Il cuore di rubino
Capitolo 5 : Tormentate esistenze alla vigilia di una
guerra
“Dovevamo aspettarci che almeno un gruppetto di gold saint sarebbe intervenuto a fianco di Athena” affermò Lilian, dopo aver ricevuto, tramite la voce di Tyara, le novità dallo schieramento nemico “Era logico, l’avevo previsto ma hai fatto un buon lavoro e hai fatto bene a riferirlo, hai confermato le mie aspettative. Credevo anzi che sarebbero intervenuti tutti ma non lasceranno mai il Santuario incustodito, non immaginano che, per una volta, quel luogo sperduto in un angolo dimenticato di Grecia, non interessa affatto agli dei.”
Tyara si strinse nelle spalle:
“Lasciamoglielo credere; in fin dei conti, una volta tolti di mezzo Athena e i suoi inseparabili cuccioli, ogni angolino sperduto, Santuario compreso, scomparirà nel nulla insieme ad ogni forma di vita esistente su questo lurido pianeta.”
Accompagnò le ultime parole con una risata feroce che fece accapponare la pelle ai compagni radunati lì intorno.
“Non dimenticare il nostro scopo” lo redarguì Lilian “Mettere alla prova… non godere della distruzione. Ma sembra che tu pregusti con gioia il momento in cui sulla terra, tutto verrà raso al suolo.”
L’altro aggrottò le sopracciglia e lo scrutò con una rabbia che non provò minimamente a nascondere:
“Non fare il santarellino, non riuscirai mai a farmi credere che tu speri di venire sconfitto.”
Gli rispose, da parte del compagno biondo, un sorriso condiscendente e al tempo stesso furbesco, un sorriso che si riflesse in quello esattamente speculare dell’altro.
Per qualche istante un silenzio assoluto scese sul gruppo radunato nella più ampia delle grotte che i guerrieri planetari avevano assunto come quartier generale, quindi Lilian girò su se stesso, facendo danzare intorno a sé la lunga chioma d’oro e il mantello giallo pallido che indossava sulla sgargiante tunica; essa, in apparenza forgiata dello stesso oro dei capelli, con essi sembrava risplendere sfidando l’oscurità delle pareti di roccia.
Cominciando a camminare e senza guardare in faccia nessuno, il guerriero levò la propria voce profonda, in modo che tutti la potessero udire, lasciandola echeggiare in un rincorrersi di eco spettrali:
“Prepariamoci ad accogliere i nostri ospiti, chi non prenderà parte alle iniziali battaglie, attenda pazientemente il proprio turno, nel caso in cui i santi di Athena riescano a superare il primo sbarramento!”
Si fermò, il suo sguardo vagò in una direzione ben precisa, fino a fissarsi su un punto in cui l’oscurità era impenetrabile:
“Anche tu sei a conoscenza di quale sia il tuo compito, Maryanok; non ti resta che aspettare… e tessere le tue imboscate.”
Un movimento appena percettibile rese per un istante palese la presenza di qualcuno in quell’abisso di oscurità, ma fu un lampo e tutto tornò perfettamente immoto.
Un sospiro si levò dal petto di Shun, appesantito dai tormenti che si affastellavano gli uni sugli altri senza risoluzione: Heather, la Terra in pericolo, nuove battaglie, nuova violenza ricevuta e perpetrata, il terrore di perdere coloro che amava.
Neanche quando una mano possente si posò, rassicurante, sulla sua spalla il suo atteggiamento cambiò, nemmeno allora, contrariamente al solito quando questo contatto avveniva, riuscì a sentirsi più leggero. Si limitò a schiudere le labbra e ad esalare attraverso esse un soffio lieve, appena udibile, che si perse oltre la finestra aperta, nella brezza notturna che accarezzava gentilmente le chiome degli alberi, silenziosi e millenari abitanti del parco di Villa Kido:
“Non finirà… non finirà mai…”
La mano lo lasciò ma, subito dopo, un braccio lo circondò, tirandolo indietro, finché la sua schiena aderì a un petto ampio e forte, caldo nel suo desiderio di fornire conforto. Il santo di Andromeda si abbandonò completamente, tanto che sarebbe caduto se quella salda figura non avesse accolto il cedimento delle membra scosse da tremiti incontrollati.
“Non ho più motivo né voglia di fingere una sicurezza che non provo” dopo il braccio, giunse la voce profonda, carezzevole, ad avvolgerlo “Ho paura anch’io Otooto-kun ma…” a quel punto la presenza benevola afferrò con maggior decisione il corpo del giovane disperato e lo costrinse a voltarsi, in modo che gli occhi di due fratelli in perfetta simbiosi potessero specchiarsi gli uni negli altri; quindi due dita si posarono sotto il mento di Shun, per invitare il suo sguardo a sollevarsi fino all’altezza del nuovo venuto “Questa volta io sarò insieme a voi fin dall’inizio e non ho nessuna intenzione di staccarmi da te. Combatteremo fianco a fianco dal primo istante di lotta.”
Un altro sospiro scosse le membra di Shun, mentre il giovane distoglieva lo sguardo da quello del fratello maggiore, per poi appoggiare il capo sul suo petto:
“Oh, Niisan…”
Non seppe dire altro; il senso di oppressione non l’aveva lasciato, il nodo che gli cingeva strettamente la gola e che mai l’aveva abbandonato nelle ultime ore, non accennava ad allentarsi. Voleva disperatamente credere alle parole del fratello maggiore, gli aveva sempre creduto e sapeva che Ikki-Niisan era sincero; e allora perché quell’orribile negatività, quell’incapacità di aggrapparsi ad una tale promessa?
“Siete pronti, ragazzi? Saori-san ci attende.”
Seiya aveva aperto la porta della stanza di Shun; la richiesta non fu pronunciata con l’enfasi solita del santo di Pegasus, con la sua consueta ansia di entrare in azione. Vi era anzi, in essa, una pacatezza rassegnata e il suo volto non sorrideva, intriso di una cupezza che oscurò l’animo dei due fratelli, già abbondantemente angosciato.
Annuirono e seguirono il compagno attraverso il corridoio lungo il quale, sui due lati, erano disposte le stanze dei ragazzi, scesero le scale, poi proseguirono fino al soggiorno, dove Athena aspettava circondata dagli altri saints e da Tatsumi che, conscio ormai anch’egli della gravità di una situazione in cui lui non aveva molta voce in capitolo, se ne stava in disparte, il volto cupo e le sopracciglia aggrondate.
La giovane donna sorrise all’arrivo dei tre sacri guerrieri che ancora mancavano all’appello, sorrise con la consapevolezza ormai acquisita di guida spirituale, sfidando l’oppressione del proprio cuore, la paura che nonostante tutto non poteva impedirsi di provare, la frustrazione per non essersi resa conto di nulla e per non essere stata in grado di prevenire quel nuovo pericolo a causa del quale tutti loro avrebbero rischiato, nuovamente, la vita.
Shun andò a sedersi su una poltrona, isolandosi un po’ rispetto agli altri; si sentiva più che mai un peso, perché non riusciva a trovare, dentro di sé, un barlume di luce, un briciolo di speranza, un minimo di entusiasmo da condividere con la Dea e i compagni. Ikki mise subito in pratica la promessa di non staccarsi da lui e si mise alle sue spalle, appoggiandosi con gli avambracci al morbido schienale della poltrona.
Seiya si portò accanto a Shiryu e a Mu, al centro della stanza, davanti ad Athena che, dopo pochi istanti, prese la parola:
“Non sono fiera di me sacri guerrieri; ciò che è accaduto mi ha colto alla sprovvista e, per quanto l’intento di questi nemici fosse proprio il tenerci all’oscuro, non per questo mi sento meno colpevole. Non ho scusanti, sono la dea protettrice della Terra e dovrei percepire ogni pericolo che la minaccia…”
Seiya aprì la bocca ma, con un gesto imperioso della mano, la ragazza gli impose il silenzio e proseguì, con il medesimo tono intriso di fermezza:
“Voi partirete immediatamente per il Fuji; io cercherò di scoprire chi siano i burattinai che muovono le fila di questo complotto.”
“E come farai, Athena?” domandò la voce di Hyoga, seduto sul divano con il muso di Lans, accucciato al suo fianco, sulle cosce, mentre Hayate, il pastore tedesco adottato tempo prima da Seiya, scodinzolava ai suoi piedi.
“Non dovrete preoccuparvi di questo, ho le mie strade da intraprendere, ma ancora devo chiarirlo anche a me stessa. Voi pensate a impegnarvi nel vostro compito e io farò del mio meglio per mostrarmi degna di voi.”
“Sarebbe meglio se qualcuno restasse con te” intervenne Mu “potremmo chiamare altri gold saints dal Santuario e…”
Saori scosse il capo, decisa:
“No; non possiamo privare il Santuario di altri difensori. Non vorrei che i nostri nemici approfittassero di una mossa simile per metterci in ulteriore difficoltà. Non preoccupatevi, ragazzi, sono la Dea adesso, non più la ragazzina sciocca che non sapeva difendersi da sola, lasciatemi la possibilità di dimostrare che posso esservi realmente utile.”
Tutti chinarono il capo, rassegnati e perfettamente consapevoli che, quando Athena prendeva le proprie decisioni, i suoi sacri guerrieri dovevano mostrare in lei la piena fiducia e tale ruolo, adesso, glielo concedevano pienamente dopo anni di dubbi, incertezze, paure.
I guerrieri planetari avevano lasciato, uno ad uno, la grotta principale per assumere le proprie postazioni; solo uno si attardava, in piedi, immobile, racchiuso nel suo piccolo guscio corporeo, mesto e a testa bassa.
Ryanna non sapeva che un altro dei suoi compagni si era fermato poco distante, ad attenderlo. Quando Andilian si rese conto che il ragazzino dai bizzarri capelli azzurrini e gli occhi color dell’oceano tardava troppo a raggiungerlo, tornò sui propri passi e si arrestò alle sue spalle, osservando quell’atteggiamento di puro sconforto con la fronte aggrondata, un po’ per rabbia, un po’ per pietà, non solo nei confronti del compagno ma di tutta la loro condizione.
“Che cos’hai?” domandò e il ragazzo, fino a quel momento convinto di essere solo, fece un balzo per la sorpresa, voltandosi con le labbra schiuse e gli occhi sgranati, intrisi di un terrore tale che il cuore di Andilian si strinse.
Neanche dopo averlo riconosciuto la paura nello sguardo e nell’atteggiamento di Ryanna svanì del tutto, segno che essa nasceva da angoli reconditi del suo animo e che ben poco aveva a che vedere con l’immediato; Andilian era consapevole che, tra tutti loro, Ryanna soprattutto aveva sofferto il passaggio da un piano di esistenza all’altro e, meno di ogni altro, comprendeva e faceva proprio lo scopo della loro nuova vita.
“Perché non la smetti?” lo incalzò il ragazzino dai capelli rossi, senza abbandonare il proprio cipiglio che voleva trasmettere una durezza in realtà costruita, ma non provata.
Ryanna abbassò il capo, deglutì, i begli occhi color giada ora ombreggiati dalle lunghe ciglia che tremolavano per un desiderio a stento represso di lasciar fuggire lacrime d’angoscia. Andilian sospirò, sconfitto; ogni tentativo di spronare il compagno verso una durezza che non gli apparteneva e che non riusciva neanche ad acquisire sarebbe stato un fallimento completo, eppure non sapeva in quale altro modo Ryanna avrebbe potuto sopportare ciò che già avevano passato e, soprattutto, ciò che li attendeva.
“Vuoi dirmi a cosa stavi pensando questa volta?”
Ryanna deglutì ancora ma, dopo un attimo di esitazione, si decise a rispondere, timidamente, senza sollevare lo sguardo:
“Forse sono stupido, ma non capisco molte cose…”
“Ad esempio?” Andilian tentò di modulare il proprio tono rendendolo meno pressante e in qualche modo più carezzevole.
“Non ci arrivo… allo scopo di ciò che ci è richiesto… e alla rabbia che provate nei confronti della Terra.”
Il rosso Andilian schiuse un attimo le labbra, in procinto di formulare una risposta d’impulso che però non prese alcuna forma poi, colpito dalla piega che stava prendendo quella conversazione, si strinse nelle spalle e ponderò le proprie parole:
“Io non provo rabbia, semplicemente non mi importa molto… che senso ha elucubrare ancora su qualcosa dopo ciò che ci è accaduto? Se siamo rinati in questo modo, in quel luogo tra la realtà e il nulla, se siamo stati risvegliati in tal modo, forse ci troviamo dove dovevamo trovarci, non ci hai mai pensato? Che senso ha porsi tante domande? Non è più logico e meno faticoso semplicemente accettare e fare ciò che ci è richiesto?”
“La pensi davvero così?”
La voce di Ryanna si era fatta più flebile, prossima al pianto. Andilian comprese che la risposta che l’amico aveva ricevuto non era quella adatta, forse perché Andilian stesso non era stato sincero nell’esporla; in fin dei conti non era capace di mentire, non sapeva essere convincente se nelle proprie affermazioni non credeva davvero.
“Ho risposto per tutti” proseguì, pacato, facendo nuovamente spallucce “Io ritengo che la maggior parte dei nostri compagni abbia risposto a se stesso così come io ho risposto a te, però…”
“Però?”
Ryanna aveva sollevato il viso e gli occhi profondi e tristi erano puntati su quelli del compagno, speranzosi, come se realmente attendessero una spiegazione che potesse convincere il piccolo guerriero ad accettare, senza porsi altre domande che lo distogliessero da ciò che era stato loro imposto.
Un’ennesima scrollata di spalle accompagnò le nuove parole di Andilian, che la fece seguire da un sorriso vivace da monello:
“Mi sembra semplicistica come spiegazione, ecco, sono sincero, mi è un po’ difficile condividerla.”
“E…allora?” mormorò Ryanna.
Andilian ridacchiò:
“Allora preferisco pensare che sia giusto così, che sia giusto quello che ci viene chiesto di fare.”
“Distruggere… la Terra?” sussurrò a fil di labbra l’altro, quasi terrorizzato nell’esternare una cosa simile, sconvolto al pensiero che l’amico nutrisse davvero una tale convinzione.
“No… metterla alla prova!”
Andilian accompagnò la frase con una strizzata d’occhio.
“Ma perché?!”
Il piccolo Ryanna aveva riacquistato una foga data dalla disperazione, dall’ansia di comprendere qualcosa che era troppo distante dal suo modo di pensare.
“Gli esseri umani hanno commesso troppi errori e…”
“Ma non sono tutti negativi e sulla Terra non ci sono solo gli esseri umani e poi quale errore potrebbe giustificare la distruzione di un intero pianeta?!”
Andilian si incupì, il sorriso scomparve dalle sue labbra, le palpebre si strinsero e gli occhi dalle sfumature rossicce lampeggiarono, per un istante, di demoniaco furore:
“Saranno gli esseri umani stessi a portare la Terra alla distruzione di questo passo e gli Dei del tempo, nostri signori, non lo possono permettere; se i terrestri perderanno questa battaglia non sarà altro che un presagio, perché vorrebbe dire che non vi sarà più spazio per la speranza, che la speranza stessa non sarà abbastanza forte per proteggere ancora questo pianeta… e se la speranza è troppo debole, per la Terra non ci sarà futuro, si avvierà lentamente alla distruzione per mano dei suoi abitanti più corrotti. Piuttosto che permettere una fine del genere saranno gli Dei a distruggerla, prima che il putridume si impossessi del globo.”
Le lacrime ormai scorrevano sulle guance rosee di Ryanna; non comprendeva se il discorso di Andilian vertesse ad un auto convincimento personale o se egli credesse realmente che in una simile, drastica soluzione, risiedesse giustizia.
Mettere alla prova la speranza, quindi... questo era il reale intento, appurare se la speranza sarebbe stata in grado di ridare la luce al corrotto animo degli esseri umani e ad impedire la distruzione della Terra. E per stabilirlo, la speranza doveva vincere l’immediata battaglia.
Lo sguardo di Ryanna fuggì di nuovo a quello del compagno e tornò a scrutare un punto misterioso del suolo di roccia:
“Ed i sacrifici richiesti, che in un modo o nell’altro saranno inevitabili, sono accettabili per te?”
Non ottenne subito risposta e, siccome non guardava in faccia l’amico, non poté scorgere il leggero tremito dei lineamenti di Andilian, la seriosità che essi avevano improvvisamente acquisito; percepì unicamente il moto delle sue membra, che si voltarono fino a dargli le spalle e solo allora Ryanna risollevò il capo, per osservare l’amico che compiva i primi passi, allontanandosi da lui. Prima di scomparire nell’oscurità, Andilian si fermò, il tempo sufficiente a pronunciare le ultime parole:
“Il mio pensiero non è arrivato tanto lontano… non pretendere troppo… non intendo tormentarmi più del necessario e non intendo spingere oltre i miei ragionamenti…”
“Da quel che dici, però, sarebbe auspicabile che i terrestri vincessero, questo significherebbe confidare nella giustizia ma… in questo caso… significherebbe anche sperare che noi veniamo sconfitti… e come posso conciliare le due cose? Come posso sperare che tu, che gli altri, moriate e al tempo stesso pregare affinché la Terra si dimostri degna di vivere?”
Andilian si voltò di scatto, puntandogli addosso i propri occhi di fuoco:
“Fermati, Ryanna, te l’ho detto. Questo per me significa andare troppo oltre, non voglio essere come te, non voglio tormentarmi a tal punto; è inutile, lo capisci? Non serve a te, non serve a me, ai nostri compagni e non serve nemmeno alla Terra!”
L’altro represse un singhiozzo, non riuscì a replicare in alcun modo e, dopo che Andilian ebbe atteso invano una qualche reazione diversa dalle lacrime che sgorgavano più copiose che mai, si girò ancora, lasciando Ryanna a contemplare la sua schiena che presto svanì tra le ombre di pietra.
Egli rimase in piedi, immobile, le braccia abbandonate lungo i fianchi e i pugni stretti, le spalle scosse dai singhiozzi, ignaro che, dietro di lui, nascosto dietro una colossale stalagmite e ancor più celato dal buio, una figura fremente di rabbia si tratteneva a stento dallo spiccare un balzo e afferrare la tenera gola del ragazzino sensibile.
“Maledetta, piagnucolosa pulce sdolcinata” pensava Tyara tra sé, mentre un suo pugno si sollevava, reso convulso dal desiderio di usare violenza contro chi a tal punto stimolava un incontrollabile sentimento di odio “Gli esseri inutili come te dovrebbero essere i primi a scomparire da questo lurido pianeta!”
In una scia di luce, i sacri guerrieri diretti al Fuji scomparvero, lasciando la loro Dea a contemplare, per qualche penoso istante, il punto in cui, fino a poco tempo prima, i suoi santi erano raccolti intorno a lei.
Represse un sospiro e non lasciò che l’ansia si impossessasse del suo cuore tanto da indugiare oltre nello scopo che si era preposta. Cominciò a camminare, ma non tornò all’interno del palazzo, si diresse verso il folto degli alberi, sfidando la notte dalla quale, lo sapeva, non aveva nulla da temere. Aveva con sé il proprio scettro, con il simbolo di Nike alla sommità, si era avvolta nella veste candida che la metteva in contatto, direttamente, con quel mondo mitico cui la sua natura divina apparteneva; ascoltò il rumore dei passi fruscianti sull’erba umida di rugiada, lasciandosi accompagnare dal canto dei grilli nascosti tra le fronde e si fermò solo quando giunse ad un punto ben preciso dell’immenso parco, una radura al centro della quale spiccava una costruzione dalle forme tondeggianti, di impianto futuristico, il cui biancore rifletteva la luce degli astri e della luna.
Lanciò uno sguardo verso l’alto, alle stelle che ammiccavano il proprio consenso e infusero in lei la determinazione necessaria per procedere con il proprio piano, quindi aprì la porta del planetario di Villa Kido e varcò decisa la soglia.
La volta dell’universo con i suoi corpi celesti era lì, ad attenderla, perfetto specchio dell’universo esterno; si portò al centro, ma non andò a sedersi sulla solita poltrona, preferì restare in piedi, per favorire la comunicazione con il tutto cosmico che la circondava. Si lasciò andare ad un sorriso di nostalgia perché in quel luogo si era trovata spesso con il nonno, da bambina inconsapevole del proprio destino e sempre in quel luogo, con lo spirito del nonno aveva intessuto dialoghi dopo la sua morte. Lì veniva a chiedere a lui consigli nei momenti in cui, ragazzina ancora incerta che non comprendeva appieno cosa albergasse in lei, si sentiva smarrita, in balia di un ruolo che la terrorizzava, a metà strada tra l’identità umana e quella divina, all’epoca terribilmente in conflitto.
Sorrise, poi tornò seria e si asciugò una lacrima; da tempo non veniva a chiedere aiuto al nonno e un po’ si sentiva in colpa, come se l’avesse dimenticato, ma non era così.
“Era giunto il momento che cominciassi a camminare unicamente con le mie gambe” disse tra sé, ma al tempo stesso parlando a quel nonno che, ne era certa, la stava ascoltando “Come avrei potuto fare da guida ai miei saints se io stessa non sapevo guidarmi da sola? E a un certo punto ho pensato che, se avessi continuato a venire qui, ad implorare il tuo appoggio, non ce l’avrei mai fatta a… ad essere veramente Athena.”
Un leggero tremolio dell’aria intorno a lei e lo vide, solo per un attimo, il vecchio con la sua barba bianca che le sorrideva, annuendo orgoglioso; il cuore di Saori si alleggerì, quello di Athena si sentì più forte, in qualche modo onnipotente.
Poi tutto tornò immobile, ma il calore che era sceso nell’animo della ragazza non diminuì, raccolse per qualche istante le braccia sul petto, come a stringere a sé quel calore, per non farne sfuggire neanche un alito, quindi lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi e, riconfortata, colma di speranza, si erse in tutta la sua altezza, sollevò gli occhi verso la cupola stellata e li chiuse, fondendo nel suo animo gli astri fittizi con quelli reali che la avvolsero gentilmente nel loro involucro protettivo.
Il cosmo di Dea reagì spontaneo a contatto con il cosmo dell’universo e, attraverso le vie dello spirito, percorse le dimensioni spaziali; la barriera mentale che il nemico aveva eretto non funzionava in quel luogo o forse il cosmo di Athena era troppo forte per essere in tal modo trattenuto?
Giunse così nelle zone della Grecia più selvaggia e, vagando tra rocce e brulle distese, si schiuse dinanzi a lei la monumentale zona del Grande Tempio, il monte cinto dalle Dodici Case dello zodiaco, all’estremità del quale si ergeva il Santuario, con la statua che rappresentava l’Athena del mito e, accanto, l’altro monte, la Star Hill; ai loro piedi un brulicare di esistenze segrete, un intero apparato architettonico tramandato da un passato lontano, un luogo che avrebbe fatto sognare qualunque archeologo, ma che nessuno, senza autorizzazione, sarebbe stato in grado di trovare.
La ragazza focalizzò la propria attenzione sulla costruzione in cima al colle delle Dodici Case, sulla tredicesima di quelle case, l’edificio che era la sua stessa dimora e nel quale adesso risiedeva, a nome suo, il Gran Sacerdote. Si concentrò, raggiunse la sala del trono: egli era lì, passeggiava, inquieto, le mani intrecciate dietro la schiena, il volto basso, bellissimo nella sua giovinezza ritrovata dopo la rinascita, lineamenti che rivelavano l’appartenenza alla medesima stirpe di Mu, per quanto più adulti e forti nell’insieme.
La sua irrequietezza indicava che la situazione bizzarra in cui la Terra versava lo preoccupava, anche lui temeva questa nuova minaccia, anche lui soffriva perché la pace era messa per l’ennesima volta in discussione.
“Sion… Sommo Sion… mio sacerdote, puoi sentirmi?”
Lo vide sussultare e, l’istante successivo, percepì chiaramente l’innalzarsi di quel cosmo amico, avvolgente, percepì il contatto che esso stabilì, ben saldo, con il suo:
“Sono qui mia signora… mia dea… sono felice di sapere che stai bene.”
“Ti ringrazio, Sion, sì sto bene, ma ho bisogno del tuo aiuto; la barriera che isola il Giappone non è così resistente da impedire il nostro contatto, ma temo che non potrei attraversare fisicamente le dimensioni, da sola. Mi occorre l’appoggio cosmico di uno dei miei più potenti guerrieri, per potermi teletrasportare fino a lì.”
“Sono pronto per fare tutto quello che posso, Athena.”
L’intensità cosmica si elevò, fino a superare i confini tra una dimensione e l’altra; nel medesimo istante, Athena e Sion sollevarono una mano, la destra, le strade dimensionali si avvolsero intorno a loro, in un mistico vortice spirituale. Per un momento sembrò a entrambi di toccare la liscia superficie di uno specchio, collocato tra le loro mani aperte; forzarono quella superficie in un unico, fluido movimento ed essa divenne cedevole, perse consistenza, trasmettendo dapprima, alla pelle, un senso di liquida morbidezza, per poi scomparire del tutto, finché le loro dita si intrecciarono saldamente.
Quando la giovane riaprì gli occhi, non era più nel planetario, in Giappone, ma nella sala del trono al Santuario; sorrise grata a Sion il quale, in piedi davanti a lei, la osservava, colpito: era la prima volta che tentava una cosa del genere. Athena lasciò la sua mano ed emise un profondo sospiro: era stanca, ma non poteva permettersi di indugiare a lungo.
“Ti ringrazio, Sion” mormorò gentilmente, a capo chino, in un atteggiamento di generosa umiltà ma, subito dopo, risollevò il viso e guardò ferma davanti a sé “E adesso, non mi resta che raggiungere la vetta della Star Hill.”
“Non vuoi prima riposarti un poco?”
“Non c’è tempo e comunque sto bene; se dovessi crollare per una cosa del genere, non sarei degna neanche adesso… di chiamarmi Athena.”
Sion sorrise e chinò a propria volta il capo:
“Mi permetti di accompagnarti almeno? Non credo tu debba andare da sola.”
“Andrò da sola, invece; ciò cui dovrò prendere parte è una faccenda tra dei e non so quali effetti potrebbe provocare una presenza scevra da connotati divini. Il tuo posto è qui, a guardia del Santuario, tu e gli altri gold saints dovrete vegliare sul Grande Tempio e tenere ogni senso all’erta, perché non conosciamo le vere intenzioni di questi nemici.”
“Fate ancora un po’ fatica a starci dietro eh, pivellini?!”
Death Mask rideva sguaiatamente, lanciando occhiate sprezzanti ai bronze saint che seguivano i gold a poca distanza ma con il fiato corto.
“Senti crostaceo!”
Seiya sollevò un pugno e si preparò a sfornare una serie di invettive contro il compagno più anziano ma un gesto della mano di Mu che invitava tutti al silenzio ottenne l’effetto desiderato; lo seguirono dietro una barriera di roccia e lì rimasero accovacciati e nascosti.
Mu e Aphrodite sporsero appena il capo: la vetta innevata del monte non era distante e, dal luogo in cui si trovavano, potevano scorgere le numerose aperture che scavavano la roccia; si trattava di una zona poco conosciuta ed esplorata, tra le più impervie e pericolose del monte simbolo del Giappone.
Hyoga, che si trovava accanto ad Ikki e Shun, percepiva in maniera palpabile i loro fremiti di tensione e poteva comprenderli: quello era il luogo dove, tempo prima, Ikki era stato loro avversario, il luogo in cui aveva rischiato di uccidere Shun, in cui più volte gli aveva dimostrato null’altro che odio. Sentì il movimento di Ikki e, con la coda dell’occhio, vide la sua mano andare a ricercare quella di Shun; l’attimo dopo udì le parole che il santo della Fenice sussurrò all’orecchio del fratello prediletto:
“Questa volta siamo qui per combattere insieme… niente paura, fratellino.”
Hyoga sorrise, si voltò verso di loro e strizzò l’occhio ad entrambi, ottenendo in risposta un complice cenno del capo.
“Dovremmo uscire allo scoperto e rendere nota la nostra presenza?” chiese nel frattempo Shiryu ma, l’attimo successivo, l’aria intorno a loro vibrò di possenti onde energetiche, i crepitii di un cosmo minaccioso si tramutarono in parole urlate da un punto imprecisato:
“Ci è già nota la vostra presenza, santi di Athena, guardatevi intorno!”
I sacri guerrieri si alzarono in una mossa fulminea e, tesi e all’erta, obbedirono all’invito della voce misteriosa; figure in attesa erano disposte all’entrata di ogni grotta, le armature che indossavano riflettevano il bagliore della luna e degli astri.
I santi di Athena si raccolsero per qualche istante gli uni vicini agli altri, stretti in un gruppo compatto.
“Neanche questa volta ci sarà permesso di combattere uniti” mormorò Hyoga.
“Io mi arrangio benissimo da solo, chi vi vuole tra i piedi?”
“Angelo, smettila!”
Aphrodite aveva apostrofato Death Mask usando il suo nome reale e il tono del rimprovero venne incrinato da un malinconico tremito, anche se appena percettibile.
Ikki non aveva lasciato la mano di Shun e mormorò, in un soffio veloce:
“Noi due restiamo insieme, non potranno impedircelo.”
“Coraggio, santi di Athena! Andiamo a prenderli!”
In risposta all’incitamento di Seiya, nove lampi di luce sfrecciarono verso otto differenti mete; una pioggia di stelle incendiò per qualche secondo il cielo, commossa partecipazione dell’universo al dramma che stava per svolgersi sotto la volta celeste.