che sarebbe andato avanti, nonostante tutto, sapeva che mai si sarebbe tirato indietro…

E allora a cosa valeva tutto quel continuo pensare, se non a violentare se stesso, a farsi del male più di quanto gliene facesse il proprio destino?

Shun, Bronze Saint di Andromeda, diede le spalle alla finestra e agli astri nei quali, ancora una volta, aveva cercato una vana promessa di pace.

Si guardò le mani… impregnate di sangue…

Scosse nervosamente il capo:

“Ah, no, smettila Andromeda, è solo la tua immaginazione!”

Già… l’immaginazione turbata dai ricordi… ricordi di un guerriero che, come tutti i guerrieri, aveva disseminato di vittime il proprio cammino…

Si gettò sul letto, le mani dietro la nuca, fissando il soffitto, agognando un sonno ristoratore.

Le ombre delle tende danzavano sulle pareti; un raggio di luna filtrava nella camera, una scia luminosa e sottile come una lama argentata che tagliava la stanza in due… e che trafiggeva lo spirito del giovane dall’animo inquieto.

Un altro sospiro, una lacrima solitaria, il desiderio di chiudere gli occhi e abbandonarsi alla voce del vento che aveva iniziato a soffiare, improvviso…

Il vento ululava, una nenia che lo cullava, alla quale non sapeva sottrarsi, monotona, lugubre… fredda…

Sentì il proprio corpo gelare, scosso da brividi incontrollabili.

“Saint di Andromeda…”

La voce del vento…

“Shun…”

Lo chiamava…

Un tremito più forte degli altri lo fece sussultare; in preda a un dolore senza nome, sgranò gli occhi, grandissimi.

Dov’era il suo corpo?

Non sentiva più nulla, galleggiava nel limbo di una notte che neanche le stelle avevano il permesso di rischiarare.

Imponendosi di resistere al panico, si concentrò sul proprio spirito in subbuglio, respirò profondamente, intimando a se stesso di calmarsi… era sicuramente un malessere passeggero…

Riuscì a riprendere, gradualmente, il controllo di sé, si mosse… ma si sentiva strano, leggero, fluttuante come puro spirito.

Riuscì, con immane fatica, a mettersi seduto, a guardarsi intorno… buio… completamente…

Dov’era il raggio di luna, dove la morbidezza del suo letto?

Dura roccia, fredda come il ghiaccio era ciò che toccavano le sue membra.

“Cosa… succede?” mormorò, trovando a stento la forza di tirar fuori quelle poche parole.

Si alzò; mosse un passo, poi un altro, camminò a tentoni nelle tenebre, senza sapere dove sarebbe arrivato, senza una meta, uno scopo…

Sperava, camminando, di trovare una risposta.

Il tonfo sordo dei suoi passi risuonava nella notte, le dure rocce eran sparite ed ora sentiva solo terra sotto di sé, terra morbida che affondava e si attaccava pesantemente ai suoi piedi che erano nudi, stranamente, e le piante erano gelide e ghiacciate.

Era notte e le tenebre lo annientavano piano... in quel luogo privo di luce non spiccava nulla, solo scheletri di alberi contorti, solo la voce del vento che lo aveva chiamato... nero nella notte più nera, freddo nell’oscurità più gelida... puro messaggero di paura nelle ore antelucane del terrore immane che permea di se stesso l’animo dell’innocente.

Eppure in quell’atro antro immenso, denso di incertezza, qualcosa spiccò all’improvviso. Lastre bianche...

Il cuore di Shun fece un balzo... per un attimo sentì rischiararsi l’ambiente. Le lastre orizzontali brillavan quasi della luce di una luna pallida e fioca dietro strati e strati di bruma indifferente.

Quasi preso da arcana frenesia, Andromeda accelerò il passo, sperando di arrivare presto alla distesa che, da lontano, sembrava un campo di lucidi gigli al vento. Tra le lastre, leggeri, si levavano forse fiori che lasciavano macchie bianche nella notte. Sempre più gaio, Shun sorrise... una speranza, il bianco della gioia e dell’infanzia.

Eppure presto desistette e i suoi occhi sgranarono incerti. Lastre bianche... lastre di marmorea essenza... lapidi silenti in un mondo di notturni sogni.

Un cimitero... senza croci e senza segni, ma solo lastre a ricoprir le tombe... lisce come la seta che la sposa indossa, lisce come la sabbia di una spiaggia antica.. ma simboli di morte e di disperazione, non di gioia e di pace in un mondo di momentanea felicità imperitura.

Lacrime solcarono il volto del giovane, lacrime che scivolarono sulle gote pallide. Barcollando, il santo poggiò una mano tremante su un tronco spezzato e osservò dall’alto una valle candidamente vestita... le lisce pietre spiccavano chiare e orrore colse il cuore del ragazzo quando notò che i fiori non eran gigli, ma piccoli asfodeli al vento leggero, fiori di vetro, simboli di vite spezzate, di spettri ormai sepolti e vivi solo nel ricordo.

Le scaglie di legno affondarono nella mano giovane del ragazzo, Shun non se ne accorse e i suoi occhi rimasero fissi su una lastra levigata su cui parole arcane eran scolpite:

 

Tu ne quaesieris (scire nefas), quem mihi, quem tibi

Finem di dederint, Andromeda, nec Babylonios

Temptaris numeros.

 

Shun leggeva ad alta voce e non capiva, quasi come refoli venuti da paesi lontani le parole si sperdevano in un limbo stratificato dell’atmosfera di quel luogo fetido e ripugnante.

Dolore... profondo dolore... quelle parole erano rivolte a lui, ma cosa e chi aveva voluto lasciargli motti arcani e di una lingua così distante? Con un gesto convulso strinse la mano ancora di più contro il legno puntuto, strappandosi la carne viva e lasciandosi andare ad un gridolino di angoscia.

“Messaggi per me...” le lacrime continuavano a scendere...

 

Permitte divis cetera, qui simul

Stravere ventos aequore fervido

Deproeliantis, nec cupressi

Nec veteres agitantur orni.

 

“... ma cosa volete che io comprenda?” Nella cieca disperazione il santo alzò lo sguardo al cielo plumbeo e incostante. In lontananza un lampo fendette l’aria e, terrificante, si schiantò facendo tremar aria e terra del suono cupo e freddo... gocce si affacciarono sul viso del santo di bronzo, gocce di pioggia gelide e trasparenti, piccole perle di pesantezza inconsistente in quel marasma di caos e pungente vento.

I fiori,illuminati, sembravano boccheggiare e chieder aiuto in quel mare di bianco e nero, unici due colori nella notte di tregenda. Parole senza senso, voci senza consistenza... esasperato dal mondo assurdo in cui era capitato, Shun si sendette al limitare di una lastra, poggiando le membra stanche e l’animo distrutto su una sporgenza appena percettibile dalla terra carica di cibo per i rosei vermi.

Ai bordi di quella tagliente lapide di marmo, dove il povero pellegrino aveva letto le ultime parole oscure, Shun ristette, distrutto e devastato, in lacrime e vinto dalla non conoscenza dell’incognita che di fronte alla sua esile figura si presentava...

I suoi piedi nudi... piccoli e insignificanti nel mare di fango che al loro fianco piano piano si formava, polle colme e stracolme di acqua putrida e cadente, quei piedini, che sembravano inconsistenti e pallidi alla luce dell’oscurità viva in quella morte che mai aveva visto eguali nel mondo, annaspavano in un mare di liquame e solo la dolcezza di un fiore, lenta sfiorava quella pelle morbida e chiara, resa scura dalla terra cretosa bagnata.

Le mani gli dolevano... ferite pari a quelle che affondavan nel suo cuore. Le spalle di Shun si abbassarono, vinte. L’acqua ormai cadeva a fiotti senza termine apparente e la sua mente brillava solo per domande complesse e senza senso, nella mentalità assurda di quella sua vita di uomo dolce e sensibile vedeva solo dolore... forse angoscie, ma mai pace… perché la pace è degli uomini la menzogna gratuita più semplice da chiamare.

Il fiore che gli sfiorava, piccolo, il piede destro parve chinar il capo per un attimo e Shun fissò il suo sguardo su di lui, pensando, nella sua disperazione, che anche quegli asfodeli piccolini, soffrivano per lui che era depresso, nel mondo fatto solo di miseri castelli cartacei scarabocchiati.

Eppure quel filo dei suoi pensieri presto fu fermato. Due mani si affacciaron sul suo viso e Shun tese le orecchie e sussultò, proprio mentre un corpo piccolo e infantile si accucciava contro di lui, sul suo dorso fradicio.

“Shun...” voce di bimbo, allegra e spensierata, il mistero si infittì pesantemente, cosa faceva un bimbo in un cimitero ai margini di un mondo civile inesistente? E perché quel bimbo immaginario (perché solo di una calda allucinazione poteva trattarsi) lo chiamava per nome stringendogli le mani intorno al petto e cercando così di infonder ad Andromeda calore e forza?
nessuna risposta... il bimbo si era stretto ancor di più e con una risata sottile diede un bacio sull’orecchio del ragazzo.

“Shun, sapevo che saresti arrivato! Non guardare le tombe...” affermò con noncuranza e con gioia vera “dicono solo stupidaggini... questi sono morti!”

Un bambino... un bambino che sapeva di morte.

Quasi come una di quelle goccioline che imperlavano il viso del santo di Athena, il bimbo saltò dinanzi a Shun, ridendo e piroettando come se fosse un folletto puro.

Si fermò di fronte ad Andromeda, fermo e dritto, guardandolo negli occhi:

“Gli epitaffi non fan che dire cose sciocche... anche se poi, ci chiaman di persona!” e così dicendo diede un piccolo colpetto al punto in cui, sulla lastra fredda, c’era scolpito “Andromeda”, ridendo ancora, mentre Shun era sempre più scosso, si sedette al suo fianco e rise forte, consapevole di quanto fossero strani gli incontri che la vita gli aveva posto innanzi.

Il bimbo si rannicchiò e, con il mento poggiato sulle ginocchia, continuò:

“I morti sono di menzogne pieni... loro si credono giunti ad un traguardo e si pensano forti e onniscienti, ma in realtà la loro è solo un cambio inutile di forma. Prima erano corpo ed ora solo spirito impalpabile, a loro non è concesso ormai più nulla. Se aguzzi la vista puoi guardarli... son loro che han scritto queste frasi”

Era vero... dalla nebbia dei visi spauriti si levarono staccandosi dal nulla di lì intorno. Il bambino, sorridente, alzò lo sguardo verso Shun:

“Io so che sono stati loro a scrivere questo perché li ho visti... e perché so che sono soli... da tempo ormai amici e parenti gli han dimenticati e nessuno avrebbe mai scritto su queste lapidi qualcosa che poteva esser loro di conforto. Questi sono gli spirti dei cadaveri senza nome alcuno, loro guardano solo al desiderio di interagire e di parlare, ma nessuno di loro può... può veramente dire.”

Aveva occhi blu notte e capelli scuri scuri... la pelle abbronzata tradiva origini legate al sud del mondo.
Era un bambino ma parlava come un uomo:

“Io so che loro han scritto queste frasi per te, ma son tutte bugie e di loro non ti devi fidare... guarda e leggi questa menzogna...” si era spostato di qualche passo e le mani passava su una lastra incisa a lettere di fuoco “Sit tibi terra levis..” Il bimbo sghignazzò, cinico e felice  “...un cadavere ormai in putrefazione può chiedere a se stesso come augurio che la terra gli sia leggera nella morte? A cosa serve ad uno spirito sapere che il proprio corpo, devastato dai lombichi affamati e famelici, sente leggero il peso della terra? Ipocriti... come son stati ipocriti a dirti quelle cose... ti chiedono di non badare agli dei, Shun... ma questo tu non puoi farlo perché agli dei la tua vita è legata...”

Andromeda si sentì stranamente tranquillo e guardò meglio il bambino. Se non era un angelo era comunque una guida preziosa, molto preziosa... e poi, per quanto inquietante, era comunque un bimbo e lui amava i bambini... asciugando le lacrime copiose dal suo bellissimo volto delicato, il santo di bronzo sorrise accondiscendente al piccolo dallo sguardo furbo.

“Ma ora non ti devi preoccupare!” aiuto insperato nella morte più nera “Io sono qui...” e il fanciullo batté tre volte il palmo aperto sul suo petto “Sono un grande uomo io! Ho vissuto spesso con i morti e a me piace la loro presenza...”

Lieve, come una piccola nuvola bianca, si levò uno spirito dal terreno che si faceva palude. La pioggia cadeva e attraversava il corpo spirituale dell’essere impalpabile che, quasi fedele cagnolino, volteggiò intorno alla piccola figuretta inquietante.

“Lui vuole aiutarti... me lo dice chiaramente!” le piccole gocce veloci sembravano lame di coltello sul viso del giapponese, bello. Quell’essere spirituale che sembrava una misera macchia nella notte si addensò di più e prese forma. Era strano vedere quanto quella nuvola assomigliasse ad un animale, quanto il collo lungo apparisse come quello di un grande cigno. Due zampe immense, larghe quanto Andromeda stesso, si poggiarono a terra affondando nel fango denso.

Shun pensò al vento che plasmava, nella sera, le mille figure nel cielo e lui e i suoi fratelli le guardavano vedendo chi prima riconosceva in quelle nuvole cangianti una figura di cane, gatto o di altra cosa... una volta Shiryu vi aveva vsto un drago...

Un ruggito forte e pieno attraversò la tempesta in ogni parte. La nuvola era diventata, sotto gli occhi soddisfatti del bambino, un immenso drago dagli occhi rossi e freddi, bianco, una viverna... le uniche due zampe scheletriche e alte affondavano nella melma scura, la grande bocca aperta al cielo quasi ad annunciare un infausto ritorno...

Il corpo di rettile lungo e la coda serpentina si abbassarono ad un comando del bambino.

“Shun, sali! Dobbiamo andare dove i morti verranno a parlarci per farci dire la verità...” e con un sorriso dipinto sulle labbra saltò in groppa all’insolito destriero che, su valli e monti, volando, li avrebbe fatti viaggiare in quel mondo senza senso di un incubo agghiacciante.

Il giovane seguì, come un automa senza coscienza, ogni movimento, ogni semplice atto, stanco di pensare, si lasciò andare!

E quando furono entrambi sul dorso immenso della bestia, le ali si aprirono, larghe e forti, anche se membranose e all’apparenza fragili come quelle di un pipistrello e, con ampi battiti inattesi, levaron, nell’aere pieno di pioggia, Shun, il bimbo e l’enorme mostro sorvolando le distese senza vita di quell’onirico paesaggio che si perdeva a vista d’occhio.

E volarono... Shun ormai convinto che quello fosse solo un sogno semplice dettato da stanchezza e da tristezza, si godette stranamente ogni singolo battito di quelle ali enormi mentre i muscoli fantasmi davano movimento al drago morto.

Il bimbo, alzando le braccia, incitava il drago ad andare più veloce. La bestia rispondeva alla voce del piccolo demoniaco, emettendo forti versi nella notte. Shun allacciava le braccia intorno al piccolo corpo pelle e ossa del bimbo, entrambi baciati dalle acque, avevano la vista appannata e ferita dall’oscurità impenetrabile.

Volarono a lungo... ma l’atmosfera non mutò. Sotto di loro, distese di asfodeli ancora ondeggiavano al vento forte che accompagnava le procelle, le lapidi ancor spiccarono e nei punti in cui la notte era padrona, attorno ad alberi che ormai non avevan più vita, macchie candide sfumate erano testimoni della presenza degli spiriti timidi e angosciati.

Una scarica elettrica sfiorò l’immenso mostro e questo fece ridere ancor di più il ragazzino che, con i capelli fradici e gli occhi grandi e gioiosi, lo incitava. A shun apparve come un demone impazzito, cominciò a temere di aver seguito un essere così insolito trovato in un luogo sperduto e di pericoli irto.

Per un attimo la risata forte, gli ricordò quella dei mostri dei suoi incubi più bui. Volarono fino alle nuvole di pioggia e poi le superarono in altezza, si ritrovarono sopra il temporale, il bimbo sicuro, Shun titubante, ché non sapeva cosa fare immantinente.

E mentre sotto di loro c’erano terrificanti scoppi, Shun notò le stelle sulla sua testa e una immensa luna che guardava, piena di meraviglia, l’enorme drago che li accompagnava... tra le stelle, il suo sguardo cadde lungo l’eclittica solare e luminosa, stranamente, era la costellazione di Cancer tra le altre che apparivano sbiadite.

Confuso da un così strano evento, Shun non notò che erano arrivati e la loro meta era un’altopiano immenso, al di sopra delle nuvole di pioggia, dove era un tempio di fattura greca, importante e fiero.

E, di fronte a questo tempio, altre tombe... lapidi bianche.

Shun guardò di fronte a sé perché era un bel paesaggio, anche se triste e, dal tempio, le anime dei morti fluttuavano fino ai piedi della bestia accovacciata per far scendere il bimbo e il santo.

Avevano mani, quei poveri devastati, denti scoperti e consumati, dipinto sul volto un triste ghigno. Capelli lunghi e unghie mal curate tradivano il loro aspetto di trapassati, gli abiti logori e senza ormai più luce erano ripugnanti agli occhi umani e vivi.

Ma il bimbo non provava ribrezzo, era sceso tra di loro e i morti, con reverenziale rispetto, si inginocchiavano al suo passaggio, mentre il ragazzino faceva segno a Shun di non temere e di scendere al suo fianco, con sicurezza.

E il santo di bronzo seguì le sue parole, prendendo per mano la sua guida, più per infondere coraggio a se stesso che al bimbo tranquillo e rilassato, accompagnò quel piccolo demonio nel tempio dove i morti volteggiavano.

Era alto e un altare al centro stava e quell’ara era di rosso sangue vestita. Con ribrezzo, Shun il bimbo lasciò andare, portandosi le mani alla bocca, sentendo nel suo stomaco un senso di nausea pesante. Era incredulo, incerto, molto scosso...

“Son tornato!” affermò il bambino e, passando le mani vicino al vecchio altare, bagnatele di sangue scuro scuro... le levò aspettando di vedere gli spiriti lamentosi accorrer lesti, per assaggiare il fluido cremisi ed inerte. Quattro o cinque fantasmi scesero sul piccolo mostro che abbeverava i morti come fossero cuccioli di cane da svezzare.

“Eccoli, Shun...” disse infine, voltandosi. “Loro ti aiuteranno e a te parleranno... ma prima assisti alla nascita del sangue puro!”

Il bimbo corse dietro l’altare, afferrando qualcosa nascosta che si dimenava. Era un ragazzo dai capelli castani ed impaurito, poteva avere l’età di Shun, non di più... gli occhi vitrei guardavano lontano, senza coscienza attendeva piano la fine a lui dettata dal fato ingiusto.

E il bimbo lo guidò sull’altare, prono, e si sedette sul petto del ragazzo affondando, con lentezza, le dita affusolate nel suo collo e strappando, portandoseli alla bocca, pezzi di carne e sangue. Al ragazzo non fu dato nemmeno di emettere un piccolo suono angosciato. Era morto nel momento stesso in cui il bambino le mani aveva affondato.

Ecco! Il bimbo era un demone e Shun ne aveva la prova certa... urlando a squarciagola la sua angoscia, fece qualche passo avanti, tentando di fermare quello scempio, ma già i morti si avvicinavano e affondavano artigli e bocca nel corpo devastato dalle unghie lunghe del bambino, che ridendo, strappava e lacerava la pelle giovane e tesa su quel corpo ormai morto dal quale lo spirito si alzava e tra gli altri si perdeva, fuggendo fuori dal tempio, da quel macabro banchetto appena iniziato.

E tre morti si staccarono, sporchi di sangue e ricchi di strana vita e a turno un passo avanti fecero. Shun, attento, li osservava ed ascoltava le parole con strazio.

La prima anima parlò con voce di uomo, impastata nel sangue che aveva bevuto e la sua voce disse parole terribili.

 

E, inattesa, qualcosa arriverà

Nel mondo fatto di sogni di voi uomini

Su voi, la sciagura, dagli astri recata,

si abbatterà

 

La seconda anima aveva voce di donna, ma aspetto tanto consunto da non avere forma. E, continuando, aggiunse un piccolo frammento alla profezia incomprensibile.

 

Ricorda, santo Andromeda,

tu sei colui che può salvare,

tu sei colui che solo saprà agire

in un ambiente macabro e triste

dove anche i gold saranno titubanti.

 

E la terza anima concluse, con voce di bimbo tranciato da prematura morte:

 

I pianeti segneranno la tua ascesa,

aspetterai con ansia il momento

in cui amici e nemici ti riconosceranno

e poi...

mentre tutti sono incerti,

tu fermerai la mano ad uomo oscuro

che in te alberga da tempo immane

e la sua sconfitta sarà certo il tuo pane!

 

Il bimbo scese dall’altare, mentre le parole ancora in Shun ronzavano silenziose. I morti si dileguarono e lui osservò il piccolo demonio. Con un sorriso e la bocca e denti sporchi di sangue, il fanciullo dai capelli scuri lo prese per mano e lo portò fuori dal tempio, imbrattando di sangue anche le mani di Andromeda, disgustato e angosciato.

“Vieni, Andromeda...” disse “Hai avuto il tuo verdetto, ora ti prego accompagniami a dormire. Ho sonno tanto ed il mio sonno sarà eterno, mi son svegliato solo per guidarti in un mondo che presto vedrai, terrificante e, da guerriero, ti muoverai tra i morti, attendendo la tua sorte”

Muto, nel suo profondo strazio, Andromeda si chiedeva perché tanto dolore, perché per lui la sofferenza non era ancor finita.

Il bimbo lo portò fino ad una tomba e lì lo abbandonò, perdendo consistenza. Un bacio sulla guancia ancora lo sporcò di sangue, un saluto silenzioso e uno sbadiglio fu ciò che il bimo lasciò alle spalle, infilandosi in una tomba di poco distante. L’unica che avesse un segno di riconoscimento.

Shun incredulo, come una bambola di pezza, osservò quella terrificante e oscena verità. Il simbolo del cancro spiccava nel bianco e, sotto, un nome che lui conosceva bene, ma solo di fama... perché mai l’aveva visto, il cavaliere, tranne che su una foto sbiadita, qualche mese prima appartenuta agli archivi del Santuario, una foto in cui il santo d’oro era bambino:

 

Cancer Deathmask,

Homo impius et crudelis fuisti

Tamen sit tibi terra levis.

 

 

Non era possibile…

Era un sogno, certo… un incubo! E su quella strana conoscenza, svenne, portando nell’incoscienza dubbi e angosce.

Quando si risvegliò il santo di Athena si ritrovò in tutt’altro luogo.

 

La spiaggia era deserta e la brezza continuava a soffiare eppure nemmeno il rumore del vento arrivava alle sue orecchie. Vuoto...

Qualcuno aveva detto nella sua mente una singola frase, che era un invito o, forse, una richiesta, ma perché dare ascolto alle parole di colui che poteva essere benissimo uno spettro?

Sangue... le pupille sbarrate verso l’orizzonte, il viso tirato dalla preoccupazione, quel viso di un ragazzo poco più che bambino, quel viso rigato da sacre lacrime, simbolo dello sconcerto interiore che il suo cuore stava vivendo, segno del suo spirito dilaniato dall’incomprensione e dalla tristezza, dalla rabbia per la scena appena vista... dalla paura di ciò che poteva ancora vedere.

La spiaggia aveva il colore del mare. Era blu... fine e morbida, come se fosse bagnata. Il vento spirava, scompigliava i suoi capelli, ma non emetteva nessun rumore, silenzio era l’unica parola che aveva suono nella mente del giovane santo.

Rannicchiato, perduto, nell’infinità della spiaggia, le sue pupille vibravano sotto gli ultimi raggi di quel crepuscolo morente. Il sole dov’era? Una luce pallida oltre il manto di azzurro. Era strano... sembrava fatto di mille riflessi, come la luce solare quando attraversa l’acqua. Per un attimo, la sua immaginazione andò ad una assurda possibilità. Solo una lunga spiaggia ed il mare, ma il suo sguardo non distingueva il punto in cui l’acqua salata lambiva la battigia... il suo sguardo vedeva solo la luce del sole filtrata, quasi, da un’atmosfera densa e il ceruleo assurdo di un cielo che non aveva orizzonte.

Cielo e mare... un’unica assurda verità e lui, in quel mare, in quella strana aria corposa, in quella calda aria densa... dove il sole era il riflesso di una luce esterna... e nessun rumore, il silenzio assoluto. La spiaggia come bagnata, ma palesemente asciutta e lui seduto con i capelli scomposti, ma senza ascoltare il fischio amico del vento...

Incomprensione, ma rassegnazione... niente rabbia... non più la tristezza di aver assistito alla morte di un uomo, non più la voglia di vendetta che gli aveva toccato il cuore, solo il languore dell’inutilità e dell’impotenza... solo la consapevolezza di essere uomo...

Quando egli arrivò, Shun era perso nell’ondeggiare lento dei refoli intorno a lui... quando egli arrivò, Shun comprese.

Era un mostro e ruppe il silenzio... era un sogno e fendette il suo cuore con parole che il giovane giapponese non comprendeva, eppure sentiva tradotte in lui, come se ciò fosse legato alla struttura assurda di quel mondo che lui capiva come si comprende un’immagine ribaltata da uno specchio. Il suono arrivò... e fu come se avesse attraversato un oceano.

All’inizio si sentì solo quello, e il vento che batteva senza suono contro la sua faccia si fece più forte... poi i raggi del sole riflessi dall’atmosfera densa si infransero su una figura di luce!

Ancora quel suono sconosciuto e conosciuto... era un richiamo! Ma da dove veniva?

Shun si guardò intorno e si alzò, sentendosi quasi trasportare via e rapire dall’aria. Quando si sollevò sentì un altro suono, non più il silenzio, ma quasi lo sciabordio dell’acqua e provò la sensazione delle sue braccia che venivano trasportate da mani trasparenti lontano dal suo corpo, le dita sottili allungate verso l’infinita spiaggia.

Qualcosa si faceva spazio volando verso di lui... volando o meglio nuotando, perché quell’aria era acqua e per questo era circondato da azzurro, per questo c’era solo silenzio e solo il rumore dei suoi movimenti e di quelli di quella strana palla di luce che si avvicinava si facevano sentire forti!
I suoi capelli gli accarezzavano il viso e i suoi occhi si illuminarono quando osservò da vicino ciò che si stava avvicinando... era un sogno e finalmente tutto quello che era stato oscurità e morte, stava diventando fantastico... un guizzo di luce e di acqua, miriadi di bollicine si alzarono attorno all’immensa creatura che si pose, elegante, di fronte a lui... la voce della bestia vibrò dentro di lui ripetendo quelle parole che lui non conosceva, ma che finalmente capiva:

Gli occhi del Santo si fecero più grandi per lo stupore e per la gioia di avere, finalmente, al suo fianco, qualcosa di vivo! L’immensa testa di cavallo, dalle pupille acquose, sembrò sorridere al sollievo del ragazzo e ripeté quelle parole... aggiungendo parole che Shun lasciò vibrare nella sua mente, comprensibili a lui e a pochi altri uomini:

 

L’immensa bestia, il cavallo marino, era fermo di fronte a lui e sorrideva .. rideva come forse non aveva mai riso, era felice.

Aveva trovato il prescelto, l’immensa criniera colore del mare si muoveva e le piccole bolle di aria, raccolte in chissà quale punto di quella distesa di sola acqua, scivolavano via a lasciare piccole perle che salivano, il vento dell’acqua si era fatto più forte e ora, Shun, ascoltava lo strano suono che lasciava dietro di se. Il cavallo fece cenno a Shun di salire sulla sua groppa.. e fu allora che notò la stranezza nella sua figura, la nota assurda in quel corpo elegante.

Dove la bestia doveva avere le zappe posteriori forti e muscolose, aveva una lunghissima coda di pesce e dal suo torso, due pinne membranose, ali per volare tra le onde, si allargavano dai fianchi dell’animale. Con la testa reclinata lo invitò ancora una volta.

”Tu.. tu chi sei?” chiese Shun restio e titubante, la voce che tremava, incerto sul da farsi.

“Io sono il tuo animale... io sono la tua guida...”
Shun continuava ad osservare senza capire... però comprendeva una lingua che non conosceva? Perché?

Osservò il torso liscio dell’animale, la coda di scaglie e la fluente capigliatura blu notte che, quasi come i giochi tremuli di alghe centenarie, seguivano scie sconosciute e mille volute nell’acqua.

Shun pensò che aver paura era inutile, era una bestia e come tale buona... si avvicinò e, conscio ormai della necessità di doversi lasciar andare, allungò le dita affusolate e lunghe fino a sfiorare la testa grande dell’animale guida. Con un singolo passo, che lo fece scivolare nel liquido morbido, arrivò fino al cavallo, abbracciandolo e sentendo il suo calore. Si sentì bene... la sua empatia gli diceva di non aver paura e di seguire l’immensa creatura del mare. Poggiò la fronte sulla fronte coperta di pelo rado della bestia.
”Non so chi sei... o dove dovrai portarmi... ma portami da lui che è il tuo padrone...” e il Santo seppe che era stato capito, perchè non era stata la sua bocca ad emettere quel suono, ma il suo cuore.

 

Correre sulle ali del cavallo del mare era piacevole... sorridere alle onde e alle orde di pesci che attraversavano il loro cammino riempiva il cuore del giovane di felicità. La paura di fondo per le arcane verità nascoste rimanevano, ma ora era con un amico e la ferita della solitudine era sanata.
Non osava parlare alla bestia mitologica, ma non serviva. La presenza era ciò che bastava per placare ogni tremore. Il cavallo era veloce e galoppava sulla sabbia, la sua coda si muoveva veloce... e Shun incontrò animali assurdi. Un cane degli abissi e perfino un elefante... tutti identici al cavallo che lo accompagnava, tutti identici per forma alla sua guida. La loro coda si muoveva veloce nell’infinità delle correnti.

Era tutto assurdo, fuori dal comune... possibile che nella realtà esistessero simili meraviglie nel fondo di un oceano ancora sconosciuto? Fu il cavallo stesso a placare i suoi dubbi proununciando due parole semplici e misteriose:

” ... den okänd värld... ”

”... il mondo sconosciuto...”

Un segreto per le razze e per gli dei... possibile che la stessa Athena era all’oscuro dell’esistenza di quel mondo?

Superarono diversi scogli che nascondevano anfratti senza tempo, di tanto in tanto occhi rossicci e malati sfioravano il suo sguardo e scomparivano, inghiottiti dai ricordi delle stelle … e poi… poi quando tutto sembrava oscurarsi e il crepuscolo lasciare lo spazio alla notte, dopo che il sole, al di là di quella massa acquosa, era scomparso, una nuova stella apparve, più forte dell’astro che da vita, sul fondo dell’oceano era una città! E mille esseri dalla coda di pesce, umanoidi, spesso semplici abbozzi di esseri umani o bellissime donne che guardavano l’arrivo di quell’insolito pegaso con a cavallo il giovane ragazzo, brulicavano nelle strade di quella che era una città di corallo albino, o di cristallo ed alabastri lavorati.

Shun era estasiato dalla vista di quella bellezza sublime, comprese subito che non era il cristallo, ma il ghiaccio che faceva brillare quelle immense mura e quei minareti alti e prorompenti. La sua guida non fece caso a quelle bellezze, mentre le pupille, rapite, del ragazzo erano fisse su quegli stupendi monumenti.

Il cavallo marino passò oltre, sorvolando l’incantesimo suadente che sembrava dire: “resta!” volò lungo un alto pilastro che sembrava reggere quel mondo di fantasmi del passato, di leggende dipinto. Shun notò la luce e subito i suoi occhi si chiusero di scatto quando il cavallo uscì, con un salto deciso, fuori dalla coltre di acqua sconfinata, sollevando spruzzi e morbide perline.

Il cuore di Shun mancò di un colpo.

Appena ripresosi dalle meraviglie dell’oceano, si ritrovò a contemplare l’impossibile… un albero immenso, che affondava le sue radici proprio nel pilastro di ghiaccio che si ergeva al centro della città dei sirenidi. Il pilastro era enorme… e l’albero sovrastava il tutto, gli immensi rami lasciavano andare nell’aria fredda piccole strisce di luce, piccole gemme soffuse, fili brillanti simili ai capelli d’angelo miracolosi!

Il Santo osservava l’immensità e lasciava il suo cuore ad annegare in quell’immagine celestiale, pensò che nemmeno le sacre stanze dell’Olimpo potevano competere con quello spettacolo sacro.

Il cavallo nuotò fino al punto in cui le radici si arrotolavano nell’acqua e fece cenno a Shun di scendere.

Il ragazzo provò uno strano timore reverenziale, ma non si oppose… colui che l’aveva guidato fino a quel punto doveva sicuramente aver seguito un progetto divino.

La pelle dell’albero era soffice. Montagne e montagne muscose si abbassavano sotto i suoi piedi, l’odore pungente dell’umidità e della morbida coltre verde invadeva le sue narici. Sapeva che il luogo in cui si stava dirigendo era importante .... rabbrividì all’idea di dover assistere di nuovo ad un nuovo scempio di una vita umana… pensò a Deathmask che rideva di cuore a quella morte. I peli delle braccia si fecero ritti per il brivido che continuava ad attraversargli il cuore. Le sue parole… erano state parole di carne e sangue in putrefazione.

Tralasciando i suoi pensieri, si trovò di fronte ad un’ immensa radice che era come un muro da raggirare. Sentì di essere arrivato e seguì una strada, silenzioso. Avrebbe voluto al suo fianco l’amico appena trovato, il cavallo marino... ma purtroppo non poteva obbligare il povero essere a tastare il suolo, lui che apparteneva ai flutti e alle maree!

Voltò finalmente il muro di legno santo e sgranò gli occhi, l’ultima cosa che aveva pensato di trovare era lì che lo attendeva, senza vita.

Sembrava un altare, era proprio nel punto in cui le radici smettevano di essere tali e si legavano all’immenso tronco di quella pianta inusuale.  Il punto in cui più piccolo si sentiva il pellegrino, sopraffatto dallo splendore innaturale dell’albero millenario.

Forse, non era affatto un’ara sacra… era solo una radice consunta dal tempo e dall’acqua che sgorgava a fiotti corposi dalla parete di legno e che scivolava sulla piatta sporgenza. Shun era a soli pochi passi… eppure distintamente poteva osservare la figura sdraiata sull’ara insolita.

Aveva capelli lunghi, che quasi avviluppavano interamente la sua figura brillante… un velo di liquido scintillante formava una pellicola invalicabile sopra di lui, come uno strato protettivo, fermo lì, per sempiterna memoria, mentre il suo sonno impenetrabile si faceva sacro agli occhi del ragazzo castano.

Il suo corpo, appena si intravedeva attraverso la coltre pesante dei fili serici e biondi, le mani congiunte sul petto erano ferme ed immobili e fermo ed immobile era il suo viso, tranquillo, pacato, in una non morte singolare ed atroce… una non morte che avrebbe dovuto essere morte.
Shun trattenne il fiato. Non ci mise molto a riconoscere il viso perfetto, i lineamenti femminili, le lunghe ciglia curate e ombrose, il neo sotto l’occhio sinistro… il suo nemico, il cavaliere della Dodicesima Casa.

Era strano... forse non se lo attendeva, eppure poteva dire con certezza che sapeva già di dover fare quell’incontro… il giovane giapponese sospirò. Cosa sarebbe successo? Non aveva di certo bei ricordi di quell’uomo... avrebbe dovuto combattere di nuovo?
Il suo cuore si strinse. Sembrava così fragile, il cavaliere del dodicesimo tempio, sotto quell’acqua cristallina che scorreva preservando, apparentemente, quel corpo morto. 

Shun si avvicinò e sentì di non aver paura. Non era lì per una nuova guerra, non era lì per incrociare il suo pugno con quello del santo d’oro… il suo cuore si stava aprendo ad una verità che lo strappava vivamente da uno stato di finto sollievo…

Aphrodite aprì gli occhi, quei due cerulei fuochi che ardevano oltre lo specchio d’acqua… quelle due pozze divine che erano come due abissi oltre lo strato acquoso. L’acqua era un velo inconsistente su un essere che rasentava la perfezione assoluta.

Shun comprese che il suo sonno era finito. Comprese che qualche disegno assurdo si stava formando sotto di lui che, come quando Deathmask aveva mosso le mani per compiere i gesti empi che lo avevano portato ad aprire un varco nella conoscenza del suo destino, ora egli smetteva di essere il cavaliere e diventava un uomo, un postulante alla ricerca di una pace che non aveva mai chiesto di fronte ad un essere sovrannaturale.

Una lacrima scivolò lungo il viso del giovane Andromeda... ma quella lacrima non seguì il solco che tante altre avevano lasciato una scia su quel viso efebico... no, quella lacrima era diversa. Per un attimo Shun non pianse per gli altri, ma per se stesso e mentre quella singola goccia rugiadosa scivolava lungamente seguendo il profilo della sua guancia, egli non si accorse dell’alto svedese che, in piedi, nudo, di fronte a lui, aveva allungato una mano, fresca e dall’odore della pelle ammorbidita dall’acqua, per far scivolare gocce più corpose e pure al posto del salato sapore delle lacrime.

Shun sorrise. Non aveva mai pensato a lui come al consolatore... Aphrodite era stato un mostro sanguinario, aveva atteso un mostro alla stregua del cavaliere del cancro, invece… di fronte a lui c’era una sorta di angelo dalle iridi chiare che lo osservava.

Shun sospirò ancora, cosa doveva fare non importava. I capelli d’angelo che lasciavano nell’aria il brillio dell’albero sacro non smettevano di cadere. Senza dire una sola parola al giovane bronze, il biondo svedese afferrò delicatamente il giovane giapponese per un braccio e lo spinse a sedersi sulla radice piatta. Solo in quel momento, Shun si rese conto di essere completamente circondato da ruscelli sacri e cristallini, freschi. I suoi vestiti, però, non erano bagnati. Attraverso la liscia stoffa sentiva solo l’aria che scorreva.

Il silenzio tra di loro era talmente pieno da sembrare rumoroso. Aphrodite, senza proferir motto, si allontanò leggermente da lui e si sedette nell’acqua della piccola conca. Un sorriso... un abbraccio caloroso che prese Shun in contropiede. I lunghi capelli del ragazzo si attorcigliavano intorno alla sua figura galleggiando sull’acqua trasparente che gli arrivava fino al ventre.

Come un leggero sospiro nell’aria notturna, quando anche il rumore fine del vento tra le rocce di un campo pietroso appare come un grido stridulo di un morto e il ticchettare costante dei piedini della mantide sul tronco sembrano i passi sordi di un gigante, la voce del cavaliere della dodicesima casa ruppe quella strana, complice, coltre di non suoni che li aveva coperti fino a quel momento. La sua voce era flautata:

“Välkommen, Öm liten pojke...”

Modulando lentamente le parole, il cavaliere della dodicesima casa parlò nella lingua di Shun: “Ti attendevo...”   

Shun non disse nulla. Era silenzioso e in attesa... in ansia.

Il Santo d’oro incrociò le gambe e pose le mani di fronte a se, congiunte. Gettò indietro la testa ... gli occhi chiusi e cominciò a recitare, ogni parola prese vita nella mente del giovane Andromeda.

 

Io purifico me stesso da tutto l’egoismo,

dal risentimento,

dalle emozioni negative verso il mio prossimo,

dall’autocondanna,

E dalle malevoli e cattive interpretazioni

Delle mie esperienze di vita”

 

E mentre il cavaliere pronunciava le parole della Preghiera all’acqua purificatrice e dispensatrice di vita, mosse le mani in cerchi concentrici in sei punti distinti, come a formare una croce.

La luce si fece più forte intorno a loro e le goccioline di acqua che stillavano dal corpo tutto del ragazzo biondo imperlavano la sua figura come gemme sconosciute e fragili.

I cerchi che le sue dita avevano lasciato sulla polla argentea avevano formato sei gorghi... sei piccoli vortici che continuavano a muoversi in senso orario.

Shun guardava ammaliato e cercando di comprendere cosa fossero quei piccoli passaggi ad imbuto verso un mondo che non riusciva a comprendere. Pensò alle distorsioni della maglia spazio temporale, pensò alla situazione semplice dell’acqua che attraversa un cono bucato... pensò alla semplicità più complessa del più difficile oggetto naturale. Pensò alle campanule cerulee che in autunno danzano nel vento, pensò ad ogni forma conica presente nella sua vita e pensò al risucchio dell’anima nel cono dell’inferno... quei vortici sembravano così piccoli ed innocui... ma ogni forma di distruzione era compresa nel vortice, il cavaliere dagli occhi di foresta pensò che la sua vita di cavaliere era stata un eterno sfuggire a vortici come quelli... Shun ebbe paura di essere risucchiato.

Aphrodite aveva di nuovo lo sguardo fisso su di lui e sorrideva intuendo, forse, i suoi pensieri. Senza badare ai suoi turbamenti, lo svedese osservò i sei vortici e ricominciò una seconda recita. Altre frasi sgorgarono da quella bocca serica, altri gesti compì intorno ai piccoli gorghi, imponendo loro di girare nel verso opposto alla rotazione che avevano avuto fino a quel momento...

 

“Faccio un bagno nella generosità,

Nell’apprezzamento,

Nei sentimenti positivi verso il prossimo,

Nell’accettazione di me stesso

E nell’illuminante accettazione delle mie esperienze di vita”

 

Allora... in quel momento, Shun comprese i gesti dell’altro. I vortici ora avevano tutti lo stesso verso antiorario. Quella formula di purificazione era per il cavaliere che aveva di fronte...

Aphrodite inclinò di lato da testa, i riccioli morbidi gli si strinsero contro il viso, bagnati. Il suo sorriso illuminante sembrò sussurrare ad Andromeda: “bravo, ora hai capito...”

Le labbra del giovane cavaliere giapponese si aprirono per dire parole che non salirono mai alle sue labbra; prima ancora che un gesto o una frase si interponesse tra lui e il santo della dodicesima casa, Aphrodite aveva infilato la mano sinistra al fianco della sua coscia e, dalla polla molle, aveva estratto qualcosa... una pietra.

 

La mano di Aphrodite scivolò, leggera, sull’acqua, tenendo in pugno la pietra. Il cavaliere di bronzo osservò i gesti dell’altro come se tutto si svolgesse in una dimensione parallela alla sua, dove ogni attimo diventava eternamente prolungato.

Shun sentì il mondo distorcersi ed ebbe la netta sensazione che dall’albero della vita si fosse staccata una foglia e nel suo lento scendere a terra, planare tra i refoli esistenti e non esistenti, quel singolo pezzo di vita morente non arrivò mai a terra perché un uccello l’afferrò per nutrirsi.

Sulla foglia era, infatti, un bruco che a sua volta mangiava la foglia, brucando così anche l’unico mezzo di salvezza che aveva se mai fosse finito in acqua... ma ci aveva pensato il misero uccellino a rendere meno tragica la sua fine. Shun immaginò il verme stritolato dal becco lungo del carnivoro affamato: la sua anima, sospesa su quella foglia che era la sua investitura a cavaliere di Athena, era forse come quel bruco?

E mentre il vortice dei sui pensieri girava vorticosamente intorno all’occhio di quella sinistra domanda, Aphrodite pose la pietra nel primo vortice a destra.



Serio e solenne in volto, il Santo parlò: “Quello che sei stato: Ansuz rovesciata”. Shun fece scorrere lo sguardo sulla pietra poggiata nel vortice gorgogliante.

Era strana... aveva il candore di neve, così il segno su di essa era ben chiaro: nero come l’ebano prezioso. Una linea verticale... due oblique... il cavaliere dei pesci tornò a pronunciar parole: “Considera la possibilità di utilizzare positivamente ogni avversità”.

Gli occhi dello svedese erano senza luce, si stavano spegnendo...

Andromeda rifletté e si ritrovò ad ascoltare nella sua mente quelle parole.

Vide, nella sua mente, un bambino chiuso in una cantina che ripeteva, come infantile nenia, quella frase tra le lacrime. Una sorta di ninnananna per un bimbo mai amato. E poi due mani che lo prendevano e lo picchiavano... e poi un piccolo uomo che non era uomo ma bimbo serio che lo aiutava, suo fratello... e poi altri piccoli uomini che lo guardavano e sghignazzavano... la bimba dagli occhi verdi, la fatina affascinante...

“Questa era la tua frase...” la voce del cavaliere aveva di nuovo raggiunto le sue orecchie strappando le immagini orride che la sua memoria ricominciava a formare...

Shun sorrise nervosamente, sentendo, stranamente, il sudore che gli colava lungo la fronte, nonostante il freddo, sentiva la tensione crescere in lui perché sapeva cosa avrebbe rivisto dopo anni e anni passati e cercare di dimenticare... un padre dagli occhi tristi, una madre che non aveva dolci ninnananne per lui, ma solo grida rabbiose.

La scena si riempì di sangue e tante mani si avvicinarono a lui per lasciargli un segno, era una cantina... ed era umida e buia e aveva l’odore della muffa e del legno marcio. Ma la frase ritornava ad aprirgli gli occhi e la sua voce rispondeva, melodiosa a quel suono, le sue parole di bimbo e i suoi pensieri cercavano di creare una canzone adatta a quella situazione, una canzone che non lo facesse sentire mai solo: “Anche se mi puniscono... anche se la mamma mi urla... anche se il papà mi dice di lasciarlo stare perché è stanco, anche se i miei amici mi dicono che non merito l’amicizia che non mi danno... la colpa è solo mia...”
Il suono di mille campanelli si ruppe nell’aria, ma non erano campanelli ma campanule grandi e morbide che spuntarono dalla corteccia immensa. Aphrodite gli parlò in uno stato di trance: “Capisci il significato del tutto? Perché ti davi tutte quelle colpe che non avevi? La tua boria arrivava addirittura a farti credere che il tuo essere al centro dei pensieri di tutti era una colpa per te ... ti sentivi così presente nella mente delle persone che conoscevi? Ora comprendi quanto fosse presuntuoso ed arrogante un simile pensiero? Possibile che non ti rendevi conto che a loro, di te, non importava nulla? Andromeda... la colpa diventa tua quando cominci ad agire, non quando sei solo la bambola di pezza da strapazzare... e di lì a poco te ne saresti reso conto... hai cominciato ad essere colpevole non perché eri il lazzo e il vezzo dei compagni di giochi o perché eri la valvola di sfogo delle psicosi di tua madre... no la tua vera colpa era un’altra e te ne saresti accorto presto...”
Ancora un movimento, la mano del cavaliere tornò a pescare... Shun era immobile, gli occhi inondati di lacrime... perché quei ricordi? Perché quelle parole?

Un’altra pietra ... sempre liscia e levigata... bella e perfetta, bianca e nera... pura e tenebrosa...

 

 

Quasi come se si attendesse quella goccia divina, Aphrodite sorrise e la posizionò con delicatezza sul primo gorgo alla sua sinistra... anche la seconda pietra cominciò a volteggiare scrosciando nelle acque, la voce del cavaliere dei pesci continuava ad essere ferma e per nulla meravigliata: “Quello che sei: Hagalaz... come la grandine colpisce i campi verdi, come i chicchi di ghiaccio portano distruzione nell’oceano di lattea certezza in cui nuota il contadino, che dopo i sacrifici torna a casa dal lavoro devastante, tu cali sugli uomini... nel tredicesimo anno di tua età compiuto...” una pausa... gli occhi dell’uomo, apparentemente spenti di colpo riarsero di fiamme proibite.

Il suono vibrante di quella voce dall’accento insolito quasi cominciò a stridere nelle orecchie di Shun pronunciando parole arcane: “Jag ropa änden...”
Stavolta il giovane giapponese si meravigliò perché non aveva compreso e le parole erano per lui solo gusci vuoti senza sostanza. Dalla runa silenziosa si sprigionò una luce e sulla luce si dipinsero immagini sanguigne.

Lo spazio... lo spazio contorto e distorto... lo spazio che non ha senso di un mappamondo di sogni... un portale, la terza casa... il compagno biondo devastato a terra... brandelli di un incubo e la voce del cavaliere che urla e che geme di dolore nell’urlare : “Catena di Andromeda trasformati in stelle!”

“Quando hai cominciato a peccare, Andromeda?” occhi di fuoco, sguardo perso e penetrante insieme “la tua colpa...”

Luce nella luce, raggi di sogno in un sogno che non è chiaro, in un sogno che si riflette nella luna.

“... il tuo giustificare le tue colpe usando la parola proibita: giustizia. Hai cominciato a far del male, ricordi?”

Ancora immagini nitide e distinte, mischiate ad altre senza senso: oro e argento che insieme formavano uno strato di sangue rosso... infine due occhi, più caldi degli altri che lo guardavano piano e che dicevano parole confuse nel marasma di pensieri che non volevano stare al proprio posto.

E poi altri visi e altro sangue... altri occhi perduti e sagaci, altri occhi arroganti e immotivati, altri deboli e tremolanti alla luce della forza umana, altri ancora motivati e freddi, distaccati...

Lo sguardo di Shun cadde nelle pupille calde di Aphrodite ed egli vide.

Quale sguardo risoluto aveva avuto al santuario, quale morte e distruzione aveva portato la sua catena... il custode della casa ultima del Santuario, lo aveva visto così? Durante la battaglia ai templi dello Zodiaco era questo il suo aspetto?
Un bambino che gridava vendetta mascherandola dietro al nome di giustizia! La sua colpa... la presunzione di Sapere!
Nei due specchi cerulei, infatti, navigava una figurina risoluta che urlava con orgoglio. Era davvero lui quell’esserino di carne e sangue, tanto fragile e forte?

Sì... quel ragazzino che veniva riflesso aveva il suo stesso corpo, ma dov’erano finiti i suoi sensi di colpa verso l’umanità? Dove era finita la sua malinconia per la distruzione che ogni uomo si autoimpone?

Shun aprì la bocca: “Io non sono lui... la vendetta non è un sentimenti ne bello ne nobile...”

E mentre pronunciava quelle parole, le labbra del cavaliere dei pesci si mossero sussurrando la stessa identica frase...
Andromeda ricordò quella frase... come poteva dimenticarla? Lo aveva scosso anni prima... lo stava rendendo folle ora mentre vedeva le immagini di un ragazzo in armatura che intimava al nemico di fermarsi perché non voleva lotta, ma quello che diceva il castano cavaliere non aveva senso: getta la spugna, sei nel torto!

Shun comprese allora quanto fosse basato sull’arroganza il suo modo di essere e i suoi occhi sgranarono ancora di più... e le parole vennero da sole alla sua bocca, mentre lo svedese lo guardava, trasmettendo il lui la consapevolezza di ciò che la pietra voleva dirgli:

“Ho cominciato a far del male...” la voce di Shun era malferma, rotta dalla coscienza dilaniata “Io... io che volevo vivere la mia vita in pace... ho cominciato a... ho cominciato a...”

“... ad uccidere...” terminò l’altro continuando a descrivere con voce atona “ora tu sei la macchina da guerra che porta caos... Hagalaz parla, io sono solo colui che riferisce...”

“La distruzione non è fuori di me... la distruzione è dentro di me!”

“Sì, Hagalaz dice ciò...” senza tono, le parole scivolavano leggere su un panorama di macerie e cumuli... sedici lettere, sedici anelli di una catena spezzati, sedici solchi tracciati su un viso perfetto da sedici lacrime silenziose. Rovina, disordine e caos...

“Non voglio più essere così ipocrita... io voglio la pace nel mondo!”
Semplice la frase che raggiunse le orecchie del ragazzo: “Allora devi sopportare la scissione... il tuo destino ha in serbo per te una sorpresa... la senti”

Shun tremava, si rannicchiò portando contro il suo petto le ginocchia tese. Ad un tratto ebbe chiara la mappa del suo cammino ancora perso nel futuro, con voce malferma cominciò a parlare a se stesso.

“La sento...” ormai non era più l’uomo a descrivere e tracciare gli eventi del destino, ma lo stesso postulante incognito che tracciava se stesso e il suo carattere... “sento una discontinuità...” la luce si spense in un lampo e dei petali di rose caddero addosso a giovane Andromeda. La morte... Aphrodite era morto così alle dodici case, coperto di petali di rose, perché ora era lui a raccogliere in grembo quelle gocce di cremisi, ebano e neve?

Ma non ebbe il tempo di darsi una risposta, la mano di Aphrodite scivolò di nuovo nell’acqua e liberò un’altra pietra...

 

e anche quella fu collocata in un vortice di acqua cristallina.

“Sowelu... il tuo futuro... quello che sarai...” lo svedese chiese, deciso: “La senti la discontinuità del guerriero virtuoso? Ora comprendi?”

Shun annuì, serio, stava conversando con un morto per la seconda volta ed egli lo guidava in una ricerca mai richiesta, eppure sempre anelata. La ricerca di se stesso... convinto di quello che pronunciava, parlò:

“La discontinuità... io mi ritirerò in me stesso... la mia sarà rassegnazione... così sarò solo, sarò solo e non farò del male... nessuno soffrirà più per me!”

Le sopracciglia fini di Aphrodite si aggrondarono. La sua voce risuonò, severa:

“No, Shun! Non hai capito nulla... la tua mente è troppo scioccata per accettare la verità? Ascoltami...” una farfalla volò a posarsi sulla sua testa e batté le ali diciannove volte. “... Tu hai la virtù del guerriero spirituale... tu sai quando è il momento della ritirata... così comprenderai che questo momento è quasi giunto e allora tu ti farai luce, luce offuscata se non coperta dalle tenebre, luce notturna e riflessa. Potrà sembrare solitudine profonda la tua, ma agirai come Dio in terra. I tuoi cari ti diranno che sei un mostro... ma tu saprai dir loro che li ami e così le tue colpe saranno lavate via... la tua arroganza, con un colpo di spugna, diventerà modestia... e l’Amore amerà i tuoi fratelli, attraverso te stesso...”

Shun scosse violentemente il capo, come se sentisse di essere pieno di parole, senza senso:

“Mi stai confondendo...”

Aphrodite sorrise: “Non è mio compito spiegare... io indico una strada da seguire... e la tua strada sta correndo verso lidi che hanno acque cristalline, verso sogni che hanno bordi chiari e distinti... io sono solo un piccolo filo che spunta da una matassa contorta... sono il punto di inizio dello sbroglio. Ma come farai ad arrivare alla totale comprensione .. non sta a me dirlo...”

L’acqua scorreva addosso al giapponese, il ragazzino se ne rese conto brutalmente, il vento soffiava ma non aveva suono, l’uccello che aveva mangiato il bruco si era posato su un ramo, forse... Shun ne sentiva la presenza, ma non lo vedeva. Il suo cosmo sensibile aveva mille tentacoli sparsi nel vuoto...

“Hai quasi finito il percorso... Öm liten pojke, vieni più vicino. Ti mostrerò le tue Origini, ecco la runa associata al tuo subconscio...”  

La mano estrasse un’altra pietra e con la volontà ferma, il cavaliere d’oro cominciò a tracciare la croce dal basso verso l’alto... poggiò la runa nel suo loco esatto.

        

“Fehu... rovesciata...”  la sua espressione era sorpresa e quasi dolce.

Shun ebbe paura...

Aphrodite sorrise come se stesse vedendo una vecchia amica, con le dita sottili accarezzò la runa che girava nel vortice freddo: “Oh... lei non dice nulla...” la tenerezza con la quale toccava la piccola pietra colpì Shun che lo aveva visto così languido e assorto solo nella contemplazione della sua bellezza.

Il bronze saint sentì come uno schiaffo sul viso: “Perché non dice nulla?”

Era strano... in quel sogno senza senso lui non aveva chiesto nulla a quelle figure oniriche che attraversavano la sua vita, eppure loro gli davano risposte a domande mai e sempre poste nel suo subconscio. Ora era lì a sentire che lo svedese non aveva risposta ad una domanda che poteva essere importante, anche se Shun non conosceva la questione proposta alla pietra.

Inaspettatamente si sentì perso. Pensava di completare un puzzle e, invece, gli mancavano dei pezzi...

Aphrodite indovinò i suoi pensieri e lo rassicurò: “Non intendevo dire che la sua voce è muta e che la mia vacker Fehu non mi risponde... non aggiunge altro a quel che già sappiamo... la tua ritirata avverrà perché avrai compreso quanto ti impaurisce il sangue che ti macchia le mani...”
Shun scosse il capo, la testa gli pulsava, la prese tra le mani e si rannicchiò ancora di più contro se stesso. Alcuni petali scivolarono nella piccola polla e corsero fino all’uomo immerso nell’acqua. Aphrodite era bello... le rose elogiavano la sua bellezza.

“Non serve disperarsi per Fehu... non è lei che porta male tra pietre e sassi. Preparati a conoscere la tua sfida, l’ostacolo sul tuo cammino... eccolo”

E la mano estrasse dall’acqua per la penultima volta una runa, liscia e perfetta.

 

 

“Dagaz... un evento modificherà la tua esistenza...” Shun sentì l’ambiente farsi più scuro, notò l’aura che circondava il corpo dello svedese solo allora, e gli occhi che ricordava cerulei, trasmutavano verso il viola freddo, occhi di demone.

Il respiro di Andromeda accelerò di botto, sentì due mani sul suo collo... e qualcosa lo soffocò piano.

“Dagaz è luce e tenebra perché non ha verso di lettura... come Sowelu ha in se dritto e rovescio” anche la voce del santo aveva cambiato tono e sembrava quasi metallica e soffocante “La natura della sfida è il salto nel buio... ma questo tirerà fuori la tua natura di Guerriero!”

Un vento gelido fece accapponare la pelle al giovane giapponese che si sentì punto da mille spilloni dolorosi. Aphrodite alzò una mano... e nella mano teneva Dagaz immota e semplice, perla di luce in un universo che si faceva via via più oscuro... e Dagaz prese il penultimo posto vacante, lasciando libero solo il gorgo in alto.

Ora Andromeda sentiva su di se la sensazione netta dell’incertezza e del panico, la paura dell’assoluto... l’orrore cosmico misto al senso di disagio che si ha quando gli occhi incrociano un volto nuovo e pericoloso... il santo d’oro sorrise e il suo viso tornò quello del custode della dodicesima casa, era forte il suo godimento mentre osservava l’essere spaesato del ragazzino.

“Le senti?” lo svedese chiese con voce profonda “Senti come si muovono?” le dita scivolarono sulle cinque rune...  scivolarono seguendo il loro movimento “Devi provarle nel tuo cuore...” e Shun ascoltò se stesso perso in quelle volute irregolari “devi sentirle rimbombare nella tua mente...” e la testa del giovane si riempì di echi e suoni e lo sciabordio dell’acqua risuonava al di sopra di tutto “devi ascoltare il loro pulsare silenzioso nei tuoi polsi viventi!” e la mano destra di Andromeda cercò la sinistra tastando, invano, il messaggero di vita.

“... ne manca solo una...” voce flebile, dispensatrice di dubbio “... l’ultima pietra avrà il sapore della verità... ma non saprai identificarlo!”

...e così dicendo, con plateale maestria, come se non avesse fatto mai altro nella sua vita a parte l’indovino, tirò fuori dalle acque sacre l’ultima, vera, runa ... e con gesti decisi la pose sulle acque silenti.

 

 

Si sentì un boato nell’aria, come se un tuono avesse squassato impropriamente quell’aria densa di freddo e luce.

“Lei è qui... perché io lo volevo!”

La testa di Shun si riempì di una voce che non aveva suono ma era udita... quella voce era di donna e sapeva di muschio e freddo, quella voce era la voce della croce che si era formata nel momento stesso in cui Aphrodite aveva posato sulle acque scroscianti l’ultima tessera di quel mosaico incerto... e la voce gli parlava di lui:

 

 

“Qui tutto è freddo... la notte tace...

si sente intorno un’eterna pace...

qui tutto è freddo... la notte grida...

e nell’urlo assente troverai la guida.

Qui tutto è freddo.. ma il cielo è d’oro...
dall’alto cadono foglie di alloro...

Qui tutto è freddo e in queste polle riarse...

Troverai di uomini le membra sparse...

Qui tutto è freddo e Isa splende....
nel cuore un senso di orrore scende...

Qui tutto è freddo e, lì, dove andrai,

completamente solo ti ritroverai...

qui tutto è freddo e il sacrificale agnello

verrà coperto da uno spesso mantello.

Qui tutto è freddo e Isa divina

Ti dice, attento, al ritratto a china.

Qui tutto è freddo e la morte chiama

Qui tutto sembra di luce arcana

Qui ogni sogno si sta spezzando

In questo universo che ormai sta svanendo,

qui ognuno sogna la vita bella,

ma ormai nel cielo non brilla stella

solo i pianeti son allineati

e vedo mondi ormai annientati.

Qui solo vedo una speranza,

che rende lieta ogni sentenza,

ma se cadrà nella notte scura,

per quanto anima buona e pura,

porterà oblio e indifferenza,

in questo mondo che non conosce essenza,

ma solo follie di uomini giusti

che si dicon guerrieri, ma che sono infausti

ricordi assenti di un passato lontano

che tornerà a tormentar la mano

di quegli uomini che non saprai mai dire

se è più giusto vivere o morire.

Questo è il responso della croce netta

Che Isa santa ha chiusa in fretta,

questo è il responso che Isa gloriosa

ha dato a te, anima sposa,

attento agli occhi di colui che ami

per non perire tra le sue mani,

attento a coloro che san di noie eterne,

attento al dio di angosce sempiterne.
E fai di Isa, la donna bella,

compagnia tua e della tua stella,

agli amici non far rischiare,

perché lei chiede di lasciarti andare,

perché lei chiede un sacrificio

e tu saprai quale artificio

dovrai mettere in bella mostra

perché il divino a te si prostra

e rende omaggio in quel futuro

che per te, invece, è ancora oscuro!”

 

E stavolta tutto si fece ombra e sul viso perfetto di Aphrodite si disegnò un sorriso triste.

“Questo è il responso... ed ora passa oltre. Qualcun altro si troverà sulla tua strada e qualcos’altro avrà da dire a te che sei il prescelto...”

Il santo d’oro congiunse le mani, come se volesse pregare e in quell’attimo preciso le rune presero fuoco e Shun ascoltò se stesso bruciare con le rocce strane... e dal fuoco riarse l’anima del santo di bronzo devastata. Aphrodite alzò lo sguardo al cielo e dalla mano aperta scivolò una manciata di terra scura... e il fuoco si spense e il giovane giapponese sentì su di sé il peso della tomba e dell’humus freddo che si muove di vermi addosso alle membra del cadavere in putrefazione... Shun si rannicchiò sentendosi devastato e distrutto... ma poi si sentì leggero.

Alzò lo sguardo è si sentì smarrito. La terra, spersa sull’acqua a ricoprire le rune, veniva piano spazzata via ed egli si sentì spezzato... un vento alto si levò e quella terra, che ancora era calda del fuoco e fredda delle acque che l’avevano inumidita, si levò!

Fu un flebile fischio che lo trascinò lontano... e nell’aria si persero il fuoco, la terra e l’acqua insieme al suo corpo trascinato.




 

 

”Gli elementi saranno la tua guida e io ti guiderò negli elementi,

io che del futuro son la Dea,

io che tra le pietre sola so cantare...

giovane virgulto delle stelle,

continua a credere in te stesso e poi vedrai

che tu da solo il salvator sarai!”

 

 

Il cavaliere dei Pesci si alzò. I suoi lunghi capelli gli accarezzarono pesantemente il viso e le membra fredde e gocciolanti. Sorrise... guardò un sole bianco e colorato in un mare azzurro e senza colori. Mosse qualche passo leggero verso l’altare e si sdraiò di nuovo... chiudendo gli occhi, tornò a dormire... un cavallo nitrì di un nitrito strano.  

 

Sentiva che il vento era cambiato.

Lo percepiva chiaramente: tutto si era fatto d’improvviso più mite e odori leggeri e speziati si mischiavano a quelli salini che ancora aleggiavano nella sua memoria.

Così come Deathmask, anche il bianco e malinconico Aphrodite non era più con lui; era di nuovo solo coi suoi pensieri, confusi ma, di minuto in minuto, dai contorni sempre meno sfumati.

Shun sospirò mestamente, abbassando lo sguardo da quel cielo immobile, al nuovo paesaggio che si trovava ad affrontare. Cos’altro avrebbe trovato? Chi ancora gli avrebbe rivolto parole di sventura e di incerto fato?

“¿Tienes miedo?”

Una voce, una domanda che riecheggiò infinite volte in quella stretta gola di rocce riarse da sole e vento. Shun alzò di nuovo gli occhi, quasi timorosi, lungo le pareti libere che lo circondavano, ma nulla incontrò il suo sguardo indagatore. Quando la sua attenzione, però, si riversò, di nuovo, su ciò che gli stava di fronte…

Ecco apparire l’alta e imponente figura di un nuovo personaggio, dall’incedere lento e quasi incerto … era avvolto in una semplice veste plissettata, di un ardente rosso fuoco: nulla più ornava quel corpo abbronzato, il volto coperto da un leggero cappuccio, che rendeva l’uomo ancor più inquietante.

“Chi sei tu?” chiese.

“¡Quièn eres tù!” la figura dall’abito scarlatto sembrava non voler dare risposte, continuando, imperterrita, a porgli domande … singolari e inquietanti e alle quali, ancora, non riusciva a dare una risposta.

Chi era lui? Chi era il giovane che vagava alla ricerca di quella pace cui anelava da ormai tanto, troppo tempo? Era solo Shun, Saint di Andromeda … solo un giovane malinconico e col cuore traboccante di pianto … oppure …

Quel pensiero martellante che ci fosse qualcos’altro, dentro di sé … qualcun’altro, forse un’ulteriore ed estranea personalità, proprio come era accaduto allo sfortunato Saga: perché questa prospettiva si faceva sempre più angosciosa e viva nel suo cuore?

Quella figura misteriosa gli chiedeva chi egli fosse… ma sapeva dargli una risposta, vera e concreta? La sicurezza era ormai un remoto e inafferrabile dono per lui, condizione alla quale avrebbe dovuto da tempo far l’abitudine. Ma …

“No existe seguridad en esta vida …”  la figura esitò per un attimo alla vista di quello sguardo angosciato, poi si rivelò al giovane, solennemente. Il cappuccio imporporato ricadde sulle sue spalle e svelò il viso squadrato e severo del Gold Saint della decima casa.

“Shura …?” e si avvicinò esitante all’uomo, che ora lo osservava, indugiando, per lunghi istanti silenziosi, sui giovani e chiari occhi che scrutavano il volto segnato dal tempo e dal caldo e feroce sole della Spagna.

“Shun … vieni con me …” disse infine, dopo ancora qualche istante di silenzio teso e forzato: il ragazzo lo seguì titubante e indeciso, intimidito da quello sguardo che pareva fatto di ghiaccio. Non un’espressione malinconica, ma nemmeno quella sorridente … pareva che nessuna emozione animasse quel corpo, era come in attesa, di qualcosa, di un segno forse?

Shura lo guidò su un grosso sperone di pietra, a picco, come sospeso, su quel mare di terra secca e sabbia: con un ampio gesto del braccio, presentò al ragazzo l’intera valle, immersa in un silenzio teso, pronto quasi a scoppiare da un momento all’altro in un boato assordante.

“Questo è il luogo dove tutto è possibile, dove passato, presente e futuro si incontrano in un crocevia di predizioni … qui avrai modo di ascoltare ciò che i dieci saggi hanno letto in te e nel cammino che presto tornerai a percorrere, perché il cerchio possa tornare a completarsi, come sempre avviene e avverrà nel lungo e interminabile correre del tempo …”.

Mentre Shura pronunciava quelle parole così enigmatiche, Shun faceva scorrere lo sguardo dal volto del guerriero, quasi impassibile davanti alla sua espressione tesa e preoccupata, fino a quella valle, così terribilmente vuota e angosciante in quello stato di abbandono. Si chiedeva dove avrebbe incontrato questi saggi, che secondo le parole dell’uomo avrebbero dovuto recare con sé parole che ancora lo avrebbero tormentato, non più e non meno di quanto non lo avevano scosso quelle dei precedenti guerrieri.

Di nuovo il braccio destro di Shura si levò in aria, circondato da un’aura violetta, e con un movimento fluido ma deciso percorse l’invisibile tracciato di una circonferenza. Shun, come incantato davanti a quel gesto quasi magico, si rese conto solo a un cenno dell’uomo che attorno a sé era comparsa un’enorme sfera dorata, al tocco morbida e liscia ma estremamente resistente.

Poi, con un’esclamazione di sorpresa, il ragazzo crollò sulle sue ginocchia e osservò esterrefatto lo sperone di roccia, farsi sempre più lontano, mentre la sfera si alzava, leggiadra e veloce, fendendo con facilità l’aria: notò come il suo volo avesse poi d’improvviso preso una direzione ben precisa, verso il centro della valle.

Vennero poi le parole di Shura, per la prima volta gentili e amichevoli nei suoi confronti.

“Credo che tu conosca l’arte dei tarocchi …” si fermò per un attimo e a un cenno affermativo del ragazzo, egli continuò, parlando quasi con una punta di passione nella sua voce. “E’ un’arte antica, che ci viene donata dall’infinita saggezza del popolo egiziano: come sai essi sono usati come forma di importante divinazione … ciò cui tu assisterai ora. Gli arcani, i maggiori, hanno già preso il loro posto, qui in questa valle, al tuo arrivo nella terra dei sogni … ascolta molto bene ciò che loro avranno da dirti, così che i pezzi che stai cercando di mettere assieme nel tuo cuore e nella tua mente, possano pian piano prendere una forma sempre più chiara… perché è importante …” e dopo quell’affermazione, uscita dalle sue labbra in un soffio, un tono quasi sofferto, egli tacque, per rivolgere ogni sua attenzione al suolo, che lentamente si stava avvicinando.

La sfera fermò il suo cammino, ma, come Shun potè ben costatare, non vi era nulla attorno a sé … nulla che potesse essere chiamato ‘saggio’. Infine, dopo lunghi minuti di attesa, un rombo assordante e un tremolio che andò in crescendo, annunciò la bizzarra e inquietante apparizione di un enorme e antica carta, la prima.

L’appeso.

 

 

Shun osservò con occhi sbarrati quella figura di uomo, dallo sguardo fisso e un ghigno beffardo disegnato sul viso:  si avvicinò curioso alla barriera dorata che lo divideva da mondo esterno e poi gli occhi della figura si spalancarono, come presagendo la sua presenza. Il ragazzo sobbalzò, ma non si ritrasse e rimase in attesa di quello che la carta doveva raccontare.

La voce, dapprima sommessa, si alzò e chiare le parole risultarono poi ai due guerrieri:

 

“Desiderando il grande cambiamento, egli tradì

Il suo mondo; per scelta il doloroso prezzo fu pagato.

Giacendo nell’Abisso delle catene del Cielo,

Egli attende sereno la libertà dalle sue pene.

Colui che fa ritorno al grembo della madre sarà purificato!

 

“Io sono colui che rappresenta il presente, la via che ora stai percorrendo, con indecisione e paura … stai rinunciando a ogni illusione che ti accompagnò nella vita fin da quando poggiasti per la prima volta il piede nel mondo … ciò che ti accompagna ora è il dolore, sebbene egli sia sempre stato tuo compagno, odiato e prediletto, eppure inevitabile … come è inevitabile sfuggire alla sue robuste reti …

“Le tue mani, candide e vellutate, giacciono inermi affondate in pozze di sangue …sì, troppo è il sangue che tinge di tinte oscure il tuo animo, sangue versato non per tua stessa volontà, costretto dal fato … e ora” per la prima volta l’appeso si mosse dalla sua immobile posizione e il suo nudo e martoriato corpo ondeggiò leggermente.

“Ora però … la tua forza d’animo, quella che sempre è stata decantata dai tuoi stessi fratelli, quell’energia che ti conduceva alla ricerca di quella tua natura positiva … ogni cosa sembra essersi perduta nel vuoto, irrimediabilmente … lascerai che ciò che con tanta fatica hai costruito, vada perduta per sempre?” e la figura si fece muta, ancora per un momento.

Lo sguardo di Shun era perso su quelle mani, le stesse di cui l’arcano aveva parlato: le guardava fisso, con una luce di rabbia negli occhi, bruciati da lacrime che egli stesso non riuscì a far scendere. Si sentiva impotente, perché quelle parole erano veritiere e terribili … e quel suo senso di impotenza sembrava addirittura essersi accresciuto, man mano che le parole si ripetevano, come rimbombanti, nella valle …

“Capacità di abnegazione e sacrificio … doti che possiedi e che fanno di te un guerriero di ammirabili capacità … soprattutto ora …” e con quelle ultime parole, la carta si sgretolò davanti a lui, come un castello di sabbia, spazzato via dal lento, ma inesorabile incedere della marea.

Il ragazzo non ebbe tempo di reagire a quell’improvvisa scomparsa, quando un’altra carta, alla sua sinistra, si innalzò tra la polvere giallastra, si avvicinò alla sfera e incombette su di loro: la falce, seppure di carta, luccicò di una pallida luce argentata e  il manto nero della figura, sembrò occupare quasi tutta la superficie della carta.

La morte.

 

 

“Il Signore della Morte è pagato con triste pecunia

Per dissoluzione, anelando a poter riunire

I frammenti dispersi, ben ricomposti,

Chè gli ordini dell’insensibile Morte non possono subir cambiamento.

‘Accetta il tuo fato’, egli  intima.”

 

Gli occhi rossi della morte si spalancarono, fissandosi torvi in quelli verdi e sempre più intimoriti di Shun: egli sapeva che la carta della morte non necessariamente indicava una tragedia o una perdita, spesso ciò che indicava era un cambiamento, improvviso e radicale. Ma non poteva fare a meno di temere il responso di quella figura che sembrava sempre più ingigantirsi, quasi a voler inghiottire il ragazzo: egli si ritrasse un po’ e fu solo il calmo e pacato atteggiamento di Shura che lo fece desistere dall’allontanarsi oltre.

“Io sono la carta delle influenze collaterali …” pronunciò la bocca scarna, costellata da lunghi e appuntiti denti, che battevano, tetri, gli uni contro gli altri, ogni qual volta che lo scheletro pronunciava una parola. “Giovane guerriero, sei su un percorso di grandi cambiamenti, ti stai lentamente evolvendo, ma …” e la Morte accarezzò la falce, allargando  la bocca in un ghigno, semmai potesse essere chiamato ghigno quell’insieme scheletrico di ossa. “ … spesso l’evoluzione porta a un cambiamento così radicale … da potersi volgere in un qualcosa di negativo! Ma io non posso dirti altro … il futuro, così come il tuo destino, è incerto … guarda ben oltre, a ciò che verrà dopo di me … quindi segnerai il tuo destino …” e, così come l’appeso anche la morte si sgretolò sotto gli occhi attoniti e pensierosi del ragazzo.

Destino …una parola con cui aveva spesso avuto a che fare … il giovane guerriero della costellazione di Andromeda … in molti, spesso,  han detto che il destino di un ragazzo, qual era lui, sarebbe sempre stato segnato … eppure suo fratello Ikki, più di una volta gli aveva ripetuto, con sguardo sicuro e ribelle, che nessuno viveva in preda a un destino predeterminato … ognuno di noi era guidato dalle proprie scelte e dalle decisioni che nel cammino della vita ognuno prendeva. E Shun aveva creduto in quelle parole, che così spesso l’avevano aiutato, nel corso delle battaglie, a cambiare l’ordine immutato delle cose … e del suo destino …

Voleva, disperatamente, che il suo destino rimanesse comunque un’incognita … lo desiderava con tutto se stesso, eppure … man mano che le divinazioni si susseguivano, la consapevolezza che ci fosse qualcosa, un singolo elemento che sfuggiva al suo controllo, si faceva sempre più netta in lui …

A pochi metri di distanza dal luogo in cui la Morte e l’Appeso avevano fatto la loro comparsa, la terra tremò ancora e sotto una piggia di polvere e sassi, venne alla luce la terza carta.

La Torre.

 

 

 

E questa volta, la voce che si alzò a parlare al ragazzo, sorse alle sue spalle. Shura, col capo chino e gli occhi chiusi, modellò la sua voce e con timbro gutturale innalzò queste parole:

 

“Il lampo di luce distrugge le mura esterne.

Due persone cadono da essa; ognuno cade,

Ritorna alla Madre Terra.  Il Sacro Tumulo

È animato; ivi si trova un luccichio di vita.

Accetta il sacro soffio che vivifica!

 

“Questa è la carta del tuo destino, giovane guerriero … un destino fatto di cambiamento, cambiamento e rivoluzione: ogni cosa in cui tu credi fermamente, quell’ordine che credevi perfetto, si sgretolerà davanti ai tuoi occhi, inevitabilmente … e dopo la caduta, si susseguiranno prove e scontri … ma tale sarà la loro difficoltà che nemmeno le tue forze riusciranno a porvi rimedio …”

Rivoluzione … il crollo di tutto ciò in cui credeva, cambiamento radicale … e inevitabile … nemmeno la sua forza di Saint di Athena bastava a fermare questa catena sciagurata di eventi, che di lì a poco si sarebbero susseguiti l’un l’altro, annientando tutto … e tutti …

Shun si coprì il viso con le mani, gli occhi sbarrati, colmi di orrore e amarezza … ancora la morte avrebbe accompagnato il suo cammino, verso quale destinazione a lui ignota … ma stavolta, forse, sarebbe stato lui la preda della signora vestita di nero e tutto ciò che aveva così faticosamente salvato e costruito, con l’aiuto dei suoi fratelli, sarebbe scomparso senza lasciare traccia … che ne sarebbe stato della speranza?

“Il tuo destino è quello di soffrire in eterno …” furono quelle le parole di Shura, prima di riaprire gli occhi e fissarli nuovamente sul capo del giovane.

“Sofferenza … sapevo che mi avrebbe accompagnato ancora a lungo … ma non immaginavo …” le parole del ragazzo si spezzarono, così come l’evanescente carta della Torre si sbriciolò nel vento, non lasciando più alcuna traccia di sé in quel luogo solitario.

La luminescente sfera che recava seco i due giovani Saints si levò da terra e lentamente riprese il suo cammino, sollevando leggermente ai suoi lati polvere e detriti.

Gli era stato insegnato di non abbandonare mai la speranza, di credere in se stesso e negli altri, chè ciò che il tempo e i fatti avrebbero portato, sarebbero stati comunque dalla sua parte … tutto questo fino ad ora. Quel lungo e agonizzante cammino verso la completa divinazione dei tarocchi si stava rivelando alquanto disastroso e il morale di Shun giaceva in uno stato di completo abbattimento.

Ikki avrebbe tentato di spronarlo e con rabbia avrebbe rifiutato quelle rivelazioni, smentendole con parole di libertà e libero arbitrio, però … ciò cui egli stava di fronte era una divinazione che raramente si rivelava mendace.

“Non perderti ora nei tuoi pensieri …  stiamo andando incontro a un’altra carta, quella del passato remoto … forse ella ti dirà cose che già ben conosci, ma non è detto che il nostro passato sia sempre ciò che crediamo …” e detto ciò Shura si volse a guardare la nuova carta che era comparsa, all’insaputa del Saint di Andromeda.

L’imperatrice capovolta.

 

 

Shun osservò attentamente la posizione della carta, la prima che incontrava ad essere capovolta: si oscurò lo sguardo di Shura e il ragazzo pose ben attenzione alla donna.

 

“Eterna Madre, signora del grano,

Tu che sostieni la crescita con latte e pioggia,

Inghiottisci di nuovo tuo figlio, così che

La ruota che si consuma vada avanti.

Nel tuo ventre noi tutti rinasciamo nuovamente!

 

“Eccomi a te, giovane guerriero: io sono l’imperatrice e ivi qui leggo il tuo passato remoto.” La donna chiuse gli occhi e, sollevato per un attimo lo scettro che teneva in mano, lo fece ricadere con gesto imperante a terra: riaprì gli occhi e con sguardo severo cominciò a parlare.

“Una donna … una donna dai lunghi capelli colore della notte …” Shun tornò al ricordo sbiadito della madre … lunghi capelli rossi incorniciavano il suo viso, ormai dai tratti troppo sfumati, rubati dal passare degli anni e dalla sua troppa tenera età, all’epoca della sua scomparsa. Chi poteva essere quindi, questa misteriosa donna? Fino ad ora non ne aveva mai incontrata una con tali sembianze, o almeno così ricordava …

“Questa donna… ti ha creato problemi nel tuo passato, terribili problemi, qualcosa che nemmeno tu ricordi … e il suo veleno è penetrato in te, piccolo e ignaro fagotto, nel quale il mortale intruso è cresciuto assieme al tuo corpo e alla tua anima …” la donna smise di parlare e guardò il viso pensieroso di Shun.

Egli stava cercando di ricordare, con fatica scavava nella sua memoria alla ricerca di qualcosa che almeno potesse ricordare quella fantomatica figura … ma il nulla avvolgeva la sua mente, come se un frammento del suo passato fosse stato tolto, ineluttabilmente cancellato dalla sua memoria. E il vuoto lo avvolgeva, il vuoto che ricopriva la sua primissima infanzia … chissà se almeno Ikki aveva serbato ricordo di quella donna.

Più Shun cercava di visualizzare nella propria mente quella silhouette, più la sua mente doleva e il respiro si faceva più faticoso e quasi rantolante: scosse la testa e tornò a guardare l’Imperatrice, che ancora rimaneva a fissarlo immobile, come se volesse poter dire ancora qualcosa al ragazzo … ma non le era possibile più alcuna divinazione.

E fu così, con un sorriso malinconico che anche la sua carta venne inghiottita da una folata di vento e scomparve.

Shun sospirò mesto e passò una mano tra i lunghi capelli castani.

“E’ inutile … anche se mi sforzo, la mia mente è vuota. Non ho memoria di quel passato, ormai non ne ho più …” e scrollando le spalle abbassò lo sguardo sul proprio grembo, cercando di riunire mano a mano ognuna delle frasi che finora giocavano ancora senz’ordine nella sua testa.

Quel momento così difficile che lo stava gettando in quello stato di prostrazione … quella previsione di cambiamento e crollo di tutto e infine quella donna che aveva lasciato il suo più intimo essere in preda a una presenza ignota, per così tanto tempo … ed egli non se ne era mai accorto …

Sentì un tocco sulla spalla che lo risvegliò dai suoi pensieri e volse lo sguardo lì ove quello di Shura era caduto. Un’altra carta rovesciata: Shun si morse il labbro e un nuovo brivido gli passò lungo la schiena.

La luna capovolta.

 

 

Per la seconda volta fu Shura a parlare, mentre Shun si perse con lo sguardo ad osservare la falce dorata che si stagliava all’orizzonte.

 

“La Nascente Luna comanda i cieli privi di sole,

Ed offre saggezza a chiunque cerchi

Di attraversare il deserto. I guardiani devono essere

Placati per passare il Mare.

Aggiungi  l’atroce oscurità con occhi interiori!

 

“La tua vita è stata costantemente legata a un evento del tuo passato, che ti perseguita come un’ombra oscura, una minaccia costante e incombente sulla tua testa …”

Ed ecco ancora parole di morte e di passato oscuro: e ancora nella testa di Shun l’ignoranza rimaneva e il vuoto lasciato da quel tassello pareva essersi ingigantito. Perché mai non riusciva a ricordare nulla di quella sua parte di storia? Perché aveva la netta sensazione che qualcuno avesse intenzionalmente cancellato ogni minimo ricordo di questo evento? Chi voleva che egli non ricordasse? Chi era la donna?

“Tutto è legato ancora alla donna dai lunghi capelli , scuri come il cielo notturno, privi di stelle … lei e il suo veleno ti perseguitano e tu … non puoi fare nulla per superare l’inganno e il terrore di finire tristemente la tua delicata esistenza …” gli occhi di Shura brillarono tristemente e si posarono su quelli di Shun, che si erano fatti più grandi e più scuri a quelle parole. Suonavano alle sue orecchie come inevitabile sentenza di un giudice severo. “Sì, la morte ti accompagnerà, così come ti ha accompagnato per tutto questo tempo, sempre, dentro di te …” e la mano di Shura si avvicinò alla fronte del ragazzo, sfiorandola con l’indice della mano e, scendendo, andò a sfiorare il suo petto all’altezza del cuore. Egli poi ritrasse la mano, come se si fosse scottata al calore di un’invisibile fiamma nera.

Shun però non vi fece molto caso, ma continuò a rimuginare su quelle parole e i ricordi di un passato, troppo vicino da essere obliato, si fecero avanti nella sua mente. Volti e ricordi, battaglie per lui ogni volta perdute … e il sangue versato … quello dei nemici e quello del suo cuore straziato … sì, la morte era da sempre stata sua compagna, triste e odiata compagna di giorni e notti senza sonno …

E la sfera si alzò in volo, ancora una volta, raggiungendo uno  degli angoli più estremi della valle: le pareti che racchiudevano quel luogo si facevano sempre più vicine e la loro asprezza e desolazione rendevano il cuore del Bronze Saint ancora più pesante …

Atterrarono dolcemente sul terreno e la sesta carta si materializzò davanti ai loro occhi: Shun scrollò il capo con sguardo abbattuto. Ancora una carta capovolta.

Il carro.

 

 

L’uomo, pareva una guardia, che guidava il carro, fece un cenno, come di saluto e pronunciò con voce quasi strozzata i versi che lo accompagnavano:

 

“L’Eroe coronato dalla Vittoria guida il carro

Del trionfo, cercando ancora lontano l’avventura,

Accettando ogni scontro. Egli comanda,

E guida possenti destrieri con abili mani.

La Nostra visione è accecata dalla stella dell’Eroe!

 

“Giovane uomo … dovrai prepararti a ciò che nel futuro ti aspetta, perché sono io la carta che ti racconterà cosa avrà in serbo per  te il tempo a venire … gli eventi nefasti, di cui già sei stato spettatore e attore, non avranno fine attorno a te! Grandi e gravi saranno le prove che dovrai affrontare … insormontabili anche per chi come te, già molto fece in passato … dovrai vederti da una persona!” e a quel punto il cocchiere guardò fisso negli occhi Shun, come se volesse leggergli dentro, nella sua stessa anima. “Qualcuno vuole vendicarsi di te … vuole annientarti per sempre, perché possa tornare a ciò che è la sua origine …”

“Vendicarsi …? Perché vendicarsi?” chiese Shun, quasi esasperato … prima qualcosa che non ricordava del suo passato, ed ora … una persona che voleva vendicarsi di lui, quando nemmeno lui ricordava di aver fatto nulla che potesse meritare addirittura una vendetta da pagare col suo sangue!

“E’ qualcosa che hai fatto … e che non hai fatto …” fece misteriosa la figura. “Dentro di te vi è la risposta a questa domanda, dentro di te vi è tutto … presto ciò che aneli tanto disperatamente ti si farà incontro, violento e inaspettato e … volente o nolente dovrai accettarlo …” la sua voce si era fatta grave.

Lui sapeva forse, immaginò Shun: sapeva e non sapeva, era ambiguo e oscuro persino a se stesso ed il ragazzo, era sempre più incerto sul dove cercare questo fantomatico personaggio.

“Luce e oscurità … purezza e dannazione … una terribile battaglia avrà luogo e tu sarai per la prima volta l’attore protagonista …” e ancora il vento venne a soffiare e ruppe le sue ultime parole, così come la carta dissolta in cenere.

Shun si sedette stancamente sulla morbida superficie della sfera: affondò il viso nell’incavo delle mani e osservò il lento avvicinarsi della sponda opposta della valle.

“Più vado avanti, più ho l’impressione che nulla abbia senso … prima una donna sconosciuta che ha portato disgrazia nel mio passato, così come al mio presente e ora … questo personaggio che vuole vendicarsi di me, per qualcosa che nemmeno io so di aver compiuto … potrebbe essere per ciò che ho fatto?” e con voce grave e colpevole rivolse questa domanda a se stesso, ma Shura parlò di sua sponte, per la prima volta, sorprendendolo alle spalle.

“Oppure per qualcosa che non hai fatto … ricorda bene le parole del cocchiere del Carro: a volte ci rendiamo ‘colpevoli’ di crimini di cui nemmeno noi siamo a conoscenza … e che, spesso, noi stessi non consideriamo tali …” e l’uomo tornò a tacere, prevedendo la nuovo e ultima serie di divinazioni.

Shun si alzò in piedi e scrutò l’abisso che giaceva proprio accanto al luogo dove la sfera si era posata: l’abisso era tetro e non riusciva a intravedere il fondo, tale era l’oscurità che vi regnava.

Concentrò la propria attenzione davanti a sé ed eccovi apparire ancora una carta: il cuore di Shun per la prima volta si sentì più leggero. Forse era il fatto che questa carta era la prima ad esseredi nuovo nella sua posizione più consona … o forse, il motivo era dovuto più alla dolce famigliarità che con essa aveva …

La stella.

 

 

La donna, intenta a versare l’acqua in uno stagno si alzò in piedi, ritta sotto una stella lucente, attorniata da sette stelle più piccole, di colori differenti. Osservò curiosa il ragazzo e sorrise di un sorriso dolce e benevolo, che rassicurò il Saint. Poi, prese a parlare con lenta e altalenante voce.

 

“La Figlia della Terra e del Cielo Stellato aspetta,

Attende i responsi di Stelle e Destini,

Mentre attraverso le sue mani l’acqua fluisce e rifluisce

Nel Battito del Cosmo, quindi scende giù.

Lei segna il tempo, e crea il Destino!

 

“Io sono la carta che rappresenta te stesso, il consultante … ben poco ho da dirti, perché le mie parole non nascondono verità delle quali tu non sei a conoscenza …

“Sei un ragazzo sincero e amoroso, non temi di esprimere i tuoi sentimenti verso coloro che ami e verso il mondo, a volte a te tanto ostile … il tuo animo nobile e gentile ti spinge sempre a correre in aiuto degli altri, amici o nemici che siano e questo ti fa onore …” a quelle parole il ragazzo abbassò lo sguardo a arrossì leggermente. Ricevere una serie di lodi era già piuttosto imbarazzante, anche solo da parte dei suoi fratelli, e quella donna diceva di essere come lo specchio di se stesso … ma nonostante tutto, il suo senso di umiltà dubitava di quelle parole, dette con cotanto spirito sincero.

“Tu ami il mondo, la natura … e faresti qualunque cosa per esso … qualunque … anche sacrificare te stesso … ma è la tua natura a guidare la tua mano e il tuo pensiero … anche quando quel mondo cui tu, con così tanta abnegazione ti offri, ti ha spesso disprezzato …” e il dolce sorriso della giovane svanì, per lasciare il posto a un malinconico sguardo.

Poi, prese di nuovo in mano le due conchiglie che aveva abbandonato a terra, e tornò al suo lavoro, attenta e precisa: lanciò ancora uno sguardo alla stella che sul suo capo brillava ancora in tutto il suo fulgore, e chiuse gli occhi lasciandosi andare a un respiro, il cui soffio si perse nel silenzioso dissolversi della carta.

Shun osservò ancora un attimo quelle ceneri spostarsi prima verso la valle, poi gettate da uno sbuffo violento del vento nella tetra e profonda gola lì vicino: egli inghiottì ancora un singhiozzo e la sua visuale venne cancellata dall’incedere dell sfera che lo portò un poco più avanti a sé.

Da un violento turbiniò di sabbia e sassi, venne creata l’ottava carta che si stagliò, quasi orgogliosa, davanti ai suoi occhi.

La giustizia.

 

 

Un’altra donna si presentò a lui: nella mano destra recava una spada e nella sinistra una bilancia e sul capo un elmo che gli ricordò, così come l’intera figura che gli si presentava, la stessa dea Athena, altera e regale come lei,con lo sguardo deciso e puntato nel suo.

Quando parlò, la sua voce risuonò chiara e gorgogliante:

 

“Una bilancia sostiene le opposte forse, lega

Ma separa. Ivi l’Armonia si trova,

Figlia di Lotta e Amore. La spada mordace

Divide perfettamente, la verità soppesata dalla saggezza.

Dalle azioni rette la mente cosmica è coronata.

 

“Io della giustizia sono la carta e quivi rappresento il tuo ambiente. La giustizia ha segnato e segnerà la tua vita, fin dagli albori … combatti per portare nel mondo quegli ideali di giustizia e fratellanza nei quali fermamente credi … sei una persona positiva e ammirevole …” ma il sorriso sfiorò appena quel viso.

Shun osservò bene la figura di donna che gli sedeva di fronte, ma soprattutto era attratto da ciò che ella recava in mano e dalle parole che quei due oggetti accompagnavano: l’uno per legare, ma separare. L’altra per dividere perfettamente … la verità soppesata dalla saggezza …

E poi, l’armonia … figlia di lotta e amore … la giustizia, per essere raggiunta pienamente, doveva operare nel bene e nel male … egli doveva lottare per riportare nel mondo la giustizia … dalla lotta sarebbero così nati l’armonia e l’amore … ma la lotta sarebbe sempre preceduta alla pace … la necessità della guerra per riportare la pace …

Parole che tante volte aveva sentito ripetere, dagli amici e dalla sua Dea … la lotta come unico sentiero che porti alla pace: era terribile doverlo ammettere a se stesso, ma quelle parole erano veritiere purtroppo

Il suo destino era di soffrire in eterno, come aveva detto la Torre … soffrire in eterno per la giustizia … lottare per la pace, soffrire per la pace … era dunque il destino di ogni guerriero, anche e soprattutto di un guerriero che rifiutava la violenza come lui …

Un leggero alito di vento si portò via anche quella carta, ma egli non vi fece più di tanto caso, combattuto com’era nell’eterno duello di spade che vedeva i suoi sentimenti protagonisti e che a ogni affondo gli provocavano fitte di dolore al cuore e allo spirito …

Di fronte a sé sapeva di avere ancora due carte e ormai quasi tutto di sé era stato messo a nudo: il suo presente, il suo passato e il suo futuro … perfino il suo stesso essere … cos’altro lo aspettava ora?

E, come in risposta a quella sua domanda, la nona carta apparve e l’immagine raggiante di un uomo con due facce si presentò ai suoi occhi.

Il mondo.

 

 

L’uomo dalla doppia faccia non guardò alcuno e si immerse nei suoi versi, ignorando i due Saints.

 

“La Danzatrice guarda da entrambi i lati, e impugna le chiavi

Che mostrano la nascita, la caduta di vortici.

La sua danza si espande nel mondo, e porta

Il mondo dentro di sé;  in lei il mondo di risveglia.

Divisioni irreali portano a unioni!

 

“Tutto ciò che ho da dirti è ben poco, ma porta ascolto alle mie parole, perché ciò che ti dirò ti sarà poi chiaro: tu saprai quello che dovrai fare … perché è con te la verità!” e con quelle brevissime parole la carta si dissolse nel nulla.

Dentro di sé vi era la verità … doveva guardare nel proprio cuore … e nel momento del bisogno avrebbe saputo cosa fare. Cosa avrebbe dovuto fare … ma contro chi?

Quella era la domanda che più gli premeva ora … sapeva solamente che c’era qualcuno, molto vicino a lui che voleva vendicarsi di qualcosa … ma non aveva idea di che cosa … ma forse … l’avrebbe scoperto nel momento stesso in cui l’avrebbe incontrato e, a quel punto, avrebbe anche saputo cosa avrebbe dovuto fare …

Di nuovo, il tocco di Shura lo riportò alla realtà: lo fece alzare e poi, sotto lo sguardo curioso di Shun, alzò di nuovo il braccio destro e così com’era apparsa, la sfera di luce scomparve, lasciando i due guerrieri esposti alla valle dei saggi … Shun rabbrividì, consapevole per la prima volta del gelido soffiare del vento.

Shura non vi fece caso e avanzò i propri passi: erano infine giunti all’ultima carta.

Il ragazzo lo seguì e si fermò a qualche metro davanti a lui: ancora nessuna carta era apparsa a fare la sua divinazione e la cosa risultava alquanto strana al Bronze Saint. Si guardò attorno nervoso e poi rivolse una domanda all’uomo alle sue spalle.

“La carta che dovrebbe apparire ora … a che cosa si riferisce …?”

“La sintesi … tutto ciò che fin qui è stato detto ora verrà giudicato dall’ultima carta”.

Shun si voltò di nuovo, dritto davanti a sé e, passato qualche minuto sentì infine la trra tremare, sotto i propri piedi e l’ultima agognata carta, infine, comparve.

Carta bianca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Shun si irrigidì sorpreso e si chiese cosa questo potesse significare: fece un passo indietro, quasi premonendo qualcosa di negativo, ma fu troppo lento.

La carta si mosse nella sua direzione e lo spinse sui limiti del burrone: Shun tentò una fuga, tanta era l’inquietudine che la carta gli aveva trasmesso, ma ogni via di salvezza era sbarrata e sembrava che nemmeno Shura, ancora lì vicino a lui, fosse stato toccato da quell’improvvisa mossa della carta. Anzi, dopo aver lanciato un ultimo sguardo al ragazzo, che l’osservava quasi implorante, girò la schiena e si dissolse anch’esso in una folata di vento, che trasformò la sua polvere da quello strano colore violetto a quello splendidamente dorato del suo cosmo di Gold Saint.

Shun gridò sorpreso, mise un piede in fallo e precipitò nel burrone, seguito dalla carta bianca che si frantumò in migliaia di pezzi che si avventarono sul corpo inerme del ragazzo, che prontamente si era difeso il viso con le braccia.

Ma ciò che sentì allora non furono mille punture laceranti sulla sua carne nuda, ma il freddo tocco di gocce gelate: allontanò le braccia dal viso e riaprì gli occhi, ma ciò che vide fu tale da fargli lanciare un ultimo disperato grido.

E poi fu il buio.

 

Tum.

‘Qualcosa mi sta chiamando …’

Tum.

‘Qualcuno … cosa ancora mi aspetta?’

Tum.

‘Mi sento soffocare … come una fiamma che brucia ogni mio alito di vita …’

Tum.

‘E’ così difficile … il mio corpo è come abbandonato, inerme … fluttuante nel nulla …’

Tum.

‘Perché perseveri in questo richiamo? Temo di sapere a cosa andrò incontro …’

Tum.

E a quell’ultimo, sesto richiamo, gli occhi di Shun si spalancarono e con un gemito il suo corpo riprese vita e nuova e gelida aria entrò violenta nei suoi polmoni, provocandogli un brivido convulso: il ragazzo si abbracciò il petto e tento di controllare quegli spasmi che a intervalli regolari lo prendevano. Poi si guardò attorno, ma … quella lieve luce che gli era parso di scorgere era scomparsa e tutto intorno a lui era tornato ad essere avvolto dall’oscurità più cieca.

Si alzò in piedi, non seppe nemmeno come, le sue gambe tremarono ma non cedettero a quella debolezza improvvisa: poi, colto da un improvviso pensiero, avvicinò le mani al volto, certo che quelle lacrime di sangue scarlatto, ultimo ricordo della valle dei saggi, puntellassero ancora la sua pelle bianca. Ma, nonostante la sua quasi cecità, notò con sollievo che nulla era rimasto di quell’angoscioso momento.

Si voltò ancora, allungando lo sguardo il più lungi possibile, tentando di abituare gli occhi all’oscurità … ma sembrava che ogni tentativo andasse a vuoto. Nulla di nuovo gli si presentava, ma il gelo che lo aveva accolto al suo ingresso in quel luogo continuava imperterrito a regnare, penetrando con violenza nella carne e nelle ossa …

Aveva freddo, ma non era quello a preoccupare la sua mente … i ricordi di quei viaggi onirici continuavano a perseguitarlo e la netta sensazione che la verità si stesse avvicinando sempre più a lui, si faceva sempre più chiara e distinta.

D’un tratto ricordò quei battiti, al suo risveglio: parevano quelli di un tamburo cerimoniale, ma alle sue orecchie risuonavano più come i lenti ma inesorabili rintocchi di una campana che suona a morto.  Gli occhi si chiusero e scosse la testa … morte … morte … non perseguitava solo presente e passato … anche il suo futuro era segnato da quel destino ineluttabile. E ciò che lo atterriva di più era la netta sensazione che, questa volta, la signora vestita di nero avrebbe suonato alla sua porta e non a quella del suo nemico …

“Bienvenu Shun …c’est Nemeton …” una voce sconosciuta si fece strada alle spalle dell’ignaro Shun.

Egli si voltò, veloce e sorpreso, e il suo sguardo venne quasi abbagliato dalla luce chiara che si sprigionava dall’alta figura che gli stava ora di fronte, avvolta in un manto candido e ornata dai lunghi capelli colore del sole al tramonto. Il ragazzo, seppure l’avesse incontrato solo una volta, lo riconobbe subito: il Saint dell’Acquario, Camus.

Egli gli sorrideva enigmatico, le mani saldamente afferrate a uno strumento famigliare, eppure …aveva la netta sensazione di non averne mai veduto uno simile: era un tamburo di grandi dimensioni, col corpo bombato di un colore così simile al nero ebano e dalla superficie cesellata da rappresentazioni di caccia, fatta con archi e freccie, e dal volo di un grande stormo di uccelli, forse anitre selvatiche.

Ma ciò che più incuriosiva e assieme turbava Shun, era la superficie levigata del tamburo, lo stesso colore che continuava a perseguitarlo in quel viaggio che più sembrava incubo: quel rosso purpureo, tendente al violetto, come se la pelle dell’animale che era stata usata per fabbricare quello strumento, fosse stata immersa in un bagno di sangue. Il giovane scosse il capo e guardò meglio, mentre si avvicinava all’uomo con sempre meno titubanza: quella superficie era solcata da nove cerchi concentrici neri.

Si chiese perché nove … era un numero strano, avrebbe scommesso che fossero dieci, un numero più completo … ma ricontò per la terza volta e la sua conta si fermò a nove. Giunto di fronte a Camus, che sedeva composto su un manto dello stesso colore della sua veste, si abbassò anch’esso all’altezza del guerriero morto e s’inginocchiò di fronte a lui, in attesa della divinazione, alla quale sapeva ormai di non poter sfuggire.

“Nemeton … che cos’è?” chiese poi titubante.

“Nemeton … è il luogo che può essere d’appertutto e in nessun luogo, perché il centro del mondo è ovunque l’uomo sappia entrare in relazione col tutto …” e a quelle parole sorrise di nuovo allo sguardo confuso del ragazzo. “Io sono un Atherbeth, un divinatore dell’antica stirpe dei galli, miei progenitori … e questo” continuò accennando al tamburo “è il bodhran … è lui che ha risvegliato il tuo cuore dal sonno nel quale era caduto … sei battiti come sei sono le stelle principali della tua costellazione, Andromeda …”.

Camus chinò il capo in avanti e solo allora Shun notò la corona di foglie intrecciata tra i fili scarlatti dei suoi capelli, proprio come un antico druido gallico, pensò. La mano destra del francese si allungò davanti a sé ad afferrare una piccola bacchetta di legno scuro, dalle due estremità rigonfiate: ovviamente lo strumento con cui egli lo aveva richiamato da quel sonno dal quale non riusciva – o non voleva? – risvegliarsi.

L’altra mano, invece, scivolò dietro la sua schiena e ciò che ne estrasse poi furono venti piccoli sassolini, dalla perfetta rotondità: dieci di essi erano bianchi e dieci neri. Li posò con delicatezza sulla grande superficie del tamburo e riprese a parlare.

“I nove cerchi che vedi disegnati su questa superficie rappresentano i nove pianeti del nostro sistema solare: dal più interno, il caldo Mercurio, fino al più esterno, il gelido pianeta Plutone … ricorda che ognuno di questi pianeti ha un significato ben preciso ed ancora di più ne avranno quando questi piccoli e, forse per te insignificanti, sassi troveranno la loro più consona posizione e conformazione, a ognuno dei sei battiti che risuoneranno dalle mie mani …” e l’uomo alzò con grazia la mano destra e con un veloce movimento del polso picchiò un estremo della bacchetta, il cipìn, contrò la superficie rossastra.

 

Tum.

I sassi rotolarono, a Shun parve che stessero cadendo dalla superficie del tamburo, ma essi vagarono su di essa, prima in due cerchi composti, uno bianco e uno nero, e poi rallentarono la loro corsa fino a una precisa disposizione, la prima.

Due figure si presentarono agli occhi stupiti di Shun: la sagoma più grande, maestosa e bianca si ergeva immensa, toccando in più parti la quinta circonferenza, quella di Giove. Ma il ragazzo non si stupì, perché la sagoma era quella di un volatile a lui ben noto, la Fenice, il sacro animale di suo fratello Ikki. Fu alla vista della seconda sagoma che Shun lanciò un’esclamazione di stupore: ecco la figura dai contorni neri che da sempre tracciava la sua storia. La figura di Andromeda, legata alle catene del suo triste destino: essa sfiorava con le mani la terza circonferenza, la Terra.

La figura dell’uccello stendeva le sue ali, pronte a proteggere la piccola figura della donna: il giovane guerriero sorrise dolce e triste a quello che ben rappresentava il legame che lo univa alla sua altra metà di sangue. Aggrottò solo un attimo le sopracciglia, a quel colore che disegnava la sua costellazione, quel nero, oscuro e profondo come tutto quel mondo, quel nemeton, nel quale si perdeva con lo sguardo e con la mente.

 

Tum.

Non ebbe modo di pensare oltre, perché il secondo battito giunse e le figure davanti ai suoi occhi si dissolsero e le piccole pietre tornarono a vagare alla ricerca della loro posizione. E questa volta ciò che si presentò agli occhi di Shun furono due semplici conferenze, una bianca e una nera. Quella nera seguiva perfettamente tutta la lunghezza dell’ultimo cerchio, Plutone, racchiudendo ogni altra cosa sulla superficie del tamburo; lo sguardo, quindi, corse all’altra circonferenza, quella bianca, molto più piccola e dall’aria indifesa, o almeno quella era la sensazione del Bronze Saint. Anch’essa ricalcava fedelmente una delle circonferenze interne … di nuovo la terza, la Terra.

Ma qual’era il significato, stavolta? Due cerchi concentrici, cosa rappresentavano? Scavò nella sua memoria e nei suoi ricordi delle lunghe e amate lezioni di mitologia e astronomia, nell’infanzia: ciò che gli sovveniva, però, alla mente nulla aveva di buono. Quel simbolo era spesso stato a significare il signore degli Inferi, Ades …

Shun rabbrividì a quel nome e una prima, lancinante, fitta trapassò il suo petto. Fece scivolare una mano verso di esso, ma la sensazione svanì, quando un altro tocco del tamburo sconvolse di nuovo l’ordine dei sassi.

 

Tum.

E per la terza volta la superficie scarlatta vibrò a quel colpo leggero e i sassolini girarono in una lenta e quasi ossessionante danza che sembrava, stavolta, non volere aver fine.

Ma nuovamente, i sassi si avvicinarono e si allontanarono, gli uni dagli altri e di nuovo si compose la figura che poc’anzi si era dissolta. Di nuovo due cerchi, ma stavolta entrambi neri: il cerchio nero di plutone e il cerchio nero della Terra, ma ciò che spaventò stavolta Shun fu la disposizione dei sassolini bianchi, che stretti come in una morsa dalla quale ogni fuga pareva senza speranza, erano andati a disegnare perfettamente la figura della sua costellazione: di nuovo Andromeda, bianca e mai così pura in quell’oceano rosso.

E ancora essa era racchiusa nel terzo cerchio, quello della terra, ma la netta sensazione che quella circonferenza fosse diventata d’un tratto una prigione, si fece strada nella mente del giovane Saint. Una gabbia dalla quale non c’era via di scampo … come una farfalla catturata dalla sottile ma resistente ragnatela del ragno suo nemico mortale. Il ragazzo allungò una mano, voleva toccare quelle pietre, cercare di capire ancora di più cosa i suoi occhi e la sua mente faticavano a comprendere …

“Non!” giunse secca e severa l’ammonizione di Camus. “C’est pas possibile …”

Shun ritrasse la mano, deluso e rimase a fissare quell’inquietante insieme di figure.

 

Tum.

Cadde il quarto battito e con esso anche il cuore di Shun sobbalzò: ancora e ancora le pietre mossero la loro danza vertiginosa e ancora si disposero perfette sulla superficie.

Il giovane spalancò gli occhi e si alzò in piedi per la sorpresa, trattenendo a stento un grido di stupore: con la mano tremante si aggrappò a una forma che a stento si intravedeva da sotto la maglia. Strinse la stretta così forte da far sanguinare il pollice, punto come da un ago sottile: allontanò la mano da essa e guardò la maglia, ora macchiata del suo stesso sangue e poi, ripreso il controllo si chinò di nuovo sul tamburo e  guardò ciò che tanto l’aveva atterrito.

Una stella a cinque punte … una stella che per lui era così familiare … una stella enorme, che toccava con tutte le sue punte l’ultima circonferenza … Plutone … Ades … la stella nera, che racchiudeva quelle parole, che risultavano quasi abbaglianti in quel mare oscuro nel quale galleggiavano solitarie …

“Yours ever …” lesse a bassa voce e con la mano, segnata da una sottile lacrima di sangue, tornò a sfiorare quella forma, quella stessa identica stella … la stessa scritta … tuo per sempre … ora quella frase, che spesso l’aveva confortato da bimbo, sembrava quasi una minaccia, fredda e incombente.

Camus non reagì alla vista di quel tanto singolare disegno: i sassi conoscevano il proprio linguaggio e sapevano leggere nella mente e nel cuore di ogni loro consultante … e mai era accaduto che essi fallissero nel loro responso …

 

Tum.

Il quinto e penultimo battito. Shun rabbrividì, ma non era più il freddo che lo circondava, la causa di quella reazione: i pezzi di quel mosaico si stavano riunendo sempre più velocemente nella sua testa e un’immagine ben chiara si stava facendo strada negli occhi della mente.

Chiuse gli occhi per farsi forza e quando li riaprì un tuffo al cuore e un barlume di speranza presero per qualche attimo il dominio sul suo cuore, segnato fino ad allora dal dolore di responsi oscuri e dai nefasti presagi.

Limpida, grande e candida … la figura trionfante della regina Andromeda si era ingigantita sulla superficie scarlatta del bodhran e, per un motivo che nessuno dei due guerrieri riuscì a spiegarsi, tutte le venti pietre avevano preso il candido colore del bianco e ogni traccia del nero era scomparsa da esse.

Andromeda aveva preso il sopravvento su ogni cosa … stendeva il suo bianco dominio su tutte le circonferenze, anche la nona, l’ultima di Plutone, era stata come sommersa da quell’improvviso scoppio di vita. Shun sorrise, forse il suo primo sorriso in quel labirinto omirico nel quale era caduto ormai da ore, lunghe quasi come giorni …

Lo sguardo del ragazzo si fece deciso e affrontò l’ultima disposizione, l’ultima di quel cammino che sì, cominciava ad avere un senso anche per lui …

 

Tum.

Ecco l’ultimo ballo, l’ultimo prima del responso finale, prima di sapere quale sarebbe stato il destino delle sue stelle e quelle dell’antico e oscuro signore. Ora ne era certo … il suo destino era legato indissolubilmente a quello di qualcun altro, terribile e potente, nero come la notte … ed egli, di fronte a tutto ciò, si sentiva per la prima volta solo ed esile, come un puntino di fronte all’universo intero. E tutto ciò lo spaventava e al contempo lo incoraggiava: l’essere solo di fronte a quella grave minaccia avrebbe significato la lontananza dei suoi fratelli dal pericolo… e il pensiero, seppure modesto, gli era di grande conforto.

I venti piccoli sassi bianchi rallentarono la loro folle corsa e, mentre si disponevano nuovamente a forma di stella, il loro colore sbiadì e il nero prese il dominio su tutte. La stella nera rilucette di arcani riflessi e si appropriò ancora dell’intera superficie del tamburo: ultime, sei pietre,  si riunirono timidamente nello stretto spazio racchiuso all’interno della terza circonferenza e nuovamente la costellazione di Andromeda si mostrò al suo possessore.

Nera.

Andromeda nulla più aveva della precedente luminosità che aveva abbagliato il ragazzo: il nero opaco aveva inghiottito tutto e con esso anche la speranza che per un attimo aveva brillato forte nel cuore di Shun.

Quella stella era diventata davvero la sua prigione, dalla quale nemmeno la persona più ottimista avrebbe immaginato di poter fuggire: era stato catturato e ogni suo tentativo di fuga sarebbe miseramente fallito, ne era certo… quel pensiero lo assalì violento, dalla bocca dello stomaco fino al collo, che sentì stringere in una morsa, come se due gelide mani invisibili l’avessero afferrato prepotenti.

Allungò le proprie mani verso il collo, come per cercare di liberarsi da quell’avvinghio: il fiato si era fatto più corto e il cuore era tornato a martellare, così come era successo cadendo in quello strapiombo. Boccheggiò e cercò di allungare una mano verso Camus, ma si accorse solo allora che l’uomo era scomparso e al suo posto ora vi era solo il bodhran: la superficie liscia e sgombra dalle pietre sembrava ancora più rossa di prima.

I suoi occhi si fissarono, come ipnotizzati, su di essa e questa s’ingigantì e si deformò nello spazio circostante: divenne l’unica cosa che Shun riusciva ora a vedere. Il rosso lo circondò e si sentì di nuovo preso in trappola, ormai chiuso in quella rotonda gabbia rossa  che piano piano si stringeva sempre più attorno a lui.

Il ragazzo nervosamente tentò dei passi in ogni direzione, ma dovette recedere, inevitabilmente. Aprì la bocca e la gola gli parve finalmente libera dalla stretta: ma quando tento di articolare una sola parola di aiuto, un rantolo uscì dalle sue labbra.

E, come se il suo gesto fosse stato un segnale di avvio, le imponenti mura scarlatte si sciolsero come neve al sole e un violento torrente rosso travolse il ragazzo, trascinandolo giù, di nuovo in un abisso senza fondo …

 

 

 

Rosso… nero… sangue e morte intrecciate mentre precipitava nell’incubo più atroce che mai avesse vissuto, il proprio destino che prendeva forma, passo dopo passo in quel viaggio doloroso nei meandri più oscuri della propria coscienza.

Fin dove l’avrebbe condotto? Quale sarebbe stata la fine di tutto? Quale la risposta definitiva, da cos’era causata quest’ulteriore, atroce ferita che gli squarciava il petto mentre le sue stesse lacrime, disperse in un vento irreale, si fondevano con il torrente di morte che lo trascinava con sé, nero e scarlatto? Angoscia, disperazione, sangue… un terrore senza nome, più doloroso e bruciante di qualsiasi ferita che avesse mai oltraggiato la sua tenera carne… orrore… visioni, scheletrici artigli, bianchi come avorio, si tendevano nel fiume di tenebra, abbaglianti come stelle infernali in un cielo così lontano da quello che lui era abituato ad amare e ad accogliere nel proprio cuore…. Artigli protesi per ghermirlo, mentre il fiume lo trascinava, tra essi, senza lasciare che lo scalfissero... Non era il momento.

Shun inizialmente urlò, in preda all’angoscia e al dolore atroce che gli trafiggeva il petto, poi si abbandonò, in balia di una comprensione sempre più viva, in balia degli eventi che lo avrebbero portato alla fine del viaggio… alla definitiva consapevolezza.

Chiuse gli occhi intrisi di lacrime… e attese… una nuova luce… che lo avrebbe, forse, condotto ad altre tenebre, questa volta senza via d’uscita.

Non seppe quanto durò, non voleva neanche saperlo; si trovava in uno stato di pressoché totale assenza dei sensi; solo un lieve lumicino di coscienza lo teneva a galla e minimamente consapevole; grazie a quel flebile barlume si rese conto, d’un tratto, che qualcosa era cambiato.

Non galleggiava più nelle tenebre; era immobile su una superficie morbida e fresca, una sensazione a lui nota e gradita.

La prima cosa che fece, quindi, rimanendo supino, fu quella di muovere leggermente le mani per carezzare ciò che sentiva sotto le dita, aggrappandosi a quella sensazione, come un naufrago che può, dopo tanto, toccare la terra creduta persa  per sempre.

Quel legame con un mondo che amava rinfrancò per un istante il cuore del giovane guerriero per rigettarlo, un attimo dopo, nell’angoscia più cupa: quel mondo che lui amava e che, ora lo sapeva, stava per correre il pericolo più grande che mai Athena e i suoi guerrieri avessero dovuto affrontare.

“Il… futuro del mondo… il mio futuro…”

Si sollevò, fino a mettersi seduto, assaporando la brezza che si infiltrava curiosa e carezzevole tra i suoi capelli e che, con il suo tocco delicato, faceva fremere l’erbetta sottile di quella smeraldina radura.

Non se n’era andato il dolore al petto; una fitta improvvisa lo costrinse a serrare gli occhi e a portarsi una mano al cuore.

E se lo chiese ancora: cosa stava cercando? Cosa, quei messaggeri giunti a lui oltre la morte, cercavano di fargli comprendere?

Risposte a domande dell’anima, enigmi intricati destinati a trovare una svolta, un percorso nuovo che, sempre più lineare, si sarebbe disvelato alla sua mente… o forse no?

Risposte che davano vita a nuove domande…

Eppure… una via… una parvenza di senso, in tutto ciò che gli accadeva, ora riusciva ad afferrarla, ma così sfuggente…

I morti, le rune, i tarocchi, il tamburo….

Yours ever…. Yours ever…

La sua mano era ancora posata sul petto ma il dolore si era placato, lasciando, come suo ricordo, un fastidioso pizzico pungente e nulla più.

Istintivamente, Shun strinse, attraverso la maglietta, un oggetto, mai stato così freddo e, al tempo stesso, bruciante; per un attimo lo afferrò così convulsamente da graffiarsi le dita e, un attimo dopo, con un sussulto di terrore, ritrasse la mano.

Cercava sicurezza nel volerlo stringere, come sempre aveva fatto ma ora non poteva, non poteva più; non sapeva più comprendere cosa gli cingesse il collo… ricordo della madre? Oppure… pegno di una promessa… stipulata suo malgrado?

In preda alla confusione più estrema, si portò una mano alla fronte, affondandola nel ciuffo ribelle che gli spioveva sugli occhi; una parola gli sfiorò delicatamente le labbra:

“Niisan…”

Il suo caro fratello maggiore… lui avrebbe saputo dargli delle risposte?

Scosse il capo, sollevandolo verso un cielo limpido e reso lucente dal disco dorato del sole che quasi lo abbagliò. No… nessuna risposta, nessuna spiegazione avrebbe potuto trovare al di là di se stesso; era solo, completamente, e la verità risposava nel suo cuore, attendendo unicamente lui e la sua totale presa di coscienza.

Si alzò, si guardò intorno; com’era tutto incantevole… il prato, il sole lucente… non c’era altro, così gli parve al primo istante.

Solo in un secondo tempo notò il bosco, all’orizzonte, una distesa di alberi dalle chiome di smeraldo che, frondose, si tendevano verso il cielo per afferrare e nutrirsi del raggio di luce dispensatore di vita.

Le gambe di Shun cominciarono a muoversi, lentamente, verso quella direzione; si accorse di barcollare un po’, inizialmente; si fermò, raccolse quanta più aria poté nei polmoni con un sospiro intenso e quindi, più sicuro, riprese il cammino, con un sorriso pieno d’amore.

Perché sorrideva? Cosa c’era da sorridere?

“Qualsiasi cosa accadrà, dipende da me, questa volta, la battaglia più importante; avrò le risposte, capirò, impegnerò tutto me stesso per comprendere e, una volta che ci sarò riuscito, dovrò solo fare del mio meglio per proteggere tutto ciò che amo… e lo farò…”

Quel pensiero lo faceva stare bene, qualunque cosa, qualunque sacrificio gli fosse richiesto a patto che tutto il suo prezioso mondo arrivasse illeso alla fine di… di qualunque cosa avesse dovuto attraversare di lì a poco.

Si inoltrò oltre i primi cespugli, giunse al riparo degli alberi secolari e le foglie disegnarono arabeschi di luce e ombra sulla sua pelle chiara, mentre lui guardava in alto, godendo di quel contrasto tra la frescura della vegetazione e i raggi di sole che si infiltravano consentendo piacevoli sprazzi di morbido tepore.

Continuava a sorridere; era tutto così bello…

EtuceV .. tou twn ennoiwn soi skopou.

Si bloccò, portando lo sguardo davanti a sé, per scorgere colui che aveva pronunciato quelle parole; una figura era seduta con la schiena appoggiata a una corteccia… non lo guardava ma Shun era convinto che si trattasse del proprietario della voce appena udita.

E sapeva anche, sebbene ancora non riuscisse a scorgerlo bene, di chi si trattasse. Se il cammino che aveva percorso fino a quel momento aveva un suo senso logico, una sola persona mancava all’appello.

Quindi, con tutta naturalezza, si avvicinò maggiormente e parlò a sua volta:

“Sono qui… Saga.”

“Ti aspettavo…”

“Lo so…”

Solo allora la figura si volse e lo sguardo di Shun affondò negli intensi occhi blu notte, ipnotizzato dalle ciocche dorate che danzavano ai leggeri refoli del vento gentile.

Lo sguardo di Saga era malinconico, velato da una tristezza che, Shun lo sapeva, era parte di lui, inestricabile dalla sua stessa esistenza, anche dopo la morte.

L’uomo annuì e gli tese una mano; Shun la prese e si lasciò condurre tra i cespugli, tra fronde e rami sempre più intricati che Saga spostava passo dopo passo, procedendo con sicurezza, velocemente.

Era come un muro vegetale che si riformava davanti a loro man mano che procedevano; a Shun sembrava di non andare avanti, di trovarsi sempre allo stesso punto quando, dopo un po’, Saga si fermò prima di debellare l’ennesimo ostacolo.

“Il passaggio attraverso te stesso… Apwson thn escatan skiaran skian tou gnwseuV

Shun comprese; doveva essere lui ad aprire la via.

Fece qualche passo, sfiorando con la punta delle dita la parete intricata; erano rovi, spine affilate che gli ferirono le mani.

Ma Shun non esitò: con decisione infilò le braccia tra essi e aprì uno squarcio, resistendo al dolore delle ferite che straziarono la sua pelle e, soprattutto, alla nuova, lancinante, fitta al petto.

Barcollò, serrando gli occhi e lasciandosi sfuggire un flebile gemito, ma si mantenne in piedi e ben saldo sulle gambe.

Uperbhqi thn escatan skiaran skian tou gnwsewV ; le vie ora sono schiuse, tutte. Preparati alla definitiva acquisizione del tuo destino.”

Accompagnato dalle parole di Saga, Shun scavalcò i rovi giacenti ai suoi piedi e vide la polla, al centro del mistico cerchio di alberi, disposti in perfetta circonferenza intorno alla radura.

Shun percepì immediatamente la sacralità di quel luogo al di fuori del tempo… quel luogo che solo in lui esisteva.

“Il mondo all’interno di te stesso… vita e speranza, sole lucente della tua anima…”

In risposta alle parole di Saga, Shun assaporò i tiepidi raggi dell’astro dorato che illuminava il prato e faceva rilucere la superficie della piccola fonte come tanti cristalli preziosi.

Alcuni uccellini si rincorsero cinguettando tra i rami.

“Ma l’ombra accompagna sempre la luce e, in ciascuno di noi, essa è in agguato, rischia di prevalere, scacciando dal cuore ogni barlume di vita, di gioia… e di amore…”

La tristezza sempre presente nella voce di Saga si trasformò in palpabile angoscia, tanto che richiamò lacrime amare agli occhi del cavaliere di Andromeda.

Saga non parlava solo di Shun ma anche di se stesso, e Shun non piangeva solo per Saga ma anche per se stesso, perché ormai sapeva come, in qualche modo, essi fossero simili, come i loro destini fossero complementari… luce e ombra, vita e morte, bianco e nero… purezza e corruzione.

La luce del sole sembrò, per un istante, abbandonare quel luogo.

In quell’attimo solo tenebre si estesero intorno a Shun, i rami rigogliosi e vivi che proteggevano l’amena radura, divennero secchi scheletri che tendevano le braccia informi verso di lui.

Shun sussultò, portandosi le mani agli occhi; quando le tolse e schiuse nuovamente le palpebre, tutto era tornato alla normalità.

Smarrito, cercò lo sguardo di Saga, come se desiderasse un sostegno; l’uomo lo guardava, pieno di comprensione, ma c’era solo tanta impotenza in quello sguardo.

Scosse il capo:

“Non posso fare nulla per te…”

Shun chiuse malinconicamente gli occhi e assentì:

“Come nessuno ha potuto fare nulla per te..”

Erhmia etaira anqrwpwn en toiV escatoiV esti .”

Si fissarono per un lungo istante e un fremito di terribile comprensione attraversò lo spirito di Shun nel momento in cui riuscì a scorgere, come attraverso un trasparente specchio, il tormento, la lacerazione straziante dell’anima di Saga…

E quello strazio era anche il suo, gli apparteneva e stava per rivelarsi, completo e terribile, al suo cuore.

Saga gli fece cenno di seguirlo e lo condusse al centro della radura, indicandogli la polla.

“Attraverso lo specchio rifletti te stesso, non il tuo viso ma la tua anima…”

Il ragazzino, meccanicamente, si inginocchiò, solenne, come se stesse prendendo parte a un rituale: si sentiva molto vicino a quella sensazione estatica in cui cadevano i ragazzini dell’antichità adibiti ad essere i portatori della voce divina… ebbe un brivido… lo sentiva, tutte queste sensazioni avevano un loro senso logico, tutta la situazione stava acquistando significato in lui.

“Quello che deve accadere è riposto in te, il tuo stesso destino condurrà il mondo alla fine… o a un nuovo inizio?”

La voce di Saga era monotona e cantilenante, come lo sarebbe stata quella dell’officiante di una cerimonia sacra.

Il viso di Shun si chinò, con calma, fin quasi a sfiorare i cristalli puri della pozza lucente; era così liscia, limpida e immobile la superficie, che lo specchio di maggior prestigio non si sarebbe rivelato più veritiero nel restituire il riflesso.

Il ragazzino scorse perfettamente i propri lineamenti delicati; i capelli castani, sciolti e liberi, gli accarezzavano le guance candide e sfioravano l’acqua, increspandola leggermente ma senza distruggere la perfezione dell’immagine che, come portatrice di una propria, individuale esistenza, lo fissava con un’espressione non del tutto riconosciuta dall’alter ego affacciato ai bordi della fonte.

“Sono io? O è un completo estraneo colui che mi guarda con quegli occhi… i miei occhi? Sì… ma allo stesso tempo, non è proprio così.”

Forse, fino a poco tempo prima, quella sensazione di vedere in se stesso un completo estraneo, lo avrebbe terrorizzato; invece, con profondo stupore, rimase quasi indifferente alla cosa.

“Lo sapevo in fondo… sapevo… cosa aspettarmi…”

Non era neanche sicuro del significato dei propri pensieri, che si rincorrevano, veloci e inafferrabili nella sua mente, prendendo vita e scomparendo prima che lui potesse comprenderli con chiarezza.

Essi arrivavano, dal profondo della sua anima, li esprimeva e, un attimo dopo, si chiedeva che senso avesse tutto questo.

“E’… come un dialogo” pensò “Due persone che si dividono in me… due persone… e io sono… entrambi…”

Si ritrovò ad osservare i suoi propri occhi, senza riuscire a penetrare l’insondabile mistero che in essi leggeva.

“Eppure… questo mistero vive in me…”

Era troppo razionale… questo lo spaventava… il non riconoscere se stesso, la propria essenza.

Ma quale essenza?

“Cosa c’è realmente dentro di me?”

Il cuore… ancora… gli faceva male di nuovo.

Soffocò a stento l’esclamazione di dolore.

“E’ come… se qualcosa volesse uscire, ricordarmi la sua presenza, ad ogni istante… come se volesse dirmi che è più forte…”

No… non era più forte.

“Sono io il più forte… sarò io… a vincere…”

La fitta improvvisa l’aveva fatto piegare maggiormente in avanti; i capelli si erano inzuppati d’acqua sulle punte, quel movimento aveva deformato l’immagine riflessa, spezzettandola in tanti frammenti luminosi che lampeggiavano ai bagliori del sole.

Mentre si rialzava, sentì qualcosa scivolare lungo il collo, la corda alla quale era legato il ciondolo, quel ricordo di sua madre… così gli aveva detto Ikki-Niisan… il ciondolo a forma di stella con quella scritta nel mezzo… le parole, suggello di una promessa: yours ever…quale promessa? Promessa… a chi?

Ricordò Camus, i messaggi lasciati dalle pietre bianche e nere sul mistico tamburo suonato dal gold saint di Aquarius… Le medesime parole per ricordargli che… lui apparteneva a qualcuno?

Il medaglione sfuggì oltre il colletto del pigiama, penzolò liberamente sulla superficie della fonte; il riflesso di quell’oggetto inanimato brillò, prese vita, stella terribile con il suo implacabile messaggio, abbagliante… YOURS EVER…

Fu l’ultima cosa che Shun vide, in un’ondata di luce che gli ferì ferocemente gli occhi, quella scritta recante in sé un destino al quale lui non poteva sfuggire.

Si portò l’avambraccio al volto, con un grido di dolore, di paura… insieme a quella scritta che gli penetrò l’anima, la realtà crudele lo avvolse come un sudario di morte, la realtà alla quale passo passo si era avvicinato, sempre più chiara e forte, ora doveva farla sua del tutto, ora più nulla gli impediva di capire, di sapere… di conoscersi.

Rimase con gli occhi stretti e chiusi; temeva di essere rimasto cieco per sempre, che quella scritta, quelle due semplici, orribili parole, sarebbero state l’ultima cosa che gli fosse mai stato concesso di vedere… l’unica cosa che doveva vedere e comprendere, come se per quello fosse nato, come se solo per quel brevissimo istante fosse vissuto.

“E da questo momento… più nulla conta… il mio ultimo scopo, il mio ultimo frammento di vita… per salvarli… i miei fratelli… la mia dea… il mio mondo…”

Perché non si decideva a riaprire gli occhi? Cosa sarebbe accaduto una volta che l’avesse fatto? Cosa avrebbe visto?

Avrebbe ricevuto l’ultima risposta, la definitiva, la più terribile e per nulla al mondo avrebbe più potuto fuggire alle catene atroci del suo destino di sacrificale agnello sull’altare di una cerimonia fatale e oscura, quell’altare che sarebbe stata la terra, l’intero universo.

“Farò tornare la luce sul mondo che amo, solo su di me caleranno le tenebre eterne…”

Ormai lo sapeva; eppure perché non apriva gli occhi?

“Ho paura…” sussurrò con la sua voce tremante che si disperse in un alito di vento.

Paura, terrore… come poteva essere altrimenti?

Non era altro che un ragazzino in fondo, un adolescente troppo buono per poter sopportare la propria vita disseminata di battaglie e di morte, un tenero tredicenne che mai si era sentito così solo come in quel momento, in cui si trovava costretto a prendere una decisione tanto più grande di lui, in cui doveva stringere un patto di fronte a qualcosa di immenso, forse l’attimo più decisivo della sua breve esistenza… si sentiva piccolo, terrorizzato e impotente.

“L’attimo più decisivo… l’ultimo istante in cui io sarò veramente io…”

Annullarsi… questo gli si chiedeva, questo era lo scopo della sua nascita? Per questo aveva vissuto fino ad allora?

E questo era l’unico modo per essere davvero utile alla dea, ai fratelli, alla vita?

“Sei forte… neanche tu sai quanto, dolce Andromeda… riuscirai laddove io ho fallito, dominerai il demone come io non sono riuscito a fare…”

Lacrime copiose uscirono dagli occhi ancora chiusi di Shun; non riusciva a credere a quelle parole… Lui, forte?

“Io, forte, Saga? Io, il più inutile tra i sacri guerrieri, io, sempre bisognoso di un sostegno?”

“Sì, Shun.. tu… come puoi compiere l’estremo passo se conosci così male te stesso?”

Percepì il corpo di Saga che si accucciava dietro di lui, sentì la forte pressione delle sue mani sulle spalle.

Le parole del gold saint di Gemini furono come un tonico; comprese… lo aveva già pensato prima… aveva già pensato di possedere quella forza di cui Saga parlava.

“La momentanea sfiducia che ti ha assalito, ad altro non è dovuta se non alla paura del tutto legittima che ha invaso il tuo cuore. Non hai scelta… in un modo o nell’altro, lui ti avrà; sta a te riuscire a volgere il tutto in positivo.”

“Non ho scampo…”

Shun sorrise; perché questa consapevolezza rendeva tutto molto più semplice?

L’unica scelta possibile era combattere, per proteggere tutto ciò che amava… l’unica speranza era… sconfiggere lui…

Le mani di Saga si allontanarono, sentendolo finalmente saldo; ora doveva lasciarlo solo, non poteva fare altrimenti:

“Adesso apri gli occhi… e guarda; sei finalmente pronto. Più nulla ti si deve spiegare, devi solo vedere colui che fin’ora ha dormito, attendendo questo istante.”

Shun trasse un profondo respiro, riabbassò il capo verso lo specchio, aprì lentamente gli occhi.

Non poté trattenere un singhiozzo… bello, spaventoso e terribile il viso che si riflesse nel suo, un sorriso selvaggio di trionfo che significava:

“Sei mio… per sempre mio…”

Non ci fu bisogno di parole; in un certo senso, Shun non fu stupito di ciò che vide. A cosa era servito quell’onirico viaggio nella sua coscienza, cosa avevano voluto ottenere gli arcani messaggeri che fino a lì lo avevano accompagnato, se non prepararlo a quell’istante?

Le labbra dell’altro se stesso si mossero; nessun suono sfuggì ad esse ma le parole espresse risuonarono, come campane funebri, nell’anima di Shun:

“Ti attendo, nella mia dimora, dove giungerai per mantenere la tua promessa.”

Nella mente di Shun, presero vita ricordi di un passato che neanche sapeva di avere attraversato, immagini di un bimbo di cinque anni che teneva tra le braccia il fratellino più piccolo, di un incontro inaspettato, una bambina… Shun sgranò gli occhi in tutta la loro ampiezza… la donna dai capelli neri… l’imperatrice rovesciata… messaggera dell’ineluttabile destino… da dove quel ricordo era venuto alla luce? Da quale recesso segreto del suo spirito?

“Come posso ricordare? Ero così piccolo…”

Ebbe un impeto di ribellione che esplose dentro di lui come il rombo di un tuono giunto a sconvolgere improvvisamente una pacifica e silenziosa vallata.

“Quale promessa?” Avrebbe voluto urlare “Nessuno mi ha chiesto nulla, nessuno mi ha dato la possibilità di scegliere! Ero un bambino in fasce, come potevo capire, allora, cosa mi stava accadendo?”

Fu un attimo; l’istante dopo si era già calmato, riflettendo sulla possibilità che tutto questo gli dava.

“Sì; è giusto che sia capitato a me… come potrei augurarlo a qualcun altro? E’ giusto… perché io so cosa fare… io vincerò…”

Ritrasse il viso; non osò più rivolgere gli occhi alla polla e, in fin dei conti, non c’era più niente da guardare.

Rimase in ginocchio, voltandosi per incontrare il volto di Saga, ancora accovacciato accanto a lui, rigato di lacrime…

“Saga…” sussurrò, credendo di soccombere a quella tristezza infinita.

I profondi occhi tristi lo guardarono; il cavaliere di Gemini sollevò le braccia, gli prese il volto tra le mani e, posando la fronte sulla sua, esplose in singhiozzi incontrollati.

Shun lo avvolse in un abbraccio, stupendosi della propria forza, del proprio coraggio nel recare conforto, lui che, ormai, non avrebbe più potuto appoggiarsi a nessuno, fino alla fine.

“Va tutto bene Saga… ho capito… non temere, sarò forte…”

I singhiozzi diminuirono, fino a cessare del tutto; Saga sollevò nuovamente lo sguardo:

“Riuscirò ad esserlo io?”

Shun sbatté le palpebre:

“Tu? Mi hai guidato alle risposte di cui avevo bisogno… ora, non c’è più nulla che tu debba fare. Puoi riposare serenamente.”

L’uomo scosse mestamente il capo:

“Un’ulteriore prova mi è richiesta… e non a me solo…”

Un altro mistero, un altro enigma… quante forze erano dunque destinate ad essere coinvolte in questa nuova lotta, quali tragedie si preparavano?

Scorgendo la confusione sul viso del giovane guerriero, Saga sorrise tristemente:

“Non chiederti nulla; sei giunto alla fine del tuo percorso. Il peso più insopportabile sarà il tuo e non ho alcun diritto di cercare il tuo conforto. Quello che dovevi trovare, hai trovato… tu dovrai portare il tuo fardello, tu solo e io solo dovrò portare il mio.”

“Saga… io…”

Il santo dei Gemelli gli prese entrambe le mani tra le sue e lo fece alzare; si trovarono faccia a faccia, in piedi, uno di fronte all’altro:

“Come hai detto tu, il mio compito è finito. Puoi tornare ora, torna da chi ami e godi il poco tempo che ti rimane al loro fianco.”

Shun annuì; quelle parole non lo spaventarono come sarebbe avvenuto solo poche ore prima, semplicemente gli riempirono il cuore di tristezza e di una strana nostalgia, dovuta a qualcosa che ancora non era accaduta ma che era in procinto di accadere:

“Vivrò per loro e per loro mi offrirò a lui…”

Le mani di Saga lo lasciarono, mentre una nebbia dolce e leggera lo avvolse. Shun si sentì trascinare lontano, a casa, dai suoi fratelli, dalla sua dea, accompagnato dalle ultime parole di quell’uomo triste e solo, destinato alla sofferenza eterna:

“Ascolta la forza e l’immenso coraggio che albergano in te, prode Andromeda. Il tuo nobile cuore ti sosterrà, non abbandonarti alla disperazione. La vittoria è racchiusa nel tuo animo puro…”

Quella voce dolce si spense pian piano, per lasciare il posto ad un’altra, la voce della fatalità, saliva dal suo “io” più intimo e segreto, la sua stessa voce colma di accettazione mista a terrore che ripeteva, in un mantra impregnato d’angoscia:

“Yours ever, yours ever, yours ever…”

 

 

 

 

Le prime luci del sole davano il buongiorno agli abitanti di Villa Kido, mattinieri e pronti a dedicarsi alle loro attività quotidiane.

Hyoga di Cygnus aprì la porta del soggiorno, sbadigliando, ancora incapace di scacciare del tutto le ombre del sonno appena abbandonato.

La stanza, impreziosita dai colori pastello di un’alba gentile, ospitava, per il momento, una sola persona la quale, sentendo la porta aprirsi, si voltò e salutò il nuovo venuto con un amabile sorriso:

“Buongiorno Hyoga, dormito bene?”

Hyoga ricambiò quello sguardo d’amico notando, al di là del sorriso, la malinconia che gli occhi di smeraldo facevano del loro meglio per dissimulare.

Il santo del Cigno finse di non accorgersene: Shun era spesso malinconico, triste, perché a lui, più che a tutti, era gravoso il destino di guerriero al quale non poteva sfuggire.

Hyoga non voleva fargli pesare la cosa, tutto quello che poteva fare per aiutarlo era cercare di tenerlo su di morale più che poteva e di fargli sentire il proprio affetto: la comunione cosmica con i fratelli era la medicina migliore.

“Ciao Shun; sei il primo come al solito a saltare giù dal letto al mattino eh?”

Il ragazzino si strinse nelle spalle:

“E’ che adoro i primi istanti del giorno… adoro veder sorgere il sole… ne sento un tale bisogno, come se ogni alba fosse l’ultima che mi sia concesso vedere.”

Un nodo di commozione serrò la gola di Hyoga: perché il suo fratellino parlava così?

Shun guardava fuori, lo sguardo incantato e perso sul sole che permetteva al nuovo giorno di nascere in tutto il suo splendore, accarezzando coi raggi i prati e gli alberi del parco, punteggiando tutto il panorama di brillanti chiazze dorate.

Anche il viso di Shun era impreziosito da quel magico tocco, la pelle candida si accendeva di una luce arcana accogliendo su di se la carezza gentile dell’astro.

Riprese a parlare, come a se stesso, quasi dimentico di non essere solo nella stanza:

“E se un giorno questo spettacolo non potesse più svolgersi di fronte ai nostri occhi? Se un giorno il sole non potesse più nascere, se ogni traccia di vita fosse all’improvviso cancellata dalla tenebra eterna? Come si può anche solo concepire una cosa così terrorizzante?”

“Shun…” cercò di richiamarlo Hyoga, il quale cominciava a preoccuparsi per quell’atteggiamento.

Il ragazzino sgranò gli occhi e si riscosse, fissandolo, dapprima leggermente smarrito ma si riprese subito; sorrise nuovamente:

“Scusami, non farci caso, mi sono lasciato trascinare un po’ troppo dalla mia solita fantasia malata.”

Quindi si diresse verso l’uscita, rivolgendogli un apparentemente gaio saluto:

“Vado a fare una corsetta Hyoga; torno per colazione.”

Scomparve oltre la porta, lasciando uno Hyoga perplesso a porsi innumerevoli domande alle quali non sapeva rispondere; lui era, forse, tra i bronze saint, quello che maggiormente comprendeva Shun e la cosa era reciproca. Eppure, a volte, non era facile cogliere del tutto le sfumature complesse e profonde che si agitavano in quella testolina troppo sensibile.

Una cosa appariva chiara al cavaliere del Cigno: Shun era triste, forse più del solito e lui avrebbe fatto qualunque cosa per tirarlo su di morale.

Pensò di fargli un regalo, anche se probabilmente non era granchè; Andromeda si era molto interessato al racconto che lui gli aveva fatto su un bellissimo libro di un autore russo, tanto che Hyoga aveva pensato di prestarglielo, perché potesse leggerlo.

Avrebbe fatto di meglio: glielo avrebbe regalato.

Andò nella propria stanza, prese il romanzo e si recò verso la stanza di Shun. Entrò e sorrise nel vedere il perfetto ordine che vi regnava; il letto era già rifatto, come se nessuno vi avesse dormito, libri e oggetti vari allineati sugli scaffali.

Andò verso il comodino accanto al letto e vi posò il ibro, sperando che per Shun sarebbe stata una piacevole sorpresa trovarlo lì.

Uno sbuffo di vento agitò le tende e fece cadere, chissà da dove, un foglietto di carta che veleggiò leggermente fino a terra.

Hyoga si chinò per raccoglierlo… una poesia.

La tentazione di leggerla fu troppo forte; scorse le righe, sgranò gli occhi; non comprendeva il senso di quelle parole ma un terrorizzante gelo lo avvolse.

La voce di Shun recitava quelle poche righe, attraverso lo sguardo di Hyoga che correva sul foglio:

 

 

Vago tra la nebbia di una notte senza stelle,

scorgo il blu profondo di occhi riflessi nei miei,

che sono i miei, oscuri, ardono dentro di me,

si specchia in essi il destino che non posso negare…

Nella sua voce la mia, che non sa più gridare,

dolce, terribile, suadente e spaventoso il richiamo

di un oblio senza nome…

Mi perdo nel sogno di eterna pace.

Il mio cuore è ancora con voi, fratelli,

accettate il mio ultimo gesto d’amore,

accettate che la mia vita si spenga in lui,

si spenga per voi.

A lui il mio sacrificio, a voi mio ultimo dono,

per una nuova speranza,

perché il sole sorga di nuovo.

 

 

 

NOTE : Ecco qui di seguito le traduzioni dei pezzi presentati nella fanfic.

I primi due pezzi di Deathmask sono citazioni del poeta latino Orazio.

 

La divinazione di Deathmask:

 

Tu ne quaesieris (scire nefas), quem mihi, quem tibi

Finem di dederint, Andromeda, nec Babylonios

Temptaris numeros.

 

"Non domandarti (non è lecito saperlo)
quale fine a me, quale a te abbiano
riservato gli dei, o Andromeda, e non
tentare i calcoli babilonesi"

 

Permitte divis cetera, qui simul

Stravere ventos aequore fervido

Deproeliantis, nec cupressi

Nec veteres agitantur orni.

 

"Lascia le altre occuèpazioni agli dei
che contemporaneamente acquitarono i venti,
che combattevano sul mare in tempesta, lasciando muti anche i cipressi e i
frassini"

 

sit tibi terra levis= che la terra ti sia leggera

 

Cancer Deathmask,

Homo impius et crudelis fuisti

Tamen sit tibi terra levis.

 

"Deathmask di Cancer
Sei stato crudele e empio
tuttavia che la terra ti sia leggera"

 

 

La divinazione di Shura:

 

“¿Tienes miedo?”  

Hai paura?

 

“¡Quièn eres tù!”  

Chi sei tu!

 

“No existe seguridad en esta vida …”

Non esiste sicurezza in questa vita …

 

La divinazione di Camus:

 

“Bienvenu Shun …c’est Nemeton …” 

Benvenuto Shun … questo è Nemeton …

 

“Non!” “C’est pas possibile …” 

 No!  Non è possibile …

 

La divinazione di Saga:

 

EtuceV .. tou twn ennoiwn soi skopou.” 

Sei giunto... alla meta dei tuoi pensieri”

 

Apwson thn escatan skiaran skian tou gnwseuV”  

“L’ultima oscura ombra della conoscenza”

 

Uperbhqi thn escatan skiaran skian tou gnwsewV

“Oltrepassa il varco aperto nella tua coscienza”

 

Erhmia etaira anqrwpwn en toiV escatoiV esti .”

“La solitudine è nostra compagna nel momento estremo”